Auguramene altri cinque

Come scusante potrei rifugiarmi dietro un laconico: sto prediligendo la qualità alla quantità, ma in verità sto semplicemente aspettando. Mi sono solo sentito in colpa per non aver scritto l’immancabile post adolescienziale dove mi auto faccio gli auguri per il blog, riassumendo cinque anni di vita in tre paragrafi per i venti lettori che sono rimasti fedeli a questo posto. Che rimane, sia chiaro, uno dei blog più longevi della storia. Perchè dopo mesi fatti a botte di trenta lettori chiunque potrebbe sentire il bisogno di scomparire dall’etere, limitandosi magari a una nostalgica birra fredda con qualche amico, venuto per celebrare l’ennesimo fallimento della tua vita. Eppure, figlio di un maestro nella lettura delle statistiche quale il vostro Presidente Nano, do un senso estremamente positivo alla cosa, apprezzando anche i numerosi lettori nuovi che facciamo ogni mese. Dicevamo: più che sulla quantità, sto lavorando molto sulla qualità. Per questo riempio più quaderni che template e, udite udite, mi rileggo, talvolta apprezzando anche quello che scrivo.

E poi, come tutti i periodi in cui leggo Nick Hornby, sto beatamente felice nell’ammissione della mia pigrizia.

Per compensare a questa momentanea assenza, magari spossati da Facebook e annoiati dal resto, potreste sempre ritornare alla carta stampata. Solo che ho poco da suggerirvi visto che sto inanellando una serie di stronzate di tutto rilievo, che pago profumatamente e che rimpiango dolorosamente. Il bello di un libro brutto, a differenza di un film brutto, è che può far sperare molto dalla brutta copertina e dalle recensioni drammatiche, per poi rivelarsi semplicemente come "un libro brutto".

Ho paura a riprendere in mano l’ultimo di Kundera, forse non è il momento. Esco dall’ultima fatica della Vargas, che è uguale alla penultima e alle altre dieci. Ho un paio di colpi in canna, nomi nuovi, autori non previsti, insomma la cosa più piacevole del mio compleanno, libri che non mi sarei mai comprato.

Scrivo da Milano, e la cosa non succederà più per almeno un paio di mesi. Per questo non mi riprometto di rinnovare questo posto e i suoi pilastri, mi manca il tempo per vivere perchè sono molto impegnato a viaggiare. Il bello è che sto uscendo dal tunnel delle false promesse a me stesso, e me lo dico fumando una sigaretta che mi ero ripromesso di non fumare.

Lunga vita alle sconfitte intime, che generano grandi vittorie pubbliche.

 

sembrava un giorno di festa

La città, ospitale come suo solito, mi ha aspettato per mettere in scena un vento forte, dall’Atlantico, con le nuvole a spasso sopra la terra piatta e la gente con il naso all’insù per cercare di capire. Che poi non c’è davvero niente da capire, semplicemente ricordare della primavera che ci cade addosso. Guardavo la gente correre nel fresco del mattino, guardavo la gente perdere autobus, comprare sigarette di contrabbando, guidare nervosa, fumare telefonando davanti a un semaforo rosso, insomma vivere. Il telegiornale della mattina intervistava diversi esperti, nessuno si premurava di intervistare un maiale, nessuno si sognava di andare in Messico a verificare. Già tornare era un problema, figurarsi andare. Poi, tra i semafori e le sedie dei caffè davanti al Museo Della Regina, la paura si trasforma nell’idiota certezza di essere estranei. Qualcuno, i più instabili, addirittura ha iniziato a credere nel governo e nelle misure messe in atto. Come se incellophanare tutti quelli che hanno un po’ di febbre può essere una soluzione. Nel quartiere gay, dopo la mezzanotte, c’è molta gente in giro. Uomini, molti uomini. Il barista mi parla, fissando i miei occhi stanchi e rabboccando il bicchiere con Barcelò pastoso. Dice che gli omosessuali sono sopravvissuti all’Aids, figurarsi a un influenza. Non fa una piega. Non sono gay, non sono sopravvissuto all’Aids, non vorrei provare a sopravvivere a niente, visto che già sopravvivo alla vita con risultati modesti. A letto in albergo leggo il giornale del giorno prima. E’ un privilegio del viaggio quello di non avere fretta di sapere, rendendosi conto che una volta saputo si potrebbe fare ben poco. Le pagine scivolano fino a un inserto speciale dove gli stessi esperti del telegiornale raccontano le loro teorie. Una avvincente tabellina racconta i morti del passato, le pandemie del secolo scorso, come se dire secolo scorso togliesse ogni rischio. In città si vedono le prime mascherine. E non si sa mai chi sia il coglione: tu con la mascherina o io senza? Nel dubbio procediamo per le nostre strade, tu sicuro di non morire, almeno di questa influenza suina, io sicuro che tanto prima o poi morirai, magari nel sonno, senza mascherina. Tu non sai quante volte mi sono tolto pazientemente la cintura, appoggiandola nel cestello di plastica insieme al telefono e all’accendino, per dimostrare di non essere un terrorista. Cento volte? forse qualcuna di più. Mai davanti a un astronauta, curiosamente calmo, che mi guarda da sopra la sua mascherina. E non ho mai visto ordinati poliziotti antisommossa, asfissiati nelle loro mascherine 3M, aerodinamiche quanto brutte. E se per questo non ho mai viaggiato con passeggeri tranquillamente seduti, cintura allacciata e mascherina al suo posto. Solo una malattia terribile può togliere la fortuna di vedere i sorrisi degli altri, penso. Ci penso sorseggiando una birra in lattina che avrà preso tutti i microbi possibili, mentre l’aereo inizia a ballare sopra il mare, sempre più violentemente. E penso che sarebbe davvero assurdo per te morire per una turbolenza, mangiato dal mare, con la tua mascherina. Poi mi fermo a fumare fuori dall’aeroporto, nel movimento dei tassisti abusivi, pensando a cosa dovesse succedere se fossi io il paziente zero italiano. Spengo la sigaretta sui dubbi lasciando per terra anche l’inutile paura dell’incontrollabile.

