Il Gemellaggio Franz & John

John Caputo è nato a Traverse City, nel Michigan, in un piovoso lunedì pomeriggio di maggio di 28 anni fa. Io e John siamo nati a maggio. Il padre di John, un tizio abbastanza silenzioso, ha fatto di tutto per far crescere John in una condizione migliore di quella in cui aveva dovuto barcamenarsi lui. Di sicuro quando Carmine Caputo e sua moglie Rosaria Maggiello in Caputo erano sbarcati dal mercantile battente bandiera cipriota non avevano il becco di un quattrino. E due anni dopo, quando Rosario era nato la situazione era rimasta simile. A fare il pizzaiolo in una città di boscaioli abituati a mangiare bistecche alte più di tre pollici, non si diventava ricchi. Per questo Rosario, alla nascita di John, aveva deciso di andare a lavorare nella segheria vicino al paese. Una merda di lavoro, con un sacco di polvere e tanti dollari quanti ne bastano a  vivere in America. John è cresciuto nell’agio che può avere una famiglia di migranti. Suo padre aveva sempre insistito perchè John non dimenticasse la sua terra, la Sicilia. Così John si era fatto un paio di viaggi a Palermo, diversi anni fa. E, prendendo in parola in padre, aveva deciso di sposare una ragazza di origini siciliane, Mela Maggione. Anche in questo io e John siamo messi uguali. John, sabato pomeriggio si è seduto davanti al televisore per cercare qualcosa di interessante. I Michigan Pair avevano appena vinto una delle più combattute partite della NBL. Con un po’ di zapping John è caduto su qualcosa di davvero strano: una partita di calcio. Lo sport famoso in Italia. E, guarda un po’, la partita era proprio USA-ITALIA. Anche se John era a corto di regolamento, si fermò a guardare. Suo padre, dal 1988, data di ingresso in casa della tv via cavo, si faceva delle levatacce certe volte per guardare il calcio. E John lo sentiva imprecare contro il televisore. Lui preferiva di gran lunga il baseball, sport più intelligente. A quanto pare la partita non va un gran chè per gli americani. Stanno perdendo 1a 0. Da quanto si ricorda, le partite di calcio non sono come quelle di football: finiscono sempre poco a poco, tipo 1 a 2 o 2 a 0.  Poi uno dell’Italia la mette nella sua meta, senza che il goalkeeper possa farci nulla. Anzi, rimane lì, con una espressione straordinariamente equina a guardare il suo compagno di squadra. Poi c’è una sostituzione di uno biondo con uno che ha un cognome che sa di immigrato: Gattuso. Che faccia! Sembra un cane arrabbiato. John osserva come il nuovo arrivato pompi la squadra. Sono carichi, urlano tutti e si incitano. Sembra proprio che debbano andare in meta. Invece è Carlos Bocanegra che preoccupa gli italiani. Il commentatore dice che non è una delle più belle partite di questi ragazzi. Poi finisce tutto, e gli italiani se ne vanno imbronciati dal campo. Pubblicità e poi inizia la diretta di una gara di pesca. Che pomeriggio fiacco per John, che serata di merda per Franz.

Ma Luciano dove minchia sei finito. Qui gli arbitri ci arrubano e per uno schiaffetto sulla guancia ci espellono. Io e John siamo tra i pochi che guardando la partita non sognavamo di essere nei panni di Marcello Lippi. John non sa nemmeno chi sia, io sono flemmatico. Certo è che vedere una partita così di merda fa rimpiangere i bei tempi in cui almeno c’era Moreno.

E le facce deluse dell’ Ispettore Monazzo e di Renato, ubriachi fradici, facevano capire quanto sia importante per noi una partita di calcio, mica come per gli americani, che la usano solo come scusa per bere.

E sia, John, magari a baseball pareggiamo…

Stronzo chi legge

Si consideri il testo che segue, per i ragionamenti che contiene e per la logica che ha intrinseca, adatto ad un pubblico che beve quantità di rhum superiori alle stronzate che dice in un giorno ( supposto che una stronzata possa pesare quanto un bicchiere di rhum piccolo). Gli altri vadano in siti più adatti alle loro membra come questo.

