Pa’anda’ff

A girare le chiavi bisognava stare attenti a non prendere in mano tutto il blocchetto d’accensione. Il cruscotto, dipinto a mano in un sabato pomeriggio noioso, era stato rimontato con l’approssimazione che ho sempre avuto nei lavori manuali. Si e’ sempre accesa al primo colpo, senza mai tirare la farfalla dell’aria, con quel rumore strano, sotto tono, poco voluminoso. Il tetto aveva sofferto molto di quella sera in cui Claudia aveva voluto guardare le stelle, a Cascina Monlue’, sdraiata per il lungo con il naso dritto in cielo. Di quella sera mi era rimasto solo il bozzo del tetto, come un gibbone che minacciava di esplodermi sulla testa. La portiera del passeggero aveva smesso di funzionare in un giorno di febbraio di cui non ricordo nulla. In compenso la caduta della marmitta, dossi maledetti, era acqua passata grazie a un poderoso sistema inventato da quel meccanico tanto amico di mio padre, sempre unto e con i baffetti, che aveva fissato il tutto con quattro kili di filo di ferro. Avevamo rimediato alle chiazze di ruggine con adesivi strani, disegni di fiamme, gruppi punk, roba forte, sicuramente fuori luogo. Non si era lamentata nemmeno in quel giorno, sotto Natale, in un silenzio innaturale, immersi tra i palazzoni della Barona, coperta da un fitto strato di neve, in cui avevamo sbagliato rotta, incrociando sul nostro cammino uno spartitraffico con un fastidioso palo nel centro.  Mai un lamento nemmeno quando sugli stretti tornanti della Val Seriana provavamo a vedere quanto poteva tirare in terza. Non aveva la radio, d’accordo, nemmeno l’aria, perche’ si era rotta la manovella, pero’ si stava sempre bene e il ronzio del motore faceva compagnia.

Mentre guidavo affiancando altre macchine, piu’ belle, piu’ lucide, piu’ grandi, mi immaginavo come sarebbe stato guidare una macchina piu’ bella, piu’ lucida, piu’ grande. Mentre aspettavo sotto il portone, sventolando l’Arbre Magique nel disperato tentativo di togliere il sottofondo di muschio che aleggiava nell’aria, mi sono sempre chiesto come ci si sentiva in una macchina piu’ ricca, elegante e dotata.

Poi ci siamo accartocciati in Piazza XXIV Maggio contro uno dei primi SUV, guidato da un nano pippato con un cognome da brivido. Io non mi sono fatto nulla, ma della mia Panda 750CL non rimane che il cruscotto dipinto, e conservato in cantina. E oggi, infilato in coda in una macchina piu’ grande, piu’ lucida, piu’ bella, capivo che la differenza e’ piccola e sottile, e dipende da come vedi le cose .

