Farfalle o Passerina

Mentre cerco di portare il mio livello di alcool a una soglia accettabile che mi permetta di addormentarmi pacificamente senza sentire ne il treno ne i rimorsi medici sull’abuso di alcool, mi chiedevo che tipo di scala sociale ci sia tra le diverse specie di farfalline notturne.  Come si può intuire già dal mio chiamarle “farfalline” notturne, la mia conoscenza delle varie specie di insetti che popolano i dintorni delle luci di notte al mare è minima. Mi limito a saper distinguere alcune specie in base all’oggetto che devo usare per ucciderle o scacciarle. Che poi, solitamente, è la ciabatta. Ma mi diletto, con discreti risultati, anche con lo straccio da cucina e, udite udite, con il pacchetto di tabacco.

Sono di tanti tipi. Piccolissime, medie, grandicelle, con le ali grandi, lunghe, tozze, marroncine, nere. Il grosso faretto che illumina il balcone è una specie di richiamo sociale, tipo la zona a luci rosse di Amsterdam per il maschio europeo in trasferta di lavoro nella capitale olandese. Sono tutte lì intorno, anche se fanno finta di non esserci. Convivono pacificamente. Qui non ci sono gechi, lucertole, rane, serpenti e topi. O perlomeno mentre io bevo del Grechetto ghiacciato e acido. Magari a luci spente, il terrazzo si popola di animali evoluti in grado di inghiottire le farfalline. Sono consapevole del fatto che tutto dipende dalla mia presenza. Proteggo, mentre bevo, le farfalline. Questo mi fa sentire decisamente meglio. Bevo meglio.

Qualcuna mi cade addosso. Roba che, per alcuni, potrebbe rappresentare un grosso problema. La Signora, ad esempio, non t0llera che nessun insetto le si appoggi addosso. Siamo fuggiti da molti ristoranti, molte spiagge, molte discoteche, alcuni bar, qualche parcheggio, per via degli insetti che le cadevano addosso. La scala che usa per descrivere le dimensioni dell’insetto piovutole addosso è solitamente taroccata da un moltiplicatore decimale. Una farfalla di mezzo centimetro diventa un grosso insetto, normalmente chiamato scarafaggio, di cinque centimetri. Sono tutti scarafaggi. Anche se, all’evidenza di qualche cadavere, passato sotto le mie ciabatte, ha dovuto constatare che si tratta di “farfalline”.

Sto per ritenermi soddisfatto della quantità di Grechetto ingerita, inizio a sentire molto meno il traffico in sottofondo, e il fastidioso vociare della gente che va in spiaggia. Come se in spiaggia, alle dieci di sera ci fosse qualcosa da fare. A meno che tu non sia un adolescente, tra i dodici e i ventinove anni, accompagnato da un altro adolescente, anch’egli tra i dodici e i ventinove, o anche da un giovane adulto tra i ventinove e i cinquantasei, non hai nessun fottutissimo motivo per andare in spiaggia. E’ maledettamente umido, decisamente fastidioso, tremendamente inutile.

Le spiagge di notte sono aperte per l’amore e per il vino. Insomma per il meglio della vita.

Eppure ci vanno tutti. Donne apparecchiate come se dovessero battere per mantenere i figli. I quali sono ingorgati nei passeggini, imbalsamati da vestiti fastidiosi sia per il caldo sia per gli osceni disegni. Padri di famiglia con bermuda vergognosi e infradito ridicole. Tutti a camminare avanti e indietro. Passando sotto le mie finestre. Per questo sono costretto a bere Grechetto.

Sono stufo del vino locale, la Passerina. Troppo dolce. Ieri un tipo, in spiaggia, mi ha avvicinato per chiacchierare. Mi ha chiesto se fossi andato ad assaggiare la Passerina Ubriaca. C’era una sagra. La sagra della Passerina Ubriaca. Ho subito pensato a come il tipo abbia scoperto qualche sordido ricordo di trasferte lavorative in paradisi sessuali. La sagra della Passerina Ubriaca.

