Consumando Finestrini

Tutti mi chiamano Franz. Ho quasi trent’anni, ho una casa, una moto e un lavoro. Certe mattine mi sorprendo a guardare mia moglie che dorme, pensando che sia una delle cose più belle del mondo. Non sono mai stato veramente stanco, non ne ho avuto tempo, anche se mi adeguo alla corrente e mi reputo molto stanco. Guardo la primavera da un finestrino. Campi sulla sinistra, casolari, un fiume e qualche macchina tra i primi alberi fioriti. Guardare la via da un finestrino è, ultimamente, la cosa più frequente. Viaggiare per lavoro è circa il settanta per cento del mio lavoro. Il restante trenta lo potrebbe fare qualsiasi neolaureato fermamente convinto di essere un vincente. Ma nessun neolaureato e pochissimi trentenni sarebbero disposti a guardare la vita da un finestrino, o per lo meno una parte così consistente della propria vita. Mi piacciono le parole magre, ma scrivo tremendamente grasso. Nel 2009, per forza di cose, compirò trent’anni. E pensarsi a trent’anni fa riflettere. Da bambino avrei voluto fare il frate, il pilota di aerei, il tramviere, ma solo di tram d’epoca con tante leve meccaniche da azionare e un corredo di rumori stridenti. Mi piace quello che faccio. Sono portato per quello che faccio. Eppure, essendo il 2009, certe domande sono portato a farmele anche su quello che faccio. Mi piace la mia casa, mi piace il fatto di avere una casa, ma potessi la sposterei di qualche kilometro. Vivo arroccato sotto la tangenziale, respiro un campionario di sostanze che nemmeno la Facoltà di Medicina possiede. Eppure quando torno a Milano mi sento davvero a casa. Vorrei avere dei figli, vorrei per loro un mondo decisamente migliore, ma poi a guardare la vita da un finestrino sei portato a pensare a che padre saresti. Sono uno zingaro di lusso, la mia casa sta tutta in una valigia verde, ormai graffiata e segnata da quattro continenti di aereoporti. Ho una manciata di amici veri, una famiglia allargata. Guardo nelle loro vite per cercare di capire meglio la mia. E sono veramente amico di chi fa lo stesso. Spesso mi sembra di perdere tempo. E che il tempo sia davvero l’unica cosa che è difficilmente rimborsabile. Mi aspettavo di arrivare a trent’anni decisamente messo peggio, e invece eccomi qui. Non mi preoccupano i capelli, e nemmeno quella coriacea pancetta pelosa. Perdo i peli sulle gambe, come se fossero consumate dai calzini da lavoro e condivido i momenti migliori dell’anno con un vassoio di patologie psicosomatiche per cui il mio medico curante mi guarda annoiato e con sguardo critico su questa generazione. Ma nemmeno questo mi preoccupa. Diventa sempre più importante fare davvero qualcosa con un senso, dire davvero quello che si pensa. E ascoltare meglio i rumori di questa vita. Mi chiamano Franz, tutti, amici e conoscenti. Mancano due mesi ai miei trent’anni e mi ritrovo sempre più spesso con la fronte appoggiata su un finestrino, a guardare distrattamente fuori e pensare. Ad essere grato per tutto questo. E a pensare. Consumando finestrini.

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