fidbac

– oh

– eh

– ti sei fatto una scopata di lusso?

– in che senso?

– settimana scorsa.

– non credo di ricordarlo.

– mah

– eh

– quindi?

– no. Non credo.

– e quello che hai scritto?

– ti ho scritto di aver scopato?

– no. Hai scritto sul sito

– non è un sito, è un blog.

– stessa roba. Hai scritto.

– non faccio tutto quello che scrivo.

– mah

– ti dirò di più. Non scrivo tutto quello che faccio.

– mi tengo il beneficio del dubbio

– in che senso?

– nel senso che secondo me ti sei fatto un giro su una megafica e non me lo vuoi dire.

– dove sarebbe il bello di farsi un giro su una megafica e non raccontarlo? In ogni caso credo che megafica sia un gran bel complimento. Dovresti proporlo alle tue donne.

– bastardo. Nemmeno una foto? un filmatino? due scene?

– voglio tenere tutto per me.

– difatti lo sapevo

– per questo lo scrivo sul blog.

– eh, questo non mi torna, ma si sa che sei un cavallo pazzo.

– Avrei potuto intitolare: Cavallo pazzo da due botte a Megafica. Potresti buttarti nel mondo dei copy, hai stile.

– comunque un bel pezzo.

– lo so.

– arrogante

– lo so

– sei odioso

– arrogante e odioso sono quasi sinonimi, manchi di proprietà di linguaggio. Al posto che investire in Rolex dovresti investire in libri. Non ti servono nell’immediato per rimediare le megafiche, ma ti potrebbero servire per educare i figli.

– io non voglio figli.

– prima o poi succede

– cazzo, speriamo di no

– a vederti, condivido.

– bastardo

– lo so.

– Comunque secondo me ti sei fatto un mega giro e non lo vuoi ammettere.

– Io vado in ufficio in macchina e non ho un soprabito. Non sono io.

– mah

– boh

Tre più Uno

Iniziava ad essere quel genere di uomo che non amava ricordare la sua etá con precisione. Qualcosa prima dei quaranta. Quel genere di uomo che non amava constatare, davanti all’evidenza dello specchio, il crescente numero di peli bianchi. Mica biondi. Proprio bianchi. Quel genere di uomo che faceva lunghe pause, in discorsi difficili e noiosi, per recuperare nomi e numeri, da qualche angolo della testa dove si erano nascosti sotto una coperta di informazioni inutili. Quel genere di uomo che non avrebbe mai voluto diventare.
Eppure, come era sempre stato, aveva lasciato che la vita, con la sua impercettibile umidità, penetrasse nel suo solido legno, gonfiando lentamente le giunture. Niente di preoccupante, avrebbe detto un dottore, uno di quelli esperti di vita.
Aveva scelto, qualche anno prima, molte cose. Come se una scelta fosse per sempre, definitiva come una lapide. Ogni tanto portava i fiori alle sue scelte. Un fiore alla vecchia madre nel brutto ospizio di periferia. Un fiore alla moglie, portato in trionfo fin sul tavolo della cucina a riprova che l’amore esiste. O perlomeno è un bel ricordo profumato.

Di lavoro metteva ordine nei conti degli altri. Un brivido di piacere nel constatare come le persone, indistintamente, fossero portate per un soffice fallimento, un lento scivolare verso un baratro di debiti e tasse, che solo lui poteva arginare.
Metter ordine nelle vite degli altri gli dava la piacevole illusione di metter ordine anche nella propria. Come una perpetua, illusa di vivere la vocazione del suo parroco.

Nel mettere i gemelli, la mattina, aveva osservato l’argento luccicare nel riflesso dell’alba. Alzarsi molto presto. Radersi. Vestirsi. Correre in ufficio.
Proteggendo le proprie abitudini da quanto di più illusorio il mondo aveva da offrire. Le alternative.

Di lei si sapeva poco. Perché poco diceva. A dire il vero quella sua voce, bassa, decisa e penetrante, si sentiva davvero poco. Aveva capelli biondi, di una luce stranamente perfetta, che coprivano il viso, lasciando passare gli occhi, color nocciola.
Devastanti.
Di tutta la sua bellezza, straordinaria testimonianza di un dio non precisato ma che tutti ringraziavano vedendola, gli occhi restavano il problema più grande.
Infiniti, disarmanti, devastanti. Fermi. Profondi come un pozzo, pieno zeppo di storie non raccontate. Innocenti come quelli di una bambina. Restavano paralizzati, gli uomini, davanti a quelle due palle nocciola, scure e piccole.
Forse per questo parlava poco. Erano i suoi occhi a parlare, il più delle volte, per lei.

Era stato il destino a farli incontrare, avrebbero poi convenuto, nudi nel caldo di una stanza piena zeppa di quel disordine di chi ha appena finito di fare i conti con la vita.
Sarebbe stato il destino a farli perdere di vista, pensava lui, cercando affannosamente le mutande, i gemelli e i calzini, non in quest’ordine, ma perdio perlomeno le mutande.
Niente avrebbe potuto allontanarlo, aveva capito lei, che del peso specifico dei suoi occhi aveva un’idea, avendoli portati per il mondo per qualche anno.

Di due vite che si fanno una, di quell’incrocio di destini, di quel preciso momento che in fondo tutti cercano, più o meno affannosamente, per tutta la vita, lui ricordava ogni singolo istante. Nessuna flaccida coperta di inutili particolari copriva tutti i minuti che, dal portone di casa fino alla porta di quella stanza, avevano disegnato quel percorso preciso per cui uomini, moltissimi uomini, tutti gli uomini, avrebbero dato la vita.

Non ricordava, senza saperlo, di essere stato scelto. Non sapeva che quegli occhi, prima che quelle mani prendessero le sue anche, prima che quei talloni spingessero le sue gambe, prima che lui si ricordasse quanto fosse bello, di colpo, vivere, quegli occhi nocciola avevano scelto lui.
L’ordine apparente del suo essere come una nuvola.
A corredo di un cielo grande e infinito. Il meglio che possa capitare a una nuvola, nella sua fottuta vita di nuvola, è per qualche ora coprire il sole. I cinque minuti di fama di una nuvola.
Niente di più.
Magari, alle nuvole più fortunate, capita poi di avere una forma divertente, che un bambino qualsiasi, a spasso con la vecchia nonna, potrà trovare spassosamente simile a un elefante. O a una stufa. Niente di più.
Magari a lui sarebbe capitato un bambino irrispettoso, irriverente e maleducato che, dal basso del suo metro scarso, si sarebbe messo a ridere della misteriosa macchia che campeggiava sull’abito blu, proprio all’altezza del ginocchio sinistro.
Un residuo di una distrazione, una risata di un bimbo, niente più.

Non perdiamoci in dettagli inutili.
Lei lo ha visto, appoggiato alla sua stanchezza, quasi piegato nel suo soprabito, ordinatamente sull’attenti ad aspettare un semaforo rosso.
Sembrava, così a prima vista, come se la vita gli fosse entarata nelle giunture, piegandone un po’ l’orgoglio e la voglia.
Aveva amato di lui molte cose, ancora prima che lui potesse accorgersene.
Aveva capito di lui molte cose, ancora prima che lui, nell’imbarazzante caccia al tesoro tra mutande e calzini, iniziasse goffamente a giustificare il suo essere nudo, alle undici del mattino, in una stanza, insieme a una donna.

Gli uomini cacciano. Anche gli uomini stanchi. È solo questione di tempo.
E poi, noiosamente, si giustificano. Come se ci fosse qualcosa da giustificare a una donna che, sei minuti prima, teneva orgogliosamente alta una poderosa erezione che, con lo scarto di qualche ora, poteva ancora essere chiamata alzabandiera del mattino.

Non si erano scambiati il numero. Sembrava che questi cazzo di calzini fossero molto più importanti, insieme a quei ridicoli gemelli d’argento.

