Fast but Serious

Sarò telegrafico. Sono nel pieno di una disastrosa sindrome del foglio bianco, non riesco a scrivere nemmeno sotto dettatura. Eppure alcune cose succedono. Ad esempio la piacevolissima scoperta di Mr. Tropper, davvero un grande scrittore, e del suo delizioso “Dopo Di Lei”. Se hai amato Hornby, questo è più di un successore, se lo hai odiato, questa è una grande alternativa, in ogni caso un grande libro (anche nelle dimensioni). Oppure della misteriosa apparizione di Anthony Kiedis nella doccia, proprio mentre cantavo “Under the Bridge”. Egli non mi ha comunicato nessun messaggio salvifico, ma mi guardava con grande rispetto, anche se credo che sappia che non ho finito mai di leggere Scar Tissue. Per il resto, tutto succede troppo in fretta. Il casello della tangenziale si è mangiato la mia tessera Arci 2007, che ho infilato al posto del Bancomat. Ho perso la denuncia di smarrimento della patente smarrita, quindi oggi per lo Stato non posso pilotare nemmeno la bici. Ho lasciato il cellulare su un taxì crucco, che essendo crucco me lo ha riportato. Ho guardato dei giovani con il casco, mentre saltellavano sul cofano delle macchine parcheggiate per protestare contro gli esami di riparazione. E mi sono accorto del tempo che passa. Ho buttato la sigaretta addosso a un rombante scooterone. Il proprietario si è limitato a confermarmi quello che credo sui proprietari di mezzi a due ruote senza marce. Ho la scrivania piena di fogli che non ricordo di aver scritto, ma su cui ci sono tracce organiche di thè e marmellata che sono più della firma digitale. Quindi mi fido, e faccio quello che c’è scritto. Ho montato un tavolo dell’Ikea, e dopo una cinquantina di viti, ho molto rispetto per i falegnami. Ho passato due ore all’Esselunga, cercando la marca di tonno che compro sempre, e che sempre comprerò. Nessuna traccia del tonno Tonnotto, quindi niente più tonno. Semplice. Ho fumato molte sigarette con pochi amici, in un sabato a lume di candela attorno a un tavolo pieno zeppo di vino. Alla fine se ne è andata la voce, il vino è finito, e la candela si è spenta. Ma è rimasto quel sapore stupendo di queste serate. Ho trovato un numero di cellulare con scritto vicino: Emergenza. Lo tengo nel portafoglio, penso che prima o poi potrà sempre tornarmi utile. Vado di fretta, e ho il blocco dello scrittore.  Prima di essere uno scrittore. Che è un po’ come avere male al dente del giudizio senza aver messo i denti da latte. Non male, fratelli, non male.
“Senta ilFranz, questo lavoro è estremamente sciatto, banale e poco comunicativo. Dobbiamo portare qualcosa che sia un lancio di prodotto e al tempo stesso un richiamo alla nostra storia, non certo questa cazzata. Insomma è chiaro che è lei che deve indirizzare il grafico nella giusta direzione. Questa è quella che si chiama merda. Ma come le è venuto in mente?”
“Quella è la sua proposta della settimana scorsa. La mia è il foglio dopo”.
 