Black Jack

Alla fine sapevo sarebbe successo. Con precisione me ne sono accorto mentre cercavo di salire sul pullman di linea tra la fiera e Downtown, con la neve e il vento gelato di Chicago. Mi spingevo con un simpatico signore cinese, che a sua volta cercava di infilare un grosso americano bianco contro la prima fila di sedili. Il buio giallo, quel cielo delle notti di inverno in stile Gotham City, avvolgeva la piccola statale che costeggia il lago. Nel silenzio del caos di quel pullman ho capito che tutto questo splendido essere americani, in tutto e per tutto, mi sarebbe mancato davvero. Ho dovuto bere due Miller tutte d’un fiato, scrivendo fitto fitto sul quaderno andato perso nel naufragio sardo del mio zaino nell’estate successiva, per descrivere quella sensazione. E adesso, proprio oggi, l’America mi manca un po’ di piu’. Nostalgia canaglia. La possibilita’ di scegliere, davvero. Qualcosa che ci e’ negato da numerose legislature e che ci viene venduto come sotto prodotto yankee. Io la mia scelta l’ho fatta. Forse un po’ utopica, sicuramente molto giovanile. Voglio una politica sanitaria cosi’, voglio un programma economico cosi’, voglio un presidente nero, negro, con la pelle colorata. Voglio un presidente carismatico, in grado di guidare un popolo, o almeno le sue illusioni. Ma non sono americano. Non solo non ho diritto di scegliere veramente, ma ho anche il dovere di inghiottire la dura verita’ italiana. Ho il dovere di confrontarmi con gli scettici italiani, che preferirebbero la sicurezza delle lobby, ho il dovere di confrontarmi con i cattolici italiani, malati di una miopia secolare che impedisce di mettere veramente a fuoco le cose che contano, ho il dovere di confrontarmi con il popolo entusiasta italiano pro Obama, solo perche’ e’ nero, solo perche’ e’ qualcosa di diverso. Ho il dovere, ma non me ne fotte piu’ di tanto, perche’ rimango sempre piu’ convinto della mia opinione. La liberta’ di scelta, con il suo incredibile peso specifico, non ha nessuna valida alternativa. Comprero’ il Corrierone, in questi giorni, per dare a mio figlio la possibilita’ di avere un pezzo di storia tra le mani. Da quanto tempo, pero’, la storia che abbiamo tra le mani non e’ fatta da noi ma solo raccontata.

 

Osare

Dei due grossi tatuaggi maori che svettano sugli imponenti bicipiti non riesco a decifrarne il significato, ma suppongo che abbiano una straziante storia strappalacrime, oppure una orgogliosa ragion d’esistere. Diffiderei dalle interpretazioni più semplici, come ad esempio il nome della fidanzata o del primo figlio, perchè suppongo che nessuno si possa chiamare come un brutto disegno monocromatico. La pelle è uniformemente abbronzata, il che mi fa dedurre che il nostro David di Donatello abbrustolito ami particolarmente adagiarsi ignudo su lidi segreti, oppure che abbia una irrefrenabile passione per le lampade. Ha i piedi tozzi, primitivi, secchi. Le gambe definite, toniche, voluminose, rovinate da un tatuaggio a reggicalze, anch’esso maori. Sul portasapone ha messo, in ordine crescente, uno shampoo, un balsamo e un bagnoschiuma, massacrando in pochi secondi l’immagine virile che mi avevano comunicato i bicipiti. Ha una particolare ossessione per l’igene rettale, si direbbe, visto che nel mentre in cui io eseguo una doccia completa, con tanto di pipì e cantatina (ACDC, nuovo superbo disco), egli è ancora impegnato nella zona rossa. Si potrebbe anche dedurre che io sia molto veloce nel detergere le mie membra. Per questa mancanza di sincronizzazione lo perdo di vista per una decina di minuti, per ritrovarlo nello spogliatoio, con un accappatoio di otto taglie più piccolo,  mentre sciabatta allegro verso il suo armadietto. Ho sempre avuto una forte repulsione per gli spogliatoi comuni delle palestre, forse seconda solo alla repulsione che ho per le palestre stesse. La forzata socializzazione, ridotta ai sorteggi di Uefa o al rimpianto di Moggi, l’enfasi umana nel asciugarsi davanti a uno specchio, facendo i muscoli, l’omofobia espressa con taglienti doppisensi, l’innegabile cattivo gusto di esibire il proprio pene davanti ad altri esseri umani con cui non si hanno, e non si prevedono nel breve periodo, unioni sessuali,  sono cose che mi hanno sempre infastidito. Inoltre il possedere enormi braccia, tozze gambe e ambiziosi pettorali, se non finalizzato a una attività sportiva o lavorativa, è uno dei paradossi dei nostri anni. Ci sta il boscaiolo con due spalle enormi, ma l’impiegato di banca che assomiglia preoccupantemente a John Rambo ha del grottesco. Mentre cerco di infilare la scarpa sinistra nel piede umidiccio saldato a caldo con il calzino bagnato, in bilico, ascolto una conversazione animata sugli amminoaci ramificati. Il discorso scivola dolcemente sui programmi per il fine settimana, che prevede, oltre all’assunzione massiva di amminoacidi ramificati, anche il disperato tentativo di dare un senso a cotanto sforzo per appiattire l’addome. Accendo il phon a gettoni proprio mentre due grossi energumeni stanno per dire il nome del locale del momento, e mi perdo dieci minuti di conversazione. Il mio amico maori continua a mettere borotalco in zona rettale, impanandosi le chiappe brune in una posizione grottesca. Esco velocemente, ma non trovo le chiavi della macchina, che perdo circa una decina di volte al giorno. Per questo stanno attaccate a un lungo cordino che andrebbe messo al collo.  Uscendo dal parcheggio mi imbatto nel mio amico maori, dotato come il sottoscritto, di una affascinante station aziendale. Andiamo tutti e due a immergerci nella zona industriale, capannoni, neon, solitudine urbana, nigeriane ai bordi, nebbiolina umida e le luci dell’aereoporto sullo sfondo. Ci lasciamo quasi subito, perchè la sua macchina si accosta proprio di fianco a una nigeriana, a pochi passi da un lampione.

