La Cacca

Non fraintendermi. Non sono a corto di argomenti. Anzi. Affronto letture interessanti, e ho spunti notevoli.

Ho dormito in un posto sospeso nella foschia, a ridosso delle Alpi, sotto l’Austria, davanti a un prato tagliato di fino, dove una capretta, questa mattina, ha fatto capolino da una siepe. Più bucolico di così.

Ho cenato in un posto magico, pieno di legno alle pareti, annusando il profumo del prosciutto lasciato a stagionare.

Ho guidato attraverso le Alpi, la costa, le grandi città. Ho ricevuto messaggi stupendi. Ho curato il mio spirito leggendo e meditando, davanti alla capretta.

Insomma. Tutto a posto. Ascolto a ciclo continuo il nuovo disco dei Rancid. Che mi riporta ai tempi, con molti più capelli, meno soldi, più sogni e meno pippe, in cui giravo la città in bici sorridendo.

Se vuoi proprio saperlo, ho sviluppato una certa curiosità in merito alla questione feci qualche giorno fa.
Ero seduto alla mia solita poltrona, in un angolo dell’aeroporto, proprio davanti a Intimissimi. Suppongo che la commessa di Intimissimi, che dovrebbe rivedere le sue scelte in tema di perizomi da indossare al lavoro, o quantomeno alzare la soglia del girovita dei pantaloni, creda che io la ami. Mi siedo davanti alla sua postazione due o tre volte la settimana per due ore.

Sarebbe una storia d’amore bellissima. Ci siamo conosciuti in quel limbo di terra che non ha nazioni, dove tutti corrono, e dove tu ti fermavi, tutte le settimane, davanti al mio negozio. Ci siamo guardati tantissimo, ci siamo incuriositi. Forse poi abbiamo anche fatto finta di niente. Poi tu sei arrivato con un cappuccino con la schiuma con il cuore disegnato, io mi sono commossa, ci siamo parlati. Hai una voce bellissima. Ci siamo amati nel camerino, e poi, dopo un anno ci siamo sposati. Proprio in aeroporto.

Ecco. Purtroppo la questione è differente.

Innanzi tutto io odio i cappuccini. E la schiuma con i disegni. E, nella maggior parte dei casi, anche i baristi che la fanno solo per broccolare le clienti. E poi, amore mio che indossi il perizoma verde pisello che si vede spuntare di un buon tre dita dai pantaloni neri aderenti, ti devo dire la verità: il tuo shop è stupendo, pieno di accattivanti perizomi e reggiseni pieni di sensualità.

Ma in verità, l’unico motivo per il quale uomini e donne di ogni razza ed età stanno seduti davanti al tuo negozio è che ci sono quattro prese di corrente. Ricaricare il cellulare, la cui batteria, essendo un prodotto prime da circa ottocento euro, dura dalle tre alle quattro ore, è di fondamentale importanza per chi viaggia.

Scusa.

So che fa male.

In ogni caso, ero seduto sulla mia consueta poltrona, ricaricando il cellulare e leggendo distrattamente un libro, quando un impulso primordiale mi ha obbligato a impacchettare il tutto e dirigermi, con passo fermo, verso una toilette.

L’arte di cagare in viaggio, ovunque, con qualsiasi mezzo, in qualsivoglia situazione, è argomento ostico.

Molti faticano a pensare sia possibile defecare fuori dalle quattro mura di casa.

Anche io lo pensavo.

Poi, essendo a casa un giorno su cinque, mi son detto: o si tiene tutto dentro per quattro giorni, oppure si fa di necessità virtù.

Uso i bagni degli aeroporti con discreta famigliarità per radermi, sciacquarmi i capelli, igienizzare sommariamente le mie terminazioni articolari e, ovviamente, per defecare.

Si, voi avete guardato Up in The Air, con George Clooney, e avete pensato a quanto sia figo viaggiare in aereo, fare miglia, impacchettare trolley, avere amanti belle in alberghi belli.

Pensate alla cosa da un punto di vista statistico. Mettete due ore al giorno in bagno. Le passate, giusto?

Ok, nelle vostre sedentarie vite, sono 700 ore l’anno nello stesso bagno.

Mentre ero in coda per il mio turno nel piccolo e sporco bagno del terminal, ho fatto un rapido calcolo.

Io passo circa 200 ore nel cesso di casa mia. Circa 300 in cessi di alberghi di media categoria sparsi per il mondo. E 200 ore in cessi di aeroporti.

Passo lo stesso tempo sulla tazza in aeroporto e a casa.

Così, per statistica.

E per statistica, posso anche dire che l’80 % dei bagnoschiuma degli hotel hanno un odore orrendamente simile a quello del sudore di un tennista obeso. Motivo per il quale mi porto il mio alla camomilla.

Poi è toccato a me. Splendido tempismo.

E sono entrato nel cesso, eseguendo le manovre meccaniche che mi consentono di mantenere standard igienici degni di un paese industrializzato, dove però la maggior parte dei possessori di pene, non si sa perchè, piscia ovunque tranne che nel buco della tazza.

