Su Ina

Per quattro anni di fila mi sono ammalato il giorno del compleanno della mia ex-fidanzata. Esattamente nel mezzo delle vancaze di Natale. Andando a vedere gli album di foto di capodanno, compaio sullo sfondo, addobbato con maglioni e sciarpe e dotato di un pallore quasi luminoso, extraterrestre.
Poi ho iniziato un periodo in cui ho preso alla lettera la filosofia post moderna della medicazione preventiva. Consumavo kili di paracetamolo al primo starnuto di stagione, inibendo il mio corpo e distruggendo lo stomaco.
Non ho preso un’influenza per quasi tre anni, ma in compenso ero dilaniato da coliche e dolori addominali spaventosi per via delle dosi equine di medicinali. Dopo un paio d’anni di naturalismo omeopatico, durante i quali mi curavo con radici di liquerizia e tisane di eucalipto, passando l’autunno, l’inverno e buona parte della primavera perennemente raffreddato, sono arrivato al compromesso storico: compro le medicine, ma poi non le prendo. Compro le medicine per sentirmi sicuro, averle in casa mi rasserena. Nella valigia verde non mancano mai cinque o sei medicinali. Ma poi non li prendo mai. Profondamente convinto che ciò che non ammazza fortifica, lascio che virus, batteri e sindromi si impossessino di me. Non cedo alle prime avvisaglie di influenza e arrivo al punto di non ritorno, quando mi infilo sotto il piumone per uscirne 48/60 ore dopo, distrutto. Al piumone seguono 24 ore di divano, in cui assorbo tutto il palinsesto tv con passività stoica. Non voglio intorno nessuno, anche se ho bisogno di essere alimentato e idratato e ho una grandissima necessità di lamentarmi in continuazione. Punisco i miei sensi mangiando pasta in bianco e mele cotte, bevo più acqua di un dromedario e attendo che la vita si riprenda il mio corpo. Funziona. Nessuno se ne accorge se tutto questo avviene tra venerdìe lunedì. Credono tutti tu sia sparito per un week end lungo, anche se vista la faccia qualcuno sospetta che tu ti stia appassionando alle rivisitazioni di Trainspotting. Ecco, in questo esatto momento sono nella fase di passaggio tra il piumone e il divano. Ho subito un intero pomeriggio di televisione, sento la testa che vuole abbandonare il resto del corpo, ho il culo che riproduce esattamente la forma del divano, lo sguardo languido, i capelli in ribellione e la barba sfatta. Se tutto procede per il verso giusto, plausibilmente martedì potrei fare la mia comparsa nel mondo dei vivi. Sono molto di moda, visto che una buona metà di Milano in questo momento versa nelle mie stesse condizioni. Se si tratti davvero di H1N1 nessuno lo saprà mai. Il mio medico curante si è trincerato dentro il suo studio e spara campionature di colluttori a chiunque si avvicini. Ma poi chiameresti davvero il tuo medico curante per una semplice influenza? No, se non fosse per la distruttiva campagna mediatica con cui stanno minando seriamente la stabilità psicologica dell’intera popolazione. Non resta che armarsi di fatalismo e attendere che il destino si manifesti. Per farmi trovare pronto, cerco di tenere a portata di mano un paio di libri e di lavarmi spesso i denti, così da essere più presentabile.

Questo è uno dei due momenti dell’anno in cui sento fortissimo il bisogno di avere Sky o una playstation. Poi mi passa. Ma resta il ricordo di ore passate a seguire telepromozioni di frullatori e coltelli. Se solo avessi la forza di raggiungere la carta di credito, oggi mi sarei comprato due materassi, un orrido macchinario per modellare i glutei e un villino in collina, proprio alle porte di Milano. Un villino tutto mio, immerso nel verde, arredato con cura e pieno di oggetti indispensabili come il convertitore da vinile a mp3, il frullatore multiuso per fare stupendi strudel con noci finemente tritate, una tuta di domopack da avvolgere sulla pancia, due raccolte di cd sugli anni 80, e uno stock di vini da far invidia alle peggiori trattorie di paese.

La prossima volta che mi ammalo devo ricordarmi di tenere il cordless e la carta a portata di mano. Morirò di suina, ma aiutando il Pil a crescere.

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