Mucche, canne e fantasia

Ogni volta che salgo su un aereo, cosa che accade con preoccupante frequenza, cerco di tenere a bada l’emisfero sinistro del cervello che questiona pressantemente sugli aspetti piu’ discutibili del fatto che un tubo con due ali e un sacco di gente stipata dentro, lanciato grazie a dei potenti motori molto al di sopra dei tre metri mocciani, possa essere considerato un modo ragionevole di spostarsi. L’emisfero destro, estremamente impegnato a distaccare l’olfatto dal possente odore di ascella stanca misto a minestrone surgelato, conviene sul fatto che il suddetto tubo di lamiere, sufficientemente pressurizzato, sia un controsenso del progresso. Insomma, non ho paura di volare, mi mancano le motivazioni per giudicarla come esperienza interessante. Quando poi, sorvolando le Alpi, il tubo si scuote animatamente e un sacco di grassoni russanti si risvegliano ricominciando a produrre quel fantasioso odore di ascella assassina, l’unica distrazione in grado di dissuadermi dall’idea di aprire il portellone e lanciarmi come in Point Break (senza pistola) e’ quella di guardare le sperdute baite affogate nella bianca neve, forse svizzere, forse italiane. Un grosso lavoro emotivo, gestito dall’ipotalamo, viene fatto per cercare di accettare l’idea che squadre di omossessuali con curiose camicie colorate, mi affoghino con distratte attenzioni come Sandwich con Mozareli (3,5 pound) Capucino (2,5 pound) oppure biglietti di fantomatiche lotterie (2 pound). Non tanto per gli omosessuali emaciati e le loro stravaganti camicie, entrambe cose che accetto di buon grado e senza fatica se divise, ma che fatico ad assorbire se unite, ma per il concetto statistico di morire appena prima di Zurigo, alle pendici di un monte che nessuno conosceva prima del disastro aereo, vittima di una compagnia low cost e delle sue politiche di manutenzione, o forse di una distrazione del pilota (piu’ o meno ventenne a differenza della vecchia carampana che coordina la baracca di omosessuali variopinti), oppure per un guasto improvviso dovuto al fatto che quindici anni fa nello stabilimento americano dove veniva prodotto il tubo volante, l’ingegnere meccanico con i baffi e gli occhiali quadrati era troppo preso ad ascoltare Nevermind dei Nirvana per accorgersi di non aver fissato la vite del finestrino che ha retto per milioni di kilometri, ma e’ stata definitivamente corrosa dall’ascella modificata del grassone che dorme inglobato nella carlinga. Insomma, a Dio piacendo, preferirei morire in madre patria, saldamente ancorato per terra, magari investito da un frammento di un finestrino di un aereo low cost pieno di ciccioni ermafroditi con stravaganti camicie, ma in ogni caso sul suolo, cadendo tutt’al piu’ di qualche centimetro. Forse sono tubo fobico, perche’ taluni ragionamenti soggiungono anche quando mi muovo in treno, cosa che accade con sorprendente frequenza, mentre cerco di trovare una posizione cristiana nel sedile ovulare disegnato da un crotalo ubriaco, condividendo come al cinema, il bracciolo con un grassone odoroso che si sposta sempre con me, come se fosse la mia coscienza. Il treno, in effetti, si schianta con piu’ frequenza, si arrotola su se stesso, deraglia, saltella, si incastra, si tampona, ritarda. Il ventaglio di possibili morti e’ ben piu’ ampio, ma riguarda sempre posti estremamente tristi e desolati. Solo l’appassionante telenovela di qualche scimmia urlante in cravatta e black berry che racconta a tutto il vagone le vicende affascinanti della sua azienda fingendo di parlare con un amico mi distrae dalla certezza matematica di dover morire nella campagna aretina, in mezzo a una sottile nebbia che ritarda i soccorsi, tra faggi umidi e maestose querce che impediscono l’arrivo dell’elisoccorso (meno male). Questa fobia per i tubi, questo senso di sfiducia nel progresso tecnologico, questa forte diffidenza per l’ingegneria meccanica, non mi impediranno certo di raggiungere mete esotiche e stupendi luoghi, dove il mio spirito si potra’ nutrire di nuove culture e di infiniti concetti, arricchendo la mia anima e fortificando la mia mente. Come ad esempio la lontana Polinesia, la sconosciuta Austrialia, l’affascinante Argentina, l’infinito Peru’. Ma che due coglioni andare avanti e indietro dall’Olanda. Per di piu’ rischiando di morire alle pendici di un monte sconosciuto poco fuori Zurigo.

