My name is Frenkie Minkia, from Sicily

La mia professoressa telefonica di inglese è cambiata. Non tutti possono permettersi il lusso di avere una professoressa telefonica di inglese. Non che io possa permettermelo, ma la Multinazionale ha deciso di migliorarmi, pertanto mi ha iscritto a un costoso corso il cui meccanismo è sorprendentemente semplice. A qualsiasi ora del giorno e della notte tu puoi farti telefonare dal tuo Teacher, per stare una mezz’oretta impegnato a fare improbabili discussioni in inglese su varie amenità, preferibilmente collegate con il tuo lavoro. Dato che l’amenità principale collegata al mio lavoro sono i viaggi, si finiva sempre con il parlare dei posti che avevo visto, e la mia Professoressa Telefonica si abbandonava nel flusso dei suoi ricordi, raccontandomi di quanto fosse bella Firenze rispetto a Minneapolis oppure Londra rispetto a Bari. E a me non dispiaceva, perché sentivo di fare del bene a questa persona sconosciuta dall’accento comico, che si sforzava di parlarmi scandendo le sillabe e sottolineando le esse.
Di contro, nella valutazione delle mie performance linguistiche (la pagellina da consegnare alla sospettosa Manager HR della Multinazionale), la mia Professoressa era davvero di manica larga.
Il mio reale livello di inglese è rimasto pressoché invariato, ma è da sempre che è così. Non sento la necessità di migliorare la mia conoscenza di una lingua in cui sono già in grado di esprimermi per recuperare delle sigarette, ottenere del rhum e ordinare da mangiare.
Con questo nuovo lavoro ho dovuto imparare alcune espressioni tipiche del servilismo, grazie alle quali riesco a esprimermi correttamente con i miei superiori. Ad esempio:
 
Italiano: “ vorrei un aumento”
Inglese: “ Sono molto orientato al raggiungimento dei miei target, e mi sento parte di una grande squadra. Eppure mi rendo conto di avere ancora molto da imparare dalle Menti Illuminate che guidano questa azienda”.
 
Italiano: “ A me sembra una minchiata.”
Inglese: “ Ottima Idea! Devo solo ristudiarla, ti ringrazio per il prezioso contributo”
 
Italiano: “ Personalmente ritengo che sei un coglione”
Inglese: “ Mi stupisce trovarmi così d’accordo con le tue posizioni”.
 
Piccole cose, insomma. Sfumature nell’ uso di una lingua in cui Tu e Voi si dice allo stesso modo.
 
Ma da ieri la mia Professoressa Telefonica è cambiata. Una intraprendente coreana, con uno stravagante accento cinese. E, stranamente, oggi ho ritrovato una valutazione più bassa rispetto al solito e, soprattutto, dei Compiti da fare per la prossima lezione.
Qualcuno dice che gli esami non finiscono mai, e mi trova perfettamente d’accordo; preciso però che io ho smesso di studiare in seconda elementare e non ho nessuna intenzione di ricominciare per preparare una ricerca sul sistema sanitario del New Mexico. Punto.
 
 
“Plonto?”
“Si?”
“Hai plepalato ricelca su nuovo mehico?”
“No”
“Questo influilà su plepalazione genelale”
“Lo so”
“Folse non falai calliela in Multinazionale che paga me glandi soldi”
Forse”
“Non sei pleoccupato?”
“Non direi”
“…”
“Posso chiederti una cosa?”
“Si dimmi. Vuoi fale domande su lingua?”
“Solo chiederti se da piccola sognavi veramente di chiamare in italia e parlare del sistema sanitario del nuovo messico…”
“Folse non ho compleso la domanda. Sai che devi mettere ausilialio prima di sogeto? Vuoi ripetele?”
“Non pensi che, visti da fuori, sembriamo davvero dei deficienti, io e te a centinaia di chilometri di distanza, impegnati a parlare di cose stupide mentre il mondo ci scorre di fianco?”
“…”
“…”
“Tempo finito. Voto queta lezione moto basso. Plossima lezione paliamo de sistema elettorale filippino. Ciao”
 
 

Sento La Prima Vera (or mone or morte)

L’Elegante, giustamente, richiama l’attenzione sulla mancanza di eleganza (mia) nel pubblicare su questo sito notizie riguardanti la sua creazione dell’immenso database porno. Giustamente lui considerava la notizia come confidenziale, perché riguardante una sfera personale (la sua perversione di fare l’amore direttamente con i DVD, ma non in senso figurato, ma proprio l’atto pratico- penetrativo di un supporto disco ottico).
Eppure uno non dovrebbe mai vergognarsi dei suoi grandi progetti.
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Pesce rivendica cento euro dal conto del nostro modaiolo venerdì sera. Allorché mi soggiunge di sottolineare al figlio del Piastrella che le amiche polacche erano le sue. E poi si sapeva che andare all’Armani era una grande spesa. Al massimo si può far rimborsare dal nostro Pr Alex.
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El Presidente è ritornato in grande forma, e lo prova la nostra prestazione di ieri, davanti a una mareggiata davvero graziosa e a una folla di surfisti rissaioli. Nessun rimpasto di governo, il Presidente rimane tale. Dopo quattro gloriosi anni, finalmente usiamo le tavole in modo quasi appropriato.
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Il Teo, che non lavora più nel ristorante chic in Centro, anzi direi che non lavora proprio più, ha il potere di chiamarmi sempre quando dormo.
Tenendo conto che nelle restanti 16 ore del giorno io provo a richiamarlo e lui non risponde mai, sono costretto a supporre che si sia trasferito in un altro continente e che i fusi non combacino.
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Giungono voci che Renation abbia tirato fuori l’animale zarro che dai tempi di Cascina Gobba in Motorello con la Tuta della AdidaSSE, dormiva nascosto dal pubblicitario. Gira voce che sia divenuto padrone di una Golf, nera oscurata con alettone e autoradio con led blu.
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Ecco amore, io ho esaurito gli argomenti per la cena di stasera, si passa subito al dopocena?

