Perdono (Per Aspera da Astra)

29 Ott

Sembra che di tempo non ne sia passato, invece sono passati parecchi anni.

Eppure sei sempre qui, bella come pochissime, che ti lasci toccare come se avessimo finito ieri di fare l’amore.

Eppure sei ancora più bella, con qualche segno del tempo, tutto cambia, perchè mi piace ritrovarmi nei piccoli dettagli che chi ti vive tutti i giorni non vede. Cose che conosco a memoria, particolari inutili, piccole cose futili, ridicoli punti di riferimento che adoro ritrovare compiacendomi con l’espressione di un vecchio alpino alticcio durante una festa.

Si, io sono cambiato. Tutto cambia, tranne te. Parrebbe essere veramente così.

A ottobre mi piaceva spogliarti piano, questo lo ricordo, camminando al tramonto verso il centro, arrivando al cuore lentamente.

Anche se non c’è niente come te a Natale, perchè nessuno se lo aspetta. Nessuno ti cerca a Natale.

Insomma, bentornata. Non sei mai andata via.

Mentre volavo pensavo a tutti  i profumi che conosco a memoria, che mi sembra di conoscerli da sempre, e mi ricordavo di quante vite fa ci siamo frequentati così freneticamente. Così tanto, per così tanto.

A te lo posso dire, poche cose ho amato nella vita come amo te. Pochissime.

Insomma, sono tornato.

A Madrid.

Sarebbe troppo lunga da spiegare, la lista dei motivi per i quali ti amo così tanto. E’ una questione di pelle, sicuramente, ci siamo trovati fin da subito.

E’ una questione di tempi, perchè sono stato davvero tanto qui.

E’ una questione di notti losche, puttane tristi, rhum caldo, vino rosso acido, casinò in chiusura, risse da ubriachi, chiacchierate con sconosciuti appoggiati alla serranda del Mc Donald, passeggiate al tramonto della domenica, dormite sull’erba nei parchi. E’ una questione di vicoli, viali, case, bar, locali, rumori, odori, periferie. E’ una questione complessa.

L’amore.

Molte cose sono cambiate. Da allora, intendo. Normale, sono passati tantissimi anni. Sei la mia storia d’amore più lunga. Ti ho tradita in tutto il mondo. Ma sono sempre tornato a dirtelo. Dovrebbe farmi onore. La sincerità.

Ecco, sinceramente, l’unica cosa davvero preoccupante che è cambiata, da allora, è questa piccola vena sopra l’occhio destro. Si sono rossi, sto tutto il giorno davanti a un computer, a rispondere a messaggi pericolosi, in modo diplomatico, per non lasciare dubbi. D’estate tornano verdi e marroni.

No, non piango più. Adesso, perlomeno.

Si, mi ricordo di quella notte passata a piangere appoggiato a quella ringhiera. Non ricordo le ragioni, ma per averlo fatto ne avrò avute di buone, o parecchio, troppo, rhum.

Ecco, questa vena sopra l’occhio destro, che alla sera sembra gonfia da voler esplodere. Ecco.

Questo piccolo particolare riassume la differenza.

Non mi diverto più.

Dici poco.

E’ una questione fondamentale, per noi puttane, divertirsi.

Lo sai, di puttane te ne intendi, come tutte le città di comprovata tradizione cattolica.

Mi piaceva da morire questo incrocio, quel pezzo di Gran Via, con l’oratorio dell’Opus Dei e le puttane dell’Est a qualche metro. Cocaina e rosari che intrecciano le mani nelle viscere del centro sotto gli occhi di tutti.

Non mi diverto più, dicevo.

A uno normale non dovrebbe preoccupare.

E’ il più grosso campanello d’allarme che posso dare.

Qualche giorno fa, seduto a un tavolo di non ricordo quale ristorante, osservavo le mie mani seguire il discorso che stavo facendo mentre mi veniva in mente questa canzone.

Dovessi raccontarti il mio duemilatredici, impallidiresti. Ascoltavo questa canzone, mentre scappavo da tutto e tutti.

Avevo smesso di divertirmi. Per questo scappavo.

Capisci?

Ho chiesto perdono per questo.

Sono bravo, lo sai, a ritrovarmi in vicoli bui, stretti e mal frequentati. Sono anche bravo a uscirne. Sai anche questo. Ti ricordi quella notte di giugno? Dio solo sa come cazzo ho fatto a non rimediare un coltello in pancia. Darei un rene per quell’adrenalina, per quella follia urbana.

Ecco, io sono rimasto quello.

Quello di quella notte in quel vicolo.

Anzi ti dirò di più. Più leggo, più studio, più ascolto, più resto quello di quella notte in quel vicolo. Non ho paura di fare domande, di dire cose, di ridere, di toccare, di leccare, di mangiare, di bere, di respirare.

E a differenza di quella notte, ho capito che tutto ha delle conseguenze.

Io sono ancora quello.

E’ che alcune cose le ho risolte. Altre restano sospese.

E non mi diverto più.

Ed è allarme rosso.

Quando non mi diverto più.

Ho cambiato letto, abbandonato famiglie, venduto moto, lasciato posti sicuri, messo in discussione intere generazioni di sicurezze consolidate da secoli, per molto meno.

Perchè non mi divertivo più.

Ecco, non mi diverto più.

Mi vedo nello specchio. Vedo il nodo della cravatta stringere troppo, e quella piccola vena.

Come se volessi confessarlo a qualcuno, sono venuto fin qui a dirlo a te, che a ottobre sei ancora calda come un ritorno d’estate, che sei bella come sempre, che ti porti dentro un sacco di storie della mia vita, molte delle quali non sarebbe il caso di raccontare a nessuno.

Vengo qui a dirlo a te.

Non mi diverto più.

Tu che hai visto dove posso arrivare, forse sai che è davvero pericoloso.

Niente che possa turbare il sonno dei giusti. Solo una piccola vena gonfia.

Post Scriptum:

Non mi diverto più. Mi annoio. Mi uccide, la noia. Per questo scrivo poco e male. Per fortuna, conoscendomi, per un goccio di quell’adrenalina, di quella follia controllata, di quella fame divorante, sono sempre stato disposto a distruggere tutto e ricostruire.

Lo sto facendo. Abbiate pazienza.

Oppure levatevi dai coglioni

Life is short fritz! Surf it

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