L’importanza di chiamarsi Fuori

Sotto un cielo molto irish, con le nuvole che corrono frettolose verso Ovest, la pioggerellina sottile che batte sui vetri, il traffico ovattato e ombrelli colorati che camminano da soli avanti e indietro, osservo i miei compagni d’avventura. La posta in gioco è alta, si potrebbe dire che ne va della sopravvivenza aziendale, per questo si finge la massima cortesia e una inaspettata ospitalità. C’è uno dei miei migliori nemici, infossato nel suo maglione di finto chachemere marrone chiaro, perfetto sopra il pantalone di velluto marrone scuro e sul mocassino testa di moro. Perfetto si, ma per una battuta di caccia alla volpe con Harry e Carlo, o per un thè in veranda con Camilla. Ma è certo che dopo una certa età aziendale la necessità di affermarsi vestendosi bene discende in un grafico destinato a toccare terra e a rimanerci. Lei è perfetta. Perfetta per una pubblicità del Tena Lady. La tinta platino, il viso bianco, le ciglia scolorite, i denti bianchissimi e ordinati. Non una ruga, come se a sedici anni si fosse infilata la testa in un frigo. Forse lo fa tutte le notti. Forse dorme con la testa nel freezer. Si spiegherebbe anche l’estrema difficoltà nel seguire ragionamenti di una semplicità disarmante. L’abitino elegante, sbracciato in onore al riscaldamento aziendale che brucia sul tempo il buco nell’ozono, preparandoci con largo anticipo al futuro di incombenti catastrofi, sparando ventisette gradi costanti, roba da torpore, roba che sudi a novembre. Dall’abitino escono due braccia piccole, magre, troppo secche. Un manifesto di rinunzie alimentari in nome della taglia 42. Morirai magra, morirai felice, morirai risparmiando, perchè per cremarti tutta basta uno Zippo mezzo scarico. Le dita, uno smalto perfetto, di un colore decisamente indefinibile, corrono veloci sul tavolo. Tradisce nervosismo, sarà la prima vittima. Poi c’è lui, a cui tutto si perdona. E’ un creativo. Questo rende possibile presentarsi in ufficio con un paio di Camper arrotondate, pensate per un ciellino sedicenne, una felpa con una grande scritta "Ducati" sulla panza e dei pantaloni che sono un misto tra una tuta da lavoro e un pigiama per obesi. Basette lunghe che dicono che è di sinistra, occhiale curato che dice che è di destra, sorriso ebete che manifesta la sua fede per il centro, e un orologio troppo cool per essere vero. Era un copy, è un art director, insomma è da sempre un divora carogne, affila le zanne mentre si degusta la tua. Niente in pubblicità viene inventato da anni, tutto si copia con piccole modifiche. E’ per quello che vivi quel senso di dejavù perenne che ti ricorda frullatori, vibratori, pile, zanzariere. Tutto è un ricordo di tutto. E gente che si veste da adolescente, con stipendi da dirigente, rimescola questo minestrone infinito da cui si possono scolare sacchi di soldi. Basta avere un Mac, fare una presentazione con il Mac, guardare la posta con il Mac, parlare del Mac. In fondo alla sala, impegnato a gestire le bretelle che non vogliono fasciare quel prodigio sferico, perfetto, caldo, che è la panza, c’è il Missionario di Dio. Il Dio Brand, il vangelo del Marcom, i fedeli del marketing, e un intero mondo da convertire a colpi di power point e gadgets. Esso è innocuo, perchè in tempi non sospetti ha subito un delicato intervento con il quale hanno asportato parte del cervello per inserire un etichetta con il nostro marchio. Il suo Blackberry Pearl vibra di continuo, come un esserino posseduto, e attende l’esorcismo del login per vomitare milioni di mail inutili. Io guardo fuori, la pioggerellina. Sudo, mentre fuori una vecchietta è imbacuccata, con due grossi sacchi di carta. Da uno fuoriesce una scatola. E’ nostra. Signora, gentile vecchina, lei compra. Lei mi mantiene. Scenderei a baciarla, ma sono molto impegnato a giustificare il mio stipendio. Grazie della sua fiducia.