Sono Sempre Stato Ottimista (poi mi è passato)

La poesia prudente
e gli uomini
prudenti
durano
solo lo stretto
necessario
per morire 
tranquilli
Charles Bukowski ( Poeta Vissuto prima della Glaciazione del 2036)
 
Per l’entità dell’argomento da me trattato in queste righe vi consiglio di recuperare al volo un calice di ottimo rhum, dei sigari, una donna pettoruta e disponibile, due o tre dischi d’atmosfera e per il gran finale due grammi di marijuana.
Fatto?
Bene, oggi si parla di morte. In verità è da circa tre giorni che scrivo compulsivamente su un unico argomento: la Poesia. (in verità è da vent’otto anni che scrivo compulsivamente di qualsiasi argomento, ma se dobbiamo partire da qui, il post potrebbe essere lunghetto).
Dicevo: la morte e la Poesia. Dunque, il 13 aprile del 2036 si schianterà sulla terra un asteroide. Questo genere di cose nel passato hanno creato qualche scompiglio, tipo l’estinzione dei dinosauri, e di conseguenza un grande gruppo di cervelloni sta studiano alacremente un modo per evitare che il Corso degli Eventi che Da Millenni Accade possa essere cambiato.
Io, non essendo Ingegnere Aerospaziale, posso solo dare il piccolo contributo facendo quello che tutti hanno fatto leggendo la notizia: me ne sbatto sonoramente i coglioni.
Una serie di eventi concomitanti ha, però, fatto sì che io mi sia trovato davanti alla notizia della mia morte proprio mentre riflettevo del mio passato e del mio futuro. Nel 2036 avrò 57 anni, molti meno capelli, più tartaro, una grande pancia, probabilmente dei figli, forse dei nipoti, e tutto il resto.
Dato che moriremo tutti, la prospettiva si fa decisamente più interessante. Inoltre, possedere con certezza la data ultima, rende molto più semplice la gestione del tempo. Voi fate come volete, ma io devo assolutamente togliermi un sassolino dalla scarpa prima di tale data.
Voglio fare il Poeta di Successo. Per fare il Poeta di Successo devi avere almeno una decina d’anni di gavetta, cinque anni di successo, due di declino, e una serena vecchiaia di 4/5 anni con comparsate in università e circolini. Tutto il pacchetto Poeta di Successo è di un totale di 22 anni. Me ne rimangono ( moriremo tutti, ricordatelo, nel 2036) 30, quindi ne ho ancora 8 per decidermi a iniziare.
 
Solo che adesso dovrò muovermi a compilare la lista di cose che devo fare. Visto il grande risparmio sulle spese del funerale, annuncio alla Signora che questa estate andiamo alle Maldive per tre settimane.
Presto divulgherò su queste pagine il mio programma di azione verso il Successo.
 
Voi fate quello che volete, ma siate preparati. Ad esempio l’Elegante sta raccogliendo tutti i porno che fino a oggi hanno sostituito le donne vere in camera sua  in una grande Antologia su DVD. Tale Antologia sarà disponibile presto tramite prenotazione e include i più famosi filmati che vedono protagoniste le donne dai 45 ai 75, con taglia superiore alla 6°. Per completezza va detto che il suo collega Chicco detiene il più grande archivio di filmati di donne 0-19 anni  (compresi alcuni filmati di parti cesarei). Tra i 19 e i 45, nella loro videoteca e nel loro vissuto è black out.
Life is short fritz…. 
 

N.C.S.I.: Polizia Navale Alla Riscossa

Non siamo un blog esperto di tivù, tanto più che il sottoscritto ha una rapporto quantomeno strano con l’oggetto in questione. Mentre la tendenza comune è nel possedere schermi piatti e proporzionalmente grandi quanto la ricchezza di chi li possiede, in Casa Pistecchi noi si possiede un tubo catodico 24 pollici in cui le immagini scure (scene d’amore, omicidi, insomma il fulcro di ogni film) vengono inghiottite dallo schermo che trasmette una cortina nera impenetrabile.  Ma, con una prodezza statistica di altri tempi, io e La Signora abbiamo calcolato che il soggiorno, spazio dove alloggia il misterioso e ingombrante tubo catodico, è impiegato secondo questo schema: 60% del tempo è destinato alle danze propiziatorie (alle quali non segue l’accoppiamento ma solitamente la cena), 30% del tempo in letture e uso del divano come giaciglio, 10% del tempo per guardare la tivù.

