Uomini che odiano gli uomini

Oggi è giorno di liste. Elenchi mentali, post it scritti fittamente, documenti di word con bullets come se piovesse. Fare liste mi rilassa, mi da un senso di ordine apparente, mi appaga. Sento l’enorme elenco di cose fa fare incombere sulle mie spalle. Basta una brevissima lista mentale, in cui mettere in fila tutto, ordinare per priorità, completamente soggettive, per poi sentire che quasi metà del lavoro è fatto. A letto, nella penombra di piombo delle undici del mattino, guardavo la mensola con i libri ancora da leggere. Mettere in ordine cronologico le mie future letture mi fa sentire tremendamente meglio. Partiremo dal Lamento di Port Noy, passando dalla Vargas, per poi fermarsi su Tropper. Giro di boa con Zafon, allungo sulla Solitudine dei Numeri Primi (primo libro al mondo ad aver fatto più di cinquantamila kilometri in una valigia senza mai essere stato nemmeno aperto). Nella lista delle cose che odio di più, il malfunzionamento delle tecnologie amiche sale imperiosamente verso i vertici, aiutato dal fatto che il nuovo BlackBerry funziona a giorni alterni, creando periocolosi vuoti comunicativi e perdite continue di contatti in rubrica. In verità una lista, ancora incompiuta, galleggia nei miei pensieri da qualche settimana.

Mentre combattevo con i tergicristalli temporizzati, maledicendo l’ingegneria giapponese, molto forte in alcuni campi come la costruzione di inutili robot che portano immaginari cocktails, ma proprio negata nelle cose di ordinaria amministrazione come la regolazione di un tergicristallo, pensavo alla lista di persone che in fin dei conti hanno finito di dare il loro contributo al mondo. Uomini al giro di boa con la vita, grottesche metafore del non sapersi fermare per tempo.  Lista che, va detto, sembrerebbe infinita. Tanti sono gli uomini che continuano a dare grande spessore alle loro vite, tanti altri quelli che si sanno fermare per tempo, quando la loro vis mentale declina, tantissimi, troppi, quelli che continuano a molestare il mondo, forti di un passato che, potendo, li rinnegherebbe urlando.
Nella lista, altra doverosa premessa, vanno forzatamente solo coloro che hanno fatto qualcosa per il mondo. Un esempio fortemente geolocalizzato per capire cosa intendo è il Sindaco di Milano, LetiziaMoratti. Ella è in effetti in pieno declino, ma è pur vero che non ha mai fatto, per lo meno come Sindaco di Milano, nulla che vada ricordato (positivamente) dai posteri. Quindi, per lei e gli innumerevoli uomini e donne inutili che hanno sempre fatto cose inutili se non dannose per il mondo che li circonda, andrebbe creata un’altra lista.
Prendi Vasco. Vasco è stato fondamentale per la musica italiana. Esiste, netto, un prima di Vasco e un dopo Vasco. Vasco ha cambiato le regole, e le regole non sono mai riuscite a cambiare Vasco. E quindi, un indubbio Urrah per Vasco. Ieri. Perchè, cazzo, oggi proprio no. Quando passa per radio la cover (più che cover una libera interpretazione, o un tentativo di uccidere la musica) di Creep si sente un uomo alla fine. Io non ce la faccio proprio. Scendo di corsa dalla macchina, e canto mentalmente "La nostra relazione" e "vado al massimo". Prendi anche Bruno Vespa. Bruno Vespa è un giornalista. Questo è fuori discussione. Quando ancora la Democrazia si discuteva in Parlamento, il buon Vespa dirigeva il TG1. E li, inconsapevole, è arrivato al vertice della sua vita intellettuale. Cerca il suo nuovo libro. Non è difficile, lo vendono tutte le librerie dell’universo. (nel contempo prova a cercare un grande scrittore contemporaneo come Tropper. Niente, niet, nada. Traducono un libro su sei, e una libreria su due non lo tiene a scaffale. Ma questa è un’altra lista). Prendi dunque il tomo di Vespa. Cerca la diginità, l’interesse vero per la scoperta, il fil rouge dell’amore per l’inchiesta. Non troverai niente di questo. Prendi ad esempio Rolling Stone. Rivista carina, genere easy, ottimo taglio, coraggio discreto, grandi recensioni. E la copertina dell’anno a Silivio Berlusconi. Il colpo basso al colpo basso. Colpo basso al quadrato. Come far parlare di se, sperando di vendere trenta copie in più. La fine della dignità di un mezzo di comunicazione non è nell’abbraccio a un padrone ma nel cercare di sollevare attenzione con il nulla. La non vertià, la non notizia. (caldi complimenti al Premier per la vittoria in una nuova categoria. Adesso potrà giustificare l’esercito di veline al seguito come vere e proprie groupies). Prendi ad esempio il team di creativi che pensa le pubblicità della TIM e di Telecom. Frustrati dalla giovane comunicazione di Vodafone, presi alle spalle dal facile tormentone di Wind, attanagliati dalle incomprensibili campagne di 3, i creativi TIM scavano in cerca del fondo.
Il bello di una lista così è che il limite non esiste. L’elenco si allunga di giorno in giorno, le nomination fioccano, sono bipartisan, ambidestre, polivalenti. Un ottimo passatempo per l’inverno.