Post Scriptum: Al Sandwich con Mozareli si puo’ abbinare un ottimo Finto Vino Italiano (3,5 pound) e a seguire sul finire delle batterie dell’iPod, accompagnare il tutto con russata alitante di ciccione invasivo.  

A Mirare si sparerebbe megio

Ho sempre ammirato la costanza con cui, data la sua estrazione sociale, i suoi modi, gli abbondanti conti bancari, si metteva automaticamente in una posizione di superiorita’. Non foss’altro che per un viso tutto sommato carino, tratti mediterranei incastrati in bei capelli castani, si sarebbe potuto parlare di qualcosa di talmente insipido da rischiare l’indifferenza. Eravamo al liceo, erano gli anni novanta. Si parlava di andare a manifestare, si discuteva animatamente, si credeva fermamente in quello che si diceva, si proponeva, si deliberava, si rettificava. In ogni caso c’era sempre tempo per limonare. Eravamo fidanzati, a Milano, in Porta Romana. Giravamo con questa bicicletta di quindici anni, lei sempre in canna, io con due gambe da stallone. Non ci fermavano i semafori, non ci fermava il raffreddore, non ci fermavano i genitori. Non avevamo paura di niente, dentista escluso. Con una birra media eravamo alticci, con un pacchetto da dieci di Marlboro Light eravamo a posto per una settimana, e ci avanzavano duemila lire per un panino. Poi le nostre strade hanno preso destini differenti, o sono i destini che hanno preso strade differenti, oppure a me piaceva un sacco contestare, rettificare, deliberare, pedalare, e a lei molto di piu’ limonare. E per di piu’ non in mia presenza. Poi c’e’ stata l’universita’, che se uno la vive da ricco e’ tutta un’altra cosa. Alla bici si e’ sostituita una fiammante Panda di una decina d’anni, quattro marce, vibrazioni eccitanti, stessa aderenza di una bara lanciata in un dirupo. Mi tagliavo i capelli corti, con il rasoio, smettevo di forzarmi con le camicie e cominciavo con delle magliette che oggi si potrebbero definire pittoresche. E ci ri incontravamo nei locali, e mi sentivo sempre piu’ lontano e sempre un po’ a disagio, quasi a giustificare il mio ceto, i miei capelli, la mia vita. Poi e’ arrivato il lavoro, con lo stipendio speso tutto in cazzate. Poi speso tutto in serate. Poi speso tutto in vestiti. Poi speso tutto in cene. Sempre speso tutto. E ci incontravamo nei ristoranti in cui mi veniva il magone ad entrare, ma facilitavano parecchio il dopo serata. Poi arriviamo a oggi, a una manciata di sere fa. Che ci siamo incontrati ancora. E che cazzo, ci incontriamo solo di notte, e solo nei posti piu’ cool. E ci siamo parlati, per cinque minuti. Poi sono dovuto scappare, che la vescica non tiene piu’ di un litro di birra. E mentre pisciavo sul Ponte della Bovisa, constatando che si, e’ arrivato davvero il freddo perche’ la piscia fuma, mi sono reso conto che in effetti e’ tutto terribilmente vero. Eravamo distanti ma simpatici insieme a quindici anni, eravamo differenti a venti, eravamo molto dissonanti a venticinque, ma c’era comunque la voglia di credere che la fatica che faccio e’ la stessa che fai tu. Le nostre piscie, a ragion di logica, dovrebbero fumare entrambe. E i nostri polmoni respirano la stessa aria. Ma le nostre citta’, le nostre visioni, le nostre parole, sono le parole di due caste differenti. E me ne sono accorto pisciando. Non tutti riescono a raggiungere tali vette, gestendo anche il gap di temperatura di una notte di ottobre.