Così lei se ne era andata, ritornando a quel semaforo, con la certezza di poterlo rincontrare ancora, sempre a quell’incrocio.
Questione di giorni. I leoni, anche quello stanchi, tornano sempre a cacciare.
Era bello. Anche se stanco. Forse bello della sua stanchezza. Sarebbe tornato, insieme alla sua stanchezza, speriamo senza calzini e gemelli.

Non si erano scambiati il numero di cellulare, osservava lui, tenendo in mano il cellulare.
Aveva cambiato programma.
Anche se, dopo essere venuto tra le gambe di una perfetta sconosciuta in un mattino d’autunno, parlare di programmi era quantomeno singolare.
Aveva preso la strada per il cimitero.
E poi una strada sconosciuta, verso fuori. Verso le montagne.
Si era fermato, per pisciare. davanti a una sterminata campagna di nebbia e nulla. Aveva preso il cellulare.
Constatando di non avere il suo numero.
Avrebbe voluto scriverle.
Non sapeva bene cosa.
Grazie. O forse, spero di non averla messa incinta.
O, lei è la donna più bella che io abbia visto nuda. Dal vivo.
O anche un semplice ciao.
Niente.
Allora aveva buttato il telefono verso la nebbia.
A spanne, verso un fosso.
Si era tolto la cravatta, lasciandola cadere per terra.
E si era seduto sul cofano della macchina.

Che in fondo, aspettare, a volte, è meglio

Perdono (Per Aspera da Astra)

Sembra che di tempo non ne sia passato, invece sono passati parecchi anni.

Eppure sei sempre qui, bella come pochissime, che ti lasci toccare come se avessimo finito ieri di fare l’amore.

Eppure sei ancora più bella, con qualche segno del tempo, tutto cambia, perchè mi piace ritrovarmi nei piccoli dettagli che chi ti vive tutti i giorni non vede. Cose che conosco a memoria, particolari inutili, piccole cose futili, ridicoli punti di riferimento che adoro ritrovare compiacendomi con l’espressione di un vecchio alpino alticcio durante una festa.

Si, io sono cambiato. Tutto cambia, tranne te. Parrebbe essere veramente così.

A ottobre mi piaceva spogliarti piano, questo lo ricordo, camminando al tramonto verso il centro, arrivando al cuore lentamente.

Anche se non c’è niente come te a Natale, perchè nessuno se lo aspetta. Nessuno ti cerca a Natale.

Insomma, bentornata. Non sei mai andata via.

Mentre volavo pensavo a tutti  i profumi che conosco a memoria, che mi sembra di conoscerli da sempre, e mi ricordavo di quante vite fa ci siamo frequentati così freneticamente. Così tanto, per così tanto.

A te lo posso dire, poche cose ho amato nella vita come amo te. Pochissime.

Insomma, sono tornato.

A Madrid.

Sarebbe troppo lunga da spiegare, la lista dei motivi per i quali ti amo così tanto. E’ una questione di pelle, sicuramente, ci siamo trovati fin da subito.

E’ una questione di tempi, perchè sono stato davvero tanto qui.

E’ una questione di notti losche, puttane tristi, rhum caldo, vino rosso acido, casinò in chiusura, risse da ubriachi, chiacchierate con sconosciuti appoggiati alla serranda del Mc Donald, passeggiate al tramonto della domenica, dormite sull’erba nei parchi. E’ una questione di vicoli, viali, case, bar, locali, rumori, odori, periferie. E’ una questione complessa.

L’amore.

Molte cose sono cambiate. Da allora, intendo. Normale, sono passati tantissimi anni. Sei la mia storia d’amore più lunga. Ti ho tradita in tutto il mondo. Ma sono sempre tornato a dirtelo. Dovrebbe farmi onore. La sincerità.

Ecco, sinceramente, l’unica cosa davvero preoccupante che è cambiata, da allora, è questa piccola vena sopra l’occhio destro. Si sono rossi, sto tutto il giorno davanti a un computer, a rispondere a messaggi pericolosi, in modo diplomatico, per non lasciare dubbi. D’estate tornano verdi e marroni.

No, non piango più. Adesso, perlomeno.

Si, mi ricordo di quella notte passata a piangere appoggiato a quella ringhiera. Non ricordo le ragioni, ma per averlo fatto ne avrò avute di buone, o parecchio, troppo, rhum.

Ecco, questa vena sopra l’occhio destro, che alla sera sembra gonfia da voler esplodere. Ecco.

Questo piccolo particolare riassume la differenza.

Non mi diverto più.

Dici poco.

E’ una questione fondamentale, per noi puttane, divertirsi.

Lo sai, di puttane te ne intendi, come tutte le città di comprovata tradizione cattolica.

Mi piaceva da morire questo incrocio, quel pezzo di Gran Via, con l’oratorio dell’Opus Dei e le puttane dell’Est a qualche metro. Cocaina e rosari che intrecciano le mani nelle viscere del centro sotto gli occhi di tutti.

Non mi diverto più, dicevo.

A uno normale non dovrebbe preoccupare.

E’ il più grosso campanello d’allarme che posso dare.

Qualche giorno fa, seduto a un tavolo di non ricordo quale ristorante, osservavo le mie mani seguire il discorso che stavo facendo mentre mi veniva in mente questa canzone.

Dovessi raccontarti il mio duemilatredici, impallidiresti. Ascoltavo questa canzone, mentre scappavo da tutto e tutti.

Avevo smesso di divertirmi. Per questo scappavo.

Capisci?

Ho chiesto perdono per questo.

Sono bravo, lo sai, a ritrovarmi in vicoli bui, stretti e mal frequentati. Sono anche bravo a uscirne. Sai anche questo. Ti ricordi quella notte di giugno? Dio solo sa come cazzo ho fatto a non rimediare un coltello in pancia. Darei un rene per quell’adrenalina, per quella follia urbana.

Ecco, io sono rimasto quello.

Quello di quella notte in quel vicolo.

Anzi ti dirò di più. Più leggo, più studio, più ascolto, più resto quello di quella notte in quel vicolo. Non ho paura di fare domande, di dire cose, di ridere, di toccare, di leccare, di mangiare, di bere, di respirare.

E a differenza di quella notte, ho capito che tutto ha delle conseguenze.

Io sono ancora quello.

E’ che alcune cose le ho risolte. Altre restano sospese.

E non mi diverto più.

Ed è allarme rosso.

Quando non mi diverto più.

Ho cambiato letto, abbandonato famiglie, venduto moto, lasciato posti sicuri, messo in discussione intere generazioni di sicurezze consolidate da secoli, per molto meno.

Perchè non mi divertivo più.

Ecco, non mi diverto più.

Mi vedo nello specchio. Vedo il nodo della cravatta stringere troppo, e quella piccola vena.

Come se volessi confessarlo a qualcuno, sono venuto fin qui a dirlo a te, che a ottobre sei ancora calda come un ritorno d’estate, che sei bella come sempre, che ti porti dentro un sacco di storie della mia vita, molte delle quali non sarebbe il caso di raccontare a nessuno.

Vengo qui a dirlo a te.

Non mi diverto più.

Tu che hai visto dove posso arrivare, forse sai che è davvero pericoloso.

Niente che possa turbare il sonno dei giusti. Solo una piccola vena gonfia.

Post Scriptum:

Non mi diverto più. Mi annoio. Mi uccide, la noia. Per questo scrivo poco e male. Per fortuna, conoscendomi, per un goccio di quell’adrenalina, di quella follia controllata, di quella fame divorante, sono sempre stato disposto a distruggere tutto e ricostruire.

Lo sto facendo. Abbiate pazienza.

Oppure levatevi dai coglioni

Life is short fritz! Surf it

Il Re Nudo

Antefatto:

Sono abituato a donne ossessionate da oggetti di varia natura. Scarpe, vestiti scadenti, suppellettili vagamente richiamanti a stili di arredamento non prossimi alla cultura italiana, come le vecchie cassettiere inglesi o i legnetti provenzali. Ripongono negli oggetti una cieca fiducia, guai a chiamarla ossessione. E’, dal punto di vista psichiatrico, un comportamento ossessivo compulsivo. Dal punto di vista sociale, è tollerato come molte altre deviazioni. Sono abituato. Tanto che, per assurdo, posso sostenere una conversazione sulle scarpe.