Mercati verticali necessitano azioni orizzontali

Un giorno il generale Herberto de Favenda, con la sua possente figura solo un poco imbolsita dagli anni e dalle grandi quantità di cotenna di maiale con mais, si decise a uscire dalla sua fazenda, una ricca casa coloniale con i muri bianchi e azzurri immersa tra le alte piantagioni, per risolvere una fastidiosa questione che minacciava seriamente i suoi affari. Da tempo la crescente attenzione delle polizie doganali e i cambiamenti nello stile di vita, minavano pesantemente le vendite della sua pregiata coca. La polvere che sembrava non aver mai conosciuto crisi, era ormai divenuta demodé, assai poco ricercata, e anzi considerata pericolosa. Dopo notti insonni, terribili incubi, lunghe e pensierose fumate del suo sigaro appena bagnato di coca, il generale fece ritorno alla sua fazenda sorprendentemente di ottimo umore. Diceva in giro di aver trovato la soluzione al difficile problema. Anzi si sentiva molto sollevato. In pochi mesi dalla fazenda iniziarono ad uscire misteriosi uomini molto lampadati e vestiti con improbabili gessati e scarpe lucide. Un giorno il suo vicino, Alonso de Fonseca, inventore delle ciabatte fuori moda, incontrandolo gli chiese chi fossero tutti quegli uomini. Il generale De Favenda rispose sorridendo: “sono direttori Marketing. I primi esemplari. Essi riporteranno il consumo della coca ai massimi livelli. Lo faranno consumandone grandi quantità, stressando i loro collaboratori che saranno portati a consumarne. Al posto di inventare un nuovo prodotto, ho inventato un nuovo consumatore”. Herberto de Favenda morirà qualche anno dopo, stroncato da una tisana alla valeriana e finocchio, che lo fece addormentare sul cesso mentre pisciava. Cadendo, battè la testa su un prezioso porta carta igienica con radio FM, appena comprato via internet. Viene, a ragione, considerato uno dei fondatori del Marketing, ed è grazie a lui che oggi si continuano a vendere alcuni colori di cravatte che sono ritenuti immettibili e le scarpe a punta lucida. Ecco, in memoria del generale Favenda, in questi giorni sono in una heavy rotation tra matrici di Ansoff, varianti di Porter, leve di Rubens e altre amenità di un certo spessore. Il tutto, oggi, dovrebbe portare un ammasso di luminari del marketing, a stabilire il mio livello di preparazione su due grandi argomenti: le cravatte e la supercazzola. Questo mi autorizzerà, da lunedì, a indossare cravatte spaventose, lampadarmi in modo cancerogeno, sorridere per niente, parlare di nulla citando il niente riferendomi allo zero, proiettando il forse in un domani di incertezza. Potrò stare tutta la notte in ufficio, giocando a pinball per battere il record del direttore commerciale. Potrò aggirarmi per la fiera salutando altra gente sconosciuta con grandi sorrisi e cenni di complicità. Potrò fare, insomma, quello cha faccio da un pezzo, solo che sarò certificato per farlo. Io lo faccio solo in memoria del Generale De Favenda, e della sua straordinaria intuizione: quando non puoi cambiare il prodotto, inventati un nuovo consumatore. Happy free friday, amigos

Medioman in Mailand

Di passare a Check Point Charlie non se ne parla nemmeno, e sarà uno dei grandi rimpianti del 2007, una cosa che mi costringerà a tornare in questa città dove le nuvole corrono veloci, i graffiti sono come le case: più storici, si mangia molto bene francese, si cammina che è una meraviglia, e il biondo non fa più paura. Di contro, mi sono infilato a una mostra di Dalì, uscendone con un grande pensiero. I ragazzi dello zoo non sono in giro, però proprio di fianco al grande padiglione pieno zeppo di eminenze grigie, c’è un allegro carosello di puttane, tutte riunite per il Sex in the City, la locale fiera per chi vuole mettere le zinne in mostra. Così ti può capitare, in coda per un taxì, di voltarti e trovare impettiti dirigenti messi insieme a variopinti travestiti con un filo di barba. E le puttane devono essere in qualche modo il liet motive di questo periodo, visto che sono reduce da una due giorni veneta dove la finestra del mio albergo illuminava un inquietante via vai di station wagon con tanto di adesivo "bebè a bordo" arricchite da giovanissime russe e appesantite peruviane. A ben guardare, mi sono ritrovato a constatare che le analisi del sangue appena sfornate confermano quello che sospettavo da tempo: una seria diagnosi di mediocrità. Tutti i valori placidamente nel mezzo, nessuna bizza, nessuna caduta libera, solo quel pizzico di delusione nel constatare che manco di genialità anche nell’ematocrito. Per questo mi impunto a scrivere, come posseduto, un racconto dall’ottimo incipit, come sempre, e dalla fine difficile. Poi, come ormai consuetudine, crollerò in questo eterno jet-lag, con il libro sul naso e i Counting Crows in sottofondo. E’ da tutta la sera che non penso ad altro: Dalì aveva i baffi. E che baffi. Un maestro anche nel baffo. Sono sulla buona strasse.

