Cinque ottime ragioni per diventare padre

Seduto al bancone di un bar, fumo lentamente cercando di non guardare i cinque soldati che davanti a me mangiano e bevono.
Di fianco, seduti a un tavolino nell’angolo, due ragazzi, lei biondissima, bevono lentamente due rhum più qualcosa. Per mischiare il rhum ci vuole cultura, e un barista. Di quelli veri. Che tutti sputano su una delle professioni più importanti e nobili del mondo. Dalla vecchia che sta appoggiata sulla cassa non mi farei fare nemmeno un bicchiere d’acqua, ma in posti come questo si fa di necessità virtù.
La vecchia ha zoccoli pesanti, che sbattono per terra ogni volta che si avvicina ai soldati per portare birra. Diavolo, quanta birra.

Sono venuto qua per scrivere. Fuori c’è una notte perfetta, stelle luminose e vento caldo che tira verso il lago. Alle spalle le alpi bianche. In strada nessuno. Sono paesi in cui le anime vengono per dormire. Uno sputo dalle grandi città, per questi villaggi fantasma. C’è anche la chiesa. Con il campanile. Prima che la vecchia mettesse una radio immonda che manda jazz, musica napoletana, grandi successi tedeschi e colonne sonore di film americani senza nessuna logica, si sentivano anche le campane.
La mia stanza da esattamente sulla canonica. I soldati alzano la voce senza accorgersene. Ridono, urlando. La fortuna di non capire una parola non mi salva dal rumore assordante. Festeggiano.
La bionda si toglie lentamente la felpa, lasciando che tutti gli occhi guardino la vita che spunta da una maglietta.
Sono posti, sono situazioni, in cui potrebbe non succedere nulla per anni. Forse per secoli.
A parte il rumore assordante delle risate dei soldati, ubriachi.

Non c’è niente di peggio che avere in testa una poesia per tutto un viaggio. Tra curve e tornanti, tra passi di montagna e statali infinite, le parole che scorrono chiarissime in testa. E poi arrivare e non ricordare nulla. Forse per i soldati. Forse per la stanchezza.

Ci sono tantissime ragioni per cui ho voluto un figlio. Tutti validissimi argomenti di discussione tra uomini che non hanno figli. Poi, il test di gravidanza, il pancione, i mesi infiniti di coccole, visite, abbracci, lavori in casa. E tutte queste ottime ragioni ti sembrano la cosa più ovviamente giusta del mondo. Ti ci vuole solo un po’ ad abituarti al fatto che sei diventato padre. Solitamente mesi. I più bravi ci mettono poche settimane. I peggiori una vita. E non sempre, avere di fianco una donna che diventa madre aiuta. Quelli che ci mettono pochi giorni vanno tenuti lontani. Sicuramente presto o tardi imbracceranno un fucile automatico e raderanno al suolo una scuola o un’ospizio. Nel migliore dei casi si schianteranno dopo essere andati a travestiti in una statale sperduta, ubriachi fradici del loro finto splendore.

(la vecchia mi serve dell’Havana 7, i soldati abbandonano in gruppo il posto, comincio a sentire Frank Turner nelle cuffie, la vita mi sorride).

Sembra scontato, ma diventare padre è una rivoluzione. Una di quelle rivoluzioni che nella vita sono necessarie. Niente sarà come ti aspetti, e tutti quei cazzo di libri che stravendono a genitori psicotici servono giusto a ingannare il tempo tra il test di gravidanza e la sala parto.

Per diventare padre serve incoscienza, serve coraggio, serve una donna, serve un sacco di amore.
E servono delle ragioni. Più del coraggio e più dell’amore.

Forse una delle ragioni è proprio l’amore.

Guardando mio figli negli occhi sento tutto l’infinito di una nuova vita, una nuova persona, un nuovo futuro. Mentre gioca, impegnatissimo, con un pezzo di qualsiasi cosa che per noi è insignificante, sento tutto il brivido del suo futuro. Ecco un’altra ottima ragione: il senso del futuro. La continuazione di qualcosa di immenso. Mio figlio vivrà anni che io non posso nemmeno immaginare. Mi spetta di dargli in mano un mondo il più possibile umano, o meglio la capacità di sopravvivere in tutto questo. Poi vivrà, amando, odiando, godendo e soffrendo, per conto suo. Roba da vertigine.

Un figlio è il miglior modo di dire ti amo. Alla vita, alla donna che ha il coraggio di averti al fianco, al tuo passato e al tuo futuro. Ecco la terza ragione: un figlio, di questi tempi, è un gesto sconsiderato, economicamente svantaggioso, un’incognita, quasi folle, insomma un gesto d’amore.

(la vecchia alza il volume mentre Sting canta. Presa da un improvvisa voglia di movimento si mette a pulire un tavolino)

Un figlio, quarta ragione, è il viaggio più lungo e vero che tu possa fare. Dura una vita e non ne conosci la destinazione.

In fondo, hai ragione tu, siamo davvero pochi. I giardinetti sono pieni di vecchi e badanti. Dovrebbero togliere i giochi e le altalene, e sostituirle con degli svuota catetere o con delle cabine telefoniche. Non mi spetta di analizzare il problema, non mi spetta di giudicarlo.
Posso solo dirti che, se puoi appena appena farlo, ti suggerisco vivamente di fare un figlio.

Anche e soprattutto per goderti la quinta ragione. Che capirai solo dopo averlo fatto ed aver compreso di essere diventato padre: è la cosa più totale che tu possa provare. È un orgia di sentimenti, una nausea di sensazioni. È il totale di una somma che credevi di aver già calcolato. È la provvisorietà di tutte le cose che credevi certe.

C’è della poesia nella fatica di tutti i giorni, nelle aspettative, nelle notti insonni, nei sorrisi.

Sono ottime ragioni per fare un figlio. Lo stesso provarci, se fatto con continuità, è una gran bella ragione. E almeno per questo, non dovresti aver bisogno di libri.

(la vecchia spegne lo stereo con decisione. Sono rimasto solo, con la mia poesia appesa chissà dove. Maledetta memoria).

La buona sorte, il buon vino, le buone parole, i buoni propositi

Mi manca il cemento assolato della bassa California, le distese di capannoni sul mare, l’indistruttibile certezza del ceto medio, ordinatamente parcheggiata fuori dalle anonime villette. È un periodo in cui mi manca l’America. Sono appena uscito da un ristorante thai, nella provincia tedesca, maledettamente umida. Sono un terribile bambino. Il gioco di non avere mai rimpianti mi ha lasciato molte più rughe in faccia di quante se ne possano augurare a un giovane barbuto sulla trentina. Il disordine dei miei capelli è lo specchio del disordine dei miei pensieri in questi giorni.

Mi manca lo swing di Sinatra in sottofondo nelle ovattate reception degli hotel di Chicago, nelle sere prima di Natale. Fumando, osservando le stelle, mi accorgo di essere già stanco della Germania. Passano due moto nell’oscurità della sera. La provincia tedesca è terribilmente verde, ordinata e ostinata. I posti plasmano le genti che ci vivono, o sono le genti a plasmare i posti che abitano?