Fuori Salone – Salone Fuori

l’editor di Splinder per Mac mi ha cancellato un appassionante pezzo, scritto di corsa e di notte, per commemorare la massa di frikkettoni armati di capigliature emo che affollano il centro in questi giorni. Era un pezzo d’amore per la mia città e di rispetto per la sua gente. Si intitolava: Il Salone Del Design è una cagata pazzesca, ma vi voglio bene lo stesso. Ammiro il vostro coraggio nell’indossare jeans aderenti a vita bassa, ammiro la vostra incondizionata fede nei Franz Ferdinand e nel vostro iPhone. E in effetti, subisco il forte fascino di una sedia scomoda, provo invidia per chi ha saputo disegnare una cucina senza sportelli, estremamente bella, estremamente lucida, estremamente inutile. E la mia Milano, come in un grande abbraccio, accoglie tutta la sua gente, lasciando che i capannoni si riempiano di gente, rumori, parole sprecate e cattivo vino. Tutta la città spera e crede, ha bisogno di credere, in quello che le viene dato. Così anche nella mia zona il Salone del Design porta il suo fenomenale cambiamento: gli zingari in fondo al parcheggio, proprio sotto la tangenziale, stanno riorganizzando le baracche secondo i moderni criteri del design. La signora del piano di sotto si è rivolta a un interior design per stendere i panni senza offendere i gusti cromatici di nessuno e seguendo le grandi necessià di risparmio energetico, sul vialone due lampioni su tre non funzionano. Anche per il Fuori Salone ci stiamo prodigando, con la Pizzeria di Ahmed che propone il Kebap scontato (solo se consumato sul muretto che da sul Forlanini) e con il ritrovo dei camorristi che propone interessanti serate a tema.

Comprendo, in ogni caso, che sia più interessante frequentare il Salone canonico, quello di Via Tortona & Co., senza dover affrontare anche in questa settimana quello che è davvero la nostra città. Il popolo del Salone, di cui faccio orgogliosamente parte, è una ricetta molto bilanciata: un terzo di invidiosi, un terzo di aspiranti designer e un terzo di popolo, quello che basta che ci sia da fare la coda per entrare in un capannone dove venga messa musica assurda e il cuba libre sia a prezzo politico… E mentre subisci l’ingorgo dovuto al salone, dopo una giornata delle tue da impiegato di secondo livello, e pensi che ti manca ancora la spesa all’Esselunga, puoi immedesimarti nella fantozziana rivelazione:

"il Salone è una cagata pazzesca", sognando di urlarlo in mezzo a via Tortona, davanti a una folla di frikkettoni che non ti ascoltano, fedeli al credo delle sedie scomode.

 

il Gergo Del Maestrale

Sono tornato dalla Camargue con della lavanda, un senso di pesantezza dovuto all’ossessivo utilizzo dell’uovo nella cucina provenzale, il rumore del vento nelle orecchie, un forte consolidamento della naturale antipatia verso gli esseri umani che abitano il suolo francese e una riflessione di un certo spessore. La lavanda è sotto forma di saponette, sacchettini, bustine, pacchetti e si presenta un po’ come l’acqua, in forma liquida, solida e gassosa. Così adesso girando per casa si potrebbe dire di essere in uno stabilimento de L’Occitane in cui si sono rotte due vasche di lavanda. All’uso massiccio di uova sto già ponendo rimedio con brodini, zuppe e tutto il corredo alimentare che mi rende anziano agli occhi di mia moglie. Adorando generalizzare, e allo stesso tempo rendendomi conto del terribile errore, quando trovo conferma diffusa alle mie generalizzazioni provo un senso di soddisfazione che forse solo Napoleone ha potuto provare. Eppure lascio spazio al dubbio, quindi non mi permetto di dire che i francesi sono tutti antipatici, piuttosto dico che ho avuto delle grandi difficoltà a relazionarmi con questi sopraffini esseri, e nello specifico con talune stupende creature, che il buon Dio ha dotato di enorme bellezza, di enorme charme, di enorme sensualità e di una incredibile consapevolezza di essere le uniche donne al mondo ad avere tutto questo.  Mentre il Maestrale spazzolava la regione, piegando gli alberi e stordendo gli uomini, riflettevo su quanto io sia a disagio quando non capisco quello che la gente mi dice.

