il Gergo Del Maestrale

Sono tornato dalla Camargue con della lavanda, un senso di pesantezza dovuto all’ossessivo utilizzo dell’uovo nella cucina provenzale, il rumore del vento nelle orecchie, un forte consolidamento della naturale antipatia verso gli esseri umani che abitano il suolo francese e una riflessione di un certo spessore. La lavanda è sotto forma di saponette, sacchettini, bustine, pacchetti e si presenta un po’ come l’acqua, in forma liquida, solida e gassosa. Così adesso girando per casa si potrebbe dire di essere in uno stabilimento de L’Occitane in cui si sono rotte due vasche di lavanda. All’uso massiccio di uova sto già ponendo rimedio con brodini, zuppe e tutto il corredo alimentare che mi rende anziano agli occhi di mia moglie. Adorando generalizzare, e allo stesso tempo rendendomi conto del terribile errore, quando trovo conferma diffusa alle mie generalizzazioni provo un senso di soddisfazione che forse solo Napoleone ha potuto provare. Eppure lascio spazio al dubbio, quindi non mi permetto di dire che i francesi sono tutti antipatici, piuttosto dico che ho avuto delle grandi difficoltà a relazionarmi con questi sopraffini esseri, e nello specifico con talune stupende creature, che il buon Dio ha dotato di enorme bellezza, di enorme charme, di enorme sensualità e di una incredibile consapevolezza di essere le uniche donne al mondo ad avere tutto questo.  Mentre il Maestrale spazzolava la regione, piegando gli alberi e stordendo gli uomini, riflettevo su quanto io sia a disagio quando non capisco quello che la gente mi dice.

Io sono in grado di ordinare da mangiare in quattro continenti del mondo, come di chiedere un pacchetto di sigarette e di sostenere una banale conversazione sul tempo o su argomenti generici come la struttura a tutto sesto di alcune cattedrali pre romaniche. Ciò è prevalentemente dovuto alla grande ossessione con cui il mio professore del liceo mi ha inculcato alcuni pilastri della lingua inglese. Per fortuna, o perchè così va il  mondo, laddove ho avuto plateali problemi con il mio inglese mi sono salvato con una primordiale forma di spagnolo, dovuta a una vacanza studio di millenni fa dove per limonare e per mangiare era necessario esprimersi correttamente in spagnolo. Ecco, queste mie caratteristiche mi permettono di capire cosa stanno dicendo le persone che siedono con me a un tavolo di lavoro in America, in Olanda, in Germania, in Sud Africa, in Spagna, eccetera eccetera. In Francia no. Questo non è possibile. Molti parlano inglese in Francia, ma lo fanno con lo stesso entusiasmo con cui io affronterei una devitalizzazione di un molare. E probabilmente per loro non c’è anestesia. Così sono stato tagliato fuori dal mondo per quattro giorni, non capendo cosa ordinavo, dove andavo, perchè mi stessero insultando. Leggevo cartelli incomprensibili, scrutavo mappe ignote, mi insospettivo ad ogni sguardo, pagando il prezzo della mia ignoranza. E mi sono trovato nel letto, ascoltando il Maestrale che soffiava e la Signora che dormiva, a riflettere su quanto possa il linguaggio. Quando non capisci esegui, convivi con il problema, sopravvivi evitando il contatto. E ho trovato di colpo, alle 2 e 32, svegliato da un cavallo francese che nitriva, e senza capire cosa dicesse…, dicevo ho trovato la radice di una infinità di problemi.

Quando mi parlano di titoli tossici, di epurazione delle incogruità o delle discordanze processuali il mio cervello fa quello che farebbe il cervello di chiunque di fronte all’ignoto: si domanda se si tratti di una minaccia diretta a me o ai miei cari. Compreso che gli investimenti di Unicredit non sono stati una minaccia vitale diretta, ho continuato per mesi a vivere serenamente anche se il mondo andava a puttane. Non comprendendo il linguaggio non posso accedere alle informazioni che forse mi interesserebbero davvero. E se quel magrebino vestito da 50cent che mi ha parlato per due minuti mentre la Signora pisciava in un Cafe mi avesse voluto avvisare degli imminenti rischi nell’investimento sui mercati emergenti? E se invece si fosse dichiarato, dicendomi che mi amava alla follia? Compreso che il suo tono non era aggressivo e che non stava maneggiando nessun corpo contundente mi sono limitato a isolare la sua voce annuendo ogni quarantacinque secondi per dimostrare la mia solidarietà. E quando il dottore mi ha detto che alcuni valori proteici non collimano con le normali aspettative e quindi si può sospettare una forma infiammatoria di primo livello, localizzata sui tessuti molli, ho semplicemente interpretato dal suo sguardo, immaginando che ciò non fosse letale.

Insomma vivo nel baratro della mia ignoranza e devo alla Camargue la tragica scoperta del valore delle parole. Che forse, come diceva qualcuno, dovrebbero avere lo stesso peso delle armi. E questo mi mette molto a disagio.

Delle tre pagine che ho scritto sul Maestrale non resta nulla, infame cestino di Windows. Ma forse è meglio così. Mi si consenta di chiudere dicendo che mi sono rotto i coglioni di Zafon e delle sperticate recensioni che fanno. E’ sempre lo stesso libro. E sono tornato nel baratro di Fred Vargas, che scrive sempre lo stesso libro da dieci anni, ma te ne fa accorgere solo dopo che lo hai finito.

"Ai Papi piacevano gli uccelli" (audioguida in italiano, Avignone, Palazzo dei Papi)

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