Mi mancano le interminabili ore negli aeroporti di provincia americani, mi mancano gli odori e i sapori, mi manca la gente delle strade interstatali. Ho una certa avversione per il centro Europa. Mi piace il Mediterraneo per il senso di confine che hanno le sue coste, per la provvisoria felicità che il sole porta alle genti levantine immerse in problemi più vecchi della storia dei loro paesi. Mi piacciono le isole europee. Mi piace la Francia, il Belgio. L’Olanda ha un suo sapore romantico e amaro. È solo in Germania che mi stanco subito.

A casa mia sono fioriti tutti gli alberi. La primavera esplode a Milano. Adoro girare all’alba, con il fresco, senza traffico, per le strade del centro. Contando gli alberi in fiore e annusando i bar appena aperti.

Mi manca la Florida, mi manca Orlando, i suoi centri, il suo caldo, le sue paludi.

Sono stato fortunato ad avere il coraggio di non smettere mai di viaggiare in questi anni. Ho dentro gli occhi un bagaglio di immagini, dentro le orecchie tonnellate di suoni, nel naso interi anni di profumi e odori.
Provo ad immaginare una vita senza tutto questo viaggiare.
Non sarei io.

Ho mangiato un wok esuberante, saltato al punto giusto e pieno di soia. Come piace a me.
Mi piace la schiettezza della cucina asiatica. Mangio cucina asiatica nella provincia bavarese, ripensando agli anni americani. Ho buoni motivi per credere che non sarà per nulla facile smettere di viaggiare.

Quando ho iniziato l’Amore ai tempi del Colera, non sapevo che la letteratura sudamericana puzzasse di sudore, di galline, di strade polverose, di magia nera e bianca, di superstizione, di sole e freddo, di sangue e scarpe bucate. Di fiume, di fiori incredibili, di donne maliziose tanto da pensare che Dio abbia inventato la malizia guardando di sbieco negli occhi di una donna latina.

Quando ho iniziato a viaggiare per l’America di oggi, non sapevo che il solo camminare tra le loro strade potesse lasciare così tanti ricordi.

Mi piaccio per questo: in fondo non ho mai avuto un gran fiuto per il mio futuro, ma non mi sono mai tirato indietro davanti a una porta aperta.

Piego la camicia, sfioro le iniziali sul fianco, osservo la mia piccola valigia, punto la sveglia, cerco qualcosa d familiare nella stanza dell’hotel.
Non bisogna mai abbandonarsi ai ricordi. Soprattutto in Germania.

Vado a letto, sapendo che non dormirò. Dovendo ancora ricordare un sacco di America.

Un giorno presto o tardi, partirò per un lunghissimo viaggio in moto.
Forse in America.

Amore, harley e macedonia

Mi sveglio con un preoccupante ritardo sulla tabella di marcia, che già vive di perenne ritardo di suo. In pratica mi restano sette minuti netti per le rituali ablazioni mattutine, chiusura bagaglio, occhiata agli angeli che sparpagliati per casa dormono più o meno russando, per arrivare al taxi, al quale devo chiedere di correre (già previsto dal normale piano), per arrivare in aeroporto in tempo per saltare la coda, per salire sull’aereo attraversando il terminal correndo.
Con il tempo ho sviluppato tutte le prerogative che rendono animali unici i permanent travellers. Una è il costante restringimento dei tempi previsti per arrivare in aeroporto o in stazione.
Una specie di sfida con se stessi. Poi so prepararmi un bagaglio a mano per una o due notti fuori in sei minuti netti, prevedendo cambio elegante, cambio sportivo, generi di primo conforto, sacchetto per le grandi emergenze mediche tipiche, libri, e anche un comodissimo cambio aggiuntivo, utile a chi ama viaggiare con compagnie dalla cancellazione facile.
La perenne sfida con me stesso sui tempi mi porta a svegliarmi sessanta minuti prima della partenza del mio volo, al quale mi presento un minuto prima della chiusura dell’imbarco. Togliessi la sigaretta, guadagnerei in salute e tempo, ma non sarei più io.

Mi riaddormento, ma sono nel pieno di un sogno umido, pieno di musica, faticosissimo. Mi sveglio sulla carrozza numero 8, a 301 km/h, nel mezzo del nulla che è il mezzo della Spagna.
Adoro il treno. Adoro osservare tutta la vita scorrermi dal finestrino, senza saper minimamente dove sono.

Ricordati, se vuoi intraprendere un qualsiasi lavoro che ti porti a dormire fuori casa più del 50% del tuo tempo, che la prima cosa da imparare è come ordinare riso e pollo in tutte le lingue possibili. Per garantirti la stabilità intestinale necessaria a non morire accasciato nel bagno di una stazione di provincia o nelle spaziali aree di servizio austriache.
È l’unica cosa che devi davvero imparare. Il resto viene da se. Se sei uno dei numerosissimi schizzinosi del cuscino,quelli che se cambia un centimetro di cuscino non dormono due notti, oppure se sei tra quelli che non vedono nessuna possibilità di utilizzare una tazza diversa da quella del loro cesso, a costo di pericolose implosioni gastriche, ecco se sei tra questi, non ti preoccupare.
Niente come crollare di sonno su una tazza di un cesso per fumatori di un aeroporto cinese ti insegnerà in primis quanto sia fondamentale tenere separate le due attività, e poi quanto é facile adattarsi quando si ha davvero bisogno.

Mi godo un tramonto surreale. Faccio incetta di tramonti. Non ricordo quando ho iniziato a dormire ovunque. Ricordo solo di aver imparato a legarmi la borsa alla caviglia destra. Mi serve la musica.

Giusto ieri, uscendo dall’ufficio di corsa per evitare il lancio della macchinetta del caffè contro qualche collega, ho deciso il titolo del 2012. Ogni anno ha un titolo. Solitamente ricevo da me stesso la lista delle nomination verso ottobre. Così nel novembre 2002 potevo confermarti che si trattava di “noia, arachidi e mojito”. Come il 1997 fu l’anno del “ma porca di quella puttana”.
Grandi gioie per un 2003 all’insegna del “guanti, guantoni, ossa, sassi”.

Questo 2012 ha una copertina molto anni 70. Molto piena di quella psichedelica pittura apprezzabile solo con un uso massiccio di LSD. Comunque vada a finire, a oggi il titolo è “Amore, macedonia e Harley”.

Mi sono, preoccupantemente, già ampiamente rotto il cazzo (espressione gergale per indicare che mi sono rotto il cazzo) di sentire le lamentele, le preoccupazioni, le statistiche, le promesse, le aspettative, le lamentele, le preoccupazioni, le statistiche, le promesse e le aspettative. Le lamentele, le preoccupazioni, insomma un pericolosissimo circolo vizioso di lamentevoli voci.
Solitamente mi succede a luglio, quando giallognolo e con occhiaie spaventose, mi prendo clamorose sbronze di recupero per uscire dal tunnel dei fogli di excel e dei grafici.