(nel contempo Vasco sale al primo posto nelle interpretazioni più brutte di sempre, passando di diverse lunghezze anche i più misteriosi orrori discografici d’annata).

Aggiornamento realtime: il libro di Vespa, sul sito Feltrinelli, è nel genere "scienze politiche". Potendo scegliere, rinascerei ancora qui. Nessun posto al mondo è più duro di internet.

Lavare la macchina in modo poetico

Sarò breve. Per non so quale ragione, nella ristrettissima playlist "classifica" del mio iPod è finito Franco Califano. Che io non so nemmeno chi sia Franco Califano, e non mi interessa. La canzone è "tutto il resto è noia". Canzone che io non volevo nella ristrettissima cerchia dei pezzi che mi servono per pensare al mondo come un posto migliore. In effetti questa canzone non può permettere di pensare al mondo come a un posto migliore. Quivi non si discute del talento del sig. Califano, il quale, mi giunge all’orecchio, è stato paroliere per molti. Quivi si discute in primis dello strumento diabolico di Steve Jobs, che mi ha infilato nella "classifica" anche dodici podcast "corso di spagnolo per italiani". E uno, nella pace del suo letto, nella solitudine di un viaggio aereo, nel borbottio dei pensieri che permettono di scrivere, deve sentire interrotta la playlist perfetta da Ectore, che non sarà il tuo istruttore di spagnolo, ma piuttosto il tuo allenatore. Ectore e la Semana Santa a Valencia. E poi il Sig. Califano. Che ad ascoltarlo con attenzione è inevitabile da ricantare. Sotto la doccia, mentre si guida, parlando di lavoro, correndo incontro al futuro, insomma in tutti i momenti banali della giornata. Una specie di droga acustica.  E quivi non discutiamo del talento acustico del sig. Califano, ma di un pezzo della strofa. Che poi credo sia il pezzo che ha autorizzato la cultura italiana a credere nell’autodistruzione. Lo riporto (appartiene al Sig. Califano, quivi non discutiamo sula proprietà del testo):

la macchina a
lavare ed era ora
hai voglia di
far centro
quella sera
si daccordo ma poi
tutto il resto e’
noia
no,
non ho detto gioia
ma noia, noia, noia
maledetta noia.

Ecco. Da qui, proprio da questo punto, potrebbe essere partita la disfatta della poesia italiana e la rovina della canzone moderna. Il sig. Califano prepara l’ascoltatore all’amarezza del post amplesso. Il senso di vuoto di un atto senza amore. Per questioni narrative, il Sig. Califano parte da molto prima. Descrive per sommi capi la preparazione dell’amplesso dal punto di vista maschile. I termini: amplesso, scopata, orgasmo, sono saccentemente evitati, permettendo così la distribuzione del pezzo. Si usa un più sportivo: fare centro. Andiamo a fare centro? I miei genitori hanno fatto centro, e poi sono nato io. E già mi sento solo. La preparazione del fare centro prevede una rasatura perfetta, a cui il Sig. Califano dedica la prima parte della strofa. Occorrono però, per fare centro, dei mezzi materiali. Innanzi tutto il ristorante d’atmosfera. D’atmosfera prevalentemente perchè fa rima con sera. Perchè, per fare centro, basterebbe anche una ristopizzeria. Ma ristopizzeria fa rima solo con Bagheria, moria, follia, idiozia, e molte altre parole meno sceniche di "sera".