Io sono in grado di ordinare da mangiare in quattro continenti del mondo, come di chiedere un pacchetto di sigarette e di sostenere una banale conversazione sul tempo o su argomenti generici come la struttura a tutto sesto di alcune cattedrali pre romaniche. Ciò è prevalentemente dovuto alla grande ossessione con cui il mio professore del liceo mi ha inculcato alcuni pilastri della lingua inglese. Per fortuna, o perchè così va il  mondo, laddove ho avuto plateali problemi con il mio inglese mi sono salvato con una primordiale forma di spagnolo, dovuta a una vacanza studio di millenni fa dove per limonare e per mangiare era necessario esprimersi correttamente in spagnolo. Ecco, queste mie caratteristiche mi permettono di capire cosa stanno dicendo le persone che siedono con me a un tavolo di lavoro in America, in Olanda, in Germania, in Sud Africa, in Spagna, eccetera eccetera. In Francia no. Questo non è possibile. Molti parlano inglese in Francia, ma lo fanno con lo stesso entusiasmo con cui io affronterei una devitalizzazione di un molare. E probabilmente per loro non c’è anestesia. Così sono stato tagliato fuori dal mondo per quattro giorni, non capendo cosa ordinavo, dove andavo, perchè mi stessero insultando. Leggevo cartelli incomprensibili, scrutavo mappe ignote, mi insospettivo ad ogni sguardo, pagando il prezzo della mia ignoranza. E mi sono trovato nel letto, ascoltando il Maestrale che soffiava e la Signora che dormiva, a riflettere su quanto possa il linguaggio. Quando non capisci esegui, convivi con il problema, sopravvivi evitando il contatto. E ho trovato di colpo, alle 2 e 32, svegliato da un cavallo francese che nitriva, e senza capire cosa dicesse…, dicevo ho trovato la radice di una infinità di problemi.

Quando mi parlano di titoli tossici, di epurazione delle incogruità o delle discordanze processuali il mio cervello fa quello che farebbe il cervello di chiunque di fronte all’ignoto: si domanda se si tratti di una minaccia diretta a me o ai miei cari. Compreso che gli investimenti di Unicredit non sono stati una minaccia vitale diretta, ho continuato per mesi a vivere serenamente anche se il mondo andava a puttane. Non comprendendo il linguaggio non posso accedere alle informazioni che forse mi interesserebbero davvero. E se quel magrebino vestito da 50cent che mi ha parlato per due minuti mentre la Signora pisciava in un Cafe mi avesse voluto avvisare degli imminenti rischi nell’investimento sui mercati emergenti? E se invece si fosse dichiarato, dicendomi che mi amava alla follia? Compreso che il suo tono non era aggressivo e che non stava maneggiando nessun corpo contundente mi sono limitato a isolare la sua voce annuendo ogni quarantacinque secondi per dimostrare la mia solidarietà. E quando il dottore mi ha detto che alcuni valori proteici non collimano con le normali aspettative e quindi si può sospettare una forma infiammatoria di primo livello, localizzata sui tessuti molli, ho semplicemente interpretato dal suo sguardo, immaginando che ciò non fosse letale.

Insomma vivo nel baratro della mia ignoranza e devo alla Camargue la tragica scoperta del valore delle parole. Che forse, come diceva qualcuno, dovrebbero avere lo stesso peso delle armi. E questo mi mette molto a disagio.

Delle tre pagine che ho scritto sul Maestrale non resta nulla, infame cestino di Windows. Ma forse è meglio così. Mi si consenta di chiudere dicendo che mi sono rotto i coglioni di Zafon e delle sperticate recensioni che fanno. E’ sempre lo stesso libro. E sono tornato nel baratro di Fred Vargas, che scrive sempre lo stesso libro da dieci anni, ma te ne fa accorgere solo dopo che lo hai finito.

"Ai Papi piacevano gli uccelli" (audioguida in italiano, Avignone, Palazzo dei Papi)