Russo, ma anche molto italiano

Correvo libero, verso un casale immerso nel verde. Nudo, le palle al vento, sentivo il fresco della mattina sulla pelle, i capezzoli come antenne paraboliche. L’erba era morbida sotto i miei piedi, qualche goccia di rugiada. Correvo, senza bene sapere perché, ma la cosa mi faceva stare parecchio bene. Anzi avevo in me quello stato d’animo tipico di uno che si è fumato quattro canne e ascolta continuamente Ligabue dopo aver fatto l’amore. Qualcosa del genere. Ah, come stavo bene. Da una vita adoro andare in giro nudo, le mie palle sono state in mostra in diverse isole greche, Toscana, Liguria e a sprazzi in Sardegna. E’ proprio la sensazione di libertà, unita alla comodità e al pizzicore della trasgressione. C’è chi ama bere vino rosso, io amo sentire il vento sulle palle, che è meno romantico ma molto più pratico, tanto per dire. Sicchè, ci stavo arrivando a quel casolare. Niente di speciale, roba già vista, con tanto di finestre decrepite e patio con trattore arrugginito. Ricordo perfettamente il silenzio intorno. Splendido. Una cosa strepitosa. Senza parlare dell’alba, uno spettacolo, con il profilo delle montagne, che tanto ricordava il viso di mio padre, secco diretto e segnato dagli anni, ma senza paura del vento. Il sole che si annunciava mettendo un sacco di rosso in cielo, con lo scuro della notte che ripiegava. Ah, avessi potuto vederla, questa alba. Mi sentivo il sole in faccia, pregustavo già il caldo. E poi c’era la canzone, forse dal casolare, ma chiara. Riempiva tutto il paesaggio, incredibilmente diffusa da sopra le montagne, dentro il casolare, sotto il prato. Hard to Concentrate, Red Hot Chili Pepper. Sentivo il buon vecchio Anthony scandire sussurrando nel microfono “…t o take this man into your world, and now…” Ah, che roba ragazzi.
Poi, la signora di fianco a me, fila 23, posto A, mi ha svegliato. Con una inaspettata cortesia mi ha chiesto se potevo smettere di russare. Ho annuito, a domande gentili si danno risposte gentili. Ho ripreso lentamente coscienza. La cravatta larga, la camicia fuori dai pantaloni, la giacca sul pavimento, il portatile pericolosamente incastrato tra i due sedili, ancora acceso. Il bicchiere di caffè incastrato nella retina, pronto per rovesciarsi sui pantaloni. Siccome io non russo, io produco lo stesso rumore di un cinghiale costipato, intuisco che la signora si sia decisamente stupita. Da un uomo possono veramente uscire questi versi? Avrà costui una vita privata? Quale donna potrà mai dormire con lui? Mi sono dovuto forzare per stare sveglio. Per questo scrivo, perché il richiamo del vecchio casolare è troppo forte. Da qualche piega della camicia entra l’aria condizionata, e in effetti i capezzoli sono in posizione on. Le occhiaie avrebbero tanto bisogno di una pausa, ma per rispetto alla mia vicina non posso ricadere. Non devo. Non lo farò. Mi ritrovo con la mano destra che con naturalezza si poggia sul pacco, mi rendo conto di avere la tipica posizione dello zarro da viaggio, mancano solo i piedi aggrappati. Ma soprattutto mi rendo conto di una certa qual barzottaggine. Retaggio della corsa verso il casolare. Una domanda inquietante mi perseguita: avrò prodotto dei gemiti di piacere per la rugiada sotto i piedi?

La ricetta per la felicità

Del fatto che tu sia continuamente insoddisfatto e alla ricerca della felicità, che oggi è una donna, domani una macchina, dopodomani un lavoro più pagato, non me ne dovrei certo occupare. Pare però che questo affanno, questa trepidante ricerca che ti coinvolge e ti stravolge, ti possa ridurre in condizioni pietose. Lo si legge nel tuo accanimento nel bere quel cocktail, lo si legge nelle tue parole di sfiducia verso l’ennesimo stronzo che prova a frequentarti, lo si legge nel tuo incedere incerto. Ebbene, fratello, sorella, io non ho risposte per le tue domande, non ho soldi per saziarti, non ho che amore da darti incodizionatamente, da amico e spalla su cui vomitare il tuo stato di necessità perenne per una macchina cabrio. Però nel mio piccolo ho trovato alcune tecniche di meditazione grazie alle quali migliorare notevolmente la tua condizione di infelice. Perchè poi, trovata la donna della tua vita, l’uomo dei tuoi sogni, ti accorgerai in un soleggiato martedì pomeriggio, di essere infelice per il lavoro. Trovato il lavoro figo con la effe maiuscola, ti sveglierai un sabato mattina in trepidante attesa per la felicità che non arriva. Ecco, io ero, prima della rivelazione, nelle tue stesse condizioni. Ero molto concentrato su quello che non avevo, dimenticando quello che avevo tra le mani. Non farne una questione di vita o di morte, stampati questo foglio e pratica con incessante serietà alcuni di questi semplici gesti, che in meno di un mese ti garantiscono di essere Felice. Ebbene si, tu sarai felice. Dopo anni di disastrosa ricerca, tu sarai felice davvero. Con qualche semplice accorgimento.