Avrei voluto essere l’assessore al Turismo, che ha approvato a bilancio la Sagra della Passerina Ubriaca. Alla voce, eventi soft-core.

Bevo Grechetto. Il vino bianco è un buon surrogato del rhum. Per qualche giorno. Poi bisogna saggiamente tornare al Rhum.

Questa cosa delle farfalline dovrò cercarla in internet. Cercare di capire che tipo di relazione sociale hanno, anche se sono fisicamente molto diverse.

Mi godo il momento, cullato dal Grechetto, di quando sentirò tutta la responsabilità di un piccolo Padreterno mentre spegnerò la luce.

Il momento in cui smetteranno di essere protette, e falchi, topi, lupi volpi o forse più semplicemente qualche lucertola, faranno una grande cena. Secondo me senza far troppa differenza di specie e razze.

 

i Diari del Litorale – De Luxe Edition

Per quelli che ci tengono alle cronache, credo sia importante riportare un lieve peggioramento del tempo, un lieve accorciamento delle giornate, un lieve malessere nel pensare a Novembre. Lieve.

Bevo vino bianco, che sembra caduto nello zucchero, freddo ghiacciato. Fumo, anche se volevo smettere. Ma ho pensato che era meglio smettere di voler smettere. Scrivo titoli di poesie, cortissime mail di lavoro, qualche pezzo di racconto. Attacco il pc a una presa in un muro, sotto la lavatrice, e tiro il filo fino al tavolo da dove si vede il mare. Leggo Rampini. E invidio Rampini. Mi piacerebbe saper raccontare le cose come le racconta lui. Anche se venti pagine di Rampini, in ferie, sono uno sforzo eccessivo per il mio cervello.

Ogni tanto ascolto un motore, lontano sulla statale, e poi sempre più vicino. Riconosco il rumore di quasi tutte le moto. E mi viene bene. Peccato non esista un lavoro così. Lo farei davvero bene.

Mentre mi passa un leggero vento da Sud tra le dita dei piedi, nudi, penso velocemente a Novembre. Mi viene di farlo. Poi quando sono a Novembre, mi viene di pensare ad Agosto. Che ne so, questo Novembre, appeso su una scala di un aereo, chiuso nel cappotto, cercando centimetri di sciarpa libera per coprire centimetri di faccia, pensavo ad Agosto.

Come quando sono in moto, in maglietta, che sento il vento caldo battere in faccia e penso a Novembre, quando il gelo taglia quei piccolissimi pezzi lasciati scoperti. Due giacche, dei guanti imbottiti, una sciarpa, gli occhialoni, eppure passa il freddo.

Uno non va in moto per scappare. E uno non se ne sta con i piedi appoggiati su un tavolo, davanti al mare, per scappare.

I titoli delle poesie, mi vengono bene in questi giorni. Tipo: “Basilico, ferrovia e sabbia”.

 

Restano poche parole, abbiamo tempo per farlo

Camminando più avanti, verso Nord, ci sono le baracche dei pescatori. Rientrano in porto la mattina, con l’alba, ciondolando sulle loro barche. Non hanno nomi strani, le barche. I pescatori si chiamano quasi tutti Mimmo. Fumano mentre mettono a posto le reti nelle ceste di plastica nera. I gabbiani aspettano che almeno uno dei Mimmo si ricordi di loro. I villeggianti aspettano che il loro Mimmo, quello con cui credono di avere confidenza, selezioni per loro la sogliola migliore. Le cicale di mare aspettano che uno dei Mimmo le infili in un banco frigo, messo sotto il sole. Una specie di ebollizione lenta, con acqua fredda.

Il maresciallo passa, tenendo la macchina al minimo, guardando fisso nel vuoto. La camicia aperta, il finestrino aperto.

Nel bene o nel male, queste sono terre che aspettano di essere calpestate da viaggiatori. E’ quasi un peccato essere qui ed essere fermi.

Non viaggiare, su queste colline, su queste spiagge. Sono panorami che devono scorrere lenti, attraverso due lenti, dentro un casco.

