Magnifico Cielo!

9 Ott

Space Oddity non è proprio il pezzo perfetto da ascoltare sotto un cielo perfetto per una tragedia, così grigio da non lasciare speranza. Resta una delle mie canzoni preferite. Resta che la mia pettinatura assomiglia in maniera preoccupante a quella del Duca Bianco. Una pettinatura che, a patto di essere rockstar internazionali, eclettiche personalità del jet set, è abbastanza consona al personaggio. Su di me, invece, assomiglia a una permanente sbagliata. Come se fossi andato in uno di quei piccoli Saloni del centro, dove le vecchie signore parigine si ossidano il cranio leggendo Gossip! o Closer.

Ci sono giorni, questo va detto, che decollando lasci il grigio e sbuchi in un cielo che ti ricorda che Dio esiste ancora.

Oggi no. Sembrava di volare in un giornale accartocciato.

C’è di buono che, lentamente, Parigi mi sta trasformando.

E’ successo con tutte le città. Tutte le città che ho vissuto un po’, per un po’, mi hanno lasciato qualcosa.

San Diego mi ha lasciato l’agnostico ottimismo di chi guarda le mareggiate fidandosi dell’Oceano e sapendo che, male che vada, in pieno inverno ci saranno venti gradi.

Madrid mi ha lasciato la tranquillità di sapere che, mentre tutto va a puttane, si può sempre sedersi in un caffè e bere del vino ridendo di cazzate. Oppure andare a puttane insieme a tutto il resto. Ma ridendo e fumando.

Parigi mi sta insegnando molto. Parigi mi sta costando molto.

Pochi se ne accorgono, perchè comunque torno sempre ordinatamente all’ovile. Ma questo lo ho sempre fatto.

Prendo i miei aerei, che ultimamente mi riservano sempre meno soddisfazioni, e ritorno alla base. Sotto un cielo grigio, dentro una città grande e disordinata, che amo come fosse una donna infedele.

Parigi è una città che scatena, nell’immaginario umano, tutta una serie di sinapsi che scadono facilmente nel luogocomunismo più bieco.

Tu dici Parigi, e la gente si pensa la Senna, la Torre Effeil, i grandi viali alberati, simpatici venditori ambulanti, i tavolini in ferro battuto dei caffè, gli scrittori maledetti, i cabaret.

Insomma, dici Parigi e la gente pensa che sia un bel posto per limonare. Forse. Questo non lo so dire oggi. Ho limonato molto a Parigi, ma non ho trovato delle grandi differenze con il farlo, per esempio, a Zurigo.

Giro per la città in orari improbabili, in giorni monotoni. Non ho cultura, cerco di farmela zoppicando tra TripAdvisor e i suggerimenti di colleghi e amici.

Per dire, in due anni sono stato a Parigi solo una domenica mattina. La domenica mattina le città sono donne nude ancora addormentate. Puoi passare con gli occhi tutto il contorno, accarezzare la pelle, osservare i particolari, senza essere visto.

Una volta, camminando per El Rastro a Madrid, ho capito che la domenica mattina è il momento giusto per dare un voto a una città.

E anche a una donna.

Senza nemmeno svegliarle.

Insomma, sono un novellino di Parigi. Ma, a quanto pare, avrò tempo per farmi le ossa. Ancora oggi mi perdo nella metrò, sbaglio i caffè, ordino sempre tartare di salmone e vino rosso, visito chiese brutte. Datemi tempo.

Ho a che fare con, circa, cinquanta persone, durante le mie scorribande francesi.

Un numero irrilevante, se messo davanti al numero degli abitanti di Parigi ( due milioni e due, meno di Roma, che sta a due e sette e meno di Madrid che sta sopra i tre). Ma un campione più che sufficiente per capire fin da subito alcune cose importanti.

Il mio network francese è composto da un variopinto campione umano che include sei razze differenti, con quattro tonalità di nero anche se non ho ancora capito se il tizio dell’assistenza tecnica che vive davanti a me è mulatto albino o bianco abbronzato cirrotico. Donne, uomini, due apertamente omosessuali, un paio ossessivamente etero. Dai 27 anni fino ai 60.

Non francesi. Parigini.

Beh, c’è una bella differenza.

In ogni caso, mi stanno insegnando moltissimo. A dirla tutta, più dei miei amici californiani o dei miei amici spagnoli. Quasi quanto i miei amici cinesi. No, i parigini non ruttano in riunione e non sputano in ascensore.

Mi diverto molto, quando passeggio tra i grattacieli, a immaginare queste parigine mentre fanno l’amore. Perchè hanno uno sguardo duro, sconsolato, penetrante, che non riesci mica a immaginare come si possa farci all’amore con degli occhi così. Rido sotto i baffi quando osservo i maschi che prendono seriamente qualsiasi cosa.