Diario di un possibilista

Alzare il volume in macchina, per ascoltare un ragazzone tamarro che con grande imprenditorialità americana riprende una canzone da spiaggia e fa una canzone da spiaggia. Cantare il testo e scoprire che da ubriaco, bendato e sotto benzodiazepine scriveresti una cosa più interessante. Sweet Home Alabama. Ritrovarsi di fronte all’eruzione vulcanica con cui Outlook scarica dal server aziendale tonnellate di comunicazioni ridondanti tra uomini sempre connessi e sempre meno interessati. Fare la coda in farmacia per prendere del paracetamolo, starnutendo tutti in coro  diretti dal farmacista. Ritrovarsi dentro il traffico di Milano di fianco a uno che tiene l’autoradio due toni sopra l’inquinamento acustico mentre si ascolta un pezzo di Siria. Intrattenere conversazione con un cliente mentre lui amabilmente tenta di grattarsi il flacido culone mascherando la cosa con astuzia orientale. Leggere il corriere.it e scoprire che era meglio Cronaca Vera. Guardare il Codice Da Vinci e apprezzare di più la pubblicità. Addormentarsi davanti a un video di Madonna. Sentire il cuore che batte più forte quando rivedi la Vecchia Caffettiera e i suoi due cilindri pronti a fare del grande rumore. Bere vino bianco che sa di bromuro di sodio, o perlomeno sospettare che il bromuro di sodio abbia un sapore migliore. Girare per l’Ikea con l’ossessione di portare a casa più matite di quante ce ne stiano in tutte le tasche e nessun mobile. Progettare sogni percorribili solo in bicicletta. Desiderare di dormire in un casolare in Piemonte, preferibilmente senza il Piemonte intorno. Sentire il bisogno di andare a Roma. Mangiare caramelle olandesi e scoprire il gusto dopo averle digerite. Fingere di amare ancora la ressa davanti al bancone alle undici e mezza di sera, quando invece vorresti essere sdraiato su un prato, immerso nel vino e nelle grandi chiacchiere. Ritrovare nella faccia del tuo migliore amico quel sorriso che avevate quando un cuba libre costava quattromila cinquecento lire. Accendersi una sigaretta pensando di smettere di fumare. Osservare su Facebook che i tuoi contatti sono in forte crescita, ma i veri amici sono sempre quattro, e tre non hanno Facebook. Leggere poesie di Neruda sul cesso e Dueruote speciale Suzuki in poltrona e trovare l’errore. Mettere la maglietta della salute, soffrendo come se fosse una corona di spine. Distrarsi dal parrucchiere pugliese e ritrovarsi pettinato come Ringo Star prima di un concerto.  Essere indecisi tra Snop Dogg e De Gregori e sognarli insieme che duettano. Disprezzare la nuova Alfa Mito riscoprendo il fascino delle critiche scontate. Mettere cravatte fuori luogo, con gemello coordinato. Sfoggiare un forte accento californiano. Cercare via Crocifisso vicino al Duomo, per logica. Masticare lentamente le parole.