Forse sto invecchiando. Ieri mi spogliavo insieme alla Signora, appoggiati ai bordi del letto. Spogliarsi ai bordi del letto nei primi sei mesi di fidanzamento solitamente corrisponde al massiccio utilizzo del letto stesso e dei mobili prossimi al letto per lussuriose complicazioni di carni. Spogliarsi ai bordi del letto per due sposi, solitamente corrisponde a un buon momento per litigare sulle vacanze. Spogliarsi ai bordi del letto per due neo genitori, corrisponde all’unico momento in cui parlarsi, tra mutande e perizomi e qualche immancabile gioco di silicone dalle forme lievemente falliche.
Insomma, io e la Signora ci spogliavamo osservando che forse, forse, forse, stia o davvero invecchiando. Solo un poco. Nulla di drammatico. Solo un sensibile movimento dell’orologio biologico. Una tacca in più. Io ci pensavo da qualche settimana. Ci metto due giorni a rimediare una sbronza, passo intere ore a cercare di ricordare dove ho nascosto qualcosa, sento freddo alla schiena quando vado in moto, e ho una cartella medica di cinque centimetri di spessore. Ma forse questo è solo per svariati anni di ipocondria.

Forse sto invecchiando. In ogni caso, sia chiaro, questo psichedelico anno, dal numero nobilmente tondo e pari, non mi vede gettare la spugna con anticipo. Non sia mai. Il mio vecchio spirito da piazzista porta a porta non ammette di gettare mai la spugna. Ma ho deciso che, perfetto sincronismo con la primavera esplosiva, questo sia l’anno dove re imparare ad amare.
Sempre altruista, in primis amare me medesimo. Insomma, qualche attenzione in più nei miei confronti non la vedo nemmeno male in un anno in cui i metrosessuali sono diventati ufficialmente un popolo. Non sai cosa sono i metro sessuali? Nessuno, prima che venisse inventato il maNscara, lo sapeva con certezza. Sono gli eterosessuali attenti al proprio corpo come gli omosessuali. Bistecconi palestrati, con ciglia perfette, addome depilato, eyeliner oppure maNscara, ossessiva attenzione per un discutibile genere di vestiti. Come tutte le brutte malattie, li trovi in palestra, in piscina, in discoteca e nei luoghi affollati. Ah, se provi dissenso, forte disorientamento, disapprovazione, sappi che pare che il metrosessuale sia il principale desiderio nascosto della maggior parte delle donne. Statistiche alla mano. Ergo, depilati, oliati, palestrati, dimagrisciti, dai al tuo lato etero uno schiaffo molto omo. Ma non emo.
Tu, io continuo a bere. Che prima o poi ritorno di moda. In qualche sottocultura di strada sono ancora in auge.
Comunque quest’anno mi vorrò tremendamente bene.
Poi amerò tutti. Molto più di prima. E seguendo la teoria delle cerchie di Google+. Partirò dai più vicini, ma prima o poi arriverò anche ai lontani. Pioggia di amore incondizionato.
Amerò, per chiarezza di intenti, anche alcuni oggetti. Tra cui la mia adorata moto.
Alla quale riserverò attenzioni e tempo.
Amerò la natura, anche se nel suo piccolo mi fa incazzare non poco.

Tra i primi gesti di questo nuovo trend, segnalo al grande pubblico una settantina di buoni propositi che vanno sotto la categoria “mi amo” e che so che non manterrò mai. Voglio smettere con il fumo, il caffè, grassi saturi, latticini, carni rosse, verdure filanti, cioccolato, alcool ma non rhum, ibuprofene. Voglio correre, nuotare, sciare, surfare, scalare. Vado sulla teoria dei grandi numeri. Su una scala di ottanta cose, è probabile che almeno una io riesca a farla.
Altro eclatante segnale è nel destino del mio balcone. Voglio piantare una pianta da frutto. Ma dato che mi piacciono sia i limoni, sia le fragoline di bosco, sia i pompelmi che le pesche, ho deciso di piantare una pianta di macedonia.
Pr questo sto accumulando lattine di macedonia in scatola vicino al vaso più grosso, per prepararlo al suo destino.

Sarà un anno così. L’amore starà a me come il sesso tantrico a Sting. Potrò garantire anche io ore, voci dicono otto di fila, di amore incondizionato.

Presto, molto presto tanto da poter dire prestissimo, mi amerò facendo l’incredibile sforzo di mettere ordine dentro Radiocorrida.
Avrà un titolo bellissimo.

Come questo 2012.

Life is short fritz, love, harley and fruit salad to all!

Antologia dell’ascensore

Sebbene talvolta possa sembrare difficile a credersi, ho una delicatissima sensibilità. A tratti, decisamente femminile, estremamente acuta, materna. Non ho mai avuto paura del mio lato femminile. Il mio lato femminile risulta spesso terrorizzato dalla bassezza umana del mio lato maschile. Che però al momento non rilascia dichiarazioni perché appena uscito da una durissima discussione con il mio lato infantile. Che gli ha detto che assomiglia al mio lato animale. Il quale, in primavera, ha il suo bel da fare e non si perde in discussioni, a suo dire, inutili. C’è il mio lato oscuro che invece ha stretto un patto con il mio lato sadico, ma i due non raggiungono da troppo tempo la soglia del quattro percento, necessaria per sedere nel mio parlamento interiore. Piccole correnti burrascose. Il mio lato autistico, sempre determinante quando si tratta di esprimere ripetutamente l’assenso o il dissenso a qualsiasi cosa, ha avuto il suo bel da fare nel convincere il mio lato religioso a lasciar cadere alcune pesanti offese che il mio lato punk sembrerebbe aver rivolto, invece, al mio lato banale. Che si trovava, al momento e manco a dirlo, insieme al mio lato pittoresco. Pare intenti in una gara di rutti.

In ogni caso, la mia spiccata sensibilità, delicato petalo di rosa a bagno in un tambler stracolmo di cinico disincanto, mi ha portato a leggere e ascoltare più di quanto fosse necessario, casi umani di vario genere presentatisi al mio cospetto per le più straordinarie ragioni umane.

Ricordo perfettamente di essere stato felice, mentre appoggiato al bancone del Mom Cafe tentavo di ordinare un Brugal, il quinto di una deliziosa serata settembrina, quando lei, il caso umano per eccellenza, con fare disinvolto si è presentata al mio fianco. Tutti i miei lati protestarono animatamente per l’incursione indesiderata. Sono uno dei pochi al mondo a capire l’urgente differenza tra una possibile scopata tra ubriaconi e il piacevole e solitario bere Brugal in santa pace. E, forte di un’esperienza ventennale, ho imparato a preferire tutto del Brugal, le conseguenze a breve termine e quelle a lungo termine. Eppure il mio lato femminile, sensibile piuma al vento, ha lasciato che il caso umano iniziasse a lavorarmi ai fianchi. Un immondo polpettone di sofferenze sentimentali, fallimenti lavorativi, handicap emotivi, mascherato sotto le mentite spoglie di una gradevole giovane. Mai errore fu più grande. La sconosciuta, credo si chiami Paola, o forse Giulia, ma più probabilmente Paola, mi si è attaccata come un cerotto, rovinandomi anche le due serate successive. E sono passati mesi prima che mi decidessi a tornare al Mom con tranquillità. I casi umani si legano a chi li ascolta.