Lo sanno loro, la terra e gli alberi, che fanno ombra sulle statali. Lo sa questa gente, che ha costruito interi paesi tutti sulla statale. Lo sa la gente che passa, che solo distrattamente guarda di lato.

Abbiamo tempo per farlo, questo viaggio. E lo faremo.

Restano poche parole, mentre passa il treno. Un regionale, pigro, cinque carrozze. Dietro arriva una vecchia Guzzi. Fa polvere. Sta passando. Guarda distrattamente.

La Ferrovia, il caldo e lo strano odore del silenzio

Questo posto mi piace un sacco. C’è il mare che finisce direttamente dentro le case. Per farmelo piacere un sacco, basterebbe molto di meno. Basterebbe il mare. Ma c’è il mare che finisce dentro le case. La gente cammina, e il mare arriva quasi a bagnare i piedi. Poco dietro c’è la ferrovia. Passano i treni che vanno giù al Sud. Poi ripassano per tornare al Nord. C’è l’odore del silenzio, tra le cicale. Lungo la ferrovia ci sono i canneti, ci sono i gatti che si nascondono dentro le canne e aspettano. Aspettano che passi il caldo, penso io. Sono tutti estremamente socievoli. Parlano volentieri, fermandosi all’ombra di una palma. Aspettando che passi il caldo. Ho una finestra che da sul mare, e al mattino arriva l’aria bagnata, fresca, insieme al primo treno merci. Vuoto. Il mare è molto paziente, qui. Si muove lentamente verso Nord, azzurro, verde e bianco. Tutto sembra rallentato dal caldo. Anche le parole. Si parla lo stretto necessario qui, a meno di non essere all’ombra di una palma. I pescatori rientrano al mattino, con il  primo vento bagnato. Portano vongole e pesce piccolo. E odore di silenzio.

La sera, prima di mangiare sul terrazzo, prendo il long board e vado fino in fondo al paese. A respirare la gente, lo struscio, l’aria importante che ci si da quando si è al mare.

I miei tempi sono quelli di mio figlio. Ci stupiamo di un treno, ci fermiamo ad osservare un sasso, ci piacciono i motorini e anche i cani. I cani meno dei motorini. Beviamo acqua spesso. Insieme.

Ogni tanto ci guardiamo e decidiamo di andare ancora qualche passo avanti. Ad essere sinceri non è facile avere dei piedi così piccoli e camminare così tanto.

La sera, con il caldo che bagna le porte e le finestre, aspettiamo la luna. E’ rossa da qualche giorno. Poi, finalmente, leggo. Aspettando che qualche treno porti un filo d’aria.

Qui si sta davvero bene.

Lost in Adriatico

Per un purista del mare come me, la prima volta è stata davvero scioccante. Venivo da un mese di Isola D’Elba, che a dire il vero di mare ne avevo visto ben poco. Perdutamente innamorato, senza nessuna voglia di stare con i miei, ma con l’unica opzione di muovermi verso l’Adriatico per non passare il ferragosto a casa solo.
A vent’anni il Ferragosto a Milano fa tristezza, ti salta subito in mente l’ottobre freddo che arriva, l’università, il pavè bagnato…
Allora ho preso un treno, anzi tre.
Ho fatto il mio primo bagno credendo che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’acqua. Calda, opaca, immobile. Mai visto un mare così. Ho fatto il primo bagno della mia vita senza punti di riferimento. Senza scogli, insenature, fondali. In un infinito caldo, unto, continuo.
I bagni, qui li chiamano chalet, tutti in fila, gli ombrelloni, i campi da beach volley. Non riuscivo ad orientarmi.
Ognuno ha un suo mare. Il mio è quello di Paraggi, di Camogli, di San Fruttuoso, di Recco e di Sori. Terra verticale, verde, rossa, gialla, olivi e glicini, scogli e acqua gelata. Gente di onde, di vento e di tempeste, santuari arroccati, la vecchia Aurelia come un serpente stanco, e il sole che tramonta in fondo al molo, dentro al mare.

