Tre più Uno

4 Nov

Iniziava ad essere quel genere di uomo che non amava ricordare la sua etá con precisione. Qualcosa prima dei quaranta. Quel genere di uomo che non amava constatare, davanti all’evidenza dello specchio, il crescente numero di peli bianchi. Mica biondi. Proprio bianchi. Quel genere di uomo che faceva lunghe pause, in discorsi difficili e noiosi, per recuperare nomi e numeri, da qualche angolo della testa dove si erano nascosti sotto una coperta di informazioni inutili. Quel genere di uomo che non avrebbe mai voluto diventare.
Eppure, come era sempre stato, aveva lasciato che la vita, con la sua impercettibile umidità, penetrasse nel suo solido legno, gonfiando lentamente le giunture. Niente di preoccupante, avrebbe detto un dottore, uno di quelli esperti di vita.
Aveva scelto, qualche anno prima, molte cose. Come se una scelta fosse per sempre, definitiva come una lapide. Ogni tanto portava i fiori alle sue scelte. Un fiore alla vecchia madre nel brutto ospizio di periferia. Un fiore alla moglie, portato in trionfo fin sul tavolo della cucina a riprova che l’amore esiste. O perlomeno è un bel ricordo profumato.

Di lavoro metteva ordine nei conti degli altri. Un brivido di piacere nel constatare come le persone, indistintamente, fossero portate per un soffice fallimento, un lento scivolare verso un baratro di debiti e tasse, che solo lui poteva arginare.
Metter ordine nelle vite degli altri gli dava la piacevole illusione di metter ordine anche nella propria. Come una perpetua, illusa di vivere la vocazione del suo parroco.

Nel mettere i gemelli, la mattina, aveva osservato l’argento luccicare nel riflesso dell’alba. Alzarsi molto presto. Radersi. Vestirsi. Correre in ufficio.
Proteggendo le proprie abitudini da quanto di più illusorio il mondo aveva da offrire. Le alternative.

Di lei si sapeva poco. Perché poco diceva. A dire il vero quella sua voce, bassa, decisa e penetrante, si sentiva davvero poco. Aveva capelli biondi, di una luce stranamente perfetta, che coprivano il viso, lasciando passare gli occhi, color nocciola.
Devastanti.
Di tutta la sua bellezza, straordinaria testimonianza di un dio non precisato ma che tutti ringraziavano vedendola, gli occhi restavano il problema più grande.
Infiniti, disarmanti, devastanti. Fermi. Profondi come un pozzo, pieno zeppo di storie non raccontate. Innocenti come quelli di una bambina. Restavano paralizzati, gli uomini, davanti a quelle due palle nocciola, scure e piccole.
Forse per questo parlava poco. Erano i suoi occhi a parlare, il più delle volte, per lei.

Era stato il destino a farli incontrare, avrebbero poi convenuto, nudi nel caldo di una stanza piena zeppa di quel disordine di chi ha appena finito di fare i conti con la vita.
Sarebbe stato il destino a farli perdere di vista, pensava lui, cercando affannosamente le mutande, i gemelli e i calzini, non in quest’ordine, ma perdio perlomeno le mutande.
Niente avrebbe potuto allontanarlo, aveva capito lei, che del peso specifico dei suoi occhi aveva un’idea, avendoli portati per il mondo per qualche anno.

Di due vite che si fanno una, di quell’incrocio di destini, di quel preciso momento che in fondo tutti cercano, più o meno affannosamente, per tutta la vita, lui ricordava ogni singolo istante. Nessuna flaccida coperta di inutili particolari copriva tutti i minuti che, dal portone di casa fino alla porta di quella stanza, avevano disegnato quel percorso preciso per cui uomini, moltissimi uomini, tutti gli uomini, avrebbero dato la vita.

Non ricordava, senza saperlo, di essere stato scelto. Non sapeva che quegli occhi, prima che quelle mani prendessero le sue anche, prima che quei talloni spingessero le sue gambe, prima che lui si ricordasse quanto fosse bello, di colpo, vivere, quegli occhi nocciola avevano scelto lui.
L’ordine apparente del suo essere come una nuvola.
A corredo di un cielo grande e infinito. Il meglio che possa capitare a una nuvola, nella sua fottuta vita di nuvola, è per qualche ora coprire il sole. I cinque minuti di fama di una nuvola.
Niente di più.
Magari, alle nuvole più fortunate, capita poi di avere una forma divertente, che un bambino qualsiasi, a spasso con la vecchia nonna, potrà trovare spassosamente simile a un elefante. O a una stufa. Niente di più.
Magari a lui sarebbe capitato un bambino irrispettoso, irriverente e maleducato che, dal basso del suo metro scarso, si sarebbe messo a ridere della misteriosa macchia che campeggiava sull’abito blu, proprio all’altezza del ginocchio sinistro.
Un residuo di una distrazione, una risata di un bimbo, niente più.

Non perdiamoci in dettagli inutili.
Lei lo ha visto, appoggiato alla sua stanchezza, quasi piegato nel suo soprabito, ordinatamente sull’attenti ad aspettare un semaforo rosso.
Sembrava, così a prima vista, come se la vita gli fosse entarata nelle giunture, piegandone un po’ l’orgoglio e la voglia.
Aveva amato di lui molte cose, ancora prima che lui potesse accorgersene.
Aveva capito di lui molte cose, ancora prima che lui, nell’imbarazzante caccia al tesoro tra mutande e calzini, iniziasse goffamente a giustificare il suo essere nudo, alle undici del mattino, in una stanza, insieme a una donna.

Gli uomini cacciano. Anche gli uomini stanchi. È solo questione di tempo.
E poi, noiosamente, si giustificano. Come se ci fosse qualcosa da giustificare a una donna che, sei minuti prima, teneva orgogliosamente alta una poderosa erezione che, con lo scarto di qualche ora, poteva ancora essere chiamata alzabandiera del mattino.

Non si erano scambiati il numero. Sembrava che questi cazzo di calzini fossero molto più importanti, insieme a quei ridicoli gemelli d’argento.

Così lei se ne era andata, ritornando a quel semaforo, con la certezza di poterlo rincontrare ancora, sempre a quell’incrocio.
Questione di giorni. I leoni, anche quello stanchi, tornano sempre a cacciare.
Era bello. Anche se stanco. Forse bello della sua stanchezza. Sarebbe tornato, insieme alla sua stanchezza, speriamo senza calzini e gemelli.

Non si erano scambiati il numero di cellulare, osservava lui, tenendo in mano il cellulare.
Aveva cambiato programma.
Anche se, dopo essere venuto tra le gambe di una perfetta sconosciuta in un mattino d’autunno, parlare di programmi era quantomeno singolare.
Aveva preso la strada per il cimitero.
E poi una strada sconosciuta, verso fuori. Verso le montagne.
Si era fermato, per pisciare. davanti a una sterminata campagna di nebbia e nulla. Aveva preso il cellulare.
Constatando di non avere il suo numero.
Avrebbe voluto scriverle.
Non sapeva bene cosa.
Grazie. O forse, spero di non averla messa incinta.
O, lei è la donna più bella che io abbia visto nuda. Dal vivo.
O anche un semplice ciao.
Niente.
Allora aveva buttato il telefono verso la nebbia.
A spanne, verso un fosso.
Si era tolto la cravatta, lasciandola cadere per terra.
E si era seduto sul cofano della macchina.

Che in fondo, aspettare, a volte, è meglio

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