Prova a pensare: " ti ho portata in ristopizzeria, mi è costata una follia" o anche a "mangiando in ristopizzeria ho scoperto la tua idiozia". Molto meglio il ristorante d’atmosfera. Il sig. Califano passa poi agli aspetti logistici. Per raggiungere il ristorante d’atmosfera, ma probabilmente anche per fare centro. L’Italia dei lunotti appannati plaude al suo cantore. Ma per un ristorante d’atmosfera, occorre anche una autovettura pulita. Vorrai mica fare centro con l’odore di cane bagnato che aleggia? Comprensibile quindi che si proceda al lavaggio dell’autovettura. Cosa che, peraltro, mezza Italia fa tutti i sabati pomeriggio. Niente di male. Evviva l’igene, evviva il fare centro in un ambiente sano e pulito. Ma perchè aggiungere: "ed era ora"?

Perchè sottolineare velatamente che la macchina era sporca? Perchè questo scivolone nel realismo quotidiano? Perchè distruggere così una vita? Perchè? Comprendo appieno le necessità metriche, ma perchè non mettere un semplice: "ooooo, aah, ooo"? Perchè, sig. Califano, uccidere l’amore, la poesia e anche il mio senso estetico?

Domande che non avranno mai una risposta. In compenso, visto che il lavare la macchina è un gesto poetico e nobile, ho ricevuto nuova linfa poetica e procedo con lo scrivere un nuovo componimento, ovviamente a breve online su RadioCorrida.

Lavare la macchina in modo poetico. Uno passa sopra la barba fatta con maggiore cura, passa sopra le rime da quarta elementare, passa sopra la sordità demente della partner che da noia capisce gioia, ma poi lavare la macchina ed era ora. Questo no. Cazzo, lavare la macchina no.

 

Piccole Differenze (sesso e scrittura)

Tempo di lettura previsto: 8 minuti (media ponderata tra idioti e discreti lettori)
Colonna sonora consigliata: Capossela, ma non troppo se no deprime.
Vino suggerito: Fiano D’Avellino, temperatura ambiente, più che si può (la quantità non la temperatura)