Ho imparato, con il tempo, a vivere. Ad apprezzare i mari e gli oceani, come le persone e i luoghi. Viaggiare forse mi è servito prevalentemente a questo. Come acqua su uno scoglio, lentamente smussa, leviga, placa, tutti gli angoli ribelli di una mente.

Così adesso me ne sto, molto più in pace con me stesso di quando avevo vent’anni, a guardare l’Adriatico infinito, mosso da un vento caldo del Sud, e tutta la sua gente. Guardo i gabbiani immobili nel vento con mio figlio, e respiro il fresco delle colline alla mattina presto con mio padre. Senza aspettare niente. Guardo passare la gente, ordinatamente disordinata, vestiti da sera e tacchi alti. Ascolto il delizioso borbottio di tutte le Harley che passeggiano sul viale, bevo orrendo vino bianco gelato, leggo Baricco e un paio di altri libri, sfoglio giornali e passeggio tra gli ombrelloni seguendo i passi di mio figlio.

Ci sono storie che devono aspettare il tempo per venire a galla. E non è mai detto che ci arrivino.

Finalmente, fingendo distrattamente di essermi innamorato di un block notes e di una penna che costano come l’intera foresta che hanno abbattuto per farli, noto con piacere che sullo scaffale della libreria sono finalmente comparse le mie preferite. Snobbate dalle grandi catene, derise dai critici, rovinate dal popolo che vuole la storia da milleseicento pagine, le raccolte di racconti sono la cosa più importante da mettersi in borsa per l’estate. Del racconto e del romanzo, come del fare l’amore e dello sposarsi, non è il caso di parlare troppo a lungo.
Ma io sono uomo di racconti. Ci può essere solo una manciata di romanzi nella vita di un uomo, ma non devono mai mancare i racconti. Che sono il più bell’esercizio dello scrivere.

Poi, di dove finisca un racconto e inizi un romanzo, di quando smetti di sorridere per ridere, di dove finisca esattamente il mare, si potrebbe, forse si dovrebbe, parlare a lungo. Per ore. D’estate. Guardando il mare. L’Adriatico sembra fatto apposta per questo.

Due grandi questioni rovinano questa calma placida.
Pensavo a Lost. Io non ho mai visto Lost. Eppure ho provato a leggere la trama. Un dedalo di storie, colpi di scena, gente che non centrava nulla che di colpo è nel pieno di una serie di episodi. Succedono cose, cambiano persone, muoiono, trombano, si odiano, si perdono, si riprendono, si lasciano, trovano oggetti, recuperano passati. Roba tipo Beautiful, ma meno trash, più hipster, molto più trendy. Pensavo al genio, solitario, con la barba sfatta, una mezza pista di coca lasciata sul mobile del bagno, le chiavi della vecchia Toyota sul tavolo, musica low fi in sottofondo, che scrive tutto questo. Un genio. Che sicuramente come hobby surgela i femori delle sue vittime. O pensa di farlo. Un uomo sano, non puó produrre storie così.

Poi pensavo a Costantino Vitaliano. C’è uno in spiaggia, fisico fresco di palestra, depilazione ossessiva, mutanda bianca, che gli assomiglia in modo imbarazzante.
La mutanda bianca. La fine di tutto. La mutanda bianca. L’infinito che abbraccia la banalità. La mutanda bianca. La conferma della differente percezione della dignità umana. Lo slip da bagno. Lo slip bianco. Tutto muore. Eppure assomiglia a Costantino.
Che fine ha fatto Costantino? E perché io lo ricordo così bene da apprezzare le doti dei suoi sosia?

Piccole e Inutili Regole di Vita

Un giorno, qualche anno fa, in una bollente libreria milanese, ho scoperto che c’è un sacco di gente che discute sul leggere, come leggere, cosa leggere, quando leggere. Era una presentazione di un libro. Ho deciso di non andarci mai più. Alle presentazioni dei libri.