Alcuni passi dopo

Aspettare mi stressa, mi snerva, mi da la sensazione netta di buttare via il mio tempo. Anche parlare con i meglio abbienti, con i coetanei dal reddito spropositatamente maggiore alla norma, non certo per meriti propri ma per sacrificio paterno, mi stressa. Aspettare mi da la sensazione di vuoto. Perdere del tempo. Non perdo tempo quando decido di lasciare scorrere il mio tempo. Perdo tempo quando alcuni esseri umani mi impongono di lasciare che il mio tempo sia a loro disposizione senza un fine ben definito.
Ho comprato una macchina giapponese. Comprando una macchina giapponese, dicono i più, potresti dimenticarti il significato lessicale della parola “officina”, in quanto i giapponesi, si sa, aspirano alla perfezione nella costruzione di ogni cosa. Non capisco la relazione tra acciaio polacco, manodopera romena, gomma cinese e progetto giapponese con l’eccelsa qualità, ma in questo periodo tutto è concesso tranne la lucida critica. Sicché mi dirigo in officina, perchè anche le macchine giapponesi possono avere dei difetti. Un uomo alto, straordinariamente alto e vestito di blu, mi vuole disperatamente comunicare efficienza, affidabilità e responsabilità. La sua comunicazione non verbale è esplicita, i mezzi sono quelli da televendita, il concetto espresso è molto lontano dalla minima soglia di efficienza: devo stare due ore in una sala di internamento, con delle riviste sulle macchine, una macchinetta del caffè e probabilmente altri esseri umani, aspettando che l’autovettura perfetta ritorni perfetta. E su questo divanetto di finta pelle mi immergo nell’analisi della pulsantiera della macchinetta del caffè. Caffe Macchiato, Mocaccino, Caffe espresso, Caffe doppio, Molto Zucchero, Poco Zucchero, Acqua Calda, Solo Bicchiere. Mi stressa, mi snerva, mi da la sensazione che io stia buttando via il mio tempo. Ma è solo una sensazione, perchè gli altri esseri umani al mio fianco sembrano perfettamente a loro agio. Uno addirittura studia interessato una brochure di un grosso monovolume. Un altro, che mi ricorda una sensazione spiacevole, scrive accanitamente sul blackberry. Mi ricorda qualcosa che non vorrei ricordare. Poi alza lo sguardo e mi saluta sorpreso e felice. Lui. Siamo stati, a quanto pare, compagni d’università. Abbiamo bevuto della birra insieme, ora ricordo. Abbiamo studiato insieme, ora ricordo. Abbiamo festeggiato il mio 27 in Diritto Pubblico in un 20 luglio di non so quanti secoli fa. Poi partivo per la Grecia, con una piccola valigia, un gran bisogno d’amore e la certezza che avrei abbandonato l’università quanto prima. E’ sinceramente dispiaciuto di non avermi più rivisto e desidera raccontarmi dieci anni di vita in cinque minuti, partendo da oggi. Ha una casa, un cane, era fidanzato, lavora in banca, mette da parte i soldi per andare in Australia e vorrebbe lasciarsi alle spalle qualche brutto ricordo. Mi offre un caffe. Molto Zucchero. Non sono mai stato così lontano da una persona come in quel piccolo spazio buio. Desidero andare via. Desidero cambiare macchina. Adesso tornerei alla cara vecchia Ford. Giapponesi di merda. Mi racconta di Chiara ed Elisabetta. Dice di cercarle su Facebook. Poi di Mario e Paolone. Che ha avuto un brutto incidente proprio qualche mese fa con la macchina del padre mentre tornava da St. Moriz. Mi mancano qualche migliaio di ore prima della mia morte, e sono costretto a passarne una intera con un ricordo spiacevole e estremamente prolisso. Addirittura organizziamo una cena. Pagare del cibo per starti ancora ad ascoltare potrebbe essere dichiaratamente masochista. Finalmente il gigante blu entra nel piccolo spazio e mi comunica che l’efficienza giapponese ha avuto la meglio sulla manodopera romena. Salgo in macchina felice di scappare. Come quel 20 luglio, mentre spedito scappavo dai chiostri bollenti in cui un intera generazione fermentava prima di essere mandata al fronte. Ho perso due ore e mezza. Se poi ci aggiungi l’ora legale…

Cinnamon Lady

La signora sa di cipria. Siede elegante, leggendo un libro francese. Ha chiesto un the. Senza zucchero, senza latte e senza limone. Un the. Tiene gli occhiali nella mano sinistra e il piccolo libro nella mano destra. Da quando mi sono seduto sento l’odore di cipria. Passiamo sopra le alpi, bianche, con il cielo strano, avvolto in una foschia che sembra un vestito incerto appoggiato sopra le montagne.

Speravo di arrivare in città per il tramonto, invece guardo il sole cadere dietro al cantiere di un parcheggio mentre aspetto il treno, in piedi alla fine del binario, appoggiato alla valigia verde, mentre ascolto la musica delle chiacchiere in una lingua che non capisco. E quando arrivo in città è già sera, e trovo solo qualche tifoso che torna dallo stadio e un gruppo di taxisti che parlano contro un muro. Si sente il vento caldo passare tra i muri della piazza della stazione. Apro la finestra della mia stanza per sentire tutta questa città esplodermi nelle orecchie mentre guardo distrattamente la casella della posta.

Eppure un bel tramonto sono riuscito a vederlo, tra le montagne e il mare, in mezzo a una distesa sterminata di aranci e piccole case, mentre correvo con gli occhi fuori dal finestrino a cercare il mare. Poco prima mi sono fermato in un area di sosta cresciuta nel nulla brullo e giallo che sta dietro il mare, prima delle montagne. Mi sono fermato a pisciare, ho ordinato dell’acqua e ho aspettato che la commessa contasse tutti gli spiccioli che le ho dato, come se avessi tutto il tempo del mondo. Aveva due tette enormi, quasi ridicole. La targa con il nome che sembrava architettonicamente sospesa sopra la scollatura. Un nome impronunciabile. Dei capelli neri, troppo intensi per essere belli, troppo ricci per essere diversi. Mi guardava con disprezzo, come con chiunque si sia soffermato, suo malgrado, sull’enorme scollatura che la anticipava di almeno mezzo metro.