Ieri sera, colpevole il primo maledettissimo caldo, mi sono abbandonato sul letto frastornato e molto stanco sperando nella comparsa di tre cose: un alito di vento, un condizionatore sopra il letto, un filippino con palma pronto a sventolare per tutta la notte. Assorto in un inizio di delirio ho lasciato che il sonno prendesse il sopravvento fino al momento in cui, aprendo gli occhi, ho costatato con sorpresa di non essere solo nella stanza. Ai piedi del mio letto, eretto nella sua possente figura, si scagliava Pierino C., detto Pipì, al secolo mio nonno paterno. In grande forma, con una professionale canotta associata a bermudino bianco attillato e zoccolo Dr. Schulz, il mio famoso avo mi guardava dritto negli occhi con una faccia severa. Non ho avuto modo di conoscerlo a fondo, ma le sue gesta sono famose e tramandate nella nostra famiglia con un non so chè di epico. Cocchiere prima, camionista negli anni in cui il cavallo stava smettendo di tirare, mio nonno non si è mai tirato indietro davanti alla vita, che a ben vedere gli ha riservato un trattamento quantomeno stronzo. Si è sciroppato due guerre mondiali, da popolano, una dittatura non proprio cordiale con quelli come lui, un tentativo di deportazione, un infartino e il totale declino dei camion monocilindrici. Con il suo perfetto e ostinato stile low profile, il mio avo è sopravvissuto a un Duce, tre parroci, una dozzina di sindaci, una pallottola, due chirurghi, una serie di parenti sciroccati, due diagnosi sbagliate, morendo poi per l’unica diagnosi giusta. Al mondo ha lasciato una fitta rete di memorie sulle sue peripezie, un figlio a cui ha donato diverse cose, tra cui le calvizie e l’infartino di mezza stagione, una figlia ben sposata, un casolare con terra annessa, una vespa 190 GS e qualche tassa non pagata. E’ morto nel 82′ , senza fare in tempo a vedere l’Italia vincere i Mondiali, apparendo poi in sogno con discreta regolarità a suo figlio, mio padre, che non credendo nella numerologia non ha mai sfruttato l’occasione. Di quello che lui e mio padre si dicano durante le  sue improvvisate nessuno sa con precisione. Ha avuto anche la correttezza di apparire in sogno a mia nonna, sua moglie, la notte prima che lei morisse, alla veneranda età di 98 anni, annunciandole "che la stava aspettando". Le sue apparizioni non sono legate ad eventi particolari, e non ne consegue necessariamente nulla. Sono "capatine", che solitamente vengono poi raccontate durante il pranzo della domenica, occasione ideale per rispolverare qualche "must del Nonno".  Eccone una breve selezione, su cui ho cercato di documentarmi. La veridicità è abbastanza alta, anche se in famiglia siamo dei gran narratori.

1. Al primo posto "il Nonno e la cassapanca": durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, il prode vecchio nascondeva i figli e la moglie nell’armadio per poi incunearsi nella grande cassapanca di mogano nella corte della casa di Cantù. Elemento di rilievo è il fatto che si chiudeva nella cassapanca con la sigaretta accesa ed un coltello.

2. Secondo ma per poco "il Nonno per il sociale": evento con numerosi testimoni e una medaglia della Repubblica che ne assicurano la veridicità ( anche se tra il 46 e il 50 saranno state date 290.00 medaglie, per motivi più o meno giusti). Il nonno, allora autista e pilota di un poderoso OM Marziale, furgonato a 4 marce, con il quale si arrampicava per l’Italia per consegnare botti di vino, era solito nascondere nelle botti vuote degli ebrei, per poi scaricarli in zone più sicure. Questa sua deportazione al contrario non gli ha fruttato un gran chè economicamente, ma il piccolo Schinder della Brianza ha fatto del suo.

3. "Le pere della moglie del Maresciallo": evento avventuo a Frassinoro, comune infilato tra i colli emiliani, terra natia della mia famiglia, noto per la Trattoria di Zio Attilio, (zio di mio padre) e per essere già semi deserto all’inizio del secolo. Durante l’estate ( una estate imprecisata, la cui collocazione slitta parimenti allo scorrere degli anni di mio padre e di mia zia, testimoni) mio Padre, mia Zia e il suo futuro marito Alfeo decidono di rubare delle pere dall’albero della proprietà del Maresciallo di Frassinoro. Che in famiglia non si sia capaci di fare male a una mosca lo si sa da parecchio, infatti i tre vennero pizzicati dalla moglie del maresciallo che optando per la linea morbida li diede in pasto a mia nonna, la quale si limito a picchiarli, cazziarli, metterli in castigo e a praticare altre torture. Al suo ritorno a casa, il Nonno chiese il motivo del clima mesto. La nonna spiego che i tre avevano tentato di prendere le pere della moglie del maresciallo. Il Nonno, in gran forma, comunicò che le pere della moglie del maresciallo avevano un gran perchè anche per lui, seppure quelle della nonna erano appena più belline.

E la storia mitologica del Nonno potrebbe andare avanti per molto. Siamo una famiglia con una radicata tradizione, e amiamo raccontare a chiunque l’Epopea dei C., ma qui mi fermo per pietà.

Sicchè, nel dormiveglia, con il Nonno davanti, avrei voluto dire un sacco di cose. Ad esempio che ero piacevolmente sorpreso della sua venuta, perchè io solitamente sogno il ramo parmigiano della famiglia, e ad esclusione dello Zio Attilio (morto suicida sulla spiaggia di Genova dopo aver appreso dello scioglimento del Partito) lui era il secondo C. E poi avrei anche voluto anche qualche consiglio, e perchè no un paio di numeri del lotto. Ma il Nonno, lapidario e solenne, si è avvicinato al cuscino con due passi, guardandomi dritto negli occhi e incrociando i polsi dietro la schiena. Si è fermato a venti centimetri dalla mia faccia, ha sospirato profondamente, e ha fatto per iniziare a parlare. Io, immobile in attesa di un suo messaggio, numeri del lotto, previsioni di morte, consigli di vita, suggerimenti sul futuro o quant’altro, lo fissavo in attesa. Dopo un secondo sospiro, molto più profondo, il nonno ha chinato la testa, lasciando i suoi occhi sui miei, e mi ha detto una cosa che non dimenticherò facilmente. Una di quelle cose che lasciano di stucco. Si è girato ed è sparito attraverso il muro vicino alla finestra. Una frase che non mi ha lasciato dormire, un pensiero che mi farà riflettere per anni, un motivo di vita, una frase criptata. Che cosa mi ha detto? Nulla, semplicemente:

 

"non fare lo stronzo"

Ed è la prima volta che manifesta anche il dono della sintesi.