Imposta la posta

gentilissimi del marketing Mondadori,

chi vi scrive è un vostro cliente abituale. Questo significa che spesso, ma davvero spesso, acquisto presso di voi. Purtroppo prevalentemente libri, che so non essere il vostro principale interesse, poichè noto con piacere che gli scaffali si riducono per lasciare spazio a misteriosi espositori di agendine con mucchina, rubrichine con formichina, calamitine con zebretta, tutto il diminutivo dell’intelligenza umana in un 2 metri per uno. Giusto ieri ho visitato un vostro punto vendita, uno di quelli più chic, con il bar e tanti tanti espositori di mucchine e caprette. Ho constatato con piacere due cose: la nuova ondata di cassiere, gentili, magrine, carucce, educate, che trattano i libri con la stessa delicatezza con cui il netturbino tratta i sacchi di monnezza. E’ un piacere spendere le grandi banconote multicolore per poi trovarsi i libri infilati nel sacchetto con un metodo che i più definirebbero come "a cazzo buffo". E poi che roba trendy il buttafuori di colore, alto due metri e trentatrè, con i pettorali a pensilina, che se piove ci mettiamo tutti sotto. Che cosa figa l’assordante voce che al microfono annuncia ogni due secondi che ci sarà Luca delle Iene a una presentazione di un libro. L’annuncio è utile, perchè ci ha permesso di fuggire con anticipo, ma la petulante vocina, sparata a mille, non mi permetteva di gustare i Tokio Hotel a volume duemila mentre cercavo di leggere qualche quarta di copertina. Che pace, che luogo appropriato per i libri, che figata. Tornerò presto a trovarvi, anche perchè state facendo chiudere tutte le librerie brutte, con gli scaffali forniti e il proprietario scafato che ti sapeva suggerire sempre il titolo giusto, in pace e silenzio, e ti mollava anche lo sconto. Che schifo. Ah, già che ci sono, ho appena comprato la rubrichina con la pecorina, speriamo che esca anche il portafotina con l’elefantino, perchè ne sento un gran bisogno.

Carissimo Editor dell’Einaudi che ti occupi di Fred Vargas,

non so se hai mai letto uno dei suoi libri. Ti confiderò un segreto sconvolgente: sono in sequenza, collegati, con riferimenti e continui rimandi. Un po’ come le puntate di N.c.i.s.. Capisci? Questo significa che nel primo libro lei scrive di un personaggio, nel secondo fa riferimenti e magari nel terzo lo riprende. Questo rende discretamente utile leggerli in senso cronologico. Per questo ieri mi sono comprato l’ultimo che avete pubblicato. Solo a casa ho scoperto che è il primo, ed è del 1996. Sinceri complimenti. Chissà che spasso sarà leggerlo intuendone già la trama. Wow, non vedo l’ora di addentarlo.

Gentilissimi Zarri di Provincia,

ho apprezzato molto il vostro tentativo di scippo di ieri sera. Capirete bene che prima di mollare i miei effetti personali a due tamarri alti la metà di me, io possa provare il desiderio di difendermi. E’ una cosa atavica, preistorica, animalesca. In ogni caso vi sono molto vicino, perchè capisco il disagio di portare jeans aderenti con il culo fuori e le Nike dorate. Io sarei già impazzito. Ottima anche l’idea di spuntare dal nulla sfruttando l’oscurità. Sono spiacente per aver tradito le vostre aspettative di facili incassi, ma ho il mutuo, e per una questione di classe mi faccio rapinare solo una volta al mese. Grazie davvero per il vostro intervento, vi aspetto domenica prossima al solito posto. Magari venite con il cugino più grande o con lo zio.