Ho mangiato del pesce, con delle olive, bevendo vino bianco e acqua fresca. Ho mangiato in mezzo a una strada di palazzi alti e moderni. Alveari pieni di luci e di tende colorate. Mentre mangiavo è entrata una ragazza, giovane, accompagnata da un signore di mezz’età, panciuto basso e compatto. Sapeva di cipria, lei. E’ che la cipria mi fa venire in mente mia nonna. Un tubo di ricordi in cui si potrebbe scorrere per ore. Allora mi sono salvato ordinando una torta di mele con cannella. Che la cannella è il mio ricordo più dolce. Colesterolo e memoria, e quel sapore che è sempre lo stesso, in tutto il mondo.

Consumando Finestrini

Tutti mi chiamano Franz. Ho quasi trent’anni, ho una casa, una moto e un lavoro. Certe mattine mi sorprendo a guardare mia moglie che dorme, pensando che sia una delle cose più belle del mondo. Non sono mai stato veramente stanco, non ne ho avuto tempo, anche se mi adeguo alla corrente e mi reputo molto stanco. Guardo la primavera da un finestrino. Campi sulla sinistra, casolari, un fiume e qualche macchina tra i primi alberi fioriti. Guardare la via da un finestrino è, ultimamente, la cosa più frequente. Viaggiare per lavoro è circa il settanta per cento del mio lavoro. Il restante trenta lo potrebbe fare qualsiasi neolaureato fermamente convinto di essere un vincente. Ma nessun neolaureato e pochissimi trentenni sarebbero disposti a guardare la vita da un finestrino, o per lo meno una parte così consistente della propria vita. Mi piacciono le parole magre, ma scrivo tremendamente grasso. Nel 2009, per forza di cose, compirò trent’anni. E pensarsi a trent’anni fa riflettere. Da bambino avrei voluto fare il frate, il pilota di aerei, il tramviere, ma solo di tram d’epoca con tante leve meccaniche da azionare e un corredo di rumori stridenti. Mi piace quello che faccio. Sono portato per quello che faccio. Eppure, essendo il 2009, certe domande sono portato a farmele anche su quello che faccio. Mi piace la mia casa, mi piace il fatto di avere una casa, ma potessi la sposterei di qualche kilometro. Vivo arroccato sotto la tangenziale, respiro un campionario di sostanze che nemmeno la Facoltà di Medicina possiede. Eppure quando torno a Milano mi sento davvero a casa. Vorrei avere dei figli, vorrei per loro un mondo decisamente migliore, ma poi a guardare la vita da un finestrino sei portato a pensare a che padre saresti. Sono uno zingaro di lusso, la mia casa sta tutta in una valigia verde, ormai graffiata e segnata da quattro continenti di aereoporti. Ho una manciata di amici veri, una famiglia allargata. Guardo nelle loro vite per cercare di capire meglio la mia. E sono veramente amico di chi fa lo stesso. Spesso mi sembra di perdere tempo. E che il tempo sia davvero l’unica cosa che è difficilmente rimborsabile. Mi aspettavo di arrivare a trent’anni decisamente messo peggio, e invece eccomi qui. Non mi preoccupano i capelli, e nemmeno quella coriacea pancetta pelosa. Perdo i peli sulle gambe, come se fossero consumate dai calzini da lavoro e condivido i momenti migliori dell’anno con un vassoio di patologie psicosomatiche per cui il mio medico curante mi guarda annoiato e con sguardo critico su questa generazione. Ma nemmeno questo mi preoccupa. Diventa sempre più importante fare davvero qualcosa con un senso, dire davvero quello che si pensa. E ascoltare meglio i rumori di questa vita. Mi chiamano Franz, tutti, amici e conoscenti. Mancano due mesi ai miei trent’anni e mi ritrovo sempre più spesso con la fronte appoggiata su un finestrino, a guardare distrattamente fuori e pensare. Ad essere grato per tutto questo. E a pensare. Consumando finestrini.