 

 

Niente da capire

Protesi di un racconto, che forse avrà anche una fine, sicuramente ha un’ottimo inizio. Racconto che nasce su un tavolo di un locale, ad una strana festa di addio, per un amico che salutava i suoi legamenti brindando con rhum e modelle. Racconto che dovrà essere dedicato a qualcuno, ma che in verità stravede per rimanere sospeso.

Lui adesso vive lontano, e ha smesso di chiedere in giro di lei.  In verità ha smesso di fare molte cose. Se ne va in giro con un cappello bianco di paglia, che ricorda tanto il mare. Il cappello è pieno zeppo di ricordi, e forse è per questo che la sera, quando lo toglie, deve innaffiare il cuscino con molto wisky. "tu saresti perfetta per me" le aveva detto, poco prima di vederla partire. E non aveva nemmeno fatto in tempo a chiederle perdono.  Teneva una foto, bianco e nero, in cui si vedeva lei sorridere mentre lui le annusava il collo. Quella foto era l’unica cosa a colori della sua vita, adesso. Pezzi di chiacchere, parole sussurrate, sorrisi e mani che scivolano veloci per trovarsi. Roma, Milano, Barcellona. Di Roma ricordava la stanza piccola e gelata, in centro. Nel centro del centro del mondo. E ricordava lei sotto il sole di gennaio. Lei era come Roma. Di Milano portava la tristezza negli occhi. "due come noi non dovrebbero lasciarsi mai" le aveva detto davanti alla stazione. E sembrava che la pioggia fitta e il cielo nero fossero perfettamente daccordo. A Barcellona si può correre in macchina, e lo avevano fatto per parecchio tempo, prima che lui si dimenticasse di chiederle perdono. Era il 1997, anno di merda a ben vedere. Era stato costretto a vederla partire. E poi a smettere di aspettarla. Certe volte è difficile che torni una sensazione.  Per questo si era sempre più convinto che non poteva più esserci nulla dopo gli anni 90. Adesso, sul cuscino macchiato di wisky, c’è il cappello. Ci vuole poco per far cambiare le cose. Ci vuole poco per ritrovare un profumo su una vecchia foto. Fino al momento in cui capì che non c’era nulla da capire. Precipitare era diventato l’unico modo per non pensarci troppo. Solo che il cuscino non era un paracadute. E la cosa più vicina a precipitarsi era la sua moto, costruita molto prima degli anni 90, comprata in una cantina piena zeppa di muffa e buio. Le aveva dato il suo nome. E accarezzare l’acceleratore, sulla statale, era come annusarle il collo. Per questo aveva anche smesso di portare il cappello bianco, sostituito da un casco talmente fuori moda da sembrare di classe. E accellerava il più possibile, sentendo i cilindri scuotere il ferro sotto il suo culo. Era la cosa più vicina a un suo bacio, con la stessa senzazione che tutto fosse risolto. Frenando la sentiva ridere, come rideva lei davanti al vino. Bruciava chilometri e gomme, per statali pensate decisamente prima degli anni 90, arrivando in posti  dove si sarebbe aspettato di trovarla. E qualche volta si illudeva di vederla, come quella volta in cui si fermò in mezzo al niente, sotto un cielo di giugno pieno e caldo, in una trattoria rovinata dal tempo. Scendendo dalla moto la vide, seduta sotto la veranda. E non era lei solo per il colore dei capelli. Sono le forme delle cose fatte prima degli anni novanta che sono diverse da tutto il resto. E’ il modo di usarle, il trucco per farle funzionare, il passaparola per non romperle, che lo drogava.  Non per entrare nel merito del motore, ma farlo girare era come parlare con lei. Senza voler pensare che la pelle della sella a volte sembrava morbida come il suo seno. E solo lui sapeva cosa volesse dire correre su quella statale. Faceva pensare quando non tornava per sera. Ma solo lui sapeva di doversi fermare quando il cuore era in riserva.  Forse è stato un errore non chiedere perdono, un errore più grande dell’errore per cui bisognava chidedere scusa.   Forse per quello aveva toccato il fondo. Per quelli che provano ad amare non è certo una novità. E non sarà l’unico che piange davanti ad un fanale rotto. Di questo ne sono davvero sicuro.

Ho anche pensato che forse non è chiarissimo, cara Silvia, il motivo per cui considero povere tutte le cose fatte dopo gli anni 90. E, tornando a noi, la ragione per cui ritrovo in questa foto un pezzo di anni 50. Tutta lei ricorda il passato. Per questo è la più bella. Senza nemmeno che un piede possa incontrare l’altro. Ma so che ogni tanto non riesco a spiegarmi bene. L’unica cosa che posso fare è portarti sulla vespa. Li sicuramente capirai.