Un giorno, qualche anno fa, in un gelido concessionario di moto, ho scoperto che c’è un sacco di gente che discute sull’andare in moto, come andare in moto, cosa fare in moto, quando andare in moto. Ho deciso di non andare mai più in un concessionario di moto. Se non per comprare una moto. Che non accade troppo spesso.

Ho scoperto, in sintesi, qualche anno fa, che c’è un sacco di gente che, invece di fare le cose, discute sul come, quando, dove e perchè farle.

Io mi rendo perfettamente conto che uno dei miei limiti principali è questa dannata fretta. Mi sembra di aver perso già troppo tempo, mi sembra che nessuno mi ridarà i miei giorni.

Ci sono troppe storie da ascoltare, troppe storie da scrivere, troppi posti da vedere, persone da incontrare, persone da dimenticare, persone da amare.

Questa dannata fretta, questa dannata fame, questo disorientante bisogno di continuare a crederci, mi sta logorando lentamente. Si chiama vita. E’ il prezzo da pagare.

Lo pago volentieri, quando ritrovo in una pagina di un racconto tutta la silenziosa voglia di vivere, quando ritrovo in una piccola, semplicissima onda, tutta l’adrenalina che può portarmi in cielo, quando ritrovo in una statale deserta, l’odore di campagna che entra nel casco.

Chi discute troppo ha smesso di essere innamorato…

Io sono troppo innamorato per perder tempo a discutere.

 

 

 

Let’s move to the next level – Un giorno a Madrid

Siamo fermi al semaforo. Io e lui. Io, seduto su duecentocinquanta kili di caldo. Lui chiuso in sei tonnellate di Suv, tutto nero. I vetri, i sedili, la carrozzeria, le ruote. Persino ad essere ottimisti, cosa da cui mi guardo bene, si dovrebbe dubitare fortemente della sua faccia. Io dubito sempre di chi appende il rosario allo specchietto retrovisore. E anche di chi si fida ciecamente della vernice nera.
Sto appeso a un filo d’aria che sembra passare dentro il casco. Aria calda, ma pur sempre aria. Ho le palle roventi, fottuto bicilindrico. Verde. Lui schiaccia. Io apro. Mi sembra evidente che non ci sia discussione. Bisogna urgentemente arrivare al prossimo semaforo prima di lui. Cosa non facile da chiedere al vecchio Generale Buendia. Che è una moto generosa, senza dubbio. Ma ha anche dei limiti. Apro tutto il gas. Prima finita in un attimo. Seconda finita quasi subito. Terza, e si può respirare. Senza togliere nemmeno un dito. Il bello è che anche il mio socio, dall’alto del suo scatolone nero, non smette mai di aprire. Corriamo come due deficienti. Non so bene perché. Chiedetelo a lui, ha iniziato lui.

Mentre l’aereo butta giù il muso con decisione, molta decisone, verso Madrid, guardo tutta questa terra, tutte queste colline. E tutte queste strade, bianche, tortuose, infinite e deserte. Si sogna, quando si atterra. Si sogna sempre, quando si vola. Forse perchè si ha la certezza di essere a un passo da una morte orribile. Sogno un motore forte, rumoroso, un sacco di polvere, non troppo caldo. Perdere lentamente il contatto con la ruota posteriore. Puntare la collina. Arrivare in cielo.

Il tassista è un perfetto esempio di fallimento generazionale. E’ pettinato come il cantante dei Kooks, parla come un indio strafatto di foglie di coca, e guida come Anthony Kiedis la sera che stava per scrivere Under The Bridge. Adora puntare la prima corsia, frenare appena, tornare in terza corsia e nel frattempo tirare su, giù, su, giù, su, giù il finestrino. Maledetta coca. Dovrebbero abusarne solo quelli tremendamente ricchi che possono permettersi di farsi in privacy, a bordo della piscina.