E ho bene impresso nella memoria il figuro che mi è stato appioppato da un amico. Giovane, molto alternativo, spiantato come un orchidea recisa. Musicista, in un gruppo. Mi ha raccontato tutta la sua vita e, sfoderando uno dei primi iPod, mi ha infilato nelle orecchie una notevole raccolta di fallimentari esperimenti che lui e il suo gruppo erano decisi a pubblicare. Forte della mia formazione musicale, anni di Rancid, Nofx, Gorilla Bisquits, Negazione, eccetera eccetera, credevo di essere pronto a tutto. Ma l’imitazione del peggio dei Negrita, con velati cenni al peggio di Vasco e riferimenti marcati alle brutture di Luca Carboni, mi hanno piegato. Ascoltare tutto l’album, commentando ogni singola canzone, è stato incredibilemente sadico.

Non dimentico nemmeno il poeta amico di Pinketts, che mi ha mandato mail per quattro mesi. In quei giorni mi ero messo a studiare il concetto di stalking, per vedere se fosse possibile una denuncia. Io adoro la poesia perchè adoro i poeti. Sono uno dei pochi (circa trentamila, sommando qualche numero e qualche statistica) che continua a comprare poesia. Leggo poesia. Scrivo poesia. Adoro la poesia. E penso che ci voglia davvero poco per far poesia. Ma lui, me lo ricordo perfettamente, forse è uno dei rari casi al mondo di anti poesia.

Poi ci sono tutti i casi umani delle cerchie limitrofe. Ovvero degli amici di amici. Quelli di cui non te ne fotte una beata fava, ma con i quali sei misteriosamente amico su Facebook, e che si sentono in dovere di scaricarti addosso le loro sofferenze. Quelli sono i peggiori, perché te li trovi addosso nei momenti in cui abbassi la guardia. Hai appena abbandonato il passeggino, ti muovi veloce verso il buffet. Sai di avere non più di sei minuti, prima di essere richiamato ai doveri paterni, per fare: giro buffet, birra, sigaretta, rhum, sigaretta. Sei veloce e deciso. Ma lui, o lei, o addirittura lui e lei, ti si piazzano davanti, tra te e le zucchine grigliate, tra te e la preziosa libertà che solo un neo padre sa di trovare in un vassoio di verdure grigliate, e inizia un calvario di piccoli soprusi lavorativi, ridicole relazioni sentimentali di ventisette giorni troncate al ventottesimo, drammi domestici legati all’aumento di Sky. Roba che, chiunque abbia sofferto davvero nella vita, sa di poter considerare come piacevole quotidianità. Invece si crea attesa per il tuo commento appropriato, per il tuo giudizio ponderato, per il tuo sagace ottimismo. Sei come la pioggia per la Confagricoltori: se manifesti assenza, è un problema, se ci vai troppo pesante è un problema, insomma non ti resta che cercare alla voce Grandi Banalità e uscirtene con qualcosa di scontato. Niente sigaretta e niente rhum. In ogni caso.

Sopravvivere alla sensibilità e alla propria femminilità è qualcosa che si impara con il tempo.
Come la passione per il rhum, richiede pratica e conoscenza. Ma ci sono dei luoghi, dei momenti, in cui anche una cintura nera di cinismo, si trova in difficoltà. Purtroppo il mio fottuto menisco, uno dei miei fottuti menischi, mi ha mollato ormai da qualche anno. Come la maggior parte dei miei tessuti molli. Bastardi. Questo mi obbliga a prendere l’ascensore. Che è il luogo principe delle confidenze umane oltre che il luogo principe dove evitare di lasciarsi andare alla liberazione del basso colon.

E la mia discreta vicina, che sono certo essere un serial killer in pensione, mi ha preso alle spalle. Oggi. Io sono certo che lei abbia una collezione completa di tuttimi bulbi oculari dei fanciulli che ha sgozzato negli anni. Basterebbe guardare nel suo freezer. Invece tutti sono convinti che si tratti di una innoqua vecchina (si, innoqua, con la cu, qui si fa anche della grammatica).
E mi sono dovuto sorbire tutta la storia del tunnel carpale. Per la quarta volta in tre anni. Ma quanti cazzo di tunnel carpali ha, la mia piccola vicina? Perchè io so di almeno quattro interventi, tutti allo stesso fottutissimo polso sinistro.
Per forza, a furia di sgozzare i fanciulli della zona, bastarda mancina, avrei voluto dire.

Invece, chiudendomi la porta dell’ascensore alle spalle, ho solo detto: ” beh, almeno ci siamo tolti un problema, e adesso siamo pronti per uno nuovo”.

Una frase che stonerebbe persino in un romanzo di Moccia, persino nel libro di Alfano (si, ha scritto un libro. Ho avuto il personale piacere di leggere la quarta di copertina).

Eppure, il mio lato sensibile, la donna che in me abita da sempre, occupandosi di tenere fiorito il davanzale, è ancora capace di dire cose del genere.

Poi non stupirti di tutto il bisogno che ho di affogarmi nel rhum.

101 cose da fare prima di vivere

E’ tutto molto più umano, di questi tempi. E’ strano da sostenere, in effetti, ma bastano dieci gradi in più, un sole timidamente caldo, giornate dieci minuti più lunghe per cambiare opinione su molte cose, aumentando la propria tolleranza nei confronti dell’universo.

Come tutte le cose importanti della vita, anche questa inaspettata primavera dovrà essere ricordata per dei profumi, dei colori, delle sensazioni.

Mentre zigzagavo per la Svizzera, rispettosamente osservante dei limiti di velocità adatti a quadricicli trainati da equini, ho avuto il tempo, tutto il tempo, di ascoltare “la bianchezza della balena” del vecchio Vinicio.

Io di musica non so nulla. Non so nulla in generale. Anche se, generalmente, mi piace dire di saper qualcosa.

E’ sottile, talvolta, la differenza tra musica e poesia, tra scritto e cantato, tra vivere e sognare.

E’ una linea sottilissima, un filo di cotone, bianco per l’appunto, teso come una corda di violino, o di chitarra per gli amici rock. Solo alcuni, eccelsi, equilibristi, sanno come camminarci sopra.

Un filo di cotone, bianco, teso, legato tra due mani. Solo piedi esperti possono camminarci sopra.

Io ho una lista, adoro far liste, di grandi camminatori, sospesi tra la poesia e l’arte di vivere.

Ho letto i loro libri, ho ascoltato le loro canzoni, ho recitato le loro poesie.

Ho assaggiato i loro piatti, ho bevuto le loro bottiglie.

 

Il bello di questa lista è che, a quanto pare, potrebbe essere infinitamente lunga.

Questo, di questi incerti tempi, mi consola terribilmente.

Sapere che al mondo ci sono persone, che forse potrei incontrare, che sanno fare della loro vita una splendida poesia, mi consola terribilmente.

Sto scrivendo molte poesie. E’ normale in primavera.

Sto smettendo di smettere di fumare. Non è il mio momento

 

Trovo in giro moltissima gente pronta a giurare che la loro sofferenza, quella di adesso, è la più grande possibile. Tutte, tutte, persone rispettabili. Ma senza una fottuta idea di sofferenza.

Sto bevendo molta birra.

Sto ragionando sulla possibilità di aprire un chiosco in centro, per vendere libri di poesia e fiori.

Roba che fossi stato al test del militare, sarei finito subito dallo psicologo.

E forse avrebbero fatto bene.