Che quindi

Lei ha un forte impatto comunicativo. La maggior parte la definirebbe una rompi cazzo. Banalizzando. Nei primi sei minuti di conversazione, ripete compulsivamente informazioni sui suoi studi e sulla sua carriera, toccando di tanto in tanto il foulard, che riconosco essere di marca. Un pezzo di stoffa che costa, al netto delle tasse, come un motorino. Io reggo, per educazione e per curiosità. Non riesco, nell’immediato, a capire se si tratta del rapporto con il padre o di una serie di sommesse violenze subite negli anni. Sono cose, comunque, che non si possono dire. Se no la gente pensa che sei pazzo. Se vai alla sorgente dei problemi, indicando alcuni comportamenti ossessivi, manifestati nel pieno di una semplice chiacchierata, dando il nome giusto alle cause, la gente va fuori di testa. Le reazioni vanno dal: ma tu chi cazzo sei per dirlo al è arrivato il profiler di sto cazzo. Credo che l’eccessiva presenza del padre abbia lasciato dei segni indelebili. Che poi noi ci dobbiamo spippare.

L’amica invece è molto più semplice. E’ affetta da DSM-IV-TR, disturbo istrionico della personalità. Lievemente sovrappeso, molto carina, manifesta cinque degli otto sintomi. Comunica una sessualità forte, e cerca una intimità non ragionevole, essendo poi sei minuti scarsi che ci conosciamo. Ho perso la testa per una persona affetta dallo stesso disturbo. Conosco la materia.

Cioè

La strada della serata sembra chiaramente disegnata. L’amica noiosa con il suo maledetto foulard sarà il bagaglio da traghettare fino a mezzanotte, con pazienza, molta pazienza, mentre, statistica alla mano, il Re Nudo procederà alla conquista della piccola e sessualmente aperta giovane.

Un disturbo istrionico della personalità, in caccia grossa, è un grosso vantaggio. E’ sul lungo termine che la relazione scivola. Insomma ci vogliono cinque minuti a scroccare un pompino, ma ci potrebbero volere dei mesi per uscirne. Vivi.

Questo, la maggior parte degli uomini non lo sa. E’ una forma di isteria. Come l’ossessione per le scarpe, anche questo sarebbe un disturbo psichico. Ma si sa, le scarpe e i pompini non sono disturbi troppo rilevanti.

Mi appoggio al programma, lasciando che le noiose chiacchiere egoriferite e il traumatico rapporto con il foulard mi cullino fino a mezzanotte. Ho lavorato, letto e studiato troppo. Volevo uscire. Volevo vedere i miei fratelli.

Ho cacciato per i miei fratelli. Prede facili. Al bancone. Un classico. Non dovendo nemmeno cacciare per me, mi basta giocare una partita veloce nella quale capitolo rovinosamente fuori scena, lasciando il cacciatore al centro.

Il Re Nudo ha paura di cacciare.

Il Re Nudo sta studiando la sua vita. Dopo che il Re Nudo ha distrutto la sua vita. Ha fatto bene a distruggerla, fa bene a studiarla.

Il Re Nudo non sa aspettare le risposte, e compra un sacco di biglietti aerei per andare a cercarle, non avendo capito che le migliori risposte sono sedute al tuo fianco, sul divano. Basta lasciarle entrare.

E’ l’uomo più buono che conosco. Che potrebbe non essere un complimento. Che ad essere troppo buoni qualche volta si rischia.

E’ abituato ad usare la sua bontà, che arriva come un profumo dolce, per anestetizzare. Ognuno caccia con i mezzi che ha.

Confondono il profumo di bontà, si lasciano andare.

Il Re Nudo caccia. Tutti i miei fratelli sono cacciatori.

Non saremmo fratelli.

Arrivo al punto di rottura con la noia. Succede. Non trovo nulla di interessante nel chiacchiericcio passivo aggressivo. Non ho voglia di bere. Aspettavo Freddie. Devo finire un libro sulla gestione del conflitto durante la prima rivoluzione industriale. Roba da sballo.

Sto davvero studiando troppo, dormendo troppo poco. Vivendo pochissimo.

Salgo in moto, compiacendomi.

Finirà, il Re Nudo, in mezzo a un caldo abbraccio.

Anestetico per animi nobili.

Lascio il campo giocando l’ultima carta, toccando il foulard e guardandolo con disprezzo.

Salgo in moto, che fa un freddo stupendo.

Riesco a non pensare, quando guido. Mi piace esagerare, quando guido.

Dev’essere, anche questo, un disturbo.

O una sfida.

Passo sotto il cavalcavia con il tachimetro che segna centosessanta.

Una piccola botta di adrenalina.

Voglio bene al Re Nudo.

La Cacca

Non fraintendermi. Non sono a corto di argomenti. Anzi. Affronto letture interessanti, e ho spunti notevoli.

Ho dormito in un posto sospeso nella foschia, a ridosso delle Alpi, sotto l’Austria, davanti a un prato tagliato di fino, dove una capretta, questa mattina, ha fatto capolino da una siepe. Più bucolico di così.

Ho cenato in un posto magico, pieno di legno alle pareti, annusando il profumo del prosciutto lasciato a stagionare.

Ho guidato attraverso le Alpi, la costa, le grandi città. Ho ricevuto messaggi stupendi. Ho curato il mio spirito leggendo e meditando, davanti alla capretta.

Insomma. Tutto a posto. Ascolto a ciclo continuo il nuovo disco dei Rancid. Che mi riporta ai tempi, con molti più capelli, meno soldi, più sogni e meno pippe, in cui giravo la città in bici sorridendo.

Se vuoi proprio saperlo, ho sviluppato una certa curiosità in merito alla questione feci qualche giorno fa.
Ero seduto alla mia solita poltrona, in un angolo dell’aeroporto, proprio davanti a Intimissimi. Suppongo che la commessa di Intimissimi, che dovrebbe rivedere le sue scelte in tema di perizomi da indossare al lavoro, o quantomeno alzare la soglia del girovita dei pantaloni, creda che io la ami. Mi siedo davanti alla sua postazione due o tre volte la settimana per due ore.

Sarebbe una storia d’amore bellissima. Ci siamo conosciuti in quel limbo di terra che non ha nazioni, dove tutti corrono, e dove tu ti fermavi, tutte le settimane, davanti al mio negozio. Ci siamo guardati tantissimo, ci siamo incuriositi. Forse poi abbiamo anche fatto finta di niente. Poi tu sei arrivato con un cappuccino con la schiuma con il cuore disegnato, io mi sono commossa, ci siamo parlati. Hai una voce bellissima. Ci siamo amati nel camerino, e poi, dopo un anno ci siamo sposati. Proprio in aeroporto.

Ecco. Purtroppo la questione è differente.

Innanzi tutto io odio i cappuccini. E la schiuma con i disegni. E, nella maggior parte dei casi, anche i baristi che la fanno solo per broccolare le clienti. E poi, amore mio che indossi il perizoma verde pisello che si vede spuntare di un buon tre dita dai pantaloni neri aderenti, ti devo dire la verità: il tuo shop è stupendo, pieno di accattivanti perizomi e reggiseni pieni di sensualità.

Ma in verità, l’unico motivo per il quale uomini e donne di ogni razza ed età stanno seduti davanti al tuo negozio è che ci sono quattro prese di corrente. Ricaricare il cellulare, la cui batteria, essendo un prodotto prime da circa ottocento euro, dura dalle tre alle quattro ore, è di fondamentale importanza per chi viaggia.

Scusa.

So che fa male.

In ogni caso, ero seduto sulla mia consueta poltrona, ricaricando il cellulare e leggendo distrattamente un libro, quando un impulso primordiale mi ha obbligato a impacchettare il tutto e dirigermi, con passo fermo, verso una toilette.