Per questa ragione, investire nell’acquisto di uno schermo piatto (in cui le immagini siano visibili) non è tra gli argomenti della nostra finanziaria.

Succede che, per ragioni pratiche (incazzatura montante) e paure oniriche (venerdì ho sognato di suonare dal vivo con una band che si faceva chiamare Negrita e che faceva canzoni in italiano con rime come: facciamo sesso, facciamolo spesso, mi guardi e taci e poi mi baci, e altre oscenità simili) io mi trovi costretto a rivolgermi al tubo catodico per risolvere due ore della mia vita.

Grazie anche al nuovissimo telecomando universale da me appena acquistato, in grado di pilotare Home Cinema (che non abbiamo), Satellite (che non abbiamo), Multi CD( che ignoriamo cosa sia), per un totale di 108 pulsanti diversi, con 12 pile che alimentano e un trolley per spostarlo, mi sono dato allo zapping.

Tra le mie trasmissioni preferite ci sono le televendite di automobili usate (la Vetrina dell’Auto) e i piccoli short porno stile Chiamami, Ascoltami, Guardami, Pagami, Picchiami. Anche se il mio mito rimane Willi Pasini (Canale 6, imperdibile).

Purtroppo nessuna di queste trasmissioni era disponibile e ho dovuto dirottare sui canali convenzionali dove andava in onda:

 

1)       Scuola di Polizia, film degli anni 80, che da allora viene trasmesso dodici volte l’anno (undici delle quali mentre io guardo la tivù). Da notare che si tratta dell’unico film poliziesco trasmesso in Italia in cui non compare Ricky Menphis. Che in compenso attualmente fa il poliziotto in borghese in 14 fiction e 12 film, sempre con la stessa espressione.

 

2)       NCSI: serie di deliranti tentativi di opporsi all’egemonia di CSI. NCSI si basa su alcuni concetti chiave: la frustrazione sessuale del gruppo di protagonisti, che alludono sempre, ma non concludono mai. La caratterizzazione tramite stereotipi: il novellino sfigato, la dura e pura, il cascamorto, il dottore (patologo) acculturato. Seguendo questo schema, ogni personaggio recita la sua parte  seguendo i meccanismi legati al suo canovaccio, con una prevedibilità che ci consente di capire la fine di un episodio dopo quattro minuti dall’inizio.  Il Capo, che come tutti i capi non ha una storia sentimentale, una vita personale, e raramente prova emozioni, è temuto e riverito. Si sente odore della loro paura di non riuscire a competere con la produzione concorrente (CSI), e si vede il grande uso di escamotage per provarci: malati in terapia intensiva che diventano ladri, con un passato da assassini e una predilezione per il porno (tutte allusioni velate, eseguite dalla sergente frustrata). E’ l’unico film americano dove non vedrete solo neri ubriachi, irlandesi guardoni e messicani spacciatori. La grande lotta dei bianchi per mantenere l’ordine non ha tregua. E se nella realtà a stelle e striscie un poliziotto su tre è nero, in tutta l’organizzazione non compare nemmeno un’olivastro, un po’ come le donne a teatro nel 600.  Grande economia sul set: le riprese in interno sono in un open space (la sede del Corpo Navale Squadra Omicidi, stupendo…) che probabilmente nei tempi morti è affittato a Friends, e le esterne sono sempre in parcheggi, prati, deserti, campagne, in posti dove non ci sono mai riferimenti ai luoghi. Grandi tensioni per risolvere gli strampalati casi che gli autori creano con la ricetta del continuo colpo di scena. L’assassino è lui, che però è donna, e che da piccolo veniva picchiato dal vicino (ovviamente nero). Ma, mentre lo vanno ad arrestare si accorgono che ha due gemelli, che la madre (che è uomo) ha tenuto nascosti per anni nel Montana. Uno dei due gemelli, che però è donna, è figlio di un altro padre, forse immigrato, morto suicida prima di concepire con la madre, che però è messicano. Lo scopo principale di questi colpi di scena è di stordire l’Uomo Medio, per portarlo a credere che tutto ciò abbia un senso. Stupisce anche il fatto che tutti questi casini siano di competenza della Polizia Navale. Un po’ come se a Cogne ci avessero mandato i Marinai o i Lagunari ( in diretta al Tg1 lo sbarco dai gommoni sul torrente vicino alla villetta). Gli episodi finiscono quando il Capo, che ha capito tutto da 20 minuti, si scogliona e risolve il caso. Solitamente tutti tirano sempre fuori le pistole, ma nessuno spara. A metà di ogni episodio chiama qualcuno dalla Casa Bianca, che si rivela molto incazzato per il procedere delle indagini, e che viene mandato a cagare. Per spirito di correttezza, ci sono ampi riferimenti all’Irak, unico riferimento temporale che ci fa capire che gli episodi sono stati registrati dopo il 2002. Guida spericolata e grande uso di microcamere completano il quadro della serie più disperata della tivù americana.

Uno, dopo due minuti di questa cosa, quando ormai ha capito la trama dei sei episodi che seguiranno, piange amaramente in ricordo dell’A-Team, di Mac Guyver, i Robinson, Nano Nano, Fonzie, Elettro Man, Batman e Robin. E capisci quanto Tom Selleck fosse avanti, mentre una lacrima ti scende ricordandolo.