Devi sapere, per tua cultura generale e per procedere nella lettura di questo avvincente saggio su me stesso, che il Memoir è un genere letterario. Come tale, permette all’autore di scrivere in maniera decisamente personale su fatti prevalentemente autobiografici, in forma breve. La struttura letteraria è quella del racconto, che per forma e durata si adatta perfettamente al genere, permettendo di chiudere i periodi. Devi anche sapere che sono un grande appassionato di memoir, nello specifico di alcuni contemporanei americani, molto famosi sul suolo patrio. Li trovo spassosi, cinici, umani, delicati, sensibili e terribilmente bravi. Il primo in classifica è Sedaris, seguito a ruota da Borrough. Entrambi spassionatamente omosessuali, decisamente sfortunati in infanzia e adolescenza, pronti a mettere nero su bianco i limiti e le paranoie delle rispettive vite. Se Sedaris è molto più maturo, leggibile, commerciale e buono, Borrough è molto più scorretto, cinico e frocio.
Bene, sarebbe giusto parlare di cosa mi accomuna ai due di cui sopra, ma preferisco accennare alle piccole differenze che corrono tra me e loro, tra quello che scrivo e dei best seller mondiali.
Questo perchè, in effetti, il memoir è il mio genere. In primis perchè mi permette di scrivere di ciò che prediligo, me stesso, e poi perchè unisce la poca pazienza tipica del racconto, con l’eventuale sconnessione tra un passo e l’altro. Permette strafalcioni, ripetizioni e variazioni sul tema. Si può raccontare cinque volte, in cinque modi differenti, la propria prima volta nel campo del sesso anale con il proprio fidanzato. Argomento sul quale, devo essere sincero, non ho molto materiale. E qui, a un occhio attento, appare la prima piccola differenza: la figura della madre di Sedaris, la figura del padre di Borrough, sono dei veri personaggi bomba. Il sogno di ogni reality, il desiderio recondito di ogni sceneggiatore. La prima volta di Borrough, la ciste rettale di Sedaris, sono veri e propri micro capolavori. Le sorelle di Sedaris, il fratello di Borrough, sono macchiette psicotiche, rovinose entità umane impagabili per la loro preziosità narrativa. In effetti i piccoli gesti psicotici di mio padre, il consumare la farfalla del gas, controllando sette volte al minuto che sia chiuso, il rimettere a posto metodicamente i controlli della macchina, muovendo la rotella dell’aria condizionata fino a ritornare nell’esatta posizione dove l’aveva lasciata prima che qualche maleducato essere umano si sia intromesso nella sua vita, possono essere interessanti. Ma mai quanto una madre sotto psicofarmaci o un padre killer. Il fato mi ha dato una famiglia normale, con interessi normali, con difetti normali. L’offerta speciale che andava in quei giorni era famiglia media per ceto medio. Un quadro patologico che annoierebbe chiunque. Non è tanto lo stile con cui scrivo, ma i contenuti. Ho uno stile, una  punteggiatura, una metrica. Insomma, so di essere leggibile. Sfogliando le prime cinque pagine di un libro di Moccia in aereoporto, mi sono reso conto di essere non solo leggibile, ma profondamente interessante nella mia sconvolgente normalità. La seconda piccola differenza è seduta su un grande bisogno psicologico: il memoir è un modo di fare outing verso il mondo. Un modo diretto e semplice per smettere di vergognarsi di qualche cosa. E il mio retaggio cattolico borghese non mi permette di fare outing, se non nell’intimità di me stesso. Forse è mancanza di coraggio. La terza, ultima, sottile differenza è nella fortunata serie di eventi che hanno portato due vite sgregolate, apparentemente senza nessuna logica e senza nessuna morale, ad essere le vite più spiate della carta stampata. Un’infanzia difficile, e già qui biograficamente siamo incompatibili. Nessuna delle suore che mi tenevano all’asilo, ha mai tentato abusi sessuali su di me. Statisticamente fortunato, qualcuno direbbe. La cosa più sconvolgente della mia infanzia non è stata un padre alcolizzato, ma le scarpe correttive per drizzarmi la schiena (se non contiamo la perdita di cinque exogini ai giardinetti, trauma che oggi mi porta a controllare cinque volte la panchina da cui mi alzo, per essere sicuro di non aver lasciato nulla). Per non parlare dell’adolescenza e della giovinezza. La droga, il dissenso, la dispersione di energie in cose totalmente inutili, sono discipline che ho praticato con ostinazione come i due americani. Ma gli effetti di questo triennio immorale si sono limitati a qualche vergognosa frequentazione, due anni di università buttati nel cesso e un paio di incidenti in macchina inspiegabili se non calcolando tassi alcolemici da alpino in licenza. Non ho avuto fidanzati erotomani, piuttosto ho inanellato una spaventosa serie di comunissime fighette milanesi ossessionate dalla cellulite e dallo status sociale delle proprie famiglie. La serialità con cui sono stato tradito non interesserebbe nessuno, perchè è un male fin troppo comune, di cui nessuno ha voglia di parlare. Potrei andare avanti per ore, a raccontare una sconcertante normalità, a cui, in fondo sono affezzionato. Forse, potendo scegliere, rinascerei me stesso. Pagando il prezzo di non scrivere best sellers, ma anche rifacendo tutte le normali cazzate che mi hanno portato, normalmente, ai miei normali trent’anni.
Il tutto nasce da un pensiero preciso. Nato con la pesantezza di tutti i grandi pensieri, andrebbe spiegato, ma questo esce dagli otto minuti previsti per la lettura di questo post. Per questo rimando i fedeli lettori all’addendum qui sotto.