Carissimo Harry,

scusa se ti scrivo, ma sono un tuo fan da un sacco di tempo e sono sconvolto. Una cosa tragica, peggio che i Serpe Verde in testa sopra i Grifon d’oro. Ho letto su un giornale scandalistico, il Corriere della Sera, che Silente, il grande preside, è omosessuale. Ecco, non so come dirtelo, ma a me che la personificazione del bene, degli ideali, la figura paterna per eccellenza, sia di colpo, frocio, mi lascia pensare a una trovata commerciale. Questa notte, nel frattempo, ho sognato Silente che si ingroppava Malgioglio sull’Isola. E sono profondamente turbato. Aiutami, Harry. Ciao, tuo Frenkie Potter.

Du da da Eh, Didero…

Colazione ore sette, sulla Milano-Torino. Insieme a una grande folla di venditori, piazzisti, commessi viaggiatori, commerciali, agenti, insomma a tutta quella umanità che fa del fatturato e delle cravatte a nodo largo una regola di vita. Non amando la montagna, non apprezzando Torino, non avendo parenti vicini o lontani, era da un pezzo che non solcavo questa strada pittoresca e angosciante. Imponenti svincoli in stile fascista, cemento armato su asfalto, da sfondo campagne con nebbia, tralicci dell’alta tensione. Uno arriva a Torino che già ha dei dubbi sulla sua giornata. Con grande professionalità dispenso sorrisi e caffè a un nutrito popolo di marketing manager.  Donne efebiche, bianchicce, professionali e distaccate. Qualche strappo alla regola nelle scarpe, nelle piccole scollature, occhiaie coperte da vistosi occhiali colorati, montatura quadrata da soft core che tanto piacerebbe ai casting di Siffredi. A mezzogiorno sono in debito di salivazione, ho una emiparesi per l’eccesso di sorrisi, e a furia di baci casti sulle guance ho raccolto numerosi profumi fruttati che si sono condensati sul colletto della camicia. Risultato, puzzo come una puttana e ho l’espressione di un eroinomane nella prima astinenza. Cerco un bar che non sia frequentato da mostruosità e rigetti umani. Mi ritrovo in una specie di ricostruzione di Reggio Calabria in una appendice di un palazzo scampato alla furia edile delle Olimpiadi del Ghiaccio. Un budello di umanità al peperoncino in cui regna sovrano l’odore di fritto. Mangio tutto quello che mi portano, la cosa meno piccante è la soppressata con peperoncino e olio piccante. Guardo Studio Aperto. Sono pronto per salire sul tetto del Lingotto e buttarmi nel vuoto. Pago ed esco. Puzzo di fritto come una carta di fish ‘n chips. Mi ributto nella massa di sorrisi e annaspanti scuse per mancate chiamate. Alle tre e mezza ho un crollo calorico e mi siedo di fianco a una hostess. Forse l’odore da puttana o forse l’olezzo di fritto misto, ma la giovane studentessa in prestito al mondo del lavoro si alza poco dopo. Mi squilla il cellulare e mi rendo conto di essermi addormentato per dieci minuti. All’ingresso. Vado in bagno e mi lavo la faccia. Essendo l’unico che non pippa, vengo guardato male. Sorrisi di complicità allo specchio, come se pippare cocaina per restare in questo posto fosse una cosa figa. Sono di nuovo in macchina, gli occhi si chiudono tra la seconda e la terza corsia. Mi sveglio a Milano. Arrivo a casa con la luce, una vera novità. Mi gusto il sole dalle finestre, constatando che è davvero un gran bel pomeriggio. A un bivio tra il pc pieno di mail e una sessione di Mercury terapia opto per la seconda. Camicia, mutande e calzini, davanti allo stereo mi faccio tutta la prima parte del Live at Wembley, parola per parola, incitando il mio pubblico composto da due portafoto, lo stereo, il dvd e la poltrona. Il mio palco si estende fino al bagno. Cosa che mi rende possibile cantare Under Pressure mentre piscio. Penso che anche Freddy avrebbe potuto farlo. Il grande momento di Tie your Mother Down mi vede abbracciato a Brian May in piedi sul divano, ed è durante la seconda strofa che mi accorgo che il mio dirimpettaio mi sta osservando. Probabilmente da One Vision. Saluto con la mano , riprendo il microfono-telecomando e mi congedo dal mio pubblico. Ora sono pronto per il week end.  E ho chiaro in testa una cosa: se Freddy fosse vivo io sarei, lo dico con certezza matematica, follemente innamorato di lui. Mi sarei tatuato sulla pancia “Mercury”.  E di colpo mi giunge chiaro in testa un segnale: Egli aveva i Baffi. E che Baffi.