sono dunque esisto

Sono a Madrid, che per altro mi aspettavo molto più fredda, sia in senso climatico sia in senso umano. Invece è una simpatica e maestosa città, con un clima sorprendente e anche della gente che sorride e sembra prendere meno sul serio le cose inutili.
Ogni volta che parto dal Linate alla mattina presto vengo assorbito dalla straordinaria cazzutaggine (esisterà mai un termine migliore per indicare la fastidiosa supponenza per la quale, in possesso di una ventiquattro ore e di un biglietto aereo hai diritto a menartela e prendere la vita così male?) del popolo misterioso che la abita. Ogni aereoporto è un mondo a se stante. Ecco, Linate è un brutto pianeta, astioso, cocciuto, nebbioso ed estremamente altezzoso. E poi un giorno c’è il ghiaccio, un giorno lo sciopero, un giorno la nebbia, un giorno le lepri. Nemmeno il popolo di Israele durante l’Esodo ha dovuto sudare così tanto per la meritata salvezza. Che poi non arriva mai. L’unica salvezza è nel colorito popolo di commessi che abita le silenziose mura dei negozi dopo il check in: come visitare le rovine di Pompei dopo l’eruzione.
Sono anche felice perchè mi rendo conto che per essere felici basta un buon clima, un buon vino e un buon prosciutto.
Sono stanco, perchè essere stanchi è il minimo comune denominatore del 2009. A non essere stanchi si potrebbe passare per quelli che della crisi se ne sbattono e questo potrebbe essere estremamente politically s-correct.
Sono molto fusion, perchè porto in giro il mio maglione grigio, liso sui gomiti, in tutto il mondo da un paio d’anni e nessuno, fuori dalla Cerchia dei Bastioni diMilano, si pone il problema di darmi del barbone. Tutt’al più fusion. Barbone rivisitato.
Sono finalmente un lettore felice. Era da parecchie migliaia di pagine che non percepivo un’emozione, e finalmente questo libro di Zafon, L’Ombra Del Vento, mi ha regalato un piccolo sussulto sul finale. Sembrerebbe un buon libro, un buon film, una bella storia. Vediamo se il Grande Pubblico potrà mai distruggerlo con il suo indice di gradimento.
Sono estremamente anti tecnologico. Qualche tempo fa, dopo quasi quattro minuti e mezzo di processo decisionale, io e la Signora abbiamo portato a casa un prezioso lettore ultima generazione. Quelli che leggono tutto: dvd, cd, mp3, dvx, altri novantasette formati coreani, penne usb, chiavette, portachiavi, scolapasta. Esso si connette con tutti gli elettrodomestici della casa, si relaziona, aggiorna, si qualifica. Vive di vita propria, appoggiato sornione vicino allo stereo. E siamo tornati cinefili, perchè cinofili lo siamo già ma avere un cane è un po’ come avere un bambino e viceversa, quindi meglio essere cinefili prima di cinofili. E via di grandi dvx, dvd, filmoni, oscar, produzioni minori, filmetti, pacchi, cazzate e videoclip. Poi una sera, posseduti dal demone dell’eterno bambino decidiamo di vedere Le Cronache di Narnia 2. E guardiamo i primi dieci minuti, e ci appassioniamo. Bello di brutto. Poi di colpo, salta al finale, svelandoci amori, tradimenti, uccisioni e successi. Una tragedia. Allora proviamo con Seta. Perchè ci piaceva essere romantici. E vediamo cinque minuti. E poi ancora cinque minuti. E poi ancora cinque minuti. Ma il problema è che erano sempre gli stessi cinque minuti. Che tu dirai che Baricco non ha mai avuto un cazzo da dire al mondo, ma cinque minuti di film ripetuti per due ore non sono da lui. Allora dubiti dell’oggetto ultratecnologico. E abbandoni la fiducia nella tecnologia. Guardi di soppiatto la lavastoviglie e controlli di nascosto il computer mentre fa gli aggiornamenti. Ci vuole una vita a costruire la fiducia e cinque minuti di Baricco per distruggerla.

Oggi mi sento cattolico, sarà per il cambio del tempo?

Olio
C’era uno, prima di lui, che aveva la stessa, comica, infatuazione per le autostrade e per le grandi opere in genere. Ha fatto costruire un pugno di autostrade, poderose lingue d’asfalto che solcano la ridente provincia per collegare la capitale agli altri centri nevralgici del paese. Segno indistinto di una incredibile fiducia nel futuro, ottimismo sereno e costruttivo e grande considerazione di se stessi. Aveva, il suo omologo, la scusante del futurismo. Erano anni in cui imperava il futurismo e avere fiducia nel futuro non era sintomo di stupidità ma semplice buon senso. Allora circolavano circa due macchine ogni centomila cristiani e sulle autostrade potevi tranquillamente organizzare un matrimonio con ricevimento senza che nessuna macchina passasse a disturbare. Ora, vuoi che nessuno si sposa più, vuoi che ci sono due cristiani ogni centomila macchine, costruire un’autostrada può anche essere un segno di pragmatica intelligenza. Come il suo predecessore, anche lui va forte per le inaugurazioni. Nastri, nani e ballerine, sindaco con fascia, assessore e popolino festante, un paio di parroci, meglio monsignori e per finire una bella mangiata tutti insieme. Si potesse vivere sempre sotto i riflettori, questo sarebbe il palco più piacevole per chiunque.
A un certo punto si è riscoperto cattolico. La storia della zia suora è finita in tragedia, un po’ perché nessuno trovava questa fantomatica vecchina in abito nero, un po’ perchè per vincere un’elezione basta avere all’opposizione un manipolo di ex sessantottini in precoce fase di rincoglionimento. Ma il cattolico non passa mai di moda, è una tentazione facile, un gioco da ragazzi e un paio di milioni di voti assicurati. Così c’è questa tragedia umana, con l’inumana tragedia di un sistema legislativo e di una struttura sanitaria inadeguati a contorno. C’è questo caso bollente. Ci si consulta con qualche fidato consigliere e si spara la prima cazzata, giusto per vedere i movimenti del nemico. Il nemico bolscevico. Nemmeno Willy il Coyote era così ossessionato da Beep Beep.
La superficialità con cui vengono trattati certi argomenti è sconcertante. Gente che avrebbe bisogno di un trapianto di cervello e che si limita a un trapianto di capelli non può che essere l’emblema di un pressapochismo masochista e opportunista.
 