 

il mese della prevenzione dentaria

Io non ho nessuna colpa, nessuna responsabilità, nessuna possibilità di cambiare. Tutt’al più posso evitare di perpetrare questa tortura alla mia futura progenie. Andrò da qualche ricercatore e gli dirò di togliere dal mio sperma il gene dei: DENTI DA EBREO, conosciuto anche come: DENTI IKEA.

Me lo ripete sorridendo da una decina d’anni, il mio ricchissimo dentista. Dente più grande, possibilità maggiori di carie, anestesia più potente, più tempo, più fatture. Da quando mi ha conosciuto, il mio bellissimo dentista ha scoperto di avere la passione della barca. Così ha comprato "Otturazione Prima", il suo panfilo da 24 metri, con 2 mozzi albanesi compresi nel prezzo. E qui mi si potrebbe dire anche: ma perchè non vai dal dentista della mutua?

Franz adolescente comunista decide di andare dal dentista della mutua (1998):

Raggiungo la sede ASL, ai tempi USL, vicino a casa mia. Al primo piano di una casa popolare, direttamente affacciata sulla ridente circonvallazione esterna, la sede ASL è deserta. Mi siedo davanti all’unica porta. Sulla porta regna un cartello: "Dott. Dal Verme, Ginecologo". Dopo una ventina di minuti la porta si apre e ne esce un abbondante dottore incellophanato in un camice aderente.

"Buon giorno. Mi dica?"

"Cercavo il dentista?"

"Sono io. Piacere, dottor Dal Verme"

"Ma veramente sul cartello c’è scritto ginecologo…"

"Ah si ( si gira per togliere il cartello). Il giovedì. Ma oggi è venerdi, faccio il dentista"

Scappando di corsa verso casa ho telefonato al mio furbissimo dentista per prendere un costosissimo appuntamento il prima possibile.

Il priviliegio del mio dentista è che lui appartiene alla categoria dei dottori possibilisti. Lo chiamo solitamente in preda a picchi di dolore, dopo settimane di antidolorifici e docce di rhum. Arrivo in studio gonfio come un cocomero e con la carnagione giallognola. Mi sdraio e il Possibilista propone 25 possibili malattie/infezioni/ sarcomi. Per migliorare la diagnosi procede con una lastra. Dalla lastra evince altre 74 diagnosi possibili. Sorridendo mi elenca tutte le cure, in ordine crescente di fatturazione. Osservando la mia faccia perplessa prende un sondino di ferro e lo infila nella gengiva con estrema forza. "Ah, bene, è una carie".  Ma il dottore possibilista non si ferma qui: mi propone 2 nuove cure, 3 anestesie, 4 antibiotici da prendere dopo. Di solito lascio che lui stesso scelga. Poi decidiamo il giorno dell’appuntamento, evitando scrupolosamente tutti i week end in cui lui solca il mediterraneo a bordo di "Otturazione Prima".

Il giorno sacro arriva. Il segreto di un possessore di barca a vela è nel mantenerla. Dai piccoli dettagli quotidiani si evince il campione. Prima di sedermi mi fa lavare i denti con un dentifricio che apre apposta per me. Poi me li fa sciaquare con un colluttorio (sapore indeciso tra broccolo e vomito). Poi procede con l’ispezione: "Ah, che denti grossi, qui ci vorrà una doppia anestesia". I restanti venti minuti li occupa nell’aprire tutti gli strumenti sterili che trova sottomano, compresa una confezione di Quattrosaltiinpadella che era li per caso. La sua assistente prepara il tavolo dei ferri, più adatto ad un operazione a cuore aperto che a una semplice otturazione. Ma qui sta il segreto. "Facciamo così: ti tolgo il dente del giudizio, levigo il molare e scavo la gengiva togliendo il nervo infiammato". Io acconsento e mi ritrovo la bocca piena di ferri e sondini. Lo sento tirare, muovere e girare. Lo vedo sudare. Lo sento imprecare. E dopo una mezzoretta mi riporta nel mondo verticale e sorridendo mi dice: "fatto".  Sul tavolino trovo il corpo del reato: un simpatico dente delle dimensioni di una piccola scrivania dell’Ikea.

Ho nove punti in bocca, mi sono giocato lo stipendio di luglio (finito nella nuova randa di Otturazione Prima), e possiedo circa 20 grammi in meno di prezioso osso dentale. Ma la cosa più bella è che ho altri 4 appuntamenti per questo mese.

Occhio per occhio, dente per dente.  (perdente?)

 

Le Gemelle sono simili

Passo primo:

La Signora mi confessa di tirare tardi davanti a Matrix. Io che sono allergico ai polpettoni di seconda serata, le chiedo se sia a proposito di Cogne. Lei mi dice che Mentana si sta abbibando sulle torri Gemelli, con una sconcertante visione secondo la quale a buttare giù le torri sarebbero stati gli americani stessi. Io, che dal 2001 provo a proporre questa tesi al pubblico, mi sento sollevato: con Mentanta c’è sempre stato un feeling intellettuale davvero profondo.

