Mucche, canne e fantasia

Ogni volta che salgo su un aereo, cosa che accade con preoccupante frequenza, cerco di tenere a bada l’emisfero sinistro del cervello che questiona pressantemente sugli aspetti piu’ discutibili del fatto che un tubo con due ali e un sacco di gente stipata dentro, lanciato grazie a dei potenti motori molto al di sopra dei tre metri mocciani, possa essere considerato un modo ragionevole di spostarsi. L’emisfero destro, estremamente impegnato a distaccare l’olfatto dal possente odore di ascella stanca misto a minestrone surgelato, conviene sul fatto che il suddetto tubo di lamiere, sufficientemente pressurizzato, sia un controsenso del progresso. Insomma, non ho paura di volare, mi mancano le motivazioni per giudicarla come esperienza interessante. Quando poi, sorvolando le Alpi, il tubo si scuote animatamente e un sacco di grassoni russanti si risvegliano ricominciando a produrre quel fantasioso odore di ascella assassina, l’unica distrazione in grado di dissuadermi dall’idea di aprire il portellone e lanciarmi come in Point Break (senza pistola) e’ quella di guardare le sperdute baite affogate nella bianca neve, forse svizzere, forse italiane. Un grosso lavoro emotivo, gestito dall’ipotalamo, viene fatto per cercare di accettare l’idea che squadre di omossessuali con curiose camicie colorate, mi affoghino con distratte attenzioni come Sandwich con Mozareli (3,5 pound) Capucino (2,5 pound) oppure biglietti di fantomatiche lotterie (2 pound). Non tanto per gli omosessuali emaciati e le loro stravaganti camicie, entrambe cose che accetto di buon grado e senza fatica se divise, ma che fatico ad assorbire se unite, ma per il concetto statistico di morire appena prima di Zurigo, alle pendici di un monte che nessuno conosceva prima del disastro aereo, vittima di una compagnia low cost e delle sue politiche di manutenzione, o forse di una distrazione del pilota (piu’ o meno ventenne a differenza della vecchia carampana che coordina la baracca di omosessuali variopinti), oppure per un guasto improvviso dovuto al fatto che quindici anni fa nello stabilimento americano dove veniva prodotto il tubo volante, l’ingegnere meccanico con i baffi e gli occhiali quadrati era troppo preso ad ascoltare Nevermind dei Nirvana per accorgersi di non aver fissato la vite del finestrino che ha retto per milioni di kilometri, ma e’ stata definitivamente corrosa dall’ascella modificata del grassone che dorme inglobato nella carlinga. Insomma, a Dio piacendo, preferirei morire in madre patria, saldamente ancorato per terra, magari investito da un frammento di un finestrino di un aereo low cost pieno di ciccioni ermafroditi con stravaganti camicie, ma in ogni caso sul suolo, cadendo tutt’al piu’ di qualche centimetro. Forse sono tubo fobico, perche’ taluni ragionamenti soggiungono anche quando mi muovo in treno, cosa che accade con sorprendente frequenza, mentre cerco di trovare una posizione cristiana nel sedile ovulare disegnato da un crotalo ubriaco, condividendo come al cinema, il bracciolo con un grassone odoroso che si sposta sempre con me, come se fosse la mia coscienza. Il treno, in effetti, si schianta con piu’ frequenza, si arrotola su se stesso, deraglia, saltella, si incastra, si tampona, ritarda. Il ventaglio di possibili morti e’ ben piu’ ampio, ma riguarda sempre posti estremamente tristi e desolati. Solo l’appassionante telenovela di qualche scimmia urlante in cravatta e black berry che racconta a tutto il vagone le vicende affascinanti della sua azienda fingendo di parlare con un amico mi distrae dalla certezza matematica di dover morire nella campagna aretina, in mezzo a una sottile nebbia che ritarda i soccorsi, tra faggi umidi e maestose querce che impediscono l’arrivo dell’elisoccorso (meno male). Questa fobia per i tubi, questo senso di sfiducia nel progresso tecnologico, questa forte diffidenza per l’ingegneria meccanica, non mi impediranno certo di raggiungere mete esotiche e stupendi luoghi, dove il mio spirito si potra’ nutrire di nuove culture e di infiniti concetti, arricchendo la mia anima e fortificando la mia mente. Come ad esempio la lontana Polinesia, la sconosciuta Austrialia, l’affascinante Argentina, l’infinito Peru’. Ma che due coglioni andare avanti e indietro dall’Olanda. Per di piu’ rischiando di morire alle pendici di un monte sconosciuto poco fuori Zurigo.

Post Scriptum: Al Sandwich con Mozareli si puo’ abbinare un ottimo Finto Vino Italiano (3,5 pound) e a seguire sul finire delle batterie dell’iPod, accompagnare il tutto con russata alitante di ciccione invasivo.  

Un pensiero su “Mucche, canne e fantasia

  1. E che ci vai a fare in Olanda? Sposati una bella olandesina e rimani fisso lì…che al massimo ti può capitare di morire con una zoccolata* in testa
    😛

    *zoccolata = tipico gesto delle mogli autoctone

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