Non che ci sia un grande problema di budget, ma ho le mie abitudini. Mangio qui, perchè so cosa aspettarmi. Il conto, sette euro e cinquanta, rispecchia in tutto il suo splendore l’eccelsa qualità e l’impeccabile servizio. Se poi aggiungi che ai tavoli che danno sulla strada si siedono le mignotte russe che prestano servizio alla “Sauna Lounge” davanti, e se aggiungi anche la blatta che passeggia tra i tavoli, ti chiedi come cazzo sei finito in tutto questo. Se fossi un osservatore raffinato, non ti fermeresti alle puttane, alle blatte e ai gamberi che non sono mai stati realmente crostacei ma più probabilmente avanzi di gatto. Andresti qualche metro avanti. E’ un bar sull’angolo, davanti alla chiesetta. Ci sono parcheggiate sempre fuori almeno sei o sette lunghissime forcelle. Roba da nordici. Senza un filo di ammortizzatore, rigidi da far impallidire gli amici trentini. Roba che può essere omologata solo in Russia, corrompendo il funzionario. Ci sono lunghe barbe, qualche sbarbato, molta buona musica, un discreto numero di curiosi, tra cui il sottoscritto, almeno una trentina di moto, compresa una Ural d’annata, o dannata. Roba forte. E’ il miglior modo di bere una birra nel centro di Madrid.

Mi fermano, forse perchè tengo il Corriere sotto al braccio. Mi chiedono, festosi, cosa si possa fare a Madrid di notte. Domanda del cazzo, fottuti idioti. Madrid è la mia città. Non lo dico io, lo dice la statistica. E’ la città in cui ho passato più tempo nel 2011. Vuoi farti un viaggio con pessima MDMA? Vuoi farti un rosario in una cappella dell’Opus Dei? Vuoi un sensazionale giro tra musei e locali che mettono ancora i Metallica (in pratica altri musei)? Vuoi mignotte, parchi, hipster, sballoni, ex tossici, paella surgelata, tinto del verano, birra ghiacciata, frutta fresca alle quattro di mattina, giovani ventenni felici di ballare i Guns’n’Roses, vecchi trentenni che si danno un tono grazie ai mocassini di Zara? Vuoi un quartiere davvero Gay, una via di travestiti, un indiano che vende Hard Disk, un cinese che vende erba infilata nelle ricariche telefoniche? Vuoi darti un tono, mangiare carne, vedere il miglior spettacolo di tango della città, sudare nella bolgia, camminare per venti minuti in pieno centro senza incontrare nessuno, vuoi una panchina perfetta per chiederle di sposarti, vuoi il numero di un buon dentista sudamericano, con un ottimo bar giusto sotto lo studio? Ecco, però dimmi cosa vuoi. Non pensare che, venendo da qualche posto sperduto nel mezzo dell’Italia, passato agli annali solo perchè Ryan Air ha deciso di farci un volo diretto per Madrid, io possa sapere che cazzo tu voglia fare.

Quindi rispondo: bah, fatevi un giro in centro. Si beve, e ci si diverte un sacco.

Cammino verso l’hotel. Mi hanno dato una camera che puzza di disinfettante. Non ho fretta. E’ solo un altro giorno a Madrid.

Scaramanticamente Tuo

Prologo

sto ancora lottando contro questa maledetta idea. Da settimane, mesi, forse. L’idea è semplice: mettere in piedi una lista dei libri migliori che ho letto. Dei cinquanta libri migliori che ho letto. I cinquanta migliori di sempre.

Io adoro le liste, mi danno un senso di completezza  che solo pochissime altre cose mi hanno saputo dare. Adoro anche i libri.

E a vederla così non ci dovrebbero essere problemi, a fare questa maledetta lista.

 

Capitolo primo

In un tiepido mattino di maggio ho parcheggiato la moto in una vietta secondaria intorno al gigantesco ospedale. Ho preso corridoi, ascensori, corridoi, scale, corridoi, pianerottoli, corridoi, scale, ascensori, e sono arrivato davanti allo studio numero 2.

La dottoressa mi ha misurato, toccato, parlato, osservato e ascoltato. Senza mai tradire un qualsiasi dubbio. Poi mi ha dato da fare gli esami del sangue.