Passo Secondo:

Per Amore della Signora e per Amore dell’Informazione, smanetto in rete alla ricerca di notizie ed approfondimenti. Trovo milioni di tonnellate di merda che stampo per le letture notturne. Diventerò un dotto. Per Amore.

Passo Terzo:

cerco un immagine con Google da mettere, ovviamente attinente: "gemelle" ricerca immagine. Compaiono 247.500 foto porno di ragazze simili in posizioni davvero interessanti. Delle due torri nemmeno l’ombra. La scarrellata pornografica mi porta a pensare che forse un post sulle torri gemelle sarebbe alquanto inopportuno. Il prossimo post sarà quindi: " Le Gemelle Vacche", servizio dedicato al porno gemellaggio. Con numerosi link alle foto, ovviamente, e conseguente picco di lettori.

Quesito finale:

Che Mentana e i suoi redattori pensino come me? Che sotto sotto ci sia solo l’invito ad andare su internet e smanettare tra la monnezza?

Quesito segreto: Ma Luciano Moggi in quei giorni con chi era al telefono?

Per Amore della mia futura Sposa, solo per quello…

dimagrire pensando

Come già nel lontano 2004, vorrei riproporre un prezioso estratto di un saggio del dott. Franz a riguardo della annosa questione dei chili in eccesso. Argomento quantomai attuale in questo periodo.

LA PALESTRA E’ VITA

Affermazione quantomai falsa, è vero il suo contrario: la vita è la migliore palestra. Care amiche culone, cellulitiche e cicciottelle, vi riassumo alcuni passi di filosofia per vivere meglio, e spendere meno. Punto primo: abbandonate sul comodino il vostro abbonamento All Inclusive alla Palestra dei Fighetti. Vi è costato una fortuna e non serve a nulla se non a farvi rodere per la visione di fighe anoressiche che si accoppiano con gonfi istruttori. E’ ora di scendere in strada, la vera palestra. Prima però diamo attenzione alla vestizione. Perchè castigare le vostre stupende rotondità dentro pantaloni neri snellenti e maglioni coprenti. Scollate, osate e fate vedere. Voi avete qualcosa che le nostre amiche anoressiche non anno: le forme. Scendete, dicevo, in strada. Fatelo con coraggio. Siete forme da intravedere, donne da conquistare, curve da seguire. Abbondate con l’alcool. Come dite? E’ ad alto contenuto calorico? Poco male, vedremo più in là come smaltire le calorie in eccesso. Abbondate con il rhum, il vino e il gin, sostanze da sempre amiche dell’amore. Fatelo sfruttando le vostre rotondità. Al frequentatore medio della discoteca italiana basta una mezza tetta ( capezzolo escluso) per offrire un cocktail. Rendetevi disponibili. Il maschio non ne può più di menosi pezzi di legno che lo ripudiano. Chiaccherate. Nel farlo perderete più calorie di quante ne abbiate prese bevendo. Con il procedere della serata abbandonatevi alle danze, ottima cura dimagrante e ottima sorgente di broccolo, molto utile per il passaggio di ritorno a casa. Scegliete il partner più accattivante, non limitate i vostri gusti. Fatevi offrire da bere una seconda volta. Eventualmente mostrando casualmente un inizio di perizoma ( non lo avete messo perchè avete il culone? Credete sia meglio un lenzuolo a cuoricini? Tanto il culone resta quello. Meglio risparmiare cotone).  Avrete così ottenuto il vostro passaggio di ritorno, passaggio diretto per casa ma anche momento molto importante per la dieta. Durante il tragitto, respingendo le advances consumerete parecchie calorie. Se il vostro accompagnatore non vi risulta di gradimento, convincerlo ad andarsene è un’ottima palestra per i muscoli di tutto il corpo. Se il vostro accompagnatore vi aggrada, ecco qui una semplice tabella che vi consiglia che cosa fare: sesso orale: perdita di calorie limitata, rischio grande delusione, e durata intorno ai 2 minuti. Pomicio con palpate: caloricamente dispendioso, molto consigliato, di sicuro effetto. Canuzzo su cofano dell’autovettura: il meglio. Consigliatissimo, molte calorie e molto ben spese. Amore ribaltabile: se fatto con i finestrini chiusi e senza aria condizionata è un ammazza calorie ottimale. Eventuale doppietta ( impossibile con maschio ubriaco): ottimo consumo calorico. Consigliato anche per fare qualcosa per più di 2 minuti.  Ed ecco che la palestra si rivela di colpo inutile e deprimente, la vita è la vera palestra, l’amore il vostro bilanciere.

Post Scriptum: care amiche, ricordatevi di tutelare i vostri rapporti con le dovute precauzioni: non scegliete mai un maschio eccessivamente palestrato e evitate di lasciare il vostro numero di telefono. Inoltre vi sconsiglio di non cedere ad eventuali dichiarazioni d’amore: il rhum facilita la chiacchera e aumenta la fantasia. Ad una eventuale dichiarazione rispondete con un "Un pompino te lo facevo lo stesso" che chiarifica e rilassa l’ambiente.

Amatevi e consumate rhum, altro che palestra…

I tre Tenori: Pavarotti, il Tenore di Vita e Moggi

Si consenta al presente di:

1) scrivere sporadicamente e a scatti sul suo blog. Le ragioni, per evitare di tediarvi inutilmente, verranno raccolte in un prossimo libro dal titolo: " Mettere su casa è un Trip".