 

La frantumazione dei miei testicoli raggiunge lo sbriciolamento quando, per quasi cinque minuti, non mandano la pubblicità (che è la parte più interessante di tutto il film), e decido di spegnere e di provare a dormire. E poi si chiedono perché la gente beve…

El Matador

 

Nel palinsesto della Grande Multinazionale, va in onda in questo periodo la miniserie “Venditori”, struggente fiction sulla vita di alcuni venditori nel periodo più caldo dell’anno, ovvero quando vengono decisi incentivi e promozioni. In un’ottica educativa, tale fiction deve essere visionata da tutti coloro che intendono intraprendere il misterioso percorso professionale del venditore, pertanto le repliche andranno avanti fino a primavera inoltrata.

Tutte le comparse sono avvisate, e si prega di attenersi alle seguenti norme:

In primis presentarsi in ufficio per le otto: sappiamo benissimo che nessun venditore è in ufficio prima delle dieci, ma sotto periodo di incentivi bisogna far sembrare che l’azienda sia importante.

Non lavate la station wagon aziendale, deve sembrare sporca e vecchia. Cercate di arrivare per primi, per parcheggiare vicino al posto riservato al Direttore, in modo che al suo arrivo lui possa avere la sensazione che la flotta aziendale necessita rinnovamento, e soprattutto la vostra macchina. (un piccolo accorgimento: togliete il porta sci, che vi fa sembrare ricchi).

Frequentate assiduamente la macchinetta del caffè (ma questo lo fate già spontaneamente), armandovi di misteriosi faldoni e grandi raccoglitori pieni di fogli.

Fatevi chiamare da mogli e amici durante le riunioni e rispondete in inglese. Scandendo bene, parlate di fantomatiche gare d’appalto faraoniche e giganteschi business. Quando riattaccate, con distacco chiedete scusa per l’interruzione.

Producete carta, compilate moduli, iscrivetevi a corsi aziendali serali, insomma fate in modo che il vostro nome venga scritto il più possibile. In casi estremi, utilizzate la tattica dell’offesa ai cessi: scrivete con un pennarello indelebile il vostro nome e cognome sui muri dei bagni, seguito da finte offese tipo: c’a l’amante- ti o visto – se la fa con la XY (ricordatevi gli errori di ortografia, sono essenziali).

Fingete di essere un team: invitate i colleghi al caffè, producetevi in complimenti sulla pettinatura, sul colore della pelle e su altre amenità.

E in ultimo, lanciate occhiate di complicità al vostro direttore durante la pausa pranzo. Lui ha sempre qualcosa da nascondere, e voi dovete fingere di sapere di cosa si tratti.

Se proprio siete indietro con queste tecniche, rinnovate il vostro amore per la Segretaria di Direzione, parlandole di come stia andando male con vostra moglie. Invitatela fuori a cena, e fingete passione adolescenziale nel baciarle le mammelle cadenti in uno squallido motel di provincia. Questo potrebbe essere di aiuto per sapere qualche notizia con anticipo e per pianificare le contro mosse.

Nel caso il vostro Direttore fosse donna, fingetevi non interessato a lei sessualmente (mentite), e anzi dimostratele il vostro alto valore morale indossando con fierezza i panni del padre responsabile: riempite di foto il muro dietro la scrivania e chiamate vostra moglie davanti alla Direzione utilizzando termini quali: Cucciola, Saccottino, Amore Mio, Panterina. Alludete inoltre ad una vita sessuale attiva, e un’intensa attività familiare.

Se siete donne e avete davanti un Direttore uomo, inutile sprecarsi in tutto ciò che è stato scritto fino ad ora. Aumenti e incentivi sono direttamente proporzionali alla capacità di scendere a compromessi. Il termine scendere a compromessi include: quel motel tragicamente trash, le prestazioni minimali del Direttore, alle quali rispondere con simulazioni di orgasmi cosmici, e fingere che l’alito del Capo sia come un prato di lavanda. Gli appetiti sessuali del Direttore sono solitamente legati alla sua insoddisfazione personale. La mancata realizzazione come uomo  In ogni caso, non cedete mai al ricatto della professionalità: tutto si gioca sul sesso.

Se siete donne e il vostro direttore è donna, sono sinceramente dispiaciuto. 

Nessuno, ripeto nessuno, è autorizzato a lasciare il posto di lavoro prima delle ore 19, anche se dalle 14 non c’è più niente da fare.

 

Per te, piccolo nuovo arrivato, che sei costretto a fare il number cruncher per dare in pasto alla Direzione in numeri con i quali deciderà il futuro della forza vendite, non c’è gloria. Nessuno ti saluta più e quando bevi il caffè ti accorgi di essere solo: è il prezzo della conoscenza. Tu volevi capire il mercato, tu dici di essere in grado di capire le dinamiche, e tu adesso paghi il dazio di essere dalla parte sbagliata della barricata. Per te ci saranno incentivi commisurati a quanti ne farai fuori. Non fingere che ti dispiaccia, in verità te ne fotti. Sei un bambino che sta imparando a parlare, e provi i suoni delle parole nella tua bocca: pianificazione, trend di mercato, riduzione dei costi, spirito di team, collaborazione per l’obbiettivo, gestione delle risorse, curve di erosione, piani di produzione, pietre miliari, valori, missioni, competitività, sviluppo: mille modi per descrivere quel bastone che tutti hanno in culo, e che tu devi giustificare.