L’arte di cagare in viaggio, ovunque, con qualsiasi mezzo, in qualsivoglia situazione, è argomento ostico.

Molti faticano a pensare sia possibile defecare fuori dalle quattro mura di casa.

Anche io lo pensavo.

Poi, essendo a casa un giorno su cinque, mi son detto: o si tiene tutto dentro per quattro giorni, oppure si fa di necessità virtù.

Uso i bagni degli aeroporti con discreta famigliarità per radermi, sciacquarmi i capelli, igienizzare sommariamente le mie terminazioni articolari e, ovviamente, per defecare.

Si, voi avete guardato Up in The Air, con George Clooney, e avete pensato a quanto sia figo viaggiare in aereo, fare miglia, impacchettare trolley, avere amanti belle in alberghi belli.

Pensate alla cosa da un punto di vista statistico. Mettete due ore al giorno in bagno. Le passate, giusto?

Ok, nelle vostre sedentarie vite, sono 700 ore l’anno nello stesso bagno.

Mentre ero in coda per il mio turno nel piccolo e sporco bagno del terminal, ho fatto un rapido calcolo.

Io passo circa 200 ore nel cesso di casa mia. Circa 300 in cessi di alberghi di media categoria sparsi per il mondo. E 200 ore in cessi di aeroporti.

Passo lo stesso tempo sulla tazza in aeroporto e a casa.

Così, per statistica.

E per statistica, posso anche dire che l’80 % dei bagnoschiuma degli hotel hanno un odore orrendamente simile a quello del sudore di un tennista obeso. Motivo per il quale mi porto il mio alla camomilla.

Poi è toccato a me. Splendido tempismo.

E sono entrato nel cesso, eseguendo le manovre meccaniche che mi consentono di mantenere standard igienici degni di un paese industrializzato, dove però la maggior parte dei possessori di pene, non si sa perchè, piscia ovunque tranne che nel buco della tazza.

Primo: mezzo metro di carta igienica stesa per terra. Appoggiare borsa.

Secondo: tre strappi di carta igienica, da mettere sull’appendino o sulla maniglia, per appendere la giacca dell’abito.

Terzo: estrazione del disinfettante per mani, con il quale si procede alla sanificazione dell’asse del cesso, massaggiando la plastica in senso orario per una ventina di secondi.

Quarto: compiacersi dell’ottimo lavoro, constatando che al consueto odore di piscio si alterna un piacevole odore di ammoniaca, associata dal mio olfatto al concetto di igiene e benessere.

Quinto: procedere

Sesto: pulire il tutto, tirando l’acqua oppure passando ossessivamente il dito sulla fotocellula, che non fa mai partire lo sciacquone. Lavare le mani con il disinfettante e riporlo nella borsa.

Settimo: strappare un pezzo di carta igienica e aprire la maniglia del cesso.

Ottavo: uscire senza lavarsi le mani, osservando gli sguardi schifati.

Otto semplici passi che mi garantiscono di non raccogliere germi e batteri di altre seicento persone. In media, un bagno di un terminal, viene frequentato da 1200 persone al giorno. La gastroenterite, generalmente, ha un tasso di diffusione, nei picchi stagionali, di 1 su 4000. Vuol dire che, viaggiando tre giorni alla settimana, c’è il rischio di prenderla tutte le settimane. Lasciate perdere la calcolatrice, viaggio con le low cost ho un sacco di tempo libero per fare questi calcoli.

Otto passi fondamentali. Che, osservando bene, prevedono un’unica fondamentale componente: la carta igienica.

La carta igienica è stata inventata alla fine dell’800, e contribuisce parecchio alla distruzione di molti alberelli.

Insomma, cagando inquinate parecchio.

Paese che vai, carta che trovi. La peggiore, a oggi, è quella abrasiva che mettono negli aeroporti americani. Assomiglia al cartoncino natalizio, e produce una piacevole sensazione di raschiamento. La migliore è quella tedesca. Soffici fazzolettini, estraibili uno a uno, che quasi te li porteresti a casa o li metteresti nel taschino della giacca.

La carta igienica è una componente fondamentale del processo.

Mi assicuro sempre che ce ne sia a sufficienza.

E mi porto un pacchetto di fazzoletti con il dollaro disegnato.

Essendo la carta finita, mi sono dovuto spostare in un altro bagno.

Che era chiuso, per pulizie.

Mi sono spostato fino al bagno del duty free. Che era sigillato. Oppure era morto qualcuno dentro. Non si sa mai negli aeroporti.

Resta il fatto che la questione, comprensibilmente, diventa urgente.

Ma anche il mio imbarco è alle porte.

Impossibilitato a procedere con quanto descritto precedentemente, mi sono mestamente imbarcato.

Avendo una dignità da frequent flyer, mi oppongo a chi caga in aereo.

Su un Airbus 319 qualsiasi odore arriva a tutti in meno di un minuto.

Ma mi sono chiesto: quanto può impattare la mia scelta di non aver defecato sul consumo di carburante dell’aereo e quindi sull’inquinamento mondiale.

Uno arriva a farsi queste domande nella vita.

Stavo dando il mio passaporto a un impiegato del check in, mentre mi domandavo quanto avesse contato la mia disavventura nel quadro generico del consumo di carburante dell’aeromobile.

Appena dopo, dentro il finger, mi sono chiesto: è normale farsi queste domande?

Ho risposte per moltissime domande. Molte domande strane.

A questa non ho trovato risposta.

O meglio. Una risposta c’è: la mia scelta non ha impattato sull’inquinamento del mondo. Perlomeno, ha impattato tanto quanto la scelta di chi compra Vogue con un allegato o porta un iPad.

Un uomo produce, in 80 anni, quasi 2800 Kg di escrementi. 36Kg l’anno. 200 grammi a sessione.

Due etti.

Niente, per un eco carburante, il J4, che subisce una oscillazione solo tra la tonnellata e la tonnellata e mezzo.

Ho dovuto cercare qualche informazione durante la riunione del mattino, non prima di essere andato in uno stupendo bagno presidenziale, per arrivare alla serenità di sapere di non aver inquinato troppo.

Sono un cagatore eco consapevole.

Poi mi son chiesto, ancora, se fosse davvero il caso di dare così tanta attenzione alle feci.

E ho scoperto, durante la riunione del pomeriggio, che persino Freud ha dato molta attenzione al rapporto che gli uomini hanno con le loro cagate.

Mi sono consolato e, durante la birra con i colleghi, alla sera, ho chiesto sommessamente da che parte preferissero il rotolo di carta igienica. Perchè ho scoperto che anche il senso del rotolo di carta igienica ha acceso parecchi dibattiti.

Pensavate fosse un argomento facile da affrontare.

Bruchi e Farfalle

Volevo trovare un titolo accattivante, che riempisse la prima slide prendendo tutta la vostra attenzione. Ho venti minuti a disposizione per convincervi, da qui a marzo, il venerdì pomeriggio, a restare attenti, collegati e, possibilmente, a condividere commenti. Si parte dal titolo, di solito. E’ una buona presentazione. Vanno di moda i titoli stupendi, con dietro niente.

Non ho trovato il titolo, mi sembra evidente. Se no, al posto di tutto questo panegirico vi avrei spiattellato una slide formidabile.

Ho perso una buona occasione, devo ammetterlo. Ma vi metto questo disegno bellissimo, di un bruco che diventa farfalla.

Tutto quello che impareremo, alla fine, in questi mesi, è semplicemente questo. Osservare bruchi che diventano farfalle.

Questo è il Change Management.

Come materia, va detto, non è propriamente da venerdì pomeriggio. C’è un sacco di teoria, davvero tanta. Hanno iniziato a scrivere del cambiamento negli anni 30. Del secolo scorso. E come tutti gli studiosi, amano da morire contraddirsi con studi innovativi. Abbiamo sei libri da studiare. Avete, perchè io ho smesso.

A dirvi la verità, e questo mi serve per presentarvi chi sta parlando, io non ho mai studiato. Nel senso stretto del termine. Non è indispensabile studiare per insegnare.