 

scusate la fretta. Ho da affrontare una primavera. State sintonizzati. Ne varrà la pena.

 

 

 

 

Frena, cazzo. Cazzo freni?

Un Giovanni Bongiovanni super permanentato compare sul mio iPod. Ha lo sguardo tipico di chi, alla fine degli anni 80, tentava di fare brutto indossando Camperos, canottiere aderenti, 501 chiari e pettinature talmente elaborate da far invidia a un piatto di Cracco.
Giovanni Bongiovanni, al secolo Jon Bon Jovi, è stato uno dei grandi motivatori dei miei pomeriggi di studio. Avevo una stupenda radio Aiwa, con due cassette e funzione super bassi. Ascoltavo solo Rock Fm, che trasmetteva da Via Pisani. Facevo le versioni di latino ascoltando metallari stra fatti richiedere canzoni a dj dai nomi storici. Con grande rispetto per Virgin, altro che Virgin.

In sala mio padre aveva montato un impianto Philips da 45 watt, con due casse grandi come un televisore. Faceva un po’ a pugni con la collezione di piattini tematici che mia madre aveva appeso. Mia sorella, beati paninari, aveva subito attaccato un adesivo 105 Radio, 99.1 FM.
Avevamo anche il giradischi. Spandau Ballet, Duran Duran, e cose così.

Io, chiuso in cameretta, vivevo la mia personalissima rivoluzione soft. Ascoltavo i Black Train Jack, appendevo pacchetti di cartine Rizla al muro, bucavo il diario.
Fumavo due pacchetti da 10, 2100 lire, di Marlboro Light alla settimana.
Quello che fuma Camilleri durante un’intervista con Mollica io lo facevo fuori in un mese.
I grandi duri del quartiere Ticinese di allora sono tutti ancora lì oggi.
Uno fa il commercialista con papà, due sono avvocati e uno vende magliette con scritto Barona University, Comasina Rules e cose così.

Sono figlio di un boom culturale che voleva uscire dai settanta, per tornare nei cinquanta. Sono figlio di un boom economico che ha aperto le casse per il lusso. Genitori morti di stanchezza per risparmiare, hanno dato alla luce figli morti di noia per lo spendere.
Citando i Club Dogo, i figli delle BR e della bomba, hanno dato alla luce i figli dei PR e della bamba.

Per fortuna, appena dopo, sono arrivati gli odiosi anni novanta, con il nulla atomico e tutte le crisi di identità che hanno portato alla santificazione di Kobain e soci.

Non mi lamento, sono figli della pubblicità del Domopack con i due figli che giocano a football con il pollo arrosto facendo anche un grind su una fontanta.

Anzi, considerata la mia propensione per il vizio, c’è da ritenersi fortunati ad essere nati quando l’eroina cominciava a passare di moda.

Tutto questo per lanciare una recensione postuma sul Bon Jovi di Bon Jovi (il primo è il cantante il secondo il nome dell’album. O viceversa, se vi aggrada).

Un po’ il metallozzo soft mi manca. L’abuso di tastiere alla Van Hallen, il memorabile uso improprio del basso che si faceva a fine pezzo, e questo continuo, perfetto alternare di strofa ritornello che rende cantabile in cinque secondi di ascolto qualsiasi canzone di Bon Jovi pre svolta eroe Pop. Mi mancano le polemiche sui messaggi subliminali, mi manca Ozzy e il suo grandioso senso del ritmo vocale. Mi mancano le sessioni di fiati, buttate a sostenere testi incazzosissimi. Così, a non capire i testi, ti sembravano canzoni allegre.

Non sono a conoscenza delle ragione per le quali La Signora si sia fissata sul Bon Jovi, ma mi sono ritrovato a disposizione la discografia completa.

Non credo di farne uso improprio mettendo tutto a palla nell’iPod.
E quando Let It Rock (di Giovanni Bongiovanni, dall’album Slipperi When Wet, dirige il maestro Bongiovanni), parte con l’esubero rock di organo tubante e chitarre (che Don Pino diceva chiaramente che era la musica del Diavolo. E più lo diceva e più erano i walkman con Let It Rock dentro), smetto per un secondo di scrivere mail.
Guardo fuori dal finestrino, nel sole del primo mattino.

E per qualche secondo rivedo le mie Reebook Pump bianche, le mie basette a punta e il mio giubbotto da baseball azzurro catarifrangente. Il mio felpone blu, lavaggio consentito a mia madre solo mensilmente, le mie calze di spugna bianche (della “Mike”, che mia madre credeva di farmi un piacere a comprarmele di marca). Il cappellino dei 49ers.
Rivedo una Milano di cui potrei parlare per ore, umida come quella che ho lasciato stamattina.

E mi riprometto di avere tutta la pazienza necessaria a sopportare tutte le basette, le calze di spugna bianche, le fantasie di abbigliamento cromaticamente impossibile, le scritte sullo zaino,che mio figlio avrà bisogno prima di diventare normale. Lo devo a mio padre, che ha visto un figlio dark, un figlio super sportivo, un figlio new wave, un figlio post punk, ed ero sempre io.

Questo pezzo è dedicato a tutti coloro che hanno suonato per anni, davanti allo stereo di casa, per ore tutti i pezzi di Bon Jovi. Molto prima che tutto questo si chiamasse AirGuitar.

E inoltre è dedicato a tutti, tantissimi, i cantanti “onomatopeici”, che non sanno nemmeno un testo in inglese ma che non si tirano indietro mai davanti a nessun pezzo. E a una delle più grandi del genere, quella splendida donna che era mia madre. Che, come se ce ne fosse stato bisogno, per dimostrarmi amore, fu anche capace di ascoltare Bon Jovi.

” ai sciaut tu de art, ein ior tu bein, darlin iu giv lov a bad naim”.

Post atomico, eruttante, always Big Mac

L’ottanta per cento dei miei pasti viene consumato fuori casa. Sono il rappresentante statistico della mobilità alimentare, divorato da una perenne colite, costretto alla solitudine nella maggior parte delle mie cene.
Odio mangiare da solo. Per me il mangiare è un rito sociale. Faccio colazione in piedi, perché mi è stato insegnato che gli uomini veri pisciano e fanno colazione in piedi. Pranzo ovunque capiti, adoro stare all’aperto. Quando so di avere davanti una cena solitaria inizio sempre con il girare a zonzo per le strade del centro della città. Prendo metropolitane, bus e tram, mi sposto con la gente, e finisce sempre con un bicchiere di vino e qualche cosa da stuzzicare in pessimi posti che la Lonely Planet sconsiglia di avvicinare (quindi preziosamente privi di sdolcinate coppiette italiane).
Sono uno di quelli che trova decisamente imbarazzante cenare in solitudine. Il tavolo più piccolo ospita sempre due sedie. Trovo insopportabile il vuoto davanti a me.

Mangio tutto, da buon ospite non rifiuto mai le proposte locali. Giro armato di un compatto blister di riordinatori gastrici, e il mio colon assomiglia a una caotica riunione del Consiglio dei Ministri ( non per il contenuto, ma per la forma, non mi permetterei di offendere quivi il mio prezioso sistema digestivo).