Punto primo: riservati almeno dieci minuti al giorno per cantare, ad alta voce, una canzone di Rino Gaetano. Idealmente la cosa dovrebbe avvenire nel posto dove ti senti infelice. Se la causa della tua infelicità è il lavoro, trova cinque minuti per cantare "Gianna" a squarciagola tra il tuo ufficio e quello del capo. Punto due: utilizza il tuo tempo in modo consapevole. Ti faccio un esempio pratico: nella mezz’ora di coda in macchina per andare in ufficio, ritagliati un paio di minuti per dare una controllatina alle unghie dei piedi. Farlo ti farà sentire meglio. Metti il piede sul cruscotto, ricordati il tronchesino, e curati della tua persona. Punto terzo: non dire mai di no. Il cambiamento spaventa, ma è sempre positivo. La tua risposta dovrà essere sempre si. Al tuo fidanzato che chiede ossessivamente la sodomia con verdure falliche, rispondi "si". Il cambiamento è sempre, dico sempre, positivo. E poi la verdura fa bene all’intestino (indipendentemente dal foro di ingresso). Punto quarto: nutri il tuo spirito più del tuo corpo. In pratica, meno insalatone da dieci euro e più libri, più film, più mostre, più tempo. Punto quinto: lascia crescere i tuoi peli. Questo punto è fondamentale. Sia tu uomo o donna, lascia che i peli crescano sul tuo viso, sulle tue gambe, sul tuo petto. E’ una questione sia di termodinamica sia di approccio alla vita. Pelosi è meglio, si affrontano meglio le difficoltà. Punto sesto: produci costantemente amore, per te e per le persone che ti stanno vicine. Punto settimo: dai il giusto valore agli oggetti che possiedi. Quella borsa di finta vacca che hai pagato settecento euro forse in un Mondo Giusto avrebbe avuto un prezzo di 10 o 12 euro. Dalle questo valore. Tu sei il valore delle tue cose, o perlomeno è una frase bella da dire. Ultimo e ben più importante: fuma molte sigarette e bevi molto caffè, questo ti aiuterà a non dimenticarti che non siamo in Tibet, e non c’è nessun santone a spalare la merda che ti annega tutte le mattine. E poi è un’ottima tecnica per abbreviare il periodo di sofferenza che ti aspetta da qui alla tua morte. Funziona, fratelli, funziona. Brindate in mio nome.

Marketing Virale e Antibiotici Commerciali

[Parto di una decisione irrevocabile]

Ore 9.00: causa pioggia torrenziale, la maggior parte dei dirigenti è ancora infossata nella pelle di vacca delle ammiraglie, intorpidita dall’ascolto di Radio 24. I comuni mortali, bagnati come pulcini, si consolano con il venerabile caffè della macchinetta. L’attesa è stemperata da aneddoti e racconti su Malgioglio sull’Isola, che nessuno guarda, ma di cui tutti sono informatissimi. Per pura cronaca, durante questa lunga attesa partorisco otto disegni differenti uniti dal tema "Ti faccio l’amore da dietro durante la guerra in un paesaggio campestre". Il tutto su carta intestata aziendale. Alle ore 11 ha inizio la riunione. Scopo del tutto è portare l’illuminato managment a una decisione in merito a un argomento. Rimanere sul vago è obbligatorio, perchè quasi nessuno sa di che cosa si stia parlando esattamente. Numerose telefonate di mogli/amanti/figlie, isteriche per la pioggia, scandiscono le noiosissime presentazioni.

Ore 14.00: La seconda trance inizia sotto i migliori auspici. Sono tutti presi nel delicato processo digestivo, anche perchè in mensa è stata servita la rinomata Pizza con le Acciughe, meglio conosciuta come L’Ammazza Creatività. Il freddo polare tiene svegli i pochi che devono parlare, per gli altri si tratta di una dura battaglia con la catalessi. Inizia il teatrino delle finte telefonate, con cui piano piano spariscono tutti. Essenziale non è la suoneria, ma rispondere in inglese e corrucciare la fronte. Alle 15.12 la sala conta i supestiti. Vengono chiamate le segretarie per un breve ma sentito coffè break. Ore 15.22, ricominciando, i massimi vertici decidono che il tutto deve avere fine entro e non oltre le 16.00.