A dirvela tutta, studiare non serve a niente, se poi non si mette in pratica. E questo fa rima da morire con il change management. E’ una teoria completamente inutile. Il vero change management inizia dal preciso istante in cui mettete in pratica. Drucker, Gollard, Coleman, Robbins, il nostro emerito professor Bodega, hanno scritto cose interessantissime.

Se non le mettete in pratica, non servono a nulla.

Come quelli che portano a tavola quattro salad dressing, due tipi di aceto e tre di olio e poi mangiano l’insalata solo con il limone.

Io, dicevo, non ho mai studiato in senso stretto. Ho letto tantissimo. Che, spesso, è meglio di studiare.

A dirvi la verità, mi sono iscritto a due università. Ma non ho mai finito niente.

Poco male. L’università serve pochissimo. Scusate se ve lo dico, così, di venerdì pomeriggio. Siete nell’istituto più prestigioso d’Italia per le discipline economiche. Famoso in Europa e nel mondo. Con discrete probabilità siete divisibili in una buona fetta di figli d’arte, commercialisti, bancari, fiscalisti, e una buona fetta di motivati a diventarlo.

Studiate cose pratiche per la vostra professione. Prendete il primo foglio che vi ho dato.

Sono facce. Di chi?

Tutti uomini e donne molto ricchi, molto davvero, che non hanno mai finito l’università.

Così, per dire.

Per cambiare la prospettiva delle cose. Cambiare la prospettiva delle cose è una delle prime leggi del cambiamento.

Per cambiare prospettiva servono due cose: la volontà e la curiosità.

A questo serve il secondo foglio. E’ la lista di Forbes dei milardari del 2014.

Gente che, converrete, guadagna parecchio. Fanno cose diverse. Uno fa computer, uno fa un social network, uno fa vestiti, uno macchine. Fanno, per semplificare, un sacco di soldi.

Prendete il prossimo foglio.

E’ divertente da sapere: se Bill Gates fosse una nazione, sarebbe una delle nazioni più floride e ricche del mondo.

E se Bill Gates fosse una nazione, come lo definireste?

Italia, Moda. Spagna, turismo. Svizzera, banche. Bali, vacanze. Bill Gates? E Elon Musk?

Gente con un QI molto, moltissimo, sopra la media.

Ok

Ma soprattutto gente curiosa.

La curiosità, insieme alla volontà, cambia i destini delle persone.

Chiedendosi cosa non va, curiosamente, si può progettare una navicella spaziale o una macchina, molto bella, elettrica.

Molto fica.

Io dico fico un sacco di volte. Perchè non sono un professore, e perchè certe cose sono molto fiche.

La Tesla è molto fica come macchina, come progetto, come ideale e come sogno. E fattura un sacco.

Curiosità, volontà e diversi punti di vista.

Questo vi permette di aiutare i bruchi a diventare farfalle.

In America e in Cina è un lavoro. Si chiama Change Agent. E non vuol dire lavorare al borsino dei cambi dell’aeroporto.

Essere un Change Agent significa essere responsabili del cambiamento di qualcosa.

Una persona, una società, un destino, una vita, un piccolo comune, una grande metropoli.

Serve molto coraggio, molta determinazione, una fortissima capacità di fallire, e una grande visione d’insieme.

Siete qui per la visione d’insieme.

Studiate Strategia d’Impresa per la visione d’insieme. Perchè per salvare un uomo che annega bisogna conoscere le correnti, avere il fisico, saper nuotare. Visione d’insieme.

Il coraggio e la determinazione si costruiscono. Chiunque abbia paura, ha coraggio. Chiunque prova, è determinato.

Io vi parlerò anche della capacità di fallire.

Fallire è una delle cose più belle della vita.

Se presa nel modo giusto.

Parleremo di stupendi fallimenti. Jobs, prima di arrivare all’iMac, fallì.

Miseramente.

Picasso, che non ha mai avuto un’azienda in senso stretto, ma che se fosse vivo sarebbe ricco parecchio, ha sempre fatto cose che non sapeva fare. Per imparare a farle.

Fare cose.

Essere Agenti di Cambiamento vi permetterà di capire la differenza tra il pensare e il fare.

Tutti pensano di smettere una viziosa abitudine. Bere troppo, fumare, mangiare troppo.

Quelli che iniziano a fare, anche se falliscono, hanno vinto.

Cambiano.

Ecco, questo è il riassunto di una settantina d’anni di libri, che però dovrete leggere tutti.

Qualcuno lo prenderemo molto sul serio.

Quelli più divertenti.

Gente, in fondo, che si è messa a pensare quanto potesse essere correlato il business dei lottatori di sumo e degli insegnanti americani della scuola intermedia.

Gente divertente.

Ah, hanno in comune che rubano, truccando le classifiche.

Viviamo in una società che richiede un cambiamento continuo.

E molti dei miei colleghi non laureati ma molto furbi, fa soldi su questo argomento. A palate.

Perchè il cambiamento è una fase vitale della vita di ognuno.

Le persone che non cambiano sono le persone noiose che ricordano il passato aspettando il futuro. Quelli che cambiano godono del presente.

Che cambia

Impareremo anche questo.

Imparerete, perchè io l’ho imparato sulla mia pelle.

In ultimo, vi chiedo scusa. Io non sono un buon insegnate. Sono un chiacchierone. E mi metto i jeans, perchè è venerdì e io il venerdì non metto mai il completo. E arrivo con le occhiaie. Perchè io, crollasse il mondo, il giovedì esco a bere con i miei amici. Quelli, davvero, non li cambierei con niente. E nemmeno le abitudini belle che mi danno forza.

Impareremo anche a trovare abitudini belle. Una potrebbe essere trovarsi qui il venerdì pomeriggio e parlare di gente che cambia il mondo. Divertendosi.

Ci sono uomini che vogliono costruire auto elettriche, uomini che vogliono mandarci sulla Luna per turismo, uomini che sono morti e rinati.

Semplicemente cambiando. Loro. Cambiando il sistema.

Alex Zanardi un giorno ha perso tutte e due le gambe. Due settimane fa ha corso l’Iron Man. Correndo, nuotando e andando in bici.

Cambiando il corso del suo destino.

Scegliete voi se restare mutilati da un amore mancato, da un esame fallito, da un titolo non raggiunto, da un’università, da un lavoro, da una famiglia.

Oppure se essere come semplici persone che cambiano il mondo.

Scegliete voi. Pensateci, non è difficile essere curiosi e seguire questa lezione. Un venerdì al mese. Per quattro mesi.

Potete farcela. Se c’è gente che corre maratone senza gambe.

Manca un minuto, e ho finito i miei venti. Ma vi lascio un compito a casa. Ne ho diritto.

Qualche giovedì fa, ascoltavo un amico che si sentiva non adatto. Non capace.

Non in grado di cambiare le cose.

Io ho fallito tantissimo, per questo rido tantissimo.

E a questo mio amico ho detto: cambia!

Funziona. Prendi in mano questa cosa.

Vi devo svelare un segreto. il Change Management è una disciplina economica. Ma molto personale. Prima di trovare un guru, di innamorarvi di una falsa religione, di impazzire per una dieta, di scoprire che i sassi hanno un anima, e che vi potete curare con le foglie indiane, cucinare roba strana, parlare con il vostro io remoto, e tutte queste cose che tentano di vendervi, fermatevi.

Fate una sola cosa. Siate curiosi. Studiate.

Prima dello yoga, prima dei chackra o come si chiamano, prima dei santoni. Ci siete voi.

Diffidate di chi parla di cambiamento miracoloso.

Sono coach, brutta gente. Il cambiamento è un programma. Non è un miracolo.

E parte da una semplicissima cosa: la scelta di cambiare le cose.

Ecco, il mio compito lo trovate sull’ultimo foglio. Ho scritto tutto quello che vi ho detto, per non perdere tempo e correre nei venti minuti che mi sono stati concessi.

Alla fine c’è un link.