Fast but Serious

Sarò telegrafico. Sono nel pieno di una disastrosa sindrome del foglio bianco, non riesco a scrivere nemmeno sotto dettatura. Eppure alcune cose succedono. Ad esempio la piacevolissima scoperta di Mr. Tropper, davvero un grande scrittore, e del suo delizioso “Dopo Di Lei”. Se hai amato Hornby, questo è più di un successore, se lo hai odiato, questa è una grande alternativa, in ogni caso un grande libro (anche nelle dimensioni). Oppure della misteriosa apparizione di Anthony Kiedis nella doccia, proprio mentre cantavo “Under the Bridge”. Egli non mi ha comunicato nessun messaggio salvifico, ma mi guardava con grande rispetto, anche se credo che sappia che non ho finito mai di leggere Scar Tissue. Per il resto, tutto succede troppo in fretta. Il casello della tangenziale si è mangiato la mia tessera Arci 2007, che ho infilato al posto del Bancomat. Ho perso la denuncia di smarrimento della patente smarrita, quindi oggi per lo Stato non posso pilotare nemmeno la bici. Ho lasciato il cellulare su un taxì crucco, che essendo crucco me lo ha riportato. Ho guardato dei giovani con il casco, mentre saltellavano sul cofano delle macchine parcheggiate per protestare contro gli esami di riparazione. E mi sono accorto del tempo che passa. Ho buttato la sigaretta addosso a un rombante scooterone. Il proprietario si è limitato a confermarmi quello che credo sui proprietari di mezzi a due ruote senza marce. Ho la scrivania piena di fogli che non ricordo di aver scritto, ma su cui ci sono tracce organiche di thè e marmellata che sono più della firma digitale. Quindi mi fido, e faccio quello che c’è scritto. Ho montato un tavolo dell’Ikea, e dopo una cinquantina di viti, ho molto rispetto per i falegnami. Ho passato due ore all’Esselunga, cercando la marca di tonno che compro sempre, e che sempre comprerò. Nessuna traccia del tonno Tonnotto, quindi niente più tonno. Semplice. Ho fumato molte sigarette con pochi amici, in un sabato a lume di candela attorno a un tavolo pieno zeppo di vino. Alla fine se ne è andata la voce, il vino è finito, e la candela si è spenta. Ma è rimasto quel sapore stupendo di queste serate. Ho trovato un numero di cellulare con scritto vicino: Emergenza. Lo tengo nel portafoglio, penso che prima o poi potrà sempre tornarmi utile. Vado di fretta, e ho il blocco dello scrittore.  Prima di essere uno scrittore. Che è un po’ come avere male al dente del giudizio senza aver messo i denti da latte. Non male, fratelli, non male.
“Senta ilFranz, questo lavoro è estremamente sciatto, banale e poco comunicativo. Dobbiamo portare qualcosa che sia un lancio di prodotto e al tempo stesso un richiamo alla nostra storia, non certo questa cazzata. Insomma è chiaro che è lei che deve indirizzare il grafico nella giusta direzione. Questa è quella che si chiama merda. Ma come le è venuto in mente?”
“Quella è la sua proposta della settimana scorsa. La mia è il foglio dopo”.
 