Stanlio
Passeggia per lo studio fregandosi le mani incurante del casino che anticipa sempre l’inizio di una diretta speciale. Per due anni e mezzo è stato costretto a partorire ore di palinsesto televisivo usando il plastico di una casetta, un pugno di criminologi e altri simpatici specialisti, per commentare un omicidio. Anni, migliaia di ore di trasmissione. Arrivava a sentire alla bocca dello stomaco una stretta quando qualcuno tirava in ballo quel caso di cronaca nera che per lui era quasi un problema personale. Qualche tempo fa la speranza: un nuovo drammatico omicidio. Con in più tanta carne al fuoco: giovani, negri, drogati, amanti, sesso, trucchi, stranieri, studenti. Un sacco di roba che fa share. Ma poi non si può sempre campare di morte. E se lo sente anche questa sera, un minuto prima di andare in onda, che la morte ha stancato. Un giorno, mentre passeggiava per Roma, ha avuto un minuto illuminante, trovando il suo lavoro estremamente stupido, sconfortante, a tratti demenziale. L’approfondimento sul nulla, la notizia del niente, lo scoop della banalità. Ma si sa, a cinquant’anni è molto difficile re inventarsi.
Poi arriva la mazzata finale: i dati auditel confermano che un reality show ha battuto il suo approfondimento. Non resta che ributtarsi su qualcosa di nuovo. Non si finisce mai di combattere, pensa mentre la sua auto blu sfreccia verso casa.
Fare di ogni notizia un reality show è un diritto, il fatto che il popolo del canone preferisca un reality di basso livello a un reality di basso livello che parla di morte è abbastanza intuibile.
Purtroppo il tempo a mia disposizione è scaduto, devo passare ai saluti. Vorrei salutare tutti i miei amici del gruppo Cattolici Improvvisati di Voghera, che hanno fatto un pullman per Udine insieme alla parrocchia di San Zeno Portuense di Abbiadolo del Mincio. Ringrazio loro e tutti gli amici della Fede Quattro Salti in Padella per la gratuita dimostrazione di spumeggiante ipocrisia a favore di camera. Ricordatevi di congelare il vostro credo appena finito di usarlo, per poterlo sfoggiare ancora quando necessario.
Saluto anche gli amici del Gruppo Radicali Liberi. Un gatto attaccato ai maroni per tutti quei laici che vorrebbero discutere in uno stato laico insieme ad altri laici per non sfruttare le emozioni del momento.
Saluto calorosamente anche alcuni protagonisti della vicenda, tra cui l’Omino delle Autostrade che ha dichiarato ai giornali che la povera Eluana, in quanto donna, avrebbe potuto anche, in quelle condizioni, rimanere incinta. Anche un cretino integrale, in un brutto sogno, potrebbe diventare Presidente del Consiglio. Saluto il Sommo Pontefice e la sua straordinaria preoccupazione per ogni singola vita umana, anche se talvolta penso che se il Vaticano fosse stato in Uganda a Udine non accendevano nemmeno un lumino.
E alla fine saluto anche tutti quelli che stanno facendo il testamento biologico su Youtube, dimostrando padronanza del mezzo e chiarezza di idee. Anche io presto farò la Dichiarazione dei Redditi sul cofano della macchina.
Rest in Peace