Ecco, sto prevalentemente facendo questo.

Perchè poi alla fine mi sono accorto che talvolta prendersi troppo sul serio potrebbe essere ridicolo.

Letture caldeggiate: Diario Di Un Fumatore (Mondadori): Sedaris è sempre Sedaris. Specialmente consigliato a chi vorrebbe imparare a scrivere o a chi crede di essere uno scrittore (il venticinque percento del mio parco amici).  La Famiglia Spellman (Mondadori): quando un buon libro sostituisce un film, facendolo anche meglio. 

Brum Brum se ne e’ andato

L’idea e’ di darsi degli obbiettivi, anche piccoli, ma sempre degli obbiettivi. Ecco, quello di oggi era di non affogare nel vino bianco, cedendo alla tentazione di seguire le malsane abitudini locali. Obbiettivo raggiunto, pagando il dazio di un liquore sconosciuto che sta ancora bruciando l’esofago e si ripropone insieme a tutti i sapori che si portava dentro a ogni boccata d’aria. In mutande, seduto alla piccola scrivania della mia stanza guardo i capannoni che sembrano scontrarsi con le montagne. Quando sono in giro mi capita, verso quest’ora loca in cui il telefono si prende una pausa e ti ritrovi ad aspettare la cena, di pensare in silenzio a quanto questa vita mi spezzera’ prima o poi. Il dottore, con una giacca di due taglie in meno e degli occhiali davvero ambigui, mi ha detto che ho un colon spalancato. Ma poi, come se potesse consolarmi, ha aggiunto che chiunque viaggi si ritrova nelle mie condizioni. Poi si e’ messo diligentemente a scrivere sui foglietti delle prescrizioni una dieta che si avvicina molto a quella di un ottuagenario sul letto di morte. Eppure, non mi stanchero’ facilmente di stare in giro. Di conoscere gente diversa, di parlare altre lingue, di sentire il bisogno di casa. Mi e’ arrivata voce che sia morto Giorgio Bettinelli. E tu dirai, ma chi cazzo e’ Giorgio Bettinelli? Difatti non ha tutti e’ dato di conoscere le bellezze che il mondo offre. A me dispiace, perche’ i suoi libri si leggevano volentieri, le sue storie si ascoltavano aspettando il gran finale e la sua vita sembrava che stesse aspettando un po’ di tranquillita’. Come tutti i viaggiatori si e’ fermato per l’unica cosa capace di fermare una dipendenza cosi’ forte: l’amore. Bella storia, vita troppo corta. Peccato.