Addendum fondamentale
(contenuto leggibile solo in abbonamento)

Ero felicemente sdraiato sul piccolissimo letto dell’albergo, deciso a recuperare un po’ di stanchezza, ma impegnato a digerire una sfortunata serie di numeri sbagliati giocati al casinò. Sul taxi, in una Barcellona immersa nella nebbia, cercavo la verità statistica che mi ha portato a inizio serata sopra di cinquecento e alla fine a riportare a casa i soldi giocati. Non c’è pace, la roulette è una piccola malattia. Il ragazzo alla reception, davanti alla mia perplessità per le tariffe da Quinta Strada, ha religiosamente snocciolato gli evidenti vantaggi di una stanza di un metro per due nel centro di Barcellona. In primis la televisione completamente gratis. Ora, visto che solitamente, in Occidente e in buona parte del resto del mondo, la televisione è gratis, anche se il prezzo intellettuale che si paga a guardarla è altissimo, la cosa mi ha lasciato decisamente indifferente. Ho continuato a pensare di essere stato inculato, anche quando lui, zelante, ha precisato che la cosa mi avrebbe permesso di seguire Spagna-Austria in alta definizione (in accadì. Ventidue esseri umani che corrono in accadì. Eccitante). Cosa che, devo ammetterlo, renderebbe invitante anche uno scantinato, soprattutto se non sei spagnolo, austriaco, appassionato di calcio, e così solo mentalmente da guardare la partita nella tua stanza. In ogni caso, impossibilitato al sonno dal rosso e dal nero, ho acceso l’iPod e il televisore in contemporanea. La coincidenza miracolosa ha fatto partire i The Gossip mentre dalla CNN passavo su una inquadratura a campo ravvicinato di una vagina e di un pene. I due elementi, fusi armoniosamente, appartenevano nell’ordine: a un grosso palestrato glabro (il pene), a una simpatica e grassa signorina (la vagina). Architettonicamente incastrata tra i fornelli e una mensola di una cucina di formica bianca, la giovane giumenca si agitava in modo decisamente imbarazzante, lasciando che tonnellate di carne molle si muovessero ritmicamente. Mettendo da parte lo squallore per la cucina di formica, ho apprezzato tantissimo l’associazione mentale immediata tra la poveretta e la cantante dei The Gossip. Disturbato dalla cucina e dall’evidente mancanza di talento in regia, ho dovuto spegnere la televisione.  Rimanendo per quasi due minuti, fino alla fine del pezzo, a ripensare alla cantante dei The Gossip, nuda e incastonata in una cucina low cost, mentre canta con la cattiveria che ha dal vivo, uno qualsiasi dei suoi pezzi. Purtroppo, alla fine, ho dovuto prendere "Correndo con le forbici in Mano". Leggere concilia il sonno e toglie i brutti pensieri. Ma il buon Borrough ha deciso di tirarmi un grande tranello, iniziando a descrivere la prima, violenta, esperienza fisica con il suo fidanzato. Quando la vita è troppo, non resta che spegnere la luce e aspettare che arrivi l’alba. Intanto pensavo a queste piccole differenze. A come la mia vita non possa essere un best seller. Un vero peccato: se è vero che lo stile c’è, la noia dell’eterossessualità, che ha stancato anche la classe politica italiana, potrebbe uccidere il più tenace dei lettori. Per non parlare di un lavoro stressante, di una quotidiana battaglia con la città, di qualche senso di colpa e di tantissimi sogni mai messi in pratica. Della fatica per uscire dal pericoloso loop lavoro-divano-lavoro. Del pendolarismo snervante, eccetera eccetera. Nessuno ha voglia di rileggere se stesso.

Se la playlist della tua vita è terribilmente noiosa, ricordati che non è iTunes a decidere i pezzi, sei tu.