In ultimo, ti ricordo la corretta declinazione del verbo performare, che usi più di tutti:

 

Io Performo Benone

Tu Performi, ma puoi migliorare

Lui performa, male

Noi Performiamo,  come squadra

Voi Performate, o state a casa

Essi performano, poco e male.

 

 

PS: ti rendi conto che ieri hai detto: “ Se il trend prevede realmente un dieci, ci costringerà a performare ancora meglio sui mercati emergenti”? Te ne rendi conto? Perdio, se fossi in te mi vergognerei.

Scuola Argonne – Liceo Francese Sthendal: 78-54

Capitolo Uno: " Di un amore, un amore veroooo: ovvero quattordici anni"
Ho ancora nell’armadio la canotta giallo-blu, numero 14, che ho indossato per due anni al liceo con la squadra di basket della scuola. Nonostante i numerosi lavaggi con il Napisan, i colori sono rimasti quasi gli stessi. Ai tempi indossavo larghi levi’s bordeaux, improbabili camicie di flanella a scacchi sempre di tonalità autunnali, le reebok Pump e uno zaino seven doppia cerniera viola. Portavo le basette lunghe fino alla mascella, e a punta quasi fino a metà guancia. Ero molto meno stempiato di adesso e mi iniziava a crescere il pizzo. Avevo un walkman più o meno delle dimensioni di un big mac, e ci consumavo dentro tutto quello che alcuni compagni più avanti mi passavano: credo che il greatest hits II dei Queen sia stato riprodotto almeno diecimila volte. Mi muovevo in bicicletta per andare dappertutto, con una mountain bike economica il cui sellino veniva periodicamente asportato da ladri e stronzi di varia natura, per poi essere sostituito da quelli che mio padre trovava in saldo alla fiera di Senigallia (probabilmente quelli rubati a qualche altro sfigato come me). Come tutti i miei coetanei, sentivo l’impellente bisogno di comunicare amore, senza essere ricambiato. Fumavo quattro sigarette al giorno, di cui due mentre tornavo a piedi con Federico da scuola. Arrivavamo fino in Porta Venezia, e poi io mi fiondavo verso casa pedalando il più possibile per recuperare il ritardo.
“Non è la Rai” era una specie di valvola di sfogo ormonale, direttamente in onda dopo pranzo. Non capivo con esattezza il senso della trasmissione, e a dire il vero nemmeno mi piaceva, ma anche un cane, dentro una macelleria, non darebbe molto peso al colore dei muri. Yvonne era la mia preferita, anche se un giorno, prima degli allenamenti di basket, con Luca, abbiamo scritto una lettera “porno” ad Ambra. Ci sembrava porno, in verità non si avvicinava nemmeno lontanamente a quello che i nostri padri si dicevano in coda in tangenziale o dentro un ingorgo in circonvallazione. L’abbiamo anche imbucata. (Ambra, per delle scuse ufficiali e per sottolineare che i miei gusti si discostano oggi di molto dalle mie fantasie puberali.)
Passavo un’ora al telefono tutte le sere con Francesca, due anni più grande all’anagrafe, una grande amica al telefono, due sorprendenti tette di persona. Mio padre aveva comprato uno dei primi cordless che fossero stati prodotti: un Panasonic bianco delle dimensioni di una macchinetta per il bancomat. Leggevo come un matto, ascoltavo musica a scrocco, e mi ricordo perfettamente che mi stupivo di un sacco di cose, ad esempio di come i miei calzini di spugna bianchi e verdi della Mike non piacessero a nessuna delle mie amiche. Io li trovavo sensazionali. Ero vergine, addirittura direi molto vergine, decisamente  più impegnato in grandi progetti come la squadra di basket e l’acquisto di uno stereo portatile tutto mio, e nell’estenuante opera di convincimento per ottenere un mezzo motorizzato. Non avevo grandi domande, e di conseguenza non cercavo nessuna risposta. Leggevo per leggere, ascoltavo per ascoltare, e poco importava del resto. Scoprivo per il gusto di farlo, beatamente immerso nel bagno caldo dei quindici anni.   
Poi, un giorno di giugno ho scoperto una panchina, in Piazza Umanitaria, senza macchine e senza rumori. Mentre il cane cercava l’albero migliore, mi ricordo nitidamente di essermi detto: “chissà cosa farò da grande?”
La portata del quesito mi aveva spinto subito a fumare due sigarette e a rincasare di corsa per ascoltare a tutto volume “Funky tarro” e “Do – do mani dod do do mani”.
 
