sembrava un giorno di festa

La città, ospitale come suo solito, mi ha aspettato per mettere in scena un vento forte, dall’Atlantico, con le nuvole a spasso sopra la terra piatta e la gente con il naso all’insù per cercare di capire. Che poi non c’è davvero niente da capire, semplicemente ricordare della primavera che ci cade addosso. Guardavo la gente correre nel fresco del mattino, guardavo la gente perdere autobus, comprare sigarette di contrabbando, guidare nervosa, fumare telefonando davanti a un semaforo rosso, insomma vivere. Il telegiornale della mattina intervistava diversi esperti, nessuno si premurava di intervistare un maiale, nessuno si sognava di andare in Messico a verificare. Già tornare era un problema, figurarsi andare. Poi, tra i semafori e le sedie dei caffè davanti al Museo Della Regina, la paura si trasforma nell’idiota certezza di essere estranei. Qualcuno, i più instabili, addirittura ha iniziato a credere nel governo e nelle misure messe in atto. Come se incellophanare tutti quelli che hanno un po’ di febbre può essere una soluzione. Nel quartiere gay, dopo la mezzanotte, c’è molta gente in giro. Uomini, molti uomini. Il barista mi parla, fissando i miei occhi stanchi e rabboccando il bicchiere con Barcelò pastoso. Dice che gli omosessuali sono sopravvissuti all’Aids, figurarsi a un influenza. Non fa una piega. Non sono gay, non sono sopravvissuto all’Aids, non vorrei provare a sopravvivere a niente, visto che già sopravvivo alla vita con risultati modesti. A letto in albergo leggo il giornale del giorno prima. E’ un privilegio del viaggio quello di non avere fretta di sapere, rendendosi conto che una volta saputo si potrebbe fare ben poco. Le pagine scivolano fino a un inserto speciale dove gli stessi esperti del telegiornale raccontano le loro teorie. Una avvincente tabellina racconta i morti del passato, le pandemie del secolo scorso, come se dire secolo scorso togliesse ogni rischio. In città si vedono le prime mascherine. E non si sa mai chi sia il coglione: tu con la mascherina o io senza? Nel dubbio procediamo per le nostre strade, tu sicuro di non morire, almeno di questa influenza suina, io sicuro che tanto prima o poi morirai, magari nel sonno, senza mascherina. Tu non sai quante volte mi sono tolto pazientemente la cintura, appoggiandola nel cestello di plastica insieme al telefono e all’accendino, per dimostrare di non essere un terrorista. Cento volte? forse qualcuna di più. Mai davanti a un astronauta, curiosamente calmo, che mi guarda da sopra la sua mascherina. E non ho mai visto ordinati poliziotti antisommossa, asfissiati nelle loro mascherine 3M, aerodinamiche quanto brutte. E se per questo non ho mai viaggiato con passeggeri tranquillamente seduti, cintura allacciata e mascherina al suo posto. Solo una malattia terribile può togliere la fortuna di vedere i sorrisi degli altri, penso. Ci penso sorseggiando una birra in lattina che avrà preso tutti i microbi possibili, mentre l’aereo inizia a ballare sopra il mare, sempre più violentemente. E penso che sarebbe davvero assurdo per te morire per una turbolenza, mangiato dal mare, con la tua mascherina. Poi mi fermo a fumare fuori dall’aeroporto, nel movimento dei tassisti abusivi, pensando a cosa dovesse succedere se fossi io il paziente zero italiano. Spengo la sigaretta sui dubbi lasciando per terra anche l’inutile paura dell’incontrollabile.

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