Ho mangiato catalano, olandese, thai, cinese, giapponese, texano, siciliano, californiano, vicentino, romano, toscano, ligure, calabrese, svizzero, piemontese, swaili, greco, inglese, francese, messicano, taiwanese, cantonese, indiano, basco, galiziano, provenzale.
Due sono le conclusioni: la pasta al sugo come la fa mia moglie non la fa nessuno, ed è statisticamente semplice reperire del pollo ai ferri con del riso in quasi tutti gli angoli del mondo.
Per evitare il coriandolo, il cocco, il peperoncino, funghi, aglio, spezie impronunziabili, basta agitare la mano subito dopo aver indicato il pollo sul menu.
Parlo da curriculum tre lingue, ma sono in grado di ordinare una birra in almeno una trentina di stati sovrani, dialetti regionali inclusi.

L’esplorazione gastronomica é sicuramente uno dei grandi vantaggi del viaggiare, anche se per sopravvivere oltre i quarant’anni senza quattro bypass al cuore e due all’intestino è consigliato mantenere uno stile alimentare sobrio. Fai i primi anni da Frequen Flyer come uno scanzonato Berlusconi, ma poi ripieghi come tutti i colleghi di trolley a un più consono menu Monti.
I panini sono il mio problema.

Odio i panini. Da sempre. Mi fanno più impressione le pubblicità di Sbarro, Subway, McD e soci che quelle sull’abbandono dei cani in estate. Anche se voglio decisamente più bene ai labrador che alle baguette, il panino succulento, strapieno di tacchinoinsalatasalasacocktailfunghetticapperipepeverde, mi da un fortissimo senso di abbandono, di sconfitta.

Il panino è l’arrendersi alla vita da pendolare. È il primo passo verso la fine.

E qui si pone il problema più grande che affligge chi, segugi multinazionali, ha la carta di credito castrata dai tagli aziendali e pascola per gli aeroporti del mondo trascinando il trolley e la vita tra un box fumatori e un negozio Montblanc.
Dopo anni di studi di settore e ricerche di marketing pare che l’Associazione internazionale dei ristoranti aeroportuali abbia deciso di smantellare il cartello “costiamo, cazzo, ma tanto non hai alternative, cazzone”. Insalate da venti euro, che quando le vedi pensi “cazzo,quarantamilalire” e il tuo vicino tedesco sospira “cazzo, venti marchi” e il tuo vicino americano “finalmente un’insalata a solo trenta dollari, uonderful”.
Misteriose zuppe da quindici euro, petti di pollo che costano come interi allevamenti, smorte fragole appoggiate a moribonde fette di ananas al prezzo di un biglietto Milano Roma in prima classe.
C’è del jazz in sottofondo, e tu pensi “cristo, pure il jazz”, mentre il tuo vicino francese sorride “finalmont un posto con del jazz male amplificato”. Le luci sono soffuse, i panciuti dirigenti hanno gli occhiali a tre quarti di naso. Se devi immaginare un locale per scambisti, eccoti un aiuto.

E tu, che alla fine a pranzo ti hanno fatto mangiare coda di rospo fritta, salame piccante, trionfo di olive impanate e gelato al cioccolato (dolce dolce, non un po’ salato. Quella era una allusione a una fellatio con un pene nero, ma ti devo spiegare tutto?), e che alla fine non é vero che mangi tutto. Anzi, sono riusciti in un solo menu a beccare tutto quello che odi. Quindi hai lasciato quasi tutto, confondendo i tuoi commensali con chiacchiere sulla drastica misura di correzione degli investimenti industriali nell’area balcanica. Tu, che tua nonna direbbe che non hai mangiato nulla, perché puoi fregare commensali dall’indubbio profilo internazionale ma non la madre di tua madre. Tu, insomma, hai una fame costante, dolorosamente insidiosa, pressante.
Sai che tra meno di un’ora ti verrà servito uno snack a diecimila metri di altezza. E detesti quegli snack. Non son snack, sono offese alimentari. E non vuoi mangiare la pizza. Ci vogliono due quadrimestri per digerire la pizza low style. Non é pizza. Non vuoi mangiare le barrette cioccolose che sostituiscono un pasto completo, arricchite di riso soffiato. Perché sostituiscono il pasto completo solo di anoressiche modelle e fissati del Pilates, e poi non sei un pavone in cattività, tirato su a riso soffiato e ormoni. Tu hai fame, cazzo. Fumi, ma hai sempre fame. Bevi dell’acqua vitaminizzata, ma hai fame.

Non ti pieghi al panino, finisci piantato contro il finestrino, sgranocchiando uno snack offerto insieme a un soft drink, mentre anonime campagne innevate ti scorrono migliaia di metri sotto gli occhi. Chissà dove cazzo siamo, pensi. Per non pensare: ma come cazzo faccio a ridurmi sempre così?

Dedicato al Ponderosa All U Can Eat di Orlando, FL. Il mio primo, vero, giro nell’America quella vera, obesamente vera. La mia prima serata davvero triste e solitaria, purtroppo non l’ultima. La mia prima Ceasar Salad, un vero amore. Ero un pivello delle trasferte, sembrano milioni di anni fa.
Al Ponderosa, con un pollo da 7 dollari potevi mangiarti tutto il buffet. Potevi, perchè avevi un colon ancora stanziale.

Al Ponderosa, e a tutti i panini che mi sono saltato.

Non multum sed multa

Ho la capacità, fin da bambino, di stufarmi delle novità molto prima che la maggior parte di quello che oggi si chiama grande pubblico, main stream, se ne appassioni. È stato così con i post it profumati, con i cd, con winmx e la grande invasione dei porno, con la spontaneità dei primi reality show.

Più o meno la stessa cosa mi è successa con Facebook. Mi sono iscritto gioiosamente animato da una insensata voglia di condividere con il mondo tutta la mia vita. Plaudivo al grande senso sociale della condivisione, missionario del social networking, promuovevo la cultura del tutto per tutti.

Ora, parliamoci chiaro, la maggior parte dei social network hanno prevalentemente due usi: tentare di riprodursi con cerchie sempre più allargate di esseri umani e accrescere il proprio ego a dismisura con dettagliati racconti delle proprie imprese.
Nel caso di un utente di sesso maschile si potrebbe riassumere l’uso del social network come un grande bisogno di gonfiare, o il pene o l’ego.

Facebook ha, più o meno, l’età del Bradipo. Il suo fondatore è decisamente più piccolo, nerd e ricco del sottoscritto. Hanno girato un film creandone una leggenda in calzino e ciabatte. In verità le scarpe si vedono sempre più spesso e la quotazione in borsa sarebbe un giochetto da Steve Jobs. Sembra essere il più grande contribuente degli Stati Uniti.
In verità il buon vecchio Mark è seduto su un patrimonio ben più grande, gigantesco, incalcolabile. 800 milioni di utenti non sono solo nomi, sono abitudini, età, classi sociali, lavori, credo religiosi, fedi politiche, hobbies -adoro scrivere hobbies-. Sono quello che un qualsiasi pubblicitario del pianeta definirebbe come “orgasmo multiplo”.