Andate a casa. Guardatelo. E’ il vostro compito.

Si chiama Nick 

Non è un prete, un coach o un santone.

E’ un ragazzo che vi racconta la storia di un cambiamento.

Pensateci, tornare, tra un mese, ad imparare l’arte del cambiamento, potrebbe essere bello.

Perchè potete cambiare il mondo.

Partendo da voi

Ci vediamo tra un mese.

(discorso per la mia prima lezione universitaria, venerdì pomeriggio, aula B01, piano terra, secondo semestre eMBAS, 2014, ottobre.  Non mi piace fare il professore, ma posso cambiare) 

BlowBuster (l’acchiappapompini)

Sono stato, ingiustamente signori della Giuria, accusato con infamia di un delitto che mai mi permetterei di perpetrare.

Per questo, stimati signori della Giuria, mi trovo qui, con l’umiltà e la sincerità che sempre hanno contraddistinto la mia persona, a difendermi dalle infamanti accuse.

Mi si lasci, esimi cittadini, introdurre brevemente l’antefatto. Sono stato accusato di aver scritto un post, il precedente a questo, con il puro intento di raccimolare, biecamente, pompini dalle mie lettrici e dai miei lettori.

Orbene, gentili concittadini e stimate conterranee, voglio chiarire fin da subito che niente di più infamante fu mai detto nei miei confronti.

Seppure alcuni miei scritti, se presi in maniera manichea, possano subire alterate interpretazioni a sfondo sessuale, non si può certo dire che io sia di contro un maniaco seriale.

Solo menti maliziose e deviate potrebbero, gentilissimi e stimati signori, leggere tra le righe di un post incentrato sulla dolorosa solitudine umana che mi contraddistingue nelle continue trasferte alle quali il mio lavoro mi costringe, dei messaggi beceri a sfondo sessuale.

Inoltre io, in quanto stimato professionista di affermata origine cattolica, non potrei mai dedicarmi a null’altro se non al lavoro e alla famiglia e ai valori che coronano questi due ambiti del successo umano.

Insomma, sensibili membri del collegio giudicante, qui mi si accusa di essere sensibile a quel poco di buono che c’è in una serata ambigua fatta di cachemire, indossato sulla pelle nuda, luce e ombra, champagne, profumi e sapori di una religione, quella del corpo usato come strumento sessuale, che non mi appartengono.

Anzi,

che schifo.

Mi si punta come, lasciatemi usare putroppo lo stesso linguaggio di questi infami accusatori, un uomo soggetto a spogliarsi facilmente davanti al compromesso di un facile gioco erotico.

Ma che schifo.

Davanti a un’ambigua interpretazione del disegno divino, dove la bocca non si usa solo per cantare le lodi di Dio, e dove le mani non intrecciano ceste di canapa per il pane.

Che pochezza umana.

Signori della giuria, lasciate che chiuda la mia orazione dicendovi, dall’alto della mia fede nella giustizia divina, che mai cederei a tal compromesso morale dello scrivere per scopare.

Questo, in verità, ve lo dico.

Io scopo per scrivere.

Cordialmente vostro

Le cose che mi piacciono (autunno, mezz’età, edition)

Sono stato a pranzo con un tizio che ambiva a sottolineare l’incredibile fascino del gilet sotto la giacca. Il panciotto. Ho portato un paio di gadget, per quello che posso lo faccio sempre, ma lavoro in una azienda industriale. Credo che la questione gadget sia tangibilmente diversa in base all’azienda, al settore, al mercato e ai clienti.

Insomma non credo che la Disney e nemmeno Victoria’s Secret, diano come gadget delle anonime usb stick da 8Gb, industriali e USB 3.0. E’ quel genere di gadget che ti fa capire che lavori in un mercato che non è divertente da raccontare.

Si, magari succederà qualcosa di divertente, ma sarà divertente solo per te e per i tuoi colleghi. Roba da birra fuori dall’ufficio. Mica come al lancio di una nuova moto o di una nuova linea di giacche da uomo.

Anche il Piccolo, quando viene in ufficio, mosso dalla curiosità tipica degli esseri umani ancora buoni, ancora intelligenti, ancora semplicemente curiosi, cerca tra le scrivanie qualcosa di divertente.

Niente, solo fottutissime penne usb.

Mi sono portato dei gadget, una presentazione dell’azienda, un discreto mal di testa e mi sono seduto a un tavolo grande. I ristoranti dei ricchi si vedono dalle dimensioni dei tavoli. Dal peso delle posate, dall’uso spropositato di tovaglioli di cotone e piatti e dal numero di bicchieri.

Ho bevuto brindando, un sorso di Prosecco ghiacciato. Credo di aver fatto una smorfia di disgusto.

Poi la conversazione è scivolata su argomenti controllabili da una scimmia, una di quelle nemmeno troppo intelligenti.

Sorvolando sull’interessantissimo punto di vista del mio interlocutore sulla guerra dei prezzi nel tecnologico alla borsa di New York, mi chiedevo come un uomo con il panciotto potesse avere una vita sessuale normale.

Così, per curiosità.

Ovviamente, confermando il mio profondo interesse per i suoi preziosi appunti sulle inedite opportunità nel nord Africa, dove il succedersi di rivoluzioni e guerre fratricide può essere visto come un’emergenza umanitaria da Gino Strada e dai polemici. Dagli uomini intraprendenti come il mio commensale è visto come un quadro politico che offre numerose opportunità.

Sono quelli che poi trovi nei video dei sequestri, lacrime agli occhi, prima che un cazzo di sballato arabo gli punti un AK-47 alla tempia.

Un giorno, quando ancora credevo che questo genere di persone potessero ascoltare, ribattevo animato dalla mia vena cattocomunista e da tutto l’orgoglio di chi crede che la guerra sia sempre una merda.

I soldi hanno una forte connotazione fonoassorbente. Riducono il rumore di fondo. Insomma, quando parli senti la tua voce, ma non senti le risposte.

Scivolando con gli occhi ho notato anche una catenella sul panciotto. E mi son chiesto se fosse una cipolla. Un orologio molto cool.

Mi sto annoiando, pensavo. A morte, riflettevo.

Ed è solo lunedì.

Pare che il tizio con il panciotto sia in grado di sbloccare alcune delicate situazioni.

Pare. In Italia pare che questo genere di persone siano molto in voga. Niente di stupefacente. Il lobbista è un lavoro come un altro. Che richiede una dignità come un’altra. Un po’ meno del panettiere o dell’edicolante, ma anche il lobbista richiede dignità. Un po’ meno del piastrellista e del bagarino, ma anche il lobbista richiede intelligenza, come lavoro.

E’ che in Italia, maliziosamente, lo associamo sempre a robe tipo: corruzione, inciucio, mazzette, e robacce anni 80.

Il potere di venti anni di frenetico populismo fascistoide è stato quello di aver legalizzato il lobbista all’italiana. Ovvero una via di mezzo tra un corruttore e un lobbista, con regolare partita iva, in grado di erogare limpide consulenze costosissime.

Un professionista. Con il panciotto.

Tra il primo e il secondo io sono ancora a farmi due domande:

– sul menù c’era scritto Gran Lume di Tortelli e Salumi, e mi è arrivato un piattino con una fetta trasparente di prosciutto crudo e tre tortelli. Ora io non so cosa cazzo sia il Gran Lume, ma ho fame.

– ma il panciotto è così sdoganabile in pubblico? Non è forse terribilmente vecchio e pericoloso se appoggiato sulla bilancia dell’eleganza?

Il mio commensale tira fuori le carte. Il tavolo si riempie di fogli.

Guardandoci da fuori, il quadro è abbastanza facile da interpretare. In una trattativa immaginaria, tra due negoziatori, mister A e mister B, uno con una posizione X uno con una posizione Y, è necessario trovare un compromesso che stia nel mezzo della linea tesa tra X e Y.

Una fottuta via di mezzo tra i soldi che lui vuole e quelli che io potrei dargli.

A e B, sui libri, di solito escono contenti e soddisfatti di aver trovato un punto Z, in mezzo tra X e Y.