Ore 16.30: il limite improrogabile viene fatto slittare. Compaiono in sala alcuni membri del Pollaio, attratti dal cattering. Le cose si mettono meglio quando prende la parola uno dei due che sa di cosa si stia parlando. Si stanno delineando a grandi linee alcune ipotesi. Questa frase ricorre troppo frequentemente. Uno dei supremi e illuminati leader confonde la mia influenza intestinale con il marketing virale, di conseguenza vengo prontamente chiamato in causa. Ignorando il tema della riunione uso la vecchia tecnica universitaria, dedicando importanti supercazzole condite con alcuni termini come forecast, improvement, guerrilla, promotional emotions. Come i messaggi subliminali nei dischi di Zucchero, la mia breve ma sentita piece ha l’effetto desiderato, e la platea si convince di una cosa: è necessario prorogare il tempo per questo argomento. Vengono richiamate le odalische con il caffè. Chiamata di Davide in cui un breve scambio di frasi tipo "puttanella" "brutta stronza" e "ti faccio l’amore da dietro" quasi non sveglia il mio vicino di poltrona. Il pericolo è sempre dietro l’angolo.

Ore 18.00: piove, e tutti hanno paura delle brutte conseguenze sulle tangenziali. Nessuno ha il coraggio di darci un taglio. Solo il Preside ha il diritto di farlo, ma dorme profondamente affossato nella sedia di pelle dalle 14.20. Un provvidenziale comunicato stampa viene trasportato direttamente nelle mani della Dottoressa Fussenbauer, che cade in un lutto profondo. Il momento drammatico è l’occasione ideale per una fuga veloce. Sono uno degli ultimi, perchè sto scrivendo questo pezzo. Il Preside scambia questo gesto per la mia consueta partecipazione alla vita aziendale e mi chiede di mettere on line gli appunti presi. Siamo punto e a capo. Cito un paio di massime mai sentite (L’attenzione è l’amore del business – i migliori non ricordano, sapevano già) e confermo che tutto sarà pronto per domani mattina. Perchè il tutto ricomincerà, per un tranquillo venerdì di paura. Il Preside si dice affascinato di questo marketing virale e mi chiede perchè non possa funzionare nel progetto. Rispondo incolpando i commerciali, che come antibiotici uccidono il marketing virale. Apprezza talmente tanto la battuta che sembra davvero averla capita. Forse in un paio di bienni avrò un aumento.

Ore 18.20: riesco a recuperare quasi tutti i miei disegni, alcuni sono stati delicatamente colorati di rosso e blu, su altri sono comparsi immondi scarabocchi. Ritrovo anche degli appunti di uno stagista. Sono scritti molto bene, sono chiari, e alcune volte riportano delle opinioni personali decisamente intelligenti. E’ chiaro che il ragazzo non verrà riconfermato. Una persona così intelligente e partecipativa potrebbe minare il delicato ecosistema di scaldapoltrone. Sull’agenda di Outlook mi segno: "Parlare a stagista intelligente". Mi limiterò a avvisarlo. Tutti eravamo intelligenti una volta. E’ la natura umana che permette di usare solo i muscoli che servono.

Dottore ho la Strongolite Eruttiva (acuta peraltro)