Passano anni della loro scintillante vita a cercare di avere più dati possibili, per indirizzare meglio la comunicazione, quando 400 milioni di persone ( cito una ricerca del NYT, sul fatto che circa il 48% degli utenti di Facebook ha usato il social network per tradire il compagno/la compagna. Ad essere pignoli, di questo 48, il 62% sono donne, a dimostrazione di varie teorie secondo le quali chat e messaggini non pareggeranno mai un approccio al bancone del bar, dove si può constatare con mano, o perlomeno con occhio, la portata reale della conquista. Per gli statisti, bankers, promoters e altri falliti che da sempre frequentano questo posto con occhio critico, i numeri che ho riportato prima della parentesi sono calcolati a spanne. Ho fatto cattivo uso di dettagliate informazioni statistiche. Quello che per vent’anni ha fatto il Governo senza che vi lamentaste).
Dicevo, passano anni della loro scintillante vita a cercare di avere più dati possibili per indirizzare meglio la comunicazione. Poi si accorgono che un tizio in ciabatte Adidas e felpa possiede una roba come 400 milioni di dettagliate schede personali.
Aggiornate e precise.

È, per intenderci con quelli nati negli anni 80, come dare a un dodicenne un catalogo di intimo Postalmarket. Dopo mesi di malcelati orgasmi, si arriva al dunque, e si dice che si potrebbe utilizzare questi milioni di utenti attivi (per altre ragioni), indirizzando una comunicazione migliore. Ad esempio se sul tuo profilo dichiari di essere interista, musulmano e appassionato di pesca, potrebbero evitarsi la fatica di mandarti richieste di abbonamento a “qui Milanello” oppure a “il giornale degli estremisti cattolici”. L’hobby per la pesca serve solo a identificarti come uno che ha meno possibilità di avere più ricchezza di altri (da una ricerca del WSJ, gli appassionati di pesca sono meno ricchi degli appassionati di golf. Ma più ricchi degli appassionati di videogiochi).

Io sono decisamente pro. Adoro la comunicazione intelligente, e prego tutti i giorni perché smettano di mandarmi richieste di abbonamento a Oggi e cataloghi di libri di dubbia qualità.
Sono anche disposto ad aggiungere categorie estremamente importanti ( ad esempio misogino, oppure psicotico).

Però, mentre tutti celebrano il compleanno di Facebook ( è dall’inizio che cerco di abbreviarlo, ma non puoi capire come odio quelli che scrivono Fb o faccialibro. Quelli di faccialibro li odio di più), io devo ammettere di essermi rotto i coglioni. Non rientro nella statistica fedifraga, forse perché nel mio network di amiche del passato non spiccano certo delle grandi fighe, e quelle che spiccavano sono già andate, o forse perché il tradimento digitale mi fa una tristezza apocalittica. È sintomo di pigrizia sentimentale. Andare a ripescare l’amica, ex, conoscente, ex collega, ha molto di triste. Ho perso la voglia di vedere foto di feste, foto di ubriachi alle feste, foto di ubriachi alle feste con facce improbabili. E odio vedere le foto delle vacanze di altri.
Non andrei mai a una cena invitato per dopo vedere le foto delle vacanze, e ho festeggiato la morte delle diapositive stappando una bottiglia di Brugal. Perché dovrei passare il mouse su un album di 115 foto di Formentera?

Twitter mi fa venire grandi dubbi. Se Facebook è “guarda cosa ho fatto”, Twitter è “leggi cosa sto facendo”. Mi piace Linkedin, dove il mio ego si gonfia in grande compagnia. Non ho avuto tecnologicamente tempo di appassionarmi a Foursquare e soci. Apprezzavo MySpace, e poi il fondatore era mio amico (da qualche parte nell’etere c’è una versione del Bradipo su MySpace).

Mi sono terribilmente annoiato, Facebook è un grand bel romanzo, ma infinitamente monotono. Ci vorrebbe più sangue, oppure più verità. Al posto delle otto foto al portachiavi di Hello Kitty o le settantadue al concerto dei Sepultura, ci vorrebbero dolore e verità. Spontanei, come nella prima edizione del Grande Fratello, quando facevano quello che facevano senza sapere di poter contare su anni di serate in discoteche del bresciano o del ponente ligure appena usciti. Ma nessuno sarebbe spontaneamente realista dovendo usare lo strumento per mettersi in mostra, per cercare di riprodursi, insomma per una sveltina sotto un portone in centro.

Mi sono rotto i coglioni, per usare un delicato eufemismo, della mia voglia di social networking. Invecchio. È chiaro che invecchio, e pure male.

Usate tutti i miei dati, infilatemi in tutti i cluster, avvolgete le mie passioni in lunghi rotoli di Excel. Se questo può evitarmi di ricevere la richiesta di abbonamento a Oggi.

Ma ricordatevi,sono sempre meno social.

PS: forse anche per il compleanno del Bradipo ci quoteremo in Borsa. Ma volete mettere il caro vecchio blog confronto a tutti questi cosi da frikkettoni?
Gloria e onore al Blog.
E già che ci siamo R.I.P. Splinder, che in fondo ti volevo anche bene.
(e per un paio d’anni ti ho anche pagato per avere le foto sul sito..).

PS2: questo post, a dimostrazione di quanto siamo global qui, è stato scritto sul Milano Madrid delle 7.20, mentre il Comandante cercava di portare l’aereo in una posizione consona alla navigazione aerea, ma il vento o un fenomeno divino che non conoscevo, tendeva a verticalizzarlo. Risultato, credo di aver provato quello che provano gli astronauti in decollo e ho la brioches alla marmellata tra la trachea e le tonsille. Ci vorranno anni per farla riscendere nello stomaco.

there are days

Ci sono giorni maledetti. Sul fondo di periodi maledetti. Ci fai l’abitudine, più o meno verso i trenta. Non è che ci fai l’abitudine, fai di necessità virtù. Come per quel dolorino alla schiena, o per quei capelli che cadono nel lavello, soldati morti nella battaglia con il pettine.

Appoggi semplicemente la fronte sulla parete gialla vicino alla macchinetta del caffè, osservando come i pulsanti “espresso dolce” e “cappuccino” siano più vicini rispetto agli altri. E’ poi corretto far pagare un caffè della macchinetta 45 centesimi?

Aspetti che un filo di sangue ritorni in circolo, e poi come se non fosse successo nulla prendi la strada più breve per la tua scrivania.

Fuori c’e’ il grande freddo, uno spettacolo di ghiaccio, traffico e cappotti. Milano, il centro di Milano, sembra quasi più bello. Le sue statue, le sue fontane, sembrano davvero piegate da tutto questo gelo. Una resa incondizionata, paralisi, silenzio, attesa.

Leggo pareri che si rifanno alla terribile annata a metà degli anni ottanta. Ma quelli erano davvero altri anni, altre pettinature, altri inverni. E poi ero troppo piccolo, nel senso spensierato del termine, per potermi ricordare la fatica di muoversi. Guardavo la neve ed ero felice. Con il naso attaccato alla finestra e le gambe attaccate al termosifone che bolliva.

Mi sono svegliato questa mattina cercando la luce. Era troppo presto. Ho imparato anche questo, a dormire meno nei giorni in cui raspi sul fondo. Il sonno è per chi è in pace con se stesso. Guardavo i fiocchi di neve. La strada vuota, le macchine parcheggiate. E mi sembrava fin troppo grigio.