Mercati verticali necessitano azioni orizzontali

Un giorno il generale Herberto de Favenda, con la sua possente figura solo un poco imbolsita dagli anni e dalle grandi quantità di cotenna di maiale con mais, si decise a uscire dalla sua fazenda, una ricca casa coloniale con i muri bianchi e azzurri immersa tra le alte piantagioni, per risolvere una fastidiosa questione che minacciava seriamente i suoi affari. Da tempo la crescente attenzione delle polizie doganali e i cambiamenti nello stile di vita, minavano pesantemente le vendite della sua pregiata coca. La polvere che sembrava non aver mai conosciuto crisi, era ormai divenuta demodé, assai poco ricercata, e anzi considerata pericolosa. Dopo notti insonni, terribili incubi, lunghe e pensierose fumate del suo sigaro appena bagnato di coca, il generale fece ritorno alla sua fazenda sorprendentemente di ottimo umore. Diceva in giro di aver trovato la soluzione al difficile problema. Anzi si sentiva molto sollevato. In pochi mesi dalla fazenda iniziarono ad uscire misteriosi uomini molto lampadati e vestiti con improbabili gessati e scarpe lucide. Un giorno il suo vicino, Alonso de Fonseca, inventore delle ciabatte fuori moda, incontrandolo gli chiese chi fossero tutti quegli uomini. Il generale De Favenda rispose sorridendo: “sono direttori Marketing. I primi esemplari. Essi riporteranno il consumo della coca ai massimi livelli. Lo faranno consumandone grandi quantità, stressando i loro collaboratori che saranno portati a consumarne. Al posto di inventare un nuovo prodotto, ho inventato un nuovo consumatore”. Herberto de Favenda morirà qualche anno dopo, stroncato da una tisana alla valeriana e finocchio, che lo fece addormentare sul cesso mentre pisciava. Cadendo, battè la testa su un prezioso porta carta igienica con radio FM, appena comprato via internet. Viene, a ragione, considerato uno dei fondatori del Marketing, ed è grazie a lui che oggi si continuano a vendere alcuni colori di cravatte che sono ritenuti immettibili e le scarpe a punta lucida. Ecco, in memoria del generale Favenda, in questi giorni sono in una heavy rotation tra matrici di Ansoff, varianti di Porter, leve di Rubens e altre amenità di un certo spessore. Il tutto, oggi, dovrebbe portare un ammasso di luminari del marketing, a stabilire il mio livello di preparazione su due grandi argomenti: le cravatte e la supercazzola. Questo mi autorizzerà, da lunedì, a indossare cravatte spaventose, lampadarmi in modo cancerogeno, sorridere per niente, parlare di nulla citando il niente riferendomi allo zero, proiettando il forse in un domani di incertezza. Potrò stare tutta la notte in ufficio, giocando a pinball per battere il record del direttore commerciale. Potrò aggirarmi per la fiera salutando altra gente sconosciuta con grandi sorrisi e cenni di complicità. Potrò fare, insomma, quello cha faccio da un pezzo, solo che sarò certificato per farlo. Io lo faccio solo in memoria del Generale De Favenda, e della sua straordinaria intuizione: quando non puoi cambiare il prodotto, inventati un nuovo consumatore. Happy free friday, amigos

Medioman in Mailand

Di passare a Check Point Charlie non se ne parla nemmeno, e sarà uno dei grandi rimpianti del 2007, una cosa che mi costringerà a tornare in questa città dove le nuvole corrono veloci, i graffiti sono come le case: più storici, si mangia molto bene francese, si cammina che è una meraviglia, e il biondo non fa più paura. Di contro, mi sono infilato a una mostra di Dalì, uscendone con un grande pensiero. I ragazzi dello zoo non sono in giro, però proprio di fianco al grande padiglione pieno zeppo di eminenze grigie, c’è un allegro carosello di puttane, tutte riunite per il Sex in the City, la locale fiera per chi vuole mettere le zinne in mostra. Così ti può capitare, in coda per un taxì, di voltarti e trovare impettiti dirigenti messi insieme a variopinti travestiti con un filo di barba. E le puttane devono essere in qualche modo il liet motive di questo periodo, visto che sono reduce da una due giorni veneta dove la finestra del mio albergo illuminava un inquietante via vai di station wagon con tanto di adesivo "bebè a bordo" arricchite da giovanissime russe e appesantite peruviane. A ben guardare, mi sono ritrovato a constatare che le analisi del sangue appena sfornate confermano quello che sospettavo da tempo: una seria diagnosi di mediocrità. Tutti i valori placidamente nel mezzo, nessuna bizza, nessuna caduta libera, solo quel pizzico di delusione nel constatare che manco di genialità anche nell’ematocrito. Per questo mi impunto a scrivere, come posseduto, un racconto dall’ottimo incipit, come sempre, e dalla fine difficile. Poi, come ormai consuetudine, crollerò in questo eterno jet-lag, con il libro sul naso e i Counting Crows in sottofondo. E’ da tutta la sera che non penso ad altro: Dalì aveva i baffi. E che baffi. Un maestro anche nel baffo. Sono sulla buona strasse.