Io Sono

Io sono sempre connesso. Scrivo su tre indirizzi mail, ricevo una media di 300 messaggi di posta al giorno. Più della metà sono comunicazioni di cui devo essere a conoscenza. La metà del resto è composta da pubblicità, newsletter, aggiornamenti. Ho accesso alla mia posta dal pc, dal telefonino, da remoto. Posso connettermi ovunque. In qualsiasi momento. Parlo con tre continenti, lavoro con quattro fusi orari differenti. Quando dormo, mi rispondono. Quando dormono, io rispondo. Ogni dieci o quindici giorni, un amico, generalmente preoccupato dalla mia sparizione, mi scrive un messaggio per sapere come sto. C’è un’altissima probabilità che quel messaggio finisca nello spam. Io non controllo mai la cartella spam. Ho già troppo spam nella cartella normale. Ho due cellulare. Generalmente passo dalle tre alle cinque ore al giorno al telefono. Uso un auricolare a filo, vecchio stile, per evitare che l’orecchio destro abbia una temperatura media molto più alta del resto del corpo. I miei telefoni sono sempre accessi. Li spengo solo in aereo, so di essere uno dei pochi, ma amo le tradizioni. La mia scrivania è un luogo fisico su cui si accumula il passato. E’ come un vecchio tronco. Scavando nei cerchi di riviste e fogli si può risalire alla data di quello strato di carta. Questo perchè la mia vera scrivania è nella tasca davanti della mia borsa di pelle. E’ una penna usb. In verità sono quattro penne usb. Perchè conviene sempre fare backup. In una di queste penne usb tengo le foto che faccio in giro. Continuo a fare foto ovunque. Gli sms finiscono nella stessa cartella della posta elettronica. Così è raro che io sia in grado di leggere un sms prima di una settimana. Sono su facebook, ero su myspace, sono su linkedin, anobii, issuu, twitter e friendfeed. Uso solo facebook, per scrivere cazzate durante le attese o nei momenti morti di una conference call e anobii per tenere traccia della mia libreria. Ho un blog, sul quale scrivo quando ho voglia.

Io sono rabbia. Sono rabbia ormai da mesi. Incontrollabile, continua, esplosiva rabbia. Ho le mie ragioni, come tutti gli uomini. Ho voglia di parlare della mia rabbia. Non con tutti. In nessun luogo digitale. E’ una rabbia sorda, che non mi permette di ascoltare ragioni. E’ una rabbia sterile, che non mi permette di scrivere.

Io sono sempre io. Per tutti quelli che si accontentano di un aggiornamento digitale o di una mail, niente cambia. Cambio spesso posto fisico, cambio continuamente residenza, in un mese non dormo più di tre notti nello stesso posto. Come se fossi in fuga da qualcosa. Dall’esterno, deve essere terribilmente emozionante. Dall’interno, sai che la rabbia si sposta con te.

Io sono un visivo. Il mio olfatto ha solo memoria, nel presente non sento odori. Li ricordo solamente. Il mio tatto è sovraeccitato continuamente da nuovi posti. Il mio udito lavora dodici ore al giorno. Poi cade in un blackout emotivo e cancella tutto. Tutti i giorni. La mia vista è il presente, perchè vedo tutto, osservo tutto, cerco sempre di guardare tutto. La mia vista è la principale memoria, quello che ho visto non dimentico. Inutile provarci. Ricordo perfettamente tutto quello che mi ha fatto soffrire, tutto quello che mi ha lasciato senza fiato, ricordo immagini perfette di tutto. Per questo, oggi, non riesco a domare la mia rabbia. Quello che ho visto farebbe impazzire chiunque. Quello che ho visto, non avrei mai voluto vederlo, leggerlo, soffermarmi a guardarlo. Il mio cuore è nei miei occhi. Posso guardare un quadro ed essere felice, posso vedere un tramonto ed emozionarmi, posso leggere una poesia e rimanere paralizzato. I miei occhi hanno visto quello che il mio udito non sentiva, quello che il mio tatto non trovava, quello che il buonsenso mi stava dicendo da tempo. E tutto si è fermato.

Non riesco a scriverne, perchè scrivo emozioni già finite. Scrivo di ricordi, scrivo nel passato prossimo, non nel presente. E questa rabbia è il mio presente. Più passa il tempo più assomiglio alla mia rabbia. So che finirà, tutto ha diritto al perdono. Allora saranno ricordi, memoria, di cui scrivere. Non ora.

Parlarne mi serve come berci sopra. Per tutte e due le cose serve la presenza fisica, non certo il contatto digitale. Nessuno salverà il mondo con un sms. Il mondo è stato messo in guerra con un brindisi. Il mondo ha trovato la pace con un brindisi. Due bicchieri che sbattono uno contro l’altro, fisicamente presenti. Insieme.

Per fare la guerra basta una persona, contro il mondo. Per fare la pace servono sempre due intenzioni.

Io sono, manca l’intenzione.