Primo: mezzo metro di carta igienica stesa per terra. Appoggiare borsa.

Secondo: tre strappi di carta igienica, da mettere sull’appendino o sulla maniglia, per appendere la giacca dell’abito.

Terzo: estrazione del disinfettante per mani, con il quale si procede alla sanificazione dell’asse del cesso, massaggiando la plastica in senso orario per una ventina di secondi.

Quarto: compiacersi dell’ottimo lavoro, constatando che al consueto odore di piscio si alterna un piacevole odore di ammoniaca, associata dal mio olfatto al concetto di igiene e benessere.

Quinto: procedere

Sesto: pulire il tutto, tirando l’acqua oppure passando ossessivamente il dito sulla fotocellula, che non fa mai partire lo sciacquone. Lavare le mani con il disinfettante e riporlo nella borsa.

Settimo: strappare un pezzo di carta igienica e aprire la maniglia del cesso.

Ottavo: uscire senza lavarsi le mani, osservando gli sguardi schifati.

Otto semplici passi che mi garantiscono di non raccogliere germi e batteri di altre seicento persone. In media, un bagno di un terminal, viene frequentato da 1200 persone al giorno. La gastroenterite, generalmente, ha un tasso di diffusione, nei picchi stagionali, di 1 su 4000. Vuol dire che, viaggiando tre giorni alla settimana, c’è il rischio di prenderla tutte le settimane. Lasciate perdere la calcolatrice, viaggio con le low cost ho un sacco di tempo libero per fare questi calcoli.

Otto passi fondamentali. Che, osservando bene, prevedono un’unica fondamentale componente: la carta igienica.

La carta igienica è stata inventata alla fine dell’800, e contribuisce parecchio alla distruzione di molti alberelli.

Insomma, cagando inquinate parecchio.

Paese che vai, carta che trovi. La peggiore, a oggi, è quella abrasiva che mettono negli aeroporti americani. Assomiglia al cartoncino natalizio, e produce una piacevole sensazione di raschiamento. La migliore è quella tedesca. Soffici fazzolettini, estraibili uno a uno, che quasi te li porteresti a casa o li metteresti nel taschino della giacca.

La carta igienica è una componente fondamentale del processo.

Mi assicuro sempre che ce ne sia a sufficienza.

E mi porto un pacchetto di fazzoletti con il dollaro disegnato.

Essendo la carta finita, mi sono dovuto spostare in un altro bagno.

Che era chiuso, per pulizie.

Mi sono spostato fino al bagno del duty free. Che era sigillato. Oppure era morto qualcuno dentro. Non si sa mai negli aeroporti.

Resta il fatto che la questione, comprensibilmente, diventa urgente.

Ma anche il mio imbarco è alle porte.

Impossibilitato a procedere con quanto descritto precedentemente, mi sono mestamente imbarcato.

Avendo una dignità da frequent flyer, mi oppongo a chi caga in aereo.

Su un Airbus 319 qualsiasi odore arriva a tutti in meno di un minuto.

Ma mi sono chiesto: quanto può impattare la mia scelta di non aver defecato sul consumo di carburante dell’aereo e quindi sull’inquinamento mondiale.

Uno arriva a farsi queste domande nella vita.

Stavo dando il mio passaporto a un impiegato del check in, mentre mi domandavo quanto avesse contato la mia disavventura nel quadro generico del consumo di carburante dell’aeromobile.

Appena dopo, dentro il finger, mi sono chiesto: è normale farsi queste domande?

Ho risposte per moltissime domande. Molte domande strane.

A questa non ho trovato risposta.

O meglio. Una risposta c’è: la mia scelta non ha impattato sull’inquinamento del mondo. Perlomeno, ha impattato tanto quanto la scelta di chi compra Vogue con un allegato o porta un iPad.

Un uomo produce, in 80 anni, quasi 2800 Kg di escrementi. 36Kg l’anno. 200 grammi a sessione.

Due etti.

Niente, per un eco carburante, il J4, che subisce una oscillazione solo tra la tonnellata e la tonnellata e mezzo.

Ho dovuto cercare qualche informazione durante la riunione del mattino, non prima di essere andato in uno stupendo bagno presidenziale, per arrivare alla serenità di sapere di non aver inquinato troppo.

Sono un cagatore eco consapevole.

Poi mi son chiesto, ancora, se fosse davvero il caso di dare così tanta attenzione alle feci.

E ho scoperto, durante la riunione del pomeriggio, che persino Freud ha dato molta attenzione al rapporto che gli uomini hanno con le loro cagate.

Mi sono consolato e, durante la birra con i colleghi, alla sera, ho chiesto sommessamente da che parte preferissero il rotolo di carta igienica. Perchè ho scoperto che anche il senso del rotolo di carta igienica ha acceso parecchi dibattiti.

Pensavate fosse un argomento facile da affrontare.

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