Andiamo con ordine. Io sono ipocondriaco. Come tale ho diritto a una assistenza medica immediata per qualsivoglia dolore, sensazione, disturbo. O perlomeno questo è quello che chiedo. Il mio medico, provato da centinaia di ipocondriaci che affollano il suo angusto studiolo, è invece convinto che la morte sia solamente una conseguenza di qualche patologia, generalmente legata allo stress o all’alimentazione. Per questa ragione, al terzo giorno in cui avverto un dolore in una qualsivoglia parte del corpo, e reduce dal dottore che ha fatto il suo sproloquio sullo stress e sulle fibre integrali, faccio quello che nessun ipocondriaco dovrebbe mai fare: uso internet per autodiagnosticarmi svariate malattie mortali. Internet è un posto democratico, o perlomeno così dicono, ma è anche un posto estremamente utile. Ricordo ancora appassionatamente la genesi del mio infarto multiplo estroflesso, costato duecento euro di cardiologo e risoltosi dieci minuti esatti dopo la visita, grazie all’intervento miracoloso di San Ipocondrio. Per non parlare del fastidioso tumore che assediava le mie membra, in ordine sparso, vagando tra intestino e tibbia libero come un San Bernardo sui pascoli svizzeri. Fortunatamente, dopo quattro birre e uno sfogo di mezz’ora con una perfetta sconosciuta, che in nome della psicologia moderna (mai confessarmi di essere psicologi) si è sbobbata la mia alitosi imperante e un delirio difficilmente ripetibile, tutto si è risolto con un rutto udibile a diverse miglia marine di distanza. Adesso, nella mia condizione di ipocondriaco di classe A+ (come gli elettrodomestici, anche gli ipocondriaci possono essere acquistati in base alla loro classe di consumo), ho scoperto i forum. E’ così semplice, così bello, così tragico. E soprattutto, è stupendo scoprire altri milioni di ipocondriaci. Perchè solo uno stolto si sarebbe fermato alla ricerca con parole chiave in italiano. Io mi sono superato, scoprendo sintomatologie sempre diverse in spagnolo e in inglese, forum pieni zeppi di malati immaginari che si confondono con gente seriamente malata. Un capitolo a parte meriterebbero le risposte dei vari medici, che nella firma digitale includono tutte le specializzazioni sudate in anni di studio e tangenti. Risposte laconiche, tragiche, sempre orientate verso la morte imminente del soggetto. La salvezza è unicamente possibile tramite le loro mani, sapienti al tocco e costose più di un trilogy. Grazie alla mia innata dote da animale da palcoscenico, riesco a procurarmi i sintomi in base a quello che leggo. Pertanto alterno giorni con appendiciti prossime alla peritonite a giorni in cui una fastidiosa ulcera duodenale mi scuote il ventre. In quest’ottica sono davvero dispiaciuto di dover andare da un luminare della panza, che probabilmente si esprimerà in una diagnosi che include altre sette visite presso il suo studio, con lacrimazione spontanea del bancomat, altresì conosciuta con il nome di Lacrimazione di Ennio Doris. Ed è stupendo partecipare alle riunioni senza ascoltare neanche una parola, ma concentrandosi su concetti rilassanti come la morte, il ricovero, la morte e poi la morte. Adesso devo tornare su gambesane.it perchè ho ancora da scoprire alcune complicazioni della sindrome dell’Economy Class, i cui sintomi sono tutti chiaramente manifestati dalle mie stanche membra. Brindate in mio nome, almeno voi che non siete affetti da duodenite perimetrale amiorfica, anche se quella mi è passata proprio questa mattina.

Io, tu e l’altro

Riassumo e aggiorno.

Sapori campestri a Belgioioso. Pochi sparuti scrittori, pochi sparuti lettori, molti vigili urbani festosi. Per un conguaglio con la sorte siamo finiti al Milano Film Festival, ovviamente solo per bere e ascoltare dj trasandati che suonavano musica da camera. Discorso diverso per il Parco Sempione, dove una biondina sicuramente famosa, ma a me sconosciuta, suonava musica techno davanti a una festante folla gioiosa. Qua e la folate di ottima erba, molto traffico. Ho avuto l’occasione per una approfondita chiaccherata con Pinketts, che a dispetto dell’immagine che vuole dare è una persona molto arguta e molto a modo. Se per persona a modo si può intendere uno con quattro orologi e una collana di sterco africano. Non ho mai visto un uomo bere un cuba libre così velocemente, quasi fosse un caffè. La Signora è uscita frastornata da questo viaggio culturale con A.J.P. Settanta chilometri con finestrino abbassato e toscano fumato di continuo. Mi appresto a scoprire, come tutti gli uomini di buona fede, l’accorciarsi delle giornate. Insomma iniziamo a uscire con il buio e a tornare con l’oscurità. Pendolari si nasce, o si diventa, tutta questione di cifre. Ah quasi dimenticavo, strafottente delle discussioni con Lo Ignorante sulla sacralità della libreria intesa come luogo dove comprare libri, ho comprato un libro all’Esselunga. Lo ho fatto come i bambini rom che rubano le lamette davanti alle casse, cercando di non farmi notare. Non sono sicuro di avere il coraggio di leggerlo. Ma è come aver valicato un insidioso limite. Per dovere di cronaca, di Alberto ero già al corrente. Sempre per dovere di cronaca, sulla difficile questione del Lato B delle Miss, mi sono fatto una chiara idea, ma tanto è tutto finito. Ha vinto una ragazza pugliese e riccia. Verificheremo il suo Lato B non appena possibile. Intanto ci consoliamo con delle insperate buone notizie, come il cacao sul cappuccino caldo. Le parole importanti di questa settimana saranno poche, estremamente scelte e urlate sottovoce.

