Correndo con le forbici in mano

Dietro a un muretto basso che corre lungo tutta la grande strada per l’Ortomercato, Mugelli respira piano aspettando il momento giusto. Nella tasca destra della giacca sente il peso del cellulare e delle manette. Tra le mani tiene la pistola d’ordinanza. Il fiato fa piccole nuvole di fumo, l’aria bagnata entra nelle ossa e la notte si sta impossessando della città, mangiandosi i lampioni gialli, i palazzi e gli alberi spogli. Mugelli non lo sa ancora, ma come in tutti i gialli ambientati a Milano, ci sono pochissime possibilità che gli venga assegnato un finale decente, qualcosa con il botto. Milano non è una città per gialli. Cazzo, da almeno due generazioni, scrittori di talento o meno ci stanno provando. Se fosse per Pinketts, il mondo non girerebbe nel verso giusto, o forse non girerebbe del tutto. Scerbanenco ha fatto il suo, raccontanto la paura di anni in cui si era figli della paura, delle bombe e della paura delle bombe. Cito con stima Elisabetta Bucciarelli e i suoi cadaveri galleggianti al Forlanini, ma un cadavere a Milano è roba per Studio Aperto, non tanto per una buona storia. Mugelli tutto questo non lo sa. Non può saperlo. E’ nato su un foglio di carta della Swiss Air, a undicimila metri di quota, da qualche parte sopra la Russia. In sette ore di volo, Mugelli si è trovato scaraventato in una storia folle di zingari, squallore, odori e gente poco raccomandabile. Lui e i suoi milleduecento euro al mese sono stati trasportati nella galassia degli eroi metropolitani. Dopo aver seguito con la pazienza del segugio una pista a cui nessuno dava retta, che lo ha portato dritto dentro un Campo Rom, proprio dietro l’Ortomercato, ha aspettato che le tessere del mosaico si rivelassero da sole. C’è un poliziotto corrotto, o forse solamente stupido. Ci sono due donne, non una, che fanno a pugni con la sua vita. Di una, Mugelli, è talmente innamorato da dimenticarsi sempre la dignità di un uomo. Dell’altra, Mugelli, non sa nemmeno tanto. Sa solo che vederla è come tornare dietro di dieci anni. Non fanno l’amore, si divorano, mangiando sogni, pelle e tempo infilati sotto qualche portone del centro. Maledetta lei e le sue gambe perfette. Ci sono cose che possono mettere in ginocchio la volontà di un uomo. Due gambe così possono non farti rialzare più. Poi c’è il suo vecchio padre, che vive attaccato a delle strane macchine dentro uno degli ospizi che crescono come funghi dopo la pioggia dentro le periferie della città. Poveretto, Mugelli. Con una cazzo di vita così avrebbe dovuto prendere da tempo la decisione di scappare. Eppure, Mugelli ama la sua città, ama il disordine, lo respira e ci lavora dentro. Adesso è appeso a un destino del cazzo, quello di finire la sua storia uccidendo il suo collega, un colpo per sbaglio, nella penombra tra i furgoni dell’Ortomercato. Nessuno meriterebbe un finale così brutto. Per questo a Mugelli suona il cellulare. Lo sente vibrare in tasca. Lo tira fuori. Sul display compaiono due gambe perfette. Un numero, che manco a dirlo, ha due sette di fila. Non risponde. Rimette il cellulare in tasca, ma qualcosa si è mosso a pochi passi da lui.  Qualcosa che arriva a pochissimo da lui e dal suo cazzo di muretto. Qualcosa che ansima. Qualcosa che potrebbe ucciderlo. Mugelli cerca di guardare al di là del muretto. Alza piano la testa. Il colpo è troppo forte per non fare rumore. Un rumore sordo, che viene subito mangiato dalla notte che si sta mangiano la città. Un colpo che lo lascia per terra, che fa cadere il cellulare dalla giacca. Non riesce a muoversi, Mugelli, ma sente il cellulare che continua a vibrare. Poi vede l’uomo avvicinarsi, schiacciare con forza il cellulare sotto la scarpa. Sente la plastica rompersi. Poi vede la pistola puntata tra i suoi occhi. Riconosce il suo collega. Che in un altro finale sarebbe morto per mano di Mugelli. Destino bastardo. Non sarà mai possibile scrivere un giallo su Milano.

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