Nella vita, A e B, sanno che Z non esiste. E’ sempre o troppo vicino a X o troppo vicino a Y.

Io sono B. E voglio Y. E ho mal di testa. E forse anche una piccola, ma erosiva, sindrome da lunedì di pioggia.

Seppur l’autunno sia una stagione niente male.

Declino il secondo brindisi, anche perchè brindare a Prosecco è davvero poco invitante.

Mi scusino tutti i produttori veneti.

Io adoro bere, leccare, respirare champagne.

Mica per altro. Ma lo champagne mi ha sempre portato a interessanti brindisi.

Una vecchia volpe. Con il panciotto.

Potremmo andare avanti per ore.

Perchè queste cose portano allo sfinimento.

Ordino frutta fresca e un the verde.

Lui un amaro e un caffè.

Ci salutiamo sulla porta del ristorante, sotto una pioggia incessante, davanti a un lago grigio e immobile come il cielo.

Roba da ammazzare l’umore di qualsiasi essere umano.

– Mi permetta di farle i complimenti, prendere l’iniziativa è sempre un gesto coraggioso

Non sono coraggioso, stronzo. Sono obbligato.

– Mi permetta di contro di complimentarmi per l’orologio. Intuisco dalla catenella che lei sia un estimatore del valore del tempo.

Ogni tanto mi escono frasi che nemmeno Balzac avrebbe scritto in uno dei suoi cazzo di romanzi.

– Acuto osservatore.

– Più che altro colpito dal gilet

– E’ un panciotto all’antica. L’autunno tollera queste deviazioni di look.

Mah, nelle stagioni del buongusto, poco prima di un freddo e mortale inverno, l’autunno accetterà anche i panciotti.

– Interessante, quindi è stagionale

– Assolutamente. L’autunno permette cose che non si possono fare ne d’inverno ne in primavera.

Piove che fa rumore, nessuno dei due ha voglia di muoversi.

Ma anche restare qui a parlare come due commessi viaggiatori di fine ottocento non credo possa migliorare la situazione.

Mi muovo per primo, salutando.

Mi chiudo in macchina e aspetto.

In effetti l’autunno è una stagione davvero piacevole. Lo dico guardando agli ultimi otto autunni. Fai anche dieci.

L’autunno non ha aspettative.

E io sono sempre carico. Credo sia una questione di ormoni.

Molto carico.

I danni migliori li ho fatti proprio in autunno. Al confine con l’inverno, che è un periodo perfetto per provare a metterci delle pezze o a peggiorare le cose.

E l’autunno ha anche un prezioso elenco di cose che mi piacciono fare, che non si possono fare, per dire, d’estate.

– Adoro andare dal parrucchiere. Non so perchè.

– Adoro comprare i golf. Tra l’altro sempre gli stessi. E sempre nello stesso posto. Ha qualcosa di ancestrale, ma il cachemire e lo champagne mi fanno moltissimo effetto. Adoro i golf, la pelle nuda, lo champagne. Il caldo, e il freddo.

– Adoro i cachi. Frutta sublime. Mi ricordano mia nonna. E le elementari. Adoro mangiare cachi.

– Adoro limonare in macchina, sotto la pioggia battente, dentro la città, parcheggiato, nudo, con i vetri che si appannano. Questo, ad esempio, odio farlo in tutte le altre stagioni.

– Adoro andare al mare. Che fa freddo. Ma è un freddo umano.

D’autunno, come se il resto dell’anno non contasse nulla, faccio cose strane.

Mi perdo quasi tutti gli inizi di riunioni. Magari resto a guardare le foglie gialle per terra.

Ascolto pochissimo, perchè leggo tantissimo. Di conseguenza sto meglio.

D’autunno mi piacciono le bionde. Più che nel resto dell’anno.

Mi piacciono i tacchi. Quando tutti mettono gli stivali.

Mi piacciono le chiacchierate appoggiati alla città, quando tutti si chiudono dentro i bar.

Mi piacciono le zingarate, quando tutti sono depressi a ricordare l’estate.

Mi piace prendere la moto, quando per tutti fa freddo.

Di fondo, l’autunno mi piace. Lo dimostrano efficacemente i miei otto ultimi autunni.

I panciotti no. Quelli proprio no.

Nemmeno i lobbisti.

Ma poi, lentamente, ti ribelli sempre meno, e finisce che i panciotti e i lobbisti te li fai andare bene.

Per ora

Magnifico Cielo!

Space Oddity non è proprio il pezzo perfetto da ascoltare sotto un cielo perfetto per una tragedia, così grigio da non lasciare speranza. Resta una delle mie canzoni preferite. Resta che la mia pettinatura assomiglia in maniera preoccupante a quella del Duca Bianco. Una pettinatura che, a patto di essere rockstar internazionali, eclettiche personalità del jet set, è abbastanza consona al personaggio. Su di me, invece, assomiglia a una permanente sbagliata. Come se fossi andato in uno di quei piccoli Saloni del centro, dove le vecchie signore parigine si ossidano il cranio leggendo Gossip! o Closer.

Ci sono giorni, questo va detto, che decollando lasci il grigio e sbuchi in un cielo che ti ricorda che Dio esiste ancora.

Oggi no. Sembrava di volare in un giornale accartocciato.

C’è di buono che, lentamente, Parigi mi sta trasformando.

E’ successo con tutte le città. Tutte le città che ho vissuto un po’, per un po’, mi hanno lasciato qualcosa.

San Diego mi ha lasciato l’agnostico ottimismo di chi guarda le mareggiate fidandosi dell’Oceano e sapendo che, male che vada, in pieno inverno ci saranno venti gradi.

Madrid mi ha lasciato la tranquillità di sapere che, mentre tutto va a puttane, si può sempre sedersi in un caffè e bere del vino ridendo di cazzate. Oppure andare a puttane insieme a tutto il resto. Ma ridendo e fumando.

Parigi mi sta insegnando molto. Parigi mi sta costando molto.

Pochi se ne accorgono, perchè comunque torno sempre ordinatamente all’ovile. Ma questo lo ho sempre fatto.

Prendo i miei aerei, che ultimamente mi riservano sempre meno soddisfazioni, e ritorno alla base. Sotto un cielo grigio, dentro una città grande e disordinata, che amo come fosse una donna infedele.

Parigi è una città che scatena, nell’immaginario umano, tutta una serie di sinapsi che scadono facilmente nel luogocomunismo più bieco.

Tu dici Parigi, e la gente si pensa la Senna, la Torre Effeil, i grandi viali alberati, simpatici venditori ambulanti, i tavolini in ferro battuto dei caffè, gli scrittori maledetti, i cabaret.

Insomma, dici Parigi e la gente pensa che sia un bel posto per limonare. Forse. Questo non lo so dire oggi. Ho limonato molto a Parigi, ma non ho trovato delle grandi differenze con il farlo, per esempio, a Zurigo.

Giro per la città in orari improbabili, in giorni monotoni. Non ho cultura, cerco di farmela zoppicando tra TripAdvisor e i suggerimenti di colleghi e amici.

Per dire, in due anni sono stato a Parigi solo una domenica mattina. La domenica mattina le città sono donne nude ancora addormentate. Puoi passare con gli occhi tutto il contorno, accarezzare la pelle, osservare i particolari, senza essere visto.

Una volta, camminando per El Rastro a Madrid, ho capito che la domenica mattina è il momento giusto per dare un voto a una città.

E anche a una donna.

Senza nemmeno svegliarle.

Insomma, sono un novellino di Parigi. Ma, a quanto pare, avrò tempo per farmi le ossa. Ancora oggi mi perdo nella metrò, sbaglio i caffè, ordino sempre tartare di salmone e vino rosso, visito chiese brutte. Datemi tempo.

Ho a che fare con, circa, cinquanta persone, durante le mie scorribande francesi.