 
 Capitolo Due: quattordici anni dopo
Questa mattina mi sono svegliato e mi sei venuto in mente. Mentre mi facevo la barba mi stavo quasi tagliando per quanto ridevo. Se proprio lo vuoi sapere, quei calzini non erano niente male, erano solo dieci anni indietro, ma è la solita questione di punti di vista.Ah, per tua informazione: due anni dopo, su quella stessa panchina, hai fatto l’amore alle nove di sera, convinto che fosse talmente tardi da scongiurare il pericolo che qualcuno passasse. E poi, ci sei tornato a piangere perché credevi che bastasse dire ti amo per stare insieme una vita. E poi ci sei tornato alle quattro di mattina, ubriaco marcio, a fumare l’ultima sigaretta con un grande amico. E ancora: sei andato lì a mangiare un panino prima del concerto dei NoFx in cui ti hanno strappato la maglietta che tua sorella ti aveva appena regalato. E ti ci sei seduto la notte in cui è morta tua mamma. Poi ci hai portato mille volte il cane, di cui almeno cinquecento per tampinare la proprietaria di una carinissima husky. E il tuo cane ti deve ancora un favore per tutte le volte che, mentre voi due parlavate, lui montava come una macchinetta la povera siberiana. E la padrona non è diventata la madre dei tuoi figli, come credevi.
E poi, in quella piazza, ci sei caduto con la Vespa, a cinque all’ora, perché stavi guardando il cielo. Hai fatto in tempo a ripassarci, con quella famosa ex, per scoprire che il latte scaldato ha il sapore del vomito. E poi ci sei tornato per caso, un giorno che avevi finito di lavorare, e ti sei trovato a toglierti la cravatta seduto sulla panchina, esausto e con una voglia incredibile di mollare tutto. E hai iniziato a farti delle domande, e andavi a sederti su quella panchina quando eri a secco di risposte.
Lo hai fatto per tutti questi anni, e credo che lo faremo per sempre.
Fino a un venerdì, cinque mesi fa, quando ci sei andato, con la moto quasi in riserva, i nervi a pezzi e una strana sensazione allo stomaco. Ti sei seduto e ti sei acceso la trentesima sigaretta del giorno. E sussurrando hai detto: “domani mi sposo". Poi lo hai detto ad alta voce, quasi per vedere l’effetto. E poi, ti sei detto: "tra meno di sedici ore mi sposo e  non so ancora che cazzo farò da grande….”
 
Ecco, era solo per dirti che, a quanto pare, non serve a molto chiederselo…

i frutti della Val Venosta

Lezione numero 1: api e cavolfiori

 

I giorni di fertilità di una donna sono circa cinque. E’ un numero approssimativo, legato a innumerevoli fattori tra cui temperatura, umore vaginale (presenza di liquido, non stato emotivo della vagina), capacità ricettive della mucosa (legate all’alimentazione, allo stress e ad altro), attecchimento dell’embrione, e molto altro. Come se non bastasse, la fertilità femminile da sola non basta per fare un bambino: il partner (maschio o femmina, non siamo prevenuti: è però essenziale che sia dotato di pene e testicoli), deve avere uno spermigramma soddisfacente: moltissime patologie legate alla sterilità maschile ci riportano che è sempre più difficile trovare un partner in condizioni ottimali. Si può ben capire, dunque, come la procreazione sia un processo stupefacente e legato con un filo rosso al destino.

Durante i cinque giorni di fertilità femminile, bisogna innanzi tutto trovare il suddetto pene, armato di preziosi testicoli contenenti milioni di spermatozoi, e sperare che tutto vada per il meglio.

Ecco, il tutto in merito alla ragazza della Val Venosta che ha chiesto il test di paternità a sei membri della locale squadra di calcio, due dirigenti e un assessore.

La ragazza ha chiesto il test di paternità a nove persone in totale. Ecco che qui ci viene in aiuto la statistica, per capire come ci siamo ritrovati di fronte a un futuro Nobel.

Proviamo insieme:

5 giorni di fertilità assoluta, sono 120 ore. Sottraendo otto ore di sonno e qualche ora di inattività arriviamo a un totale di 60 ore.  In questo spermathon della Val Venosta, la nostra eroina, in sessanta ore disponibili dovrebbe aver consumato almeno nove rapporti, calcolando che tutti e nove i nostri eroi siano andati a colpo sicuro e senza preservativo. Il che significa che ogni 6,6 ore, lei, la Maratoneta del Materasso, ha dato la felicità a uno dei nostri nove amici.

Ma la statistica non può non tenere conto di qualche margine d’errore della nostra squadra di peni, e di qualche defezione sul campo, contrattempo, rapporto orale, mancata erezione, litigata, zip bloccata, sciopero della benzina, telefonata delle mogli, eccetera.

Diamo quindi un margine di 1,2 periodico. La cosa diventa eroica: ogni 4 ore 42 minuti e qualche secondo, la Diva ha fatto all’amore con un partner in questa settimana.

 

Madre della Diva: “Pronto, volevo sapere se ci sei per il caffè?”

Diva (affannata): “mamma scusa, ti devo richiamare, sto salendo le scale”.

Partner numero2: “pronto amore, allora per stasera ci sei?”

Diva (affannata): “si…si….si, ok, ma adesso ti devo lasciare”

Mamma della Diva:” Adesso puoi, amore mio?”

Diva (affannatissima)”: “No, stooo venendooo… “

Mamma della Diva: “Ah, bene allora metto su il caffè. Ti aspetto”.

 

Insomma la cosa ha del surreale, in termini statistici.

 

E se la giovane avesse praticato l’amore di gruppo?