La Passera Non Perdona

Mi presento, sono l’ispettore Luciano La Passera, poliziotto da più di vent’anni, ispettore da quasi una decina, milanese d’adozione, stanco del lavoro, convinto che questa Milano non possa certo cambiare. Sono il protagonista di uno dei racconti scritti da questo Franz, un giallo. Per dirla tutta, la mia vita di giallo non ha mai avuto niente, piuttosto quel grigio che riempie il cielo di Milano in alcuni giorni di novembre. Perchè la cronaca nera ha tutti i colori tranne il giallo, e quando si consuma nella routine di ogni giorno diventa grigia come il cielo che la ospita. Il mio nome è frutto di una serata particolarmente felice in cui tornava sempre a galla Luciano Ligabue, tra rhum e sigarette, in un budello fumoso a nord di Milano. La Passera non è un cognome, è una minaccia. Capire come possa avere successo un ispettore con questo cognome non spetta certo a me, ma sono sicuro che sarei stato più felice con un cognome tipo Rigoni, Ertani, Brunelli. Cose della vita. Nonostante tutto, faccio il mio sporco lavoro, lo faccio bene, vado avanti. Nonostante tutto potrebbe essere il miglior riassunto della mia vita. Nonostante tutto sono ancora qui. Benedetta mi ha lasciato, pioveva. Quando un uomo come me viene lasciato solo è destinato a rimanerlo. Perchè Benedetta era una risposta a molte mie domande, e le sue caviglie strette erano un ottimo rimedio a questa cazzo di vita. Così vivo da solo, circondato da cinesi che come insetti gialli riempiono il vecchio palazzo in città studi dove la mia casa galleggia tra un forte odore di pollo al curry e sciami di bambini tutti uguali. Ci sono sbirri buoni e sbirri cattivi, io sono uno sbirro. Se rinasco faccio il lattaio o l’edicolante. Vendere giornali deve dare una certa pace interiore. Sono qui per una semplice ragione, lapidaria. Sono ormai due mesi e mezzo che vivo nell’angoscia di un caso non risolto, una puttana uccisa nel bel mezzo di via Ripamonti, in pieno giorno, in pieno centro, in pieno aprile. Sentendo della possibilità remota di questa Fiera Del Giallo, speravo che il quaderno nel quale penzolo da mesi fosse rispolverato. Ma il nostro ha altri interessi, è leggiadro nell’approccio, non si applica. E così rimango sospeso, in una perenne primavera, infilato tra altri quaderni con altri racconti. Se qualcuno avesse occasione di tirarmi fuori, sono quello infilato tra un vecchio pacchetto di Fortuna e un portapenne pieno di polvere. Speravo in un ritorno di fiamma, guardando speranzoso ogni sera in direzione della scrivania. Questa prigione di carta mi invecchia, e ho del lavoro da fare. E soprattutto non vorrei finire nel dimenticatoio insieme ai suoi altri personaggi, perchè diciamocelo, il giovane scrive grandiosi inizi, splendidi incipt, ma poi dimentica tutto. Qualcuno mi aiuti.

PS: Ah, in caso venissi rispolverato, diventando un racconto, vi prego convincetelo a non intitolarlo "La Passera Non Perdona".