2) di esporre alcuni dubbi esistenziali che corrucciano e lasciano poco da dormire, nel seguente post, che arriva dopo l’ennesimo torpiloquio dell’Ignorante il cui senso verrà raccolto nel tomo dal titolo: " Volevo essere palestrato, ma visto che non lo sono li odio".

IL PROCACCIATORE DI MUTUI:

Alto, discretamente tozzo, decisamente lampadato, si presenta esibendomi gemelli e Rolex in primo piano, come se fossero un lasciapassare per raggiungere la mia fiducia. Non sa che sono uno dei fautori della legge universale: " Se indossa un Rolex ho ha fatto un danno o presto ne farà". Mi sorride, gli sorrido e lo avviso che ho in mio possesso solo un quarto d’ora. Anche lui mi dice di essere impegnato, follemente impegnato. Ma io non dicevo per dire. Ho davvero un quarto d’ora. Mi stupisce usando maliziosamente tutti i termini più impegnativi che conosce, alcuni anche inventandoli. Nel suo sguardo c’è fiducia nel futuro. Nel mio il vuoto più assoluto. Al sesto minuto ho già deciso di non dargli più retta. Al settimo tronco, con un energico: "scusa, ma si è fatto tardi, ho un appuntamento con un cliente". Lui ci rimane, ma recupera subito con un: " E, ci sentiamo appena hai parlato con la tua donna. Tanto basta che le spieghi un po’ sul vago, i soldi li maneggiamo sempre noi. Poi tra venditori ci capiamo". Ammicca e procede spedito verso la sua Smart. Appena salito sulla Poderosa, spezzetto il suo biglietto da visita per ottenere una trentina di filtrini. Penso, dopo il diciottesimo colloquio per avere un mutuo, che mi rivolgerò alla banca con il nome più divertente. Prima in classifica la Banca Sella. Se poi entrando il venditore mi accoglie con un "Siamo a cavallo" sposo lui al posto della Signora.

IL FRANZ E LA MEDICINA

Mi presento, come scritto, alle ore 07.40, lievemente assonnato. Aspetto il mio turno. Dopo un quarto d’ora riesco ad avere la mia prenotazione, e mi dirigo spedito verso lo Studio Del Professorone. il Professorone viene in questo ambulatorio confinante con la fine della civiltà solo perchè si sente in dovere di farlo. E non lo biasimo: la platea che mi affianca è composta da un simpatico esercito di vecchiette barbute, pakistane e filippini con le nike lucide. La visita dura due minuti e mezzo, mi prescrive 2 pastiglie e 1 pomata e scarabocchia su un foglio la diagnosi. Essendo mattino presto, non ascolto nulla, e non riesco a intepretare il foglio. Rimane quindi un mistero della medicina che cosa mi abbia diagnosticato. 

IL CORSO DELL’AMORE:

Il corso dell’amore si tiene tutti i mercoledì sera in un oratorio sperduto al confine con Ponte Lambro. Lo tiene il parroco, e la sua finalità è quella di ottenere il minimo danno con un piccolo sforzo: in pratica cerca di capire se il suo pubblico è veramente deciso a sposarsi. Il nostro parroco svolazza allegro sulla Bibbia, riportando passi a memoria, con la certezza che tra i suoi ascoltatori nessuno lo contraddica. Ci lascia poi in mano ad una coppia navigata, che ci spiega alcuni segreti per la piena realizzazione della coppia. Dato che contraddire è caldamente sconsigliato, tutti desiderano andare a casa il prima possibile, e gli argomenti sono spesso gli stessi, l’auditorio si è alleato e fornisce dettagliate risposte perfettamente in linea con gli insegnamenti della chiesa. Ad esempio ieri sera l’argomento era il sesso. Serata piccante all’insegna della castità. L’auditorio si è quindi profuso in una lunga serie di risposte perfettamente in linea con le ultime encicliche di Spruzzingher, e la coppia formatrice è stata parecchio soddisfatta. Con il beneplacito dell’ipocrisia dovuta alla stanchezza.

Insomma, che ci vuoi fare, qui si corre. Perlomeno si corre per costruire. Ci si fa una cul(tura) notturna sul marketing, ci si fa un cul(o) sulle vendite di giorno, e nei momenti liberi si delibera insieme alla consorte a riguardo di porte e di ante battenti. Quando tutti questi elementi si mettono a remare contro, l’effetto è anche chiamato "occhio pallido". E’ quindi normale che io dorma poco, e male. Penso di essere in grado di reggere ancora due o tre settimane. Per favore ricordatevi di seppellirmi con questa lista di cose: 1 pacchetto di sigarette. 1 disco tra i miei. 11 libri ( la lista è appesa in camera). E non dimenticatevi di mettermi la cravatta arancione… che in paradiso mi riciclo come agente immobiliare.