Dividendo il gruppo di nove padri in due, si ottiene un gruppo di quattro e uno di cinque. Tenendo conto che tutti, durante i cinque giorni di fertilità, devono aver eiaculato dovutamente e nel posto giusto, cosa non scontata durante una gang bang, si ottiene una specie di orgia periodica: ogni due ore un gruppo a turno, con un eiaculatore sempre diverso, iniziava un periodo di sesso della durata di 21 minuti.

 

Togliendo poi un po’ di ore di sonno qua e la, e qualche ora di lavoro (fare l’amore al lavoro è molto comune tra i calciatori), si ottiene una ottimale media di un orgasmo maschile ogni 3,5 ore.

 

Questa donna ha fatto moltissimo per la Val Venosta. Molto più di tante organizzazioni e di tante millantatrici che spesso occupano ruoli di rilievo nella nostra organizzazione politica.

Di conseguenza mi sento in dovere di proporre:

1)      chiarimento linguistico a riguardo del termine “orgia”: da qui in poi si dirà: amore alla venostese

2)      istituzione della settimana dell’amore alla venostese, in Val Venosta

3)      Chiusura degli stadi alle donne che non praticano l’amore venostese

4)      Serata del Festivalbar in Val Venosta, con raccolta benefica di SMS al 48841 in favore della nostra beniamina.

5)      Promuovere i sei membri della squadra locale di calcio.

6)      Mandare dei fiori alla moglie dell’assessore

7)      Celebrare il vero padre, una volta capito chi sia, per quello che è: cornuto,  e soprattutto cornificato dagli amici.

8)      Rivalorizzare l’educazione sessuale in Val Venosta: secondo una recente statistica, il rapporto orale sembra davvero in calo.

 

 

Speriamo sia femmina….

Io e Veronica lo facciamo così

Cara Lucy,
ti scrivo da Malpensa, quasi una seconda casa per me. Sarò breve e il più diretto possibile, per un argomento sicuramente delicato ma che non potrà mai scalfire la nostra solida relazione.
Ti ho conosciuto da poco, se due anni sono pochi, e subito si è accesa in me la fiamma che solo poche altre hanno saputo alimentare. I nostri sono stati i giorni di ogni uomo, con alti e bassi.
Una svolta è arrivata con il mio matrimonio. Ah, te la ricordi quella giornata di settembre piena di sole? Anche tu, in una panca in fondo alla chiesa, defilata dai riflettori, hai voluto esserci.
E poi, da quel giorno, la nostra storia è diventata un fitto scambio di idee e di attenzioni. Tu vieni due volte alla settimana nella mia umile casa, e con il tuo tocco magico ripristini l’ordine che io e Ira non riusciamo a tenere. Tu, con un uso sapiente e smodato di saponi altamente inquinanti, rendi lucide le piastrelle, profumati i ripiani, brillanti gli specchi. Per non parlare della tazza e del bidè, con quel loro indimenticabile profumo di pulito. Tutti ti confonderebbero con una Colf, termine che sicuramente non rende onore al nostro rapporto. Hai viziato Ira, e sei piena di attenzioni per me.
Ecco, a proposito di queste attenzioni, arrivo al motivo di questa mia: come tu sai io sono malato. Non di una malattia pericolosa, anzi, ma sono comunque malato. Noi ossessivi compulsivi abbiamo alcune necessità, semplici e ripetitive, che garantiscono il nostro benessere psichiatrico. Cose da nulla, sicuramente frutto di qualche perversione della mente, ma comunque importanti. Ecco, ad esempio, quando io e Ira abbiamo comprato la scarpiera, intendevamo contenerci le scarpe, anche se, come tu hai pensato, sotto il tavolo stanno benissimo. E poi, quel inutile e idiota oggetto che è il telecomando, segno manifesto del vizio della televisione, intendevamo che restasse più o meno vicino alla televisione. Figurati poi che io, pazzo, ho comprato un telecomando universale, e con esso ci comandiamo quasi tutta la casa: ma anche qui hai ragione tu, nascondendolo rendi più eccitante l’esperienza di guardare un telegiornale.
Per il lavoro che faccio mi alzo con il buio e torno con la luna. La dura vita dei pendolari del cielo. In questo senso, ho stupidamente pensato di ottimizzare i tempi tra la sveglia e l’uscita di casa. Questo grazie ad alcuni semplici gesti, che però si basano sulla certezza di trovare degli oggetti. Ad esempio il lucido da scarpe, quella insensata scatoletta nera. Ecco la fase “lucido le scarpe” precede di un soffio la “mi brucio con il caffè bollente ed esco di corsa”. Capisci quindi che il fatto che, sempre stupidamente, ma sia stata creata una scatola con i lucidi e i prodotti per le scarpe, fa supporre che il suddetto lucido lì si trovi. Invece, preoccupata per la mia sedentarietà, hai reso unico questo momento: una volta è insieme alle chiavi del box, un’altra è sopra i cerotti. Chissà domani che ne sarà.
Sai Lucy, nel mio lavoro non sono importanti solo le scarpe lucide, ma in generale l’apparire. E’ un mondo strano, lo so, ma è così che va. Pensa che per lo scopo ho una quantità inverosimile di camicie bianche e anche azzurre, da associare alle cravatte. Trovo oltremodo sensato che tu mi stiri solo quelle fantasia, quadrettino, striscione, Hawaii, coreana, ma in ufficio cominciano a pensare che io sia il ragazzo dei panini.
Nel mio quotidiano ci sono molte cose che non mi spiego, ma nella grande guerra della vita, ogni soldato combatte la sua piccola battaglia: ecco però, se in cucina, il tuo regno, è stato creato uno scaffale apposta per lo zucchero, la marmellata, il miele, e proprio lo sportello di fianco contiene le tazzine e i cucchiaini, converrai con me che sembrerebbe il posto migliore dove mettere anche il caffè. Con questo non voglio criticare il tuo senso pratico e il fatto che il caffè stia proprio tra la pasta numero 7 e la polpa di pomodori, anzi lo trovo geniale.
Lucy, tu sei la preziosa ape operaia di questo alveare, e senza di te saremmo smarriti. Per questo ti ringrazio, e se è per questo ti pago, ma mai abbastanza. Tu conosci tutti i nostri vizi e i nostri difetti. E ti sarai stupita nel chiederti perché in una casa dove trovi decine di pacchetti di sigarette, posacenere in ogni angolo, cenere sui pavimenti, e un tipico odore di sigaretta, ci siano tutti quegli inutili accendini. E mi trovi perfettamente d’accordo quando, con operosa lealtà, li archivi negli angoli più sperduti delle remote stive domestiche. D’altronde, perché usare un accendino quando si può sfregare due piastrelle della cucina contro lo zoccolino della finestra e ottenere una fiammata?
Lo psichiatra mi aveva anche avvisato dei possibili effetti collaterali di questa instabile vita, ma uno dei più fastidiosi è quello della “giannetta sulla panza”. Un effetto strano, che genera in me paresi facciali e grande abbondare di defecazio liquida. Per prevenirlo uso mettere sopra la camicia, solo per il viaggio verso l’ufficio, uno stupido e sciatto gilè.
Quanta stupidità nel mio prevenire il cagotto, che è un imprevisto educativo nella vita di tutti.
Lucy, ora devo andare, ma quando sarò arrivato nella città degli innamorati io penserò a te per prima.
Ti dicevo che scrivo da Malpensa, dove ho frequentato a lungo il bagno del check in, per uno stupido attacco di cagotto Imperiale, senza avere il tempo di bere il primo caffè…
Di fumare in macchina non se ne parla, senza le piastrelle per fare il fuoco, ma è un bene per la mia salute.
Adesso immaginami mentre cammino felice verso il prode ATR, con le mie scarpe opache e la camicia fantasia, e a te rivolgo il primo pensiero del mattino
 