Luciano La Passera, ispettore di Polizia

La filosofia dell’unghia rotta – paralipomeni alla teoria Agostiniana

Ontologicamente ci sono sempre problemi più grandi di quello che hai tu. Schematizzando potremmo dire che nel momento X tu hai un problema Y, ma c’è una persona Z che nello stesso momento X ha un problema che potrebbe essere Y+1 o Y+2. Semplificando, per i nostri piccoli lettori, se tu hai un’unghia rotta è probabile che qualcuno abbia un dito intero rotto, forse un braccio, magari una gamba, o proprio tutto, mucose comprese, rotto. Questo, come insegna Sant’Agostino, potrebbe farci pensare che è meglio non lamentarsi della propria unghia rotta, anzi bisognerebbe pensare a quello tutto rotto e rilevarne che siamo proprio fortunati. Ecco, Sant’Agostino, mi trova proprio daccordo. Sant’Agostino, mi sento di dire, mi piace proprio. Ai suoi tempi, c’era una grandissima facilitazione teologica: non erano i nostri tempi. Insomma se Sant’Agostino fosse vissuto in questi anni, con ogni probabilità non si sarebbe sbilanciato poi tanto. A dirla tutta, visto che il giovane Agostino, prima di intraprendere la carriera di Sant’, ne ha combinate di tutti i colori, nei nostri tempi sarebbe si e no arrivato a vent’anni, distrutto dal crack. Posto inoltre che una delle principali attività della specie umana attualmente viva è piangersi addosso, relativizzare i problemi sembra uno scoglio insormontabile. Qui non si parla di unghie rotte, ma di gravi problemi esistenziali. Alcuni teologi, per ovviare il problema, cercando una soluzione pratica e alla portata di tutti, dopo svariati tentativi di clonazione di Sant’Agostino in laboratorio partendo da un campione di tessuto di un panno che sembrava appartenere al venerato santo, hanno inventato gli psicofarmaci. La soluzione degli psicofarmaci non sembra aver funzionato un gran chè bene, perchè nel frattempo alcuni frati drappisti avevano ricreato in laboratorio il Consumismo. Il Consumismo funziona da vero e proprio reagente celebrale. In pratica il tuo problema Y diviene molto più grande di quello che realmente è. Inoltre la televisione, particolare invenzione di Frate Funken, ti spiattella davanti tutti i problemi Y+1 del resto del mondo, con un fastidioso effetto boomerang. In questo decrepito modello esistenziale un giorno, senza nessun preavviso, un drappello di missionari comboniani ha portato la cocaina e gli psicologi. Si raccomandavano di non assumere troppi psicologi tutti insieme, dimenticandosi di dare suggerimenti sull’uso della preziosa polvere bianca. Detto questo, potremmo desumere che molti dei mali del mondo sono da imputare alla Chiesa, che è una posizione molto di moda. Ma noi, che non siamo superficiali, non ci fermeremo certo a queste stupide prese di posizione. Mettendo sul piatto tutti gli elementi, potremmo dire che l’uomo è abilitato a vivere benissimo senza consumismo, senza psicofarmaci, senza cocaina e senza psicologi. Ma questa posizione potrebbe essere criticata sia dai cocainomani che dagli psicologi, figurarsi dagli psicologi cocainomani. Insomma, la mia domanda in questi difficili giorni in cui la salute mi sta abbandonando, perchè scappa a braccetto con la soddisfazione professionale, la mia domanda, la grande domanda, la questione immensa è: daccordo il tipo con l’unghia rotta, ma se io fossi quello tutto rotto, mucose comprese? Eh, come la mettiamo? Sarei un uomo senza risposte, se non fosse che questa notte mi è apparso in sogno Sant’Agostino, il quale mi ha svelato la formula segreta per stabilire chi ha il problema più grosso, e mi ha dato anche un paio di soffiate sulla Ferrari, di cui non so bene che cosa farmene. Essendo portatore della Verità Assoluta, mi sono premurato di chiamare il mio medico per avvisarlo che su scala universale il mio problema era una cazzata pazzesca, ma rapportato a me stesso e basta era il problema più grande del mondo. Egli, saggio erede di Ippocrate, mi ha prescritto di buona lena diversi psicofarmaci, confermandomi che non è la Chiesa a fallire ma la Medicina Moderna. Mi ha consigliato uno psicologo, mentre gli snocciolavo alcuni dati sulla scuderia Ferrari, di cui non avrà preso nemmeno nota. In questa società consumista, se non fossi stato illuminato, non mi rimarrebbe che dedicarmi alla cocaina, o fare televisione, anche se le due cose possono combaciare benissimo.

Sant’Agostino:"Ippocrate! Che bello vederti, come stai?"

Ippocrate:"molto male, Ago, molto male".

SA:"Che cosa ti turba?"

I:"Ho il peggiore dei mali"

SA:"figurarsi! Al mondo ci sarà qualcuno che sta peggio…"

I:"Ti dico di no… sono Ippocrate, mica Catullo, lasciami fare il mio lavoro"

SA:"Ah, e provare con la medicina omeopatica?"

I:"Mi prendi per il culo? Sto facendo questo documento in cui giuro fedeltà alle case farmaceutiche. Sono forse io un traditore della mia parola?"

SA:"No, sicuramente no!"

I:"Allora io che cosa sono per te, mio saggio e santo amico?"

SA:"Solamente un po’ sfigato. Ecco"

I:"E che mi consigli, saggio amico?"

SA:"Sto sviluppando questo nuovo concetto di Estrema Unzione, magari te lo faccio provare".