Allora mi sono accorto che le mie gambe non appoggiano più sul termosifone, e che il mio naso si raffredda in fretta, attaccato al vetro della finestra.

Ho bisogno di un viaggio, di un desiderio e di un destino. Sono le cose che ho sempre bisogno per risalire dal fondo.

Prendere la moto, guidare fino a sentir male agli avambracci, portare il culo in un posto dove non ci sarebbe nessuna ragione di andare. Aspettare il sole, respirare, ripartire. Fermarsi per un caffè in un bar di un paese, respirare gli odori, fumare guardando la chiesa. Ripartire. Arrivare in cima a una montagna, guardare verso ovest, cercando il sole. Ripartire. Ritornare a casa solo quando la testa sia davvero vuota.
Perdersi in un desiderio. Aspettare, godere dell’attesa. Guardare, di nascosto. Aspettare, provare a prendere. Aspettare, respirando il gusto di un desiderio che si avvera.
Riprendere il destino, sentire che tutte le abitudini, tutti gli errori, tutte le fatiche, hanno dato frutti buoni e frutti cattivi.

Farò tutto questo. Accompagnandolo con del rhum e dei libri. Aspettando che il viaggio, il desiderio e il mio destino tornino a far quadrare i conti con la vita.

Sono sei anni che lotto per le mie piantine. Sono piante succulente, non grasse. Ci sono tre specie di sempervivum, due lotus, una piantina dell’Ikea di cui ignoro il nome, ma e’ la più tenace. Ha un tronco, piccolo, le foglie appena gonfie. E questo freddo la sta quasi piegando. La guardo, bevendo il caffè e le dico: ” resisti cazzo. Resisti”. Adoro lottare per le mie piantine. Hanno tre, cinque e sei anni. Sono delle signorine. Sgraziate, piatte e larghe, come tutte le piante succulente.
Hanno bisogno di me il giusto, come io ho bisogno di loro. Sono piante alla pari. Fioriscono solo quando vogliono, riempiono i vasi tenacemente, mangiando terra e bevendo acqua.
Sono delle ragazze bruttine, ma incredibilmente forti. Ingrassano d’estate.

Mentre mi giro per appoggiare la tazzina, sento un “resisti cazzo. Resisti”.

Ero sicuro fosse una pianta fuori dal normale

Fratello metallo

Del metallo, della pietra e del legno ho una grande ammirazione. Mi piace il senso di divenire. Mi piace ancora di più conoscere le persone che lavorano su questo divenire. Ma ho un debole per il metallo. Se dovessi scegliere tra i tre, e’ il metallo ad affascinarmi di più. Una lastra che diventa, battuta con la saggezza che solo un’idiota scambia per violenza, qualcosa di definitivamente solido, perenne. Il legno e la pietra mi incutono riverenza, con la loro storia. Millenni di mani, scalpelli e lame. Il legno e la pietra, questa forse e’ la differenza più violenta, sono volumi che si assottigliano per diventare qualcosa. C’e’ occhio, genio e mano. Pazienza e visione. Il metallo si piega, contorce, dilata, per diventare qualcosa di completamente diverso. Il metallo e’ l’infinito dell’industria, e’ il potere della forza di chi lo sa piegare. Il metallo e’ molto più presente, se il legno e la pietra sono un nobile passato.

Ragionamento opinabile, opinione decisamente personale, forse troppo rock n roll.

Credo nei santi che negli anni hanno lavorato sui metalli, creando utensili, mezzi, oggetti, inutilità quotidiane.

E ho un debole, fin dai primi mesi estivi delle elementari, per le officine meccaniche. Per gli odori, per le luci, per la viscosità dell’olio.
Ho imparato a fumare con lentezza, guardando la battitura di un pezzo di acciaio.
Ad accarezzarlo, per sentire le imperfezioni.

E poi mi sono innamorato delle moto di ferro, perché sono un modo supremo di lavorare il metallo. Mi sono innamorato dell’acciaio, delle leghe leggere, dei rumori di un carburatore battuto male.

Ho smontato la prima Vespa con la religiosità di un sacerdote che apre il tabernacolo.

E, crescendo, ho imparato ad apprezzare il mondo dei battitori di lamiere e delle loro creature su due ruote. Forse per questo giro su un pezzo di acciaio, kevlar, gomma acida. Vibra, e’ scomodo, e non ha nulla a che vedere con la perfezione di alcune creature molto più veloci, stabili e possenti.
Ma si sentono le mani che lo hanno disegnato, si sente il gusto di chi l’ha costruito.

La mia motocicletta e’ maschio, perché prima di essere motocicletta e un pezzo di acciaio, un affronto all’aerodinamica e al progresso.

La mia motocicletta e’ odori di fabbrica e rumore di una forza che brucia le gomme.
E’ la storia di un viaggio, e’ la linea senza tempo di un classico far motociclette.
Ma prima di tutto e’ un pezzo di acciaio.

Questa sera a Milano c’era il freddo assordante che anticipa la neve. Pungente, silenzioso, assordante. Forse non nevicherà.

E gironzolavo, tra grosse strade, lampioni e ponti, con il rombante tossicchiare del mio pezzo di acciaio.

Mi sono fermato sotto un grande cartello luminoso. Del circo.
E mi sono acceso una sigaretta. Fumare in santa pace la sigaretta della domenica. Fosse l’unica, sarebbe un gran progresso. Ma in fondo non ho voglia di smettere di fumare, come non ho voglia di smettere di correre e di sognare. Di viaggiare, di provare, e di amare. Le pagherò tutte queste cose. Splendidi verbi, maledetti vizi. Ma sono felice.

Insomma,fumavo lunghe boccate di freddo e nicotina e ho sorriso guardando il culo perfetto del mio pezzo di ferro. E’ davanti a queste curve, al loro luccicante inseguire i riflessi, che mi emoziono. Mi piace sentirla strillare sui tornati, mi piace buttarla a casaccio tra le curve, mi piace lanciarla sulle strade che vanno fuori città. Ma mi piace anche, terribilmente, fermarmi a guardare tutto questo metallo, messo insieme così bene da far sorridere.

Forse un giorno mi passerà la smania di farli correre, questi pezzi di metallo. Forse mi passerà quando avrò smesso di scappare.

Ma non smetterò di godermi, mentre fumo, la storia che immagino dietro a ognuno di questi pezzi di metallo, gli odori che posso sentire, il viscido olio lubrificante delle presse, il rumore assordante, e la perfezione di un pensiero, geniale, che diventa tutto questo.

Cambiando discorso, rovinando la poesia di metallo, si avvicina una delle mie feste favorite. Chi mi segue dal vecchio e polveroso blog, sa quanto sia importante per me San Valentino.
Perché mi permette di far polemica, di essere cinico, di sproloquiare.
Tutte cose che adoro fare.
Questo San Valentino, festeggiatelo con un oggetto di cui siete innamorati. Lasciate perdere le persone. Fottetevene delle persone. Le persone hanno delle grandi aspettative su San Valentino. Gli oggetti no. Festeggiate San Valentino con il vostro libro preferito, con la vostra caffettiera, con la vostra moto. Il vostro televisore, la lavatrice, i pattini…

Ma avremo tempo per tornarci…
Nuovo blog vecchie abitudini