Io e Veronica lo facciamo così

Cara Lucy,
ti scrivo da Malpensa, quasi una seconda casa per me. Sarò breve e il più diretto possibile, per un argomento sicuramente delicato ma che non potrà mai scalfire la nostra solida relazione.
Ti ho conosciuto da poco, se due anni sono pochi, e subito si è accesa in me la fiamma che solo poche altre hanno saputo alimentare. I nostri sono stati i giorni di ogni uomo, con alti e bassi.
Una svolta è arrivata con il mio matrimonio. Ah, te la ricordi quella giornata di settembre piena di sole? Anche tu, in una panca in fondo alla chiesa, defilata dai riflettori, hai voluto esserci.
E poi, da quel giorno, la nostra storia è diventata un fitto scambio di idee e di attenzioni. Tu vieni due volte alla settimana nella mia umile casa, e con il tuo tocco magico ripristini l’ordine che io e Ira non riusciamo a tenere. Tu, con un uso sapiente e smodato di saponi altamente inquinanti, rendi lucide le piastrelle, profumati i ripiani, brillanti gli specchi. Per non parlare della tazza e del bidè, con quel loro indimenticabile profumo di pulito. Tutti ti confonderebbero con una Colf, termine che sicuramente non rende onore al nostro rapporto. Hai viziato Ira, e sei piena di attenzioni per me.
Ecco, a proposito di queste attenzioni, arrivo al motivo di questa mia: come tu sai io sono malato. Non di una malattia pericolosa, anzi, ma sono comunque malato. Noi ossessivi compulsivi abbiamo alcune necessità, semplici e ripetitive, che garantiscono il nostro benessere psichiatrico. Cose da nulla, sicuramente frutto di qualche perversione della mente, ma comunque importanti. Ecco, ad esempio, quando io e Ira abbiamo comprato la scarpiera, intendevamo contenerci le scarpe, anche se, come tu hai pensato, sotto il tavolo stanno benissimo. E poi, quel inutile e idiota oggetto che è il telecomando, segno manifesto del vizio della televisione, intendevamo che restasse più o meno vicino alla televisione. Figurati poi che io, pazzo, ho comprato un telecomando universale, e con esso ci comandiamo quasi tutta la casa: ma anche qui hai ragione tu, nascondendolo rendi più eccitante l’esperienza di guardare un telegiornale.
Per il lavoro che faccio mi alzo con il buio e torno con la luna. La dura vita dei pendolari del cielo. In questo senso, ho stupidamente pensato di ottimizzare i tempi tra la sveglia e l’uscita di casa. Questo grazie ad alcuni semplici gesti, che però si basano sulla certezza di trovare degli oggetti. Ad esempio il lucido da scarpe, quella insensata scatoletta nera. Ecco la fase “lucido le scarpe” precede di un soffio la “mi brucio con il caffè bollente ed esco di corsa”. Capisci quindi che il fatto che, sempre stupidamente, ma sia stata creata una scatola con i lucidi e i prodotti per le scarpe, fa supporre che il suddetto lucido lì si trovi. Invece, preoccupata per la mia sedentarietà, hai reso unico questo momento: una volta è insieme alle chiavi del box, un’altra è sopra i cerotti. Chissà domani che ne sarà.
Sai Lucy, nel mio lavoro non sono importanti solo le scarpe lucide, ma in generale l’apparire. E’ un mondo strano, lo so, ma è così che va. Pensa che per lo scopo ho una quantità inverosimile di camicie bianche e anche azzurre, da associare alle cravatte. Trovo oltremodo sensato che tu mi stiri solo quelle fantasia, quadrettino, striscione, Hawaii, coreana, ma in ufficio cominciano a pensare che io sia il ragazzo dei panini.
Nel mio quotidiano ci sono molte cose che non mi spiego, ma nella grande guerra della vita, ogni soldato combatte la sua piccola battaglia: ecco però, se in cucina, il tuo regno, è stato creato uno scaffale apposta per lo zucchero, la marmellata, il miele, e proprio lo sportello di fianco contiene le tazzine e i cucchiaini, converrai con me che sembrerebbe il posto migliore dove mettere anche il caffè. Con questo non voglio criticare il tuo senso pratico e il fatto che il caffè stia proprio tra la pasta numero 7 e la polpa di pomodori, anzi lo trovo geniale.
Lucy, tu sei la preziosa ape operaia di questo alveare, e senza di te saremmo smarriti. Per questo ti ringrazio, e se è per questo ti pago, ma mai abbastanza. Tu conosci tutti i nostri vizi e i nostri difetti. E ti sarai stupita nel chiederti perché in una casa dove trovi decine di pacchetti di sigarette, posacenere in ogni angolo, cenere sui pavimenti, e un tipico odore di sigaretta, ci siano tutti quegli inutili accendini. E mi trovi perfettamente d’accordo quando, con operosa lealtà, li archivi negli angoli più sperduti delle remote stive domestiche. D’altronde, perché usare un accendino quando si può sfregare due piastrelle della cucina contro lo zoccolino della finestra e ottenere una fiammata?
Lo psichiatra mi aveva anche avvisato dei possibili effetti collaterali di questa instabile vita, ma uno dei più fastidiosi è quello della “giannetta sulla panza”. Un effetto strano, che genera in me paresi facciali e grande abbondare di defecazio liquida. Per prevenirlo uso mettere sopra la camicia, solo per il viaggio verso l’ufficio, uno stupido e sciatto gilè.
Quanta stupidità nel mio prevenire il cagotto, che è un imprevisto educativo nella vita di tutti.
Lucy, ora devo andare, ma quando sarò arrivato nella città degli innamorati io penserò a te per prima.
Ti dicevo che scrivo da Malpensa, dove ho frequentato a lungo il bagno del check in, per uno stupido attacco di cagotto Imperiale, senza avere il tempo di bere il primo caffè…
Di fumare in macchina non se ne parla, senza le piastrelle per fare il fuoco, ma è un bene per la mia salute.
Adesso immaginami mentre cammino felice verso il prode ATR, con le mie scarpe opache e la camicia fantasia, e a te rivolgo il primo pensiero del mattino
 
Tuo Franz
 
 

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