Mario Bros is still alive

Prelude
La mia casa, la nostra casa, è una casa vecchia. Costruita poco dopo la guerra è un piccolo bigino del perfetto compromesso tra speculazione immobiliare e follia urbanistica a beneficio di tutti gli studenti di architettura che pascolano per le vie del centro pensando a quanto sia cool fare gli architetti. I muri sottili servono giusto a evitare che la si possa scambiare per una tenda a quattro piani, e le tegole del tetto sono messe a domino in modo che ogni volta che un filo di vento si alza qualcuno possa morire evitando di affollare il quartiere. Questo, teoricamente, non dovrebbe incidere sulla qualità della vita degli inquilini, che per altro hanno tutti un età compresa tra i sessanta e gli ottanta ma verificabile solo con il Carbonio 14. Inoltre il pragmatismo milanese degli ottuagenari inquilini permette di rimandare qualsiasi spesa riguardante il condominio. Non sono mai stato a una riunione di condominio, delegando sempre il mio voto in base a momentanee simpatie, ma suppongo che le accese discussioni tipiche di un condominio si risolvano a botte di brodino e cardioaspirine. Abbiamo un ascensore spazio temporale, con porticina di alluminio e neon da serial killer, che per fare quattro piani impiega una legislatura media. Abbiamo una soffitta animata da simpatici animaletti che scorrazzano tutta la notte esattamente sopra il mio letto e che tutti fingono di non vedere pur di non cambiare la porta rosicchiata che risolverebbe il problema. Abbiamo un portinaio cingalese che ha perfettamente capito come si può unire la filosofia mediorientale con quella italiana e riesce a imboscarsi e mimetizzarsi meglio di uno Swat. Tutto, insomma, procede in una orrenda normalità metropolitana. Un giorno il palazzo sparirà divorato dal suo naturale invecchiamento a cui nessuno vuole porre rimedio, ma per quel giorno tutti sperano di essere già morti e sepolti a Lambrate. Nel preciso istante in cui stavo per orizzontalizzare le mie membra sull’invitante divano per celebrare il rito letargico del sabato, in pratica giusto nel momento in cui mi stavo per scafasciare sul divano pronto a rialzarmi solo per cenare, il campanello ha suonato. Cosa che succede solo due o tre volte l’anno. Annuncio di sventure. L’ultima volta era la signora del piano di sotto che lamentava una piccola macchia d’umidità in cucina, poi rivelatasi, agli occhi dei sommozzatori che hanno recuperato suo marito, una cosa da nulla. Questa volta è suo marito. Io non odio. Non ho lo spirito per odiare, non sono nato per odiare, non sono pronto a farlo. Posso amare poco, posso rimanere indifferente. Ecco, talvolta sono dispiaciuto di non poter odiare. Perché se solo potessi, odierei questo ometto altezzoso, cardiopatico quanto supponente, che come passatempo chiama l’amministratore di condominio per lamentarsi dei rumori. L’ometto mi chiede se sto facendo andare la lavastoviglie. Che in effetti vibra silenziosa ed efficiente. Questo perché la sua cucina ha l’acqua alta come Piazza San Marco. E io, come San Tommaso, desidero verificare. Dopo qualche bracciata in effetti ho potuto constatare che la cucina sembrava una gigantesca pentola a pressione.
Body
Lo Spurgo è un lavoro di estrema praticità. Grandi emozioni, continui cambiamenti e una crescita professionale senza pari lo rendono una professione estremamente ricercata, appena sotto alla neurochirurgia. Si tratta di infilare, con fare veterinario, qualcosa dentro il sifone intasato, ravanare per qualche minuto, ridacchiare sotto i baffi, alzarsi e dichiarare che è tutto intasato. Snocciolare qualche plausibile causa, detriti umani, caffè, capelli, preservativi, gatti, amianto, unghie lunghe. Mentre si scrive la fattura da migliaia di euro, fingendo di avere una partita iva, si procede con l’elenco delle precauzioni da prendere perché il problema non si ripresenti. Evitare di mangiare, evitare di bere il caffè, non utilizzare il preservativo, non buttare cadaveri nel lavabo, evitare che il gatto si tuffi nei tubi, non perdere i capelli, e in generale usare poco la cucina, magari solo per dormire. Si cammina per casa con ridicoli scarponi con le punte rotonde, si usa il telefonino e si chiede di poter usare anche il bagno.
Happy Ending
Il fatto che un tubo non duri quarant’anni è plausibile. Non mi intendo di aspettative di vita dei tubi, ma posso capire che sia un discorso abbastanza casuale. Il fatto che per cambiare un tubo bisogni radere al suolo un palazzo è già meno comprensibile. Tutti ascoltano interessati le parole dello Spurgatore misterioso, che approfitta del momento di notorietà per darsi un tono e dispensare consigli sullo stile di vita.
“Ricordatevi anche di mangiare la frutta lontano dai pasti, per evitare fastidiosi gonfiori. Per quanto riguarda il tubo, è un problema che riguarda prevalentemente il secondo e il terzo piano, scarichi secondari compresi. Con una mattinata di lavoro dovremmo riuscire a demolire tutto il secondo e il terzo piano, lasciando cadere il quarto sopra il primo e ricostruendo due piani nuovi sopra. Ovviamente con i tubi nuovi”.
Lentamente i non direttamente interessati si dileguano rintanandosi nelle loro case e rimaniamo solo in quattro. Io in verità rimango per forza d’inerzia e per sentire quanto mi costerà, beata ossessione economica, tutta la manovra. Si prospettano lavori di alta ingegneria e relativi costi spaventosi. Risalendo le scale insieme ai miei amici ottuagenari, nessuno usa l’ascensore per evitare di passare il compleanno tra il secondo e il terzo piano, mi accorgo della distruzione morale che questo evento minimo ha portato nelle loro vite, regolate dal tg3 e dai cardiotonici. Attendo il mio momento speculativo, perché io devo vedere cosa cazzo ha intasato realmente un intero palazzo. Non prima di aver chiesto alla Signora se per caso si sia ricordata di non buttare plastica umido e carta direttamente nel lavabo.