Correndo con le forbici in mano

Dietro a un muretto basso che corre lungo tutta la grande strada per l’Ortomercato, Mugelli respira piano aspettando il momento giusto. Nella tasca destra della giacca sente il peso del cellulare e delle manette. Tra le mani tiene la pistola d’ordinanza. Il fiato fa piccole nuvole di fumo, l’aria bagnata entra nelle ossa e la notte si sta impossessando della città, mangiandosi i lampioni gialli, i palazzi e gli alberi spogli. Mugelli non lo sa ancora, ma come in tutti i gialli ambientati a Milano, ci sono pochissime possibilità che gli venga assegnato un finale decente, qualcosa con il botto. Milano non è una città per gialli. Cazzo, da almeno due generazioni, scrittori di talento o meno ci stanno provando. Se fosse per Pinketts, il mondo non girerebbe nel verso giusto, o forse non girerebbe del tutto. Scerbanenco ha fatto il suo, raccontanto la paura di anni in cui si era figli della paura, delle bombe e della paura delle bombe. Cito con stima Elisabetta Bucciarelli e i suoi cadaveri galleggianti al Forlanini, ma un cadavere a Milano è roba per Studio Aperto, non tanto per una buona storia. Mugelli tutto questo non lo sa. Non può saperlo. E’ nato su un foglio di carta della Swiss Air, a undicimila metri di quota, da qualche parte sopra la Russia. In sette ore di volo, Mugelli si è trovato scaraventato in una storia folle di zingari, squallore, odori e gente poco raccomandabile. Lui e i suoi milleduecento euro al mese sono stati trasportati nella galassia degli eroi metropolitani. Dopo aver seguito con la pazienza del segugio una pista a cui nessuno dava retta, che lo ha portato dritto dentro un Campo Rom, proprio dietro l’Ortomercato, ha aspettato che le tessere del mosaico si rivelassero da sole. C’è un poliziotto corrotto, o forse solamente stupido. Ci sono due donne, non una, che fanno a pugni con la sua vita. Di una, Mugelli, è talmente innamorato da dimenticarsi sempre la dignità di un uomo. Dell’altra, Mugelli, non sa nemmeno tanto. Sa solo che vederla è come tornare dietro di dieci anni. Non fanno l’amore, si divorano, mangiando sogni, pelle e tempo infilati sotto qualche portone del centro. Maledetta lei e le sue gambe perfette. Ci sono cose che possono mettere in ginocchio la volontà di un uomo. Due gambe così possono non farti rialzare più. Poi c’è il suo vecchio padre, che vive attaccato a delle strane macchine dentro uno degli ospizi che crescono come funghi dopo la pioggia dentro le periferie della città. Poveretto, Mugelli. Con una cazzo di vita così avrebbe dovuto prendere da tempo la decisione di scappare. Eppure, Mugelli ama la sua città, ama il disordine, lo respira e ci lavora dentro. Adesso è appeso a un destino del cazzo, quello di finire la sua storia uccidendo il suo collega, un colpo per sbaglio, nella penombra tra i furgoni dell’Ortomercato. Nessuno meriterebbe un finale così brutto. Per questo a Mugelli suona il cellulare. Lo sente vibrare in tasca. Lo tira fuori. Sul display compaiono due gambe perfette. Un numero, che manco a dirlo, ha due sette di fila. Non risponde. Rimette il cellulare in tasca, ma qualcosa si è mosso a pochi passi da lui.  Qualcosa che arriva a pochissimo da lui e dal suo cazzo di muretto. Qualcosa che ansima. Qualcosa che potrebbe ucciderlo. Mugelli cerca di guardare al di là del muretto. Alza piano la testa. Il colpo è troppo forte per non fare rumore. Un rumore sordo, che viene subito mangiato dalla notte che si sta mangiano la città. Un colpo che lo lascia per terra, che fa cadere il cellulare dalla giacca. Non riesce a muoversi, Mugelli, ma sente il cellulare che continua a vibrare. Poi vede l’uomo avvicinarsi, schiacciare con forza il cellulare sotto la scarpa. Sente la plastica rompersi. Poi vede la pistola puntata tra i suoi occhi. Riconosce il suo collega. Che in un altro finale sarebbe morto per mano di Mugelli. Destino bastardo. Non sarà mai possibile scrivere un giallo su Milano.