I parigini non sono latini. Nel bene e nel male. Non sono cazzoni, disordinati, erotomani, egoriferiti, lampadati, ridanciani. Le parigine non sopportano uno sguardo che indugi troppo, una mano su una spalla, un sorriso in un caffè.

Sembrano molto noiosi, a vederli così. Ma in fin dei conti hanno solo un modo un po’ diverso di ridere e, suppongo, di far l’amore come disperati. Insomma, me lo chiedevo dentro Chatelet Les Alles, perso tra le scale mobili della stazione del metrò: questo accrocchio di scaloni liberty, luci al neon, odore di piscio e gente che corre sarebbe perfetto per fermarsi, abbracciarsi, infilarsi mani dove non si può, e fermare il mondo. Per di più con la sicurezza che nessuno si fermerebbe. A nessuno interessa. Niente. A nessuno interessa niente a Parigi. Cioè non gli interessa proprio niente. Che tu sia negro, non gli interessa a nessuno. Che tu sia scemo, nemmeno. Che tu sia drogato, nemmeno. Figurarsi se ti metti a fare le cose sconce nel metrò. Ma io pensavo, sarebbe perfetto farlo qui. Ma nessuno lo fa. Si vede che lo fanno da altre parti.

Anche a Cascina Gobba o a Rebibbia, in effetti, non c’è molta gente che amoreggia dietro ai tornelli.

Mi incuriosiscono. Loro. Perchè io a loro, fondamentalmente, sto sul cazzo. Enormemente.

In quanto italiano, in quanto capo, in quanto capo italiano che è ancora peggio. In quanto io, in trenta quattro anni, non ho spostato di una virgola i miei difetti e la mia irruenza davanti a nulla. E appoggio mani sulle spalle, indugio con gli occhi e sorrido nei caffè a sconosciute donne che ordinano noiosissimi beveroni di carote.

Io a Parigi ci lavoro e ci studio. Che sono cose noiose, devo ammetterlo.

Tipo, non ho ancora letto un bel libro a Parigi. In compenso nell’ultimo mese, nelle mie notti noiose ai confini con la civiltà, ho letto quattro libri di Drucker. Uno spasso.

Lavoro dal mattino presto alla sera tardi. Che di buono c’è che entri con il cielo grigio ed esci con il cielo grigio.

Sempre lo stesso.

Ci ho messo poco ad innamorarmi di San Diego. Come una vergine inesperta, ci ho messo pochissimo a cedere a Hong Kong. E ho sposato Madrid poco dopo essermi fidanzato. Con Parigi andiamo avanti, alti e bassi, cinici, scoprendo difetti, accettandoli, in fondo, come pregi serviti differentemente, e tirando avanti.

Mi stanno insegnando, Parigi e i parigini, a credere molto meno nel fato. A urlare di meno, a guardare tutto come fosse un problema. Magari risolvibile, comunque un problema. Quella che voi scambiate per sfiducia nel mondo, sciovinismo del cazzo, è in verità una primordiale difesa contro la vita.

Pensa il peggio. Qualcosa di meglio arriverà, oppure ci avevi preso in pieno.

Mi stanno insegnando molto, ma non so se ci voglio restare. Mi sento ospite, e mica tanto voluto. Come un pesce, sono già passati i miei tre giorni. Puzzo.

Ma resto.

L’altra sera ho preso il metrò, per andare a mangiare i noodles migliori di Francia, che a mio modo di vedere sono secondi solo a quelli di Hong Kong. Pioveva, manco a dirlo. Mi coprivo con il libro di Drucker, offendendo intere generazioni di manager che lo venerano come i napoletani San Gennaro, e camminavo strisciando contro i muri.

A un semaforo mi si è accostato un ragazzo. Con i pantaloni alle tibie. Che mi piacciono tanto. E delle ridicole scarpe colorate. E il papillon. Ma soprattutto, un ombrello.

Dopo un breve sguardo, ha allungato il braccio destro, mettendomi l’ombrello sopra la testa.

Una cosa che non mi sarei mai aspettato, ne a Parigi ne a Milano.

E ha iniziato a parlarmi velocemente, in un francese stretto stretto.

E io sorridevo, che non capivo un cazzo.

Camminavamo veloci.

Ci siamo lasciati due incroci dopo, sorridendo.

Mi ha lasciato davanti a quel pub inglese dove mi piaceva restare a scrivere racconti fino a tardi.

Mi sono seduto a leggere Drucker, bevendo vino rosso scadente servito da una cameriera con le ballerine a punta, un sorriso bovino e capelli viola.

Ci sono volte che, mi sembra, Parigi mi annoia a morte.

Ma sono sicuro di sbagliarmi.

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