Frigor Mortis

Non mi aspetto molto dalla tecnologia, e allo stesso tempo la tecnologia non si aspetta molto da me. Tutte le speranze riposte da mio padre, che sognava un luminoso futuro per me  come ingegnere occhialuto infilato in qualche dubbio open space dell’hinterland, sono svanite quando, nei lontani anni 90, porto’ a casa un prezioso esemplare di PS1, allora il pc domestico piu’ avanzato di sempre. In verita’ l’oggetto mi interesso’ per quasi quattro minuti, ma poi ho preferito tornare a sedermi sul letto per sognare di essere un gestore di una pompa di benzina. Oggi non possiedo una pompa di benzina,  e a dire il vero mi sono appassionato molto di piu’ al filone ortofrutticolo: mi piacerebbe avere un orto, mi piacerebbe vendere prodotti pregiati, bio, slow, country, anche se dodici anni di nicotina mi impediscono di riconoscere la differenza di gusto tra una melanzana e una banana. Come il destino ha voluto, ho sposato una donna molto diversa da me, peculiarmente piu’ propensa ad accettare i miei difetti e a scambiare anche alcuni per pregi. Alcune cose però ci accomunano rendendo il nostro amore unico, come ad esempio l’amore incondizionato per il mare ma soprattutto la forte diffidenza per la tecnologia. Siamo utilizzatori minimi, dummies, principianti entusiasti dello scontato. Nerd alla rovescia. I nostri elettrodomestici ci appaiono piu’ come creature animate che come prestanti insiemi di circuiti e cavi. I manuali d’uso sono conservati come preziose miniature medievali. Scoprire tutte le funzioni del telecomando universale ha dato luogo a lunghi festeggiamenti. Io protendo per una strada di dialogo, e cerco di stabilire un rapporto con ognuno di essi, riconoscendo l’importanza del loro lavoro nella nostra economia famigliare. Parlo con la lavatrice, ed essa si comporta bene con me, dialogo con la lavastoviglie, ascoltando molte delle sue lamentele, accarezzo il tritarifiuti, coccolo il vecchio televisore.  Il frigo e’ diverso. Sornione, laccato, bombato, irriverente, fa il suo sporco lavoro mantenendo in temperatura la bresaola, il telefonino laddove dimenticato dentro e una buona serie di paccottiglia acquistata nel momento deficitario di calorie che va da novembre a gennaio (cioccolato, salse per formaggi, maionese, salsa rosa, lardo, strutto, grasso). Nel freezer campano da quasi due anni due branchi di orate del Pacifico, solidificate insieme al Grand Soleil e al mirto esploso due glaciazioni fa. Fin qui tutti d’accordo, esso e’una tecnologia amica. Qualcosa di utile per noi. Ma sono convinto da tempo, da molto prima di Italia 90, che il frigorifero abbia una sua vita di notte. E qualche tempo fa mi alzavo anche a controllare, trovando sempre lo stesso vecchio cassone nello stesso posto. Ieri sera, appena finito il giro prima di dormire (cinque controlli consecutivi alla serratura della porta, tre controlli alla finestra della cucina, due controlli alla serratura della porta, un ammiccante saluto alla trappola per camole nell’armadio, un controllo alla serratura della porta e poi il letto) ho sentito chiaramente dei borbottii provenire dal frigo. Fingendo di non sentire mi sono acquattato dietro la porta della cucina, ma non sono riuscito a percepire nient’altro che bisbigli. Sono sempre stato convinto della carboneria del frigo, dei suoi tentativi di destabilizzazione, come quando fece marcire i limoni che avevano solo due mesi e che si ridussero a penicillina in polvere, o come quando fece sciogliere il nasello e i piselli, tentando di avvelenarmi. Ma finalmente ne ho le prove. Devo solo stabilire chi sono le altre serpi in seno, chi complotta per destabilizzare l’ordine. Nel contempo, sempre piu’ fiero della diffidenza verso la tecnologia, predispongo il tutto per la guerra. Sono pronto al peggio, ma non so che ne sara’ di me. Se si alleano tutti la battaglia sara’ dura. Molti muoiono per imboscate da phon e attacchi frontali da ferro da stiro. Il lungo settembre di guerriglia e’ iniziato. Fratelli, pensatemi al fronte. Fortunatamente il rhum non va in frigo.