Tuo Franz
 
 

Quanta saggezza sotto il turbante

Quando mi sono accorto che sul display dell’aereo con il disegno della rotta da Dubai a Milano mancava Israele, ho sgranato gli occhi. Eppure stavamo volando proprio sopra i confini. E ci ho messo un bel po’ a controllare: niente da fare, della Terra Promessa non rimane che la forma, senza il contenuto. Tenendo conto anche che i miei amici Emirati non ammettono nella loro terra i cittadini di Israele, si potrebbe pensare a una qualche forma di conflitto religioso, ma in verità si tratta del più geniale metodo per la soluzione di ogni problema: negarne l’esistenza.
E io mi chiedo: avrà un popolo che da uno stato fatto di sabbia e mare, ha creato un impero che genera un terzo del fatturato mondiale, più esperienza di noi, poveri pirla che lavoriamo per accaparrarci una settimana di ferie retribuite?
E vogliamo fidarci di un popolo che con delle molecole organiche scartate milioni di anni fa, vendendole al barile, ha creato uno dei più grandi imperi della storia?
Scavalcando i pregiudizi razziali, mi pongo in essere come cavia: io stesso sperimenterò la Soluzione Emirata Ai Cazzi Acidi (SEACA).
 
Diaro di una Cavia SEACA
E’ già da due giorni, e con grande successo, che vivo felicemente senza quei rompicoglioni del terzo piano. Mi è bastato asportare il tasto 3 dell’ascensore e staccare piastrine del citofono e della casella della posta. Credevo peggio. Qualcuno si lamenta, e non sa che rischia lo stesso trattamento.
Inoltre sono molto sollevato dal risparmio che sto traendo senza il casello di Sesto San Giovanni della tangenziale. Basta sfondare la sbarra di alluminio, e il gioco è fatto.
Senza la noiosa coda alla macchinetta del caffè ( dato che la fila non esiste io non la sto saltando), ci metto molto meno.
E che sollievo quando ho notato che bastava cancellare i nomi dalla rubrica del cellulare per eliminare alcuni succhia palle di grande rilievo.
E si vive parecchio felici, grazie a questa semplice e diretta regola di vita.
Ancora una volta questo ci insegna che il popolo che ha inventato i numeri e dominato per secoli le aride terre del Medio Oriente, è un popolo dalla saggezza sconfinata.
In ogni caso, se qualcuno desiderasse ribattere a questa teoria, può liberamente farlo, tenendo conto del fatto che da quel momento per me non esisterà più.
Provate anche voi, funziona!