Su Ina

Per quattro anni di fila mi sono ammalato il giorno del compleanno della mia ex-fidanzata. Esattamente nel mezzo delle vancaze di Natale. Andando a vedere gli album di foto di capodanno, compaio sullo sfondo, addobbato con maglioni e sciarpe e dotato di un pallore quasi luminoso, extraterrestre.
Poi ho iniziato un periodo in cui ho preso alla lettera la filosofia post moderna della medicazione preventiva. Consumavo kili di paracetamolo al primo starnuto di stagione, inibendo il mio corpo e distruggendo lo stomaco.
Non ho preso un’influenza per quasi tre anni, ma in compenso ero dilaniato da coliche e dolori addominali spaventosi per via delle dosi equine di medicinali. Dopo un paio d’anni di naturalismo omeopatico, durante i quali mi curavo con radici di liquerizia e tisane di eucalipto, passando l’autunno, l’inverno e buona parte della primavera perennemente raffreddato, sono arrivato al compromesso storico: compro le medicine, ma poi non le prendo. Compro le medicine per sentirmi sicuro, averle in casa mi rasserena. Nella valigia verde non mancano mai cinque o sei medicinali. Ma poi non li prendo mai. Profondamente convinto che ciò che non ammazza fortifica, lascio che virus, batteri e sindromi si impossessino di me. Non cedo alle prime avvisaglie di influenza e arrivo al punto di non ritorno, quando mi infilo sotto il piumone per uscirne 48/60 ore dopo, distrutto. Al piumone seguono 24 ore di divano, in cui assorbo tutto il palinsesto tv con passività stoica. Non voglio intorno nessuno, anche se ho bisogno di essere alimentato e idratato e ho una grandissima necessità di lamentarmi in continuazione. Punisco i miei sensi mangiando pasta in bianco e mele cotte, bevo più acqua di un dromedario e attendo che la vita si riprenda il mio corpo. Funziona. Nessuno se ne accorge se tutto questo avviene tra venerdìe lunedì. Credono tutti tu sia sparito per un week end lungo, anche se vista la faccia qualcuno sospetta che tu ti stia appassionando alle rivisitazioni di Trainspotting. Ecco, in questo esatto momento sono nella fase di passaggio tra il piumone e il divano. Ho subito un intero pomeriggio di televisione, sento la testa che vuole abbandonare il resto del corpo, ho il culo che riproduce esattamente la forma del divano, lo sguardo languido, i capelli in ribellione e la barba sfatta. Se tutto procede per il verso giusto, plausibilmente martedì potrei fare la mia comparsa nel mondo dei vivi. Sono molto di moda, visto che una buona metà di Milano in questo momento versa nelle mie stesse condizioni. Se si tratti davvero di H1N1 nessuno lo saprà mai. Il mio medico curante si è trincerato dentro il suo studio e spara campionature di colluttori a chiunque si avvicini. Ma poi chiameresti davvero il tuo medico curante per una semplice influenza? No, se non fosse per la distruttiva campagna mediatica con cui stanno minando seriamente la stabilità psicologica dell’intera popolazione. Non resta che armarsi di fatalismo e attendere che il destino si manifesti. Per farmi trovare pronto, cerco di tenere a portata di mano un paio di libri e di lavarmi spesso i denti, così da essere più presentabile.

Questo è uno dei due momenti dell’anno in cui sento fortissimo il bisogno di avere Sky o una playstation. Poi mi passa. Ma resta il ricordo di ore passate a seguire telepromozioni di frullatori e coltelli. Se solo avessi la forza di raggiungere la carta di credito, oggi mi sarei comprato due materassi, un orrido macchinario per modellare i glutei e un villino in collina, proprio alle porte di Milano. Un villino tutto mio, immerso nel verde, arredato con cura e pieno di oggetti indispensabili come il convertitore da vinile a mp3, il frullatore multiuso per fare stupendi strudel con noci finemente tritate, una tuta di domopack da avvolgere sulla pancia, due raccolte di cd sugli anni 80, e uno stock di vini da far invidia alle peggiori trattorie di paese.

La prossima volta che mi ammalo devo ricordarmi di tenere il cordless e la carta a portata di mano. Morirò di suina, ma aiutando il Pil a crescere.