Quintana Ossetta

In primis fu la scoperta del mojito ligure. Poi venne la focaccia, abbondante e sorniona. Poi fu la volta del pesto, unto pesante e buono. Poi arrivarono le brioches, colanti marmellate indecifrabili. Poi fu il turno delle noccioline e delle patatine. Sono troppo impegnato a ingrassare per avere qualcosa da dire. Settembre, come tutti i settembre della mia vita, porta un carico di buoni propositi. Nel frattempo mi sono venuto in mente quando, tra i chiostri dell’università studiando Storia Contemporanea mi chiedevo come fosse stato partecipare alle fasi iniziali di una guerra mondiale. Grazie a Vladmiro e Giorgio doppia vu posso coltivare grandi speranze, così tra le mie priorità è comparso anche un improvvisato testamento spirituale redatto sul molo di Porto Pidocchio e che prevede la spartizione di tutti i volumi di Punk O Rama in parti uguali, la collana di Martin Mystere divisa in tre, come quella di lattine di birra dal mondo. Per i libri gradirei donarli a chi ha davvero bisogno di leggere, che ne so bambini nigeriani, poveri indiani, parlamentari italiani. Per il resto, lascio i miei manoscritti, compresa la preziosa raccolta di poesie "Carciofi e altre forme di onanismo" a chiunque se li venga a prendere. Ho qualche problema sul necrologio, che vorrei fosse pubblicato solo sul Corriere, perchè fa più hardcore. Torno nelle calde acque del Mare Nostrum, che a oggi e nonostante le meduse e i tamarrani con l’acquascooter, sembra molto meglio del Mar Morto.

Vigilare, aspettando il giudizio universale

In effetti ha pienamente ragione Checcuzzo, quando dall’alto dei suoi inguardabili pettorali rigonfi di amminoacidi ramificati e vene scoppiate, sorseggiando una salutare spremuta di pompelmo, quasi si commuove guardando il mare e sospira sussurrando il suo amore per questo tenero paesello. Camogli e’ un piccolo miracolo, una lunga storia di amore con il mare, un abbraccio di palazzi e acqua, una cartolina romantica di profumi, sapori e gente brunita dal sole. Come si puo’ negare il fascino della Liguria, che da generazioni ci strega con la sua poesia di cemento, acqua, cielo e focaccia al formaggio. C’e’ pure, sotto i portici davanti al porticciolo, una rhumeria. Un posto dove bere rhum, insomma. C’e’ la grande chiesa sul mare, c’e’ la poetica e rumorosa stazione dei treni, che vomita una continua processione di pazienti tedeschi e nervosi milanesi. Casa nostra sta dritta su per la collina, una piccola via crucis di scalini e salite per il mio menisco. Dalla finestra del soggiorno si vede un grande pino marittimo, un pezzo di mare che si confonde con il cielo e la piscina proprio sotto casa. Il silenzio, qua nei piani alti del borgo, e’ interrotto solo dal campanile della chiesa, rintocchi regolari che spezzano il mattino svegliando lentamente le membra abituate al confortante rumore di autobus e tangenziale. Mi piace il distacco malinconico della Liguria, mi ha fatto lentamente innamorare, perdonare il suo mare a volte sporco, perdonare i suoi prezzi, amare le sue salite. Non voglio assolutamente menzionare i settanta e passa euro di multa per un avventato parcheggio dopo due ore e mezza di affannosa ricerca. Perche’ io so, ne sono certo, che in ogni caso i vigili urbani non vanno in paradiso. E io l’ho visto, sudaticcio, con la camicia d’ordinanza slacciata, il pantalone blu che mi faceva caldo solo a guardarlo, il cappellino ridicolo e il blocchetto nella mano sinistra. Si, io l’ho visto, mentre facevo il settimo giro consecutivo dello splendido borgo, segnando il ventunesimo kilometro di salite, discese, rotonde e precedenze. Eppure, anche se l’ho visto, ho deciso che due ore per parcheggiare un autoveicolo, in qualsiasi paese del mondo, sono troppe. E poi, volendo ben guardare, ho parcheggiato talmente lontano, talmente in salita, talmente al sole, che il mio prezzo umano l’ho gia’ pagato. Dentro di me io lo so, i vigili non possono andare in paradiso.