Russo, ma anche molto italiano

Correvo libero, verso un casale immerso nel verde. Nudo, le palle al vento, sentivo il fresco della mattina sulla pelle, i capezzoli come antenne paraboliche. L’erba era morbida sotto i miei piedi, qualche goccia di rugiada. Correvo, senza bene sapere perché, ma la cosa mi faceva stare parecchio bene. Anzi avevo in me quello stato d’animo tipico di uno che si è fumato quattro canne e ascolta continuamente Ligabue dopo aver fatto l’amore. Qualcosa del genere. Ah, come stavo bene. Da una vita adoro andare in giro nudo, le mie palle sono state in mostra in diverse isole greche, Toscana, Liguria e a sprazzi in Sardegna. E’ proprio la sensazione di libertà, unita alla comodità e al pizzicore della trasgressione. C’è chi ama bere vino rosso, io amo sentire il vento sulle palle, che è meno romantico ma molto più pratico, tanto per dire. Sicchè, ci stavo arrivando a quel casolare. Niente di speciale, roba già vista, con tanto di finestre decrepite e patio con trattore arrugginito. Ricordo perfettamente il silenzio intorno. Splendido. Una cosa strepitosa. Senza parlare dell’alba, uno spettacolo, con il profilo delle montagne, che tanto ricordava il viso di mio padre, secco diretto e segnato dagli anni, ma senza paura del vento. Il sole che si annunciava mettendo un sacco di rosso in cielo, con lo scuro della notte che ripiegava. Ah, avessi potuto vederla, questa alba. Mi sentivo il sole in faccia, pregustavo già il caldo. E poi c’era la canzone, forse dal casolare, ma chiara. Riempiva tutto il paesaggio, incredibilmente diffusa da sopra le montagne, dentro il casolare, sotto il prato. Hard to Concentrate, Red Hot Chili Pepper. Sentivo il buon vecchio Anthony scandire sussurrando nel microfono “…t o take this man into your world, and now…” Ah, che roba ragazzi.
Poi, la signora di fianco a me, fila 23, posto A, mi ha svegliato. Con una inaspettata cortesia mi ha chiesto se potevo smettere di russare. Ho annuito, a domande gentili si danno risposte gentili. Ho ripreso lentamente coscienza. La cravatta larga, la camicia fuori dai pantaloni, la giacca sul pavimento, il portatile pericolosamente incastrato tra i due sedili, ancora acceso. Il bicchiere di caffè incastrato nella retina, pronto per rovesciarsi sui pantaloni. Siccome io non russo, io produco lo stesso rumore di un cinghiale costipato, intuisco che la signora si sia decisamente stupita. Da un uomo possono veramente uscire questi versi? Avrà costui una vita privata? Quale donna potrà mai dormire con lui? Mi sono dovuto forzare per stare sveglio. Per questo scrivo, perché il richiamo del vecchio casolare è troppo forte. Da qualche piega della camicia entra l’aria condizionata, e in effetti i capezzoli sono in posizione on. Le occhiaie avrebbero tanto bisogno di una pausa, ma per rispetto alla mia vicina non posso ricadere. Non devo. Non lo farò. Mi ritrovo con la mano destra che con naturalezza si poggia sul pacco, mi rendo conto di avere la tipica posizione dello zarro da viaggio, mancano solo i piedi aggrappati. Ma soprattutto mi rendo conto di una certa qual barzottaggine. Retaggio della corsa verso il casolare. Una domanda inquietante mi perseguita: avrò prodotto dei gemiti di piacere per la rugiada sotto i piedi?