Post Scriptum della Prefettura di Roma:

Gentile Sig. Franz,

apprendiamo solo oggi della sua prematura scomparsa, e ce ne dispiaciamo. Condoglianze vivissime alla sua famiglia. La documentazione inerente al fascicolo di intercettazioni telefoniche ed ambientali chiamata "occhio pallido" ci ha portato alla conclusione che lei, fosse sopravvissuto, sarebbe stato un caso più unico che raro. Qui di seguito riportiamo una breve parte delle intercettazioni:

Operaio: Pronto

Moggi: Ciao sono Luciano

O: Oh, ciao Luciano. Dimmi tutto

M: senti, ascoltami bene. Ti ricordi quel ragazzo che deve mettere a posto la casa?

O: chi? il Franz?

M:esatto. Lui. Beh mi raccomando, fallo impazzire. Fagli casino. OK?

O: Va beh, dai ci provo. Ma cosa ci guadagno?

M: i biglietti per Juve-San Pier d’Arena, per l’anno prossimo.

2

Dottore: Pronto

Moggi: Ciao sono Luciano

D: Uè ciao Lucià. Come stai?

M: Non c’è male. Senti posso parlarti?

D: Dimmi tutto Lucià. Che te serve?

M: Quel ragazzo che devi visitare domani mattina.

D: Eh, ne ho tanti qui in ambulatorio

M: Non dire cazzate. Sei in un ambulatorio popolare. Solo vecchie e negri.

D:…

M: Mi ascolti?

D: dimmi…

M: allora, quel ragazzo lì tu non lo devi visitare. Ok? Cioè visitalo, ma fagli una diagnosi che non si capisce un cazzo. Hai Capito?

D: si.. si va bene.

M: che se poi fai il bravo ti spostiamo in un ambulatorio quasi in centro.

3

Pronto?

Pronto?

Luciano? Ehi luciano ci sei?

Moggi: si chi parla?

Dio: ciao sono io.

Moggi: ah, ciao, non ti avevo riconosciuto. Non suona il telefono.

Dio: eh, scherzetto. Senti ti posso parlare?

Moggi: sono un po’ impegnato. Sono in ufficio

Dio: non dire cazzate. Ricordati che io ti vedo. Lo so che sei in motel con la moglie di Bettega.

Moggi: veramente questa è una letterina.

Dio: beh, va beh. Guardavo nella camera di fianco. Senti ho bisogno di sapere una cosa.

Moggi: dimmi?

Dio: ma perchè ti accanisci contro quel Franz?

Moggi: eh… insomma.

Dio: rispondimi

Moggi: Niente. Solo per dargli una lezione.

Dio: non ti sembra di esagerare?

Moggi: lui una volta in manifestazione ha urlato che eravamo tutti mafiosi. 

Dio: Minchia. Davvero l’ha detto?

Moggi: si ti guro su… beh insomma credimi.

Dio: allora vai pure avanti.

Moggi: mi dici tu una cosa?

Dio: dimmi.

Moggi: secondo te mi beccano prima o poi?

Dio: con queste domande mi uccidi l’anima. Non posso dirtelo.

Moggi: ma secondo te sono nel giusto?

Dio: ti devo lasciare che è rientrato a casa Silvio, e se ci becca al telefono mi fa le scenate

E due

Come sempre in ritardo. Anche oggi. Forse sono nato in ritardo.

Fresco di ritorno da Gerusalemme, faccio solo un appunto per celebrare il compleanno del Bradipo.

Esattamente due anni fa nasceva, graficamente simile e scarno, e così rimarrà, a quanto pare.

Era doveroso, seppur di corsa

Jaffa Door

Da un Internet Point di Gerusalemme, vicino a Jaffa Door.

Con qualche piccolo problema per riconoscere sulla tastiera i caratteri e per connettersi al server, scrivo direttamente da Gerusalemme. Ora locale> 13,15, temperatura superiore ai 25 gradi, percepita come 40. In questo internet point non c`e~ l`aria condizionata, i tre proprietari fumano come delle ciminiere e lo schermo si spegne ongi due minuti, per ricordarmi di pagare i 2 sherkel che servono per ricaricarlo. I due giorni di sosta che precedono il meeting sono stati fondamentali. Il Crown Plaza Hotel e` lontano dal centro, in un quartiere sicuro, estremamente pulito e controllato.  Come dire che Israele e` da un`altra parte. Solo i poliziotti all`ingresso dell` albergo, con il metal detector e le facce sospettose, lasciano pensare a cosa sia veramente fuori.

Lasciati i colleghi, ritornati in hotel per guardare il Gran Premio, mi aggiro da due ore da solo nel quartiere arabo. In tasca il passaporto e 300 sherkel, una cartina decisamente approssimativa e la tipica faccia da turista. Nel tentativo di comprare una collana di corallo per la Signora ho bevuto nell`ordine< 2 spremute di pompelmo, 1 tamarindo, 2 the alla menta e un concentrato di carote. Aggingere al tutto un ottima fumata di hashis locale insieme a un palestinese che mi ha aggiornato sul pacifico punto di vista del suo popolo. Probabilmente confuso dal fumo, dal caldo, dal casino e dal prorompente cagotto con un breve Mannishma ( ciao) mi congedo e cerco una strada per tornare alla civilta`.

Raccontare tutto sarebbe difficile e decisamente costoso, opto per un prossimo racconto verbale davanti a un cuba.