 

Capitolo secondo

Il mio medico curante ha quasi duemila pazienti, una lievissima forma di depressione, sette informatori del farmaco alla settimana, uno studio talmente piccolo che ci si passa le malattie anche senza volerlo mentre si aspetta la visita, e una innata dose di cinismo che lo rende perfetto per me.

Mi conferma gli esami della dottoressa. Scrive fitto fitto sul computer.

Poi mi dice: vedrai che non sarà cancro.

Capitolo terzo:

esattamente ventuno giorni dopo vado a ritirare gli esami. Ventuno giorni, per questo genere di notizie, sono parecchie notti, e moltissimi giorni. Troppi.

Sono tra i primi, ho fretta. Ritiro il referto, lascio tutto nella busta e mi catapulto verso lo studio del mio medico. Non ho il cancro. Non hai il cancro, mi dice. Te lo avevo detto, aggiunge. Per forza, penso io. Cazzo volevi dirmi?

 

Epilogo:

E’ stato il giugno più lungo degli ultimi trentatrè anni. Mi sono fatto moltissime domande, ho badato pochissimo alle risposte. Ho pensato tantissimo, dormendo pochissimo, a questa maledetta lista di libri. Ha senso cercare di trovare il libro migliore della tua vita?

Si. Come ha senso cercare la persona migliore della tua vita, la notte migliore della tua vita, la canzone migliore della tua vita, il piatto migliore della tua vita. E cercare di trovare qualcosa ancora di meglio. Sempre che ti rimanga tempo per farlo.

Una Vita Full Optional

– quindi prometti di mantenere il segreto?

– Ho alternative?

– si. L’alternativa è morire. Come sono morti Giovanni Accascione e i suoi due soci. Leggi i giornali, vero?

-…

– O prometti di non parlare, oppure fai un salto all’inferno a trovarli.

– Posso dire una cosa?

– beh, si.

– ma se prometto di mantenere il segreto, finisce la storia, giusto?

– giusto. Non ci vedremo mai più. Non sentirai più parlare di noi.

– e se non mantengo il segreto, mi ammazzerai?

– ti faccio sparire, noi lavoriamo così.

– quindi in ogni caso, la storia finisce qui.

– esatto.

– allora forse è per questo che nessuno leggerà mai questa storia.

-…

– è una storia che non sta in piedi. E’ finita appena dopo essere iniziata. Non ha senso. Parlo, e sono morto, non parlo e mi fate sparire. /p>

-…

-In ogni caso, ho deciso di non parlare.

– Buon per te.

– Ma a livello di storia, adesso è una merda.

– eh si.

– Sembriamo usciti da una brutta copia di Pinketts.

– Ma almeno siamo vivi tutti e due.

– Sai cosa possiamo fare, andiamo qua fuori e prendiamo uno e lo torturiamo.

– in che senso?

– almeno la storia prende una piega imprevista. Che so, duriamo più pagine.

– E se andassimo là fuori e tu ti innamorassi di una di passaggio? Nel frattempo io esco, uccido uno con il coltello.

– Ma?

– Ascolta, così la storia si divide in due. Se tu vai avanti con la tua storia d’amore, dura. Se no ci sono io. Mi nasconderò, e aspetterò tue notizie.

– Ok. L’idea mi sembra buona. C’è solo un problema.

– …

– siamo chiusi dentro. Questo era un’abbozzo di racconto. Non vedi che siamo in un capannone, senza finestre e senza porte? Come cazzo usciamo di qua?

– Ma come cazzo si fa a scrivere un racconto senza finestre e porte?

– Non ne ho idea, ma siamo chiusi qua dentro e non possiamo fare nulla.

– Cazzo, siamo spacciati.

– Proviamo a spararci a vicenda. Qualcosa dovrebbe succedere dopo… non è possibile che tutto un racconto faccia perno su due chiusi in una specie di scatolone gigante, senza una storia alle spalle.

– a proposito. Ma che segreto dobbiamo mantenere?

– non ne ho idea.

– oh cazzo.