La ricetta per la felicità

Del fatto che tu sia continuamente insoddisfatto e alla ricerca della felicità, che oggi è una donna, domani una macchina, dopodomani un lavoro più pagato, non me ne dovrei certo occupare. Pare però che questo affanno, questa trepidante ricerca che ti coinvolge e ti stravolge, ti possa ridurre in condizioni pietose. Lo si legge nel tuo accanimento nel bere quel cocktail, lo si legge nelle tue parole di sfiducia verso l’ennesimo stronzo che prova a frequentarti, lo si legge nel tuo incedere incerto. Ebbene, fratello, sorella, io non ho risposte per le tue domande, non ho soldi per saziarti, non ho che amore da darti incodizionatamente, da amico e spalla su cui vomitare il tuo stato di necessità perenne per una macchina cabrio. Però nel mio piccolo ho trovato alcune tecniche di meditazione grazie alle quali migliorare notevolmente la tua condizione di infelice. Perchè poi, trovata la donna della tua vita, l’uomo dei tuoi sogni, ti accorgerai in un soleggiato martedì pomeriggio, di essere infelice per il lavoro. Trovato il lavoro figo con la effe maiuscola, ti sveglierai un sabato mattina in trepidante attesa per la felicità che non arriva. Ecco, io ero, prima della rivelazione, nelle tue stesse condizioni. Ero molto concentrato su quello che non avevo, dimenticando quello che avevo tra le mani. Non farne una questione di vita o di morte, stampati questo foglio e pratica con incessante serietà alcuni di questi semplici gesti, che in meno di un mese ti garantiscono di essere Felice. Ebbene si, tu sarai felice. Dopo anni di disastrosa ricerca, tu sarai felice davvero. Con qualche semplice accorgimento.

Punto primo: riservati almeno dieci minuti al giorno per cantare, ad alta voce, una canzone di Rino Gaetano. Idealmente la cosa dovrebbe avvenire nel posto dove ti senti infelice. Se la causa della tua infelicità è il lavoro, trova cinque minuti per cantare "Gianna" a squarciagola tra il tuo ufficio e quello del capo. Punto due: utilizza il tuo tempo in modo consapevole. Ti faccio un esempio pratico: nella mezz’ora di coda in macchina per andare in ufficio, ritagliati un paio di minuti per dare una controllatina alle unghie dei piedi. Farlo ti farà sentire meglio. Metti il piede sul cruscotto, ricordati il tronchesino, e curati della tua persona. Punto terzo: non dire mai di no. Il cambiamento spaventa, ma è sempre positivo. La tua risposta dovrà essere sempre si. Al tuo fidanzato che chiede ossessivamente la sodomia con verdure falliche, rispondi "si". Il cambiamento è sempre, dico sempre, positivo. E poi la verdura fa bene all’intestino (indipendentemente dal foro di ingresso). Punto quarto: nutri il tuo spirito più del tuo corpo. In pratica, meno insalatone da dieci euro e più libri, più film, più mostre, più tempo. Punto quinto: lascia crescere i tuoi peli. Questo punto è fondamentale. Sia tu uomo o donna, lascia che i peli crescano sul tuo viso, sulle tue gambe, sul tuo petto. E’ una questione sia di termodinamica sia di approccio alla vita. Pelosi è meglio, si affrontano meglio le difficoltà. Punto sesto: produci costantemente amore, per te e per le persone che ti stanno vicine. Punto settimo: dai il giusto valore agli oggetti che possiedi. Quella borsa di finta vacca che hai pagato settecento euro forse in un Mondo Giusto avrebbe avuto un prezzo di 10 o 12 euro. Dalle questo valore. Tu sei il valore delle tue cose, o perlomeno è una frase bella da dire. Ultimo e ben più importante: fuma molte sigarette e bevi molto caffè, questo ti aiuterà a non dimenticarti che non siamo in Tibet, e non c’è nessun santone a spalare la merda che ti annega tutte le mattine. E poi è un’ottima tecnica per abbreviare il periodo di sofferenza che ti aspetta da qui alla tua morte. Funziona, fratelli, funziona. Brindate in mio nome.