Un numero irrilevante, se messo davanti al numero degli abitanti di Parigi ( due milioni e due, meno di Roma, che sta a due e sette e meno di Madrid che sta sopra i tre). Ma un campione più che sufficiente per capire fin da subito alcune cose importanti.

Il mio network francese è composto da un variopinto campione umano che include sei razze differenti, con quattro tonalità di nero anche se non ho ancora capito se il tizio dell’assistenza tecnica che vive davanti a me è mulatto albino o bianco abbronzato cirrotico. Donne, uomini, due apertamente omosessuali, un paio ossessivamente etero. Dai 27 anni fino ai 60.

Non francesi. Parigini.

Beh, c’è una bella differenza.

In ogni caso, mi stanno insegnando moltissimo. A dirla tutta, più dei miei amici californiani o dei miei amici spagnoli. Quasi quanto i miei amici cinesi. No, i parigini non ruttano in riunione e non sputano in ascensore.

Mi diverto molto, quando passeggio tra i grattacieli, a immaginare queste parigine mentre fanno l’amore. Perchè hanno uno sguardo duro, sconsolato, penetrante, che non riesci mica a immaginare come si possa farci all’amore con degli occhi così. Rido sotto i baffi quando osservo i maschi che prendono seriamente qualsiasi cosa.

I parigini non sono latini. Nel bene e nel male. Non sono cazzoni, disordinati, erotomani, egoriferiti, lampadati, ridanciani. Le parigine non sopportano uno sguardo che indugi troppo, una mano su una spalla, un sorriso in un caffè.

Sembrano molto noiosi, a vederli così. Ma in fin dei conti hanno solo un modo un po’ diverso di ridere e, suppongo, di far l’amore come disperati. Insomma, me lo chiedevo dentro Chatelet Les Alles, perso tra le scale mobili della stazione del metrò: questo accrocchio di scaloni liberty, luci al neon, odore di piscio e gente che corre sarebbe perfetto per fermarsi, abbracciarsi, infilarsi mani dove non si può, e fermare il mondo. Per di più con la sicurezza che nessuno si fermerebbe. A nessuno interessa. Niente. A nessuno interessa niente a Parigi. Cioè non gli interessa proprio niente. Che tu sia negro, non gli interessa a nessuno. Che tu sia scemo, nemmeno. Che tu sia drogato, nemmeno. Figurarsi se ti metti a fare le cose sconce nel metrò. Ma io pensavo, sarebbe perfetto farlo qui. Ma nessuno lo fa. Si vede che lo fanno da altre parti.

Anche a Cascina Gobba o a Rebibbia, in effetti, non c’è molta gente che amoreggia dietro ai tornelli.

Mi incuriosiscono. Loro. Perchè io a loro, fondamentalmente, sto sul cazzo. Enormemente.

In quanto italiano, in quanto capo, in quanto capo italiano che è ancora peggio. In quanto io, in trenta quattro anni, non ho spostato di una virgola i miei difetti e la mia irruenza davanti a nulla. E appoggio mani sulle spalle, indugio con gli occhi e sorrido nei caffè a sconosciute donne che ordinano noiosissimi beveroni di carote.

Io a Parigi ci lavoro e ci studio. Che sono cose noiose, devo ammetterlo.

Tipo, non ho ancora letto un bel libro a Parigi. In compenso nell’ultimo mese, nelle mie notti noiose ai confini con la civiltà, ho letto quattro libri di Drucker. Uno spasso.

Lavoro dal mattino presto alla sera tardi. Che di buono c’è che entri con il cielo grigio ed esci con il cielo grigio.

Sempre lo stesso.

Ci ho messo poco ad innamorarmi di San Diego. Come una vergine inesperta, ci ho messo pochissimo a cedere a Hong Kong. E ho sposato Madrid poco dopo essermi fidanzato. Con Parigi andiamo avanti, alti e bassi, cinici, scoprendo difetti, accettandoli, in fondo, come pregi serviti differentemente, e tirando avanti.

Mi stanno insegnando, Parigi e i parigini, a credere molto meno nel fato. A urlare di meno, a guardare tutto come fosse un problema. Magari risolvibile, comunque un problema. Quella che voi scambiate per sfiducia nel mondo, sciovinismo del cazzo, è in verità una primordiale difesa contro la vita.

Pensa il peggio. Qualcosa di meglio arriverà, oppure ci avevi preso in pieno.

Mi stanno insegnando molto, ma non so se ci voglio restare. Mi sento ospite, e mica tanto voluto. Come un pesce, sono già passati i miei tre giorni. Puzzo.

Ma resto.

L’altra sera ho preso il metrò, per andare a mangiare i noodles migliori di Francia, che a mio modo di vedere sono secondi solo a quelli di Hong Kong. Pioveva, manco a dirlo. Mi coprivo con il libro di Drucker, offendendo intere generazioni di manager che lo venerano come i napoletani San Gennaro, e camminavo strisciando contro i muri.

A un semaforo mi si è accostato un ragazzo. Con i pantaloni alle tibie. Che mi piacciono tanto. E delle ridicole scarpe colorate. E il papillon. Ma soprattutto, un ombrello.

Dopo un breve sguardo, ha allungato il braccio destro, mettendomi l’ombrello sopra la testa.

Una cosa che non mi sarei mai aspettato, ne a Parigi ne a Milano.

E ha iniziato a parlarmi velocemente, in un francese stretto stretto.

E io sorridevo, che non capivo un cazzo.

Camminavamo veloci.

Ci siamo lasciati due incroci dopo, sorridendo.

Mi ha lasciato davanti a quel pub inglese dove mi piaceva restare a scrivere racconti fino a tardi.

Mi sono seduto a leggere Drucker, bevendo vino rosso scadente servito da una cameriera con le ballerine a punta, un sorriso bovino e capelli viola.

Ci sono volte che, mi sembra, Parigi mi annoia a morte.

Ma sono sicuro di sbagliarmi.

I Diametri di Un Amore

– guarda

– cosa?

– il diametro del nostro amore. E’ stupendo

– L’amore ha un diametro? Sapevo del peso dell’anima, non del diametro di un amore

– l’amore ha un diametro. -E’ l’ombra che fanno le nostre anime insieme alle nostre braccia quando siamo abbracciati. Quel cerchio preciso che ci chiude. Quello. Lo vedi?

– Io so solo che quando mi baci perdo i riferimenti del mondo. Mi sembra che tutto collassi dentro le tue labbra. Una sensazione strana. Restare appesa a un tuo bacio.

– Non ho mai ucciso nessuno

– Me lo auguro

– Di baci, intendo.

– Questa cosa del nostro amore non me la spiego mica.

– A vent’anni, come a quaranta, riesci a dire grandi verità sull’amore. Sentendolo definitivo. A trenta, come a sedici, non riesci a spiegarti nulla.

– Devo aspettare i quaranta?

– Li aspetteremo insieme

– Nudi in un letto?

– Anche

– Io non capisco noi due.

– Credo nessuno capisca noi due. Non sei sola.

– Gli amanti hanno un diametro?

– Tutti gli amori hanno un diametro. E’ che nel cerchio d’ombra ci devi stare comodo. Gli amanti hanno cerchi molto piccoli. Come sassi sospesi sull’acqua. Facile scivolare. Per questo finisce sempre che si salta da un sasso all’altro, da un’ombra all’altra. Senza quasi nemmeno volerlo. Inevitabile, se vuoi continuare a camminare.

– Mi uccidi, così.

– Senza nemmeno baciarti?

– Uccidi la speranza

– Non sono io a farlo.

– Tu sembri così sicuro di quello che dici. Sembri avere una risposta per tutto. Io non so nulla, se non che lontano dalle tue labbra sento cadere tutto.

– Non basta. E’ questo quello che impari a trent’anni. Un bacio non basta.

– E’ un addio?

– Non vedi, amore?

– cosa?

– il diametro del nostro amore adesso?

– non c’è niente. Solo un contorno sui piedi

– un sasso da cui saltare prima di scivolare

(dedicato ai miei fratelli, cacciatori di diametri, perennemente saltellanti su pericolanti sassi scivolosi)