Shalom

(speriamo che si legga qualcosa)

 

Il Cliente Rompicoglioni

Genericamente, i giorni lavorativi si suddividono in attivi e passivi. I primi si contraddistinguono per il grande apporto del soggetto alla società, ente o organizzazione per cui lavora. I secondi sono i giorni in cui il soggetto non partecipa attivamente a nessun processo migliorativo della sua società. Più in particolare, nelle vendite, che si tratti di beni, immobili, servizi, prodotti o prestazioni sessuali, le giornate passive sono quelle in cui il venditore sceglie o è obbligato a non avere nessuna relazione con l’acquirente. Questi sono i giorni in cui si riordinano le idee, si pianifica, si costruisce, ci si confronta, in parole povere: si cazzeggia brutalmente. Se la giornata passiva è stata selezionata di propria iniziativa, nulla si può fare per frenare le comunicazioni con il mondo esterno, e quindi il cazzeggio risulta difficile e disturbato. Diverso è il caso in cui la giornata passiva sia così detta per motivi di calendario: vigilia di natale, trentun dicembre, cinque gennaio, una manciata di giorni ad agosto, e così via, per tutte le vigilie e i post festa nazionale. VENTIQUATTRO aprile compreso. Gli acquirenti, tranne nel caso delle prestazioni sessuali, comprendono il momento di mercato e fermano le attività. Tutti, insomma, hanno di meglio da fare. Tranne uno. Appartenente alla razza dei rompicoglioni generici, il Cliente Rompicoglioni è difatto la più grave minaccia alle giornate di cazzeggio. Il Cliente Rompicoglioni non chiama per lunghi periodi, ricordandosi dell’azienda solo ed esclusivamente in concomitanza con ricorrenze e festività. Non rappresenta che un 0,1% di fatturato, e lo copre acquistando prodotti unici, di sicuro insuccesso, con ottime probabilità di guasto entro il primo anno di vita e con un sicuro destino nei meandri polverosi del magazzino, nello scaffale dei "Non Conformi".  Nei tempi delle ultra tecnologie è pressochè impossibile sfuggire alle sue morbose attenzioni. L’innocua mail minatoria è seguita dalla telefonata sul cellulare. Se trovato spento il cellulare, la chiamata arriva automaticamente in ufficio, dove al solo nome del Cliente Rompicoglioni si assiste a un micro esodo verso i cessi. Come si può risolvere questa piaga sociale, seconda solo a "buona domenica"? In anni di vendite ho provato a riconoscere i Clienti Rompicoglioni fin dal primo contatto, ma l’infimo tende a farsi scambiare per un buon cliente. Il mio personale portafoglio di Clienti Rompicoglioni è ridotto all’osso grazie a diverse tecniche che qui riporto per il bene sociale:

Scuola di Sartre: alle continue mail del C.R. è sufficiente rispondere con un corretto e conciso messaggio: " Gentile C.R., seppure tra noi ci sia una onesta relazione lavorativa, devo purtroppo comunicarLe che il prodotto da lei acquistato è stato dichiarato fuori produzione. La prego quindi di considerare finiti i nostri rapporti commerciali".

Scuola di Vladimir Luxuria: "Genitle C.R., in questo periodo ho tentato ripetute volte di confessarle una cosa: sono innamorato di Lei. La mia è una passione che supera tutti i confini. La prego di venirmi a trovare, per consumare un amplesso sul tavolo della direzione commerciale ( metodo questo assai pericoloso per i possibili risvolti).

Scuola di Okuto: "Gentile C.R., Mario, l’amico mio che recupera i crediti per conto nostro, è sulle sue tracce. Come lei saprà, Mario prima di amputarle una falange le chiederà di registrare le sue scuse all’Azienda su una videocassetta. La prego di eseguire gli ordini è di mettersi un bel vestito per il filmato. Non si preoccupi per il suo socio, Mario si accanisce solo su donne e bambini.  Suo…"

Scuola di Ricucci: " Gentile C.R., è inutile che mi tempesta di mail. Potremo parlarci domani o al più tardi dopodomani, dopo che la mia società avrà finito di acquisire la sua. E io sarò suo diretto capo".

Scuola di Franz: " Gentile CR, devo comunicarLe con estremo rammarico che il Franz non lavora più qui. Un bruttissimo incidente ce lo ha portato via per sempre. Il suo ricordo rimarrà nei nostri cuori, come uno dei migliori. La prego di non mandare più mail a questo indirizzo che disattiveremo. Da oggi può rivolgersi a: nomedelcollegachetistasullepalle@azienda.it . Arrivederci e grazie per le condoglianze".

Seppure io sia un conoscitore e praticante di tutte queste tecniche non riesco ancora a sfuggire a chi, nel bel mezzo della mia mattinata di Cazzeggio Organizzato, con una telefonata di 46 minuti, riesca a chiedermi informazioni futili su prodotti inutili, di cui non conosco il prezzo, e nemmeno l’utilità. E alla fine della telefonata, con tono superbo, il Cliente Rompicoglioni dice "non l’avrò mica disturbata?"

No, no, solo che è l’ultima volta che lo hai fatto, minchia… ( Scuola di Provenzano).