Valichi sospettosi

Faccio il mio ingresso nei pressi di Via Ripamonti a bordo di una esausta ma mai finita Kaffettiera Panzer verso le nove e mezza. Adoro praticare questa piccola tortura durante il rientro estivo, girando per tutta la città, scegliendo il bar peggiore, assaggiando tutto lo splendido squallore senza mai mettere la seconda. Il caffè è puntualmente toccante, bruciato e acido, il bar di cinesi e la clientela di un certo spessore non tradiscono le mie aspettative. Ho dei rituali, e solo dio sa quanto un rituale sia importante per un ossessivo compulsivo, che scandiscono i miei ritorni anticipati. E Milano non mi ha mai tradito, si fa trovare come una vecchia stanca, piegata dal caldo, ma terribilmente bella. Qualche zingaro cammina veloce sullo stradone di Chiaravalle, qualche vecchio prende aria, la maggior parte delle tapparelle sono sigillate. Torni e hai sempre la certezza di non esserti perso nulla. Pranzo con mio padre, all’ombra di una silenziosa terrazza, mentre contiamo le macchine che attraversano Porta Romana e il sole scioglie l’asfalto. Casa Pistecchi assomiglia a un avamposto nel deserto dei palazzoni. Raccolgo la posta e prendo atto della partenza del portiere. Controllo la menta, sopravvissuta alla lunga assenza, improvviso una lavatrice impressionista, nella quale ho la certezza che i colori si fonderanno meglio che su una tavolozza, provo a fare un caffè. Fumo ascoltando il silenzio della tangenziale e poi cado nel sonno dei giusti. In Corso Vittorio Emanuele trovo qualche faccia abbronzata in cerca di certezze sul futuro, tanti turisti, e il popolo bianchiccio che fa dello struscio una via d’uscita. Impazza Hard to Concentrate nelle cuffie, mi riprometto di tenere a mente tutti i buoni propositi mentre mi accarezzo la ringiovanita panza frutto di un regime alimentare siculo e coatto. Sabino è l’unico sopravvissuto, e prenotiamo il nostro posto fisso a Le Trottoir, per il cuba del ritorno. Così il rito è completo. 

 

Sardinia has the sun 350 days

Il maestrale è il vento più potente del Mediterraneo. Soffia da secoli, affossando il mare, incendiando le colline e distruggendo il cielo. Le nuvole passano veloci, lasciando pochi sprazzi di sole per il popolo di questo pezzo di Sardegna. L’attesa, dicono che il maestrale duri tre giorni, è fatta di salame, cacio, sigarette e tentativi. Quest’anno impera il megafono da spiaggia, ultima frontiera dell’identificazione del terrone marino. Ovunque andiamo c’è gente, impegnata nello stancante mestiere del rilassarsi. Il vento ci ha portato Krine, con un improbabile costume brasiliano e le occhiaie scavate per il traghetto. La formazione completa vede Renation in un pericoloso stato di salute. Per dovere di cronaca menziono il dito indice del piede fratturato e dalla invitante conformazione a salsiccia, il collo bloccato e la schiena dolente. Le ragazze hanno da sempre quella atavica pazienza che permette di sopportare il ciclo, che consente incredibili sedute sotto il sole cocente. Cuociono a fuoco lento, impanate con misteriosi olii dal profumo mentolato e dal costo superiore al barile di petrolio. Qui si tenta, insomma, di sbarcare il lunario, tra sedute di wind surf e partitelle di calcio con i senegalesi, che abbandonano gli occhiali a mascherina e dimostrano una innata capacità nel maneggiare la sfera. In moto tutto sembra scorrere più semplice, ed è un piacere osservare le station stracolme infossate in code inutili sotto il sole del tramonto. Assistiamo impotenti ai flussi di cronaca nazionale, portata dal giornale letto in spiaggia, decisamente preoccupati per le sorti di Valentino, che evade il reddito di uno stato medio africano. Godiamo dell’insabbiamento del caso Mele, ci trastulliamo nel lento oscillare dei prezzi della benzina, tra le polemiche populiste che non tengono conto delle tasse fasciste. Insomma, viviamo di colori, profumi, e pelle calda. Facciamo il possibile…

Qua perdi tempo

La fine attività del preparare il bagaglio, resa ancor più piacevole dal dover infilare mutande e libri in due bauletti di plastica, è l’ultimo gesto di questa giornata. Insieme a svariati milioni di sfigati domani parto. La lista è elastica, come una fisarmonica si sgonfia all’occorrenza. Il numero di mutande è conseguente al numero di libri, che è legato alle magliette, le quali dipendono direttamente dalle scarpe. Due i più grandi problemi: il necessaire e i maglioni. Per i maglioni ho risolto con il vecchio metodo del migrante calabrese: metto tutto addosso, uno sopra l’altro. Il necessaire, forbici, coltellino, torcia, schiuma da barba, ckone, eccetera, sarà sostituito con il mio nuovo acquisto (di cui sopra una diapositiva). Le cose più importanti mi seguono nel vecchio zaino rosso scolorito che fedele mi accompagna dal 1999, trasportando sempre la cassaforte dell’anima. Infilandoci il portatile, l’ipod, due quaderni con una penna fine blu, filtrini cartine e tabacco, cinque libri, due o tre pezzi da cento, un’accendino che abita nello zaino dalla sua nascita e che risulta inutilizzato da Ios 2000, una grande base di sabbia proveniente da mezzo mondo che contiene il tutto con effetto imballante.

Questo posto chiude, come di consueto, per il tempo necessario. Al mio ritorno in qualche modo lo riaccenderò.

tu che ami gli incensini e che ogni due ore cambi religione o santone sarai contento di sapere che anche io ho un tantra da sviluppare in queste due settimane. Ovviamente non te lo dico, ti porterò gli effetti.

Fratelli, sorelle, bevete per me, brindate al nostro ricordo, aspettate il ritorno per la gioia di Bacco e Venere.

Rivederci sarà già una vittoria

Questo è un messaggio d’amore

La mattina mi alzo tardi

non ci sei tu che mi guardi,

mi giro nel letto, aspetto la sveglia che suonerà

non uso il cuscino e dormo finchè mi va

e il caffè me lo portano a letto due bionde in tutù
ahi Signora  chi mi manca sei tu.

La notte vado a ballare per cancellare i sogni miei
da qualche tempo ho più donne del d.j.
ahi Signora  ma tu non ci sei.

E questo sapore strano che è fatto di libertà

precede di un soffio la malinconia che arriverà

e mi dice che oggi qualcosa è cambiato in me
ahi Signora  non sei più con me.

L’acqua mi fa un po’ male la birra mi gonfia un po’
vado avanti tristemente a rhum di ogni color
ahi SIgnora mi manca il tuo amor.

Il mio caimano nero piangendo mi confidò
che non approvava il progetto del " metrò "
ahi Signora  da te tornerò. 

un presentatore alla radio in un armadio provava il suo show
ascoltando distratto provavo rime con flow

il caimano distratto imitava il gatto e faceva bau-bau
perchè studiava le lingue e voleva alle cinque il suo tè.

Non ho nessun dubbio, parto e arrivo da te.

Ridevo guardando la tangenziale,

scoprendo che non fa male

stare in mutande e ciabatte per casa

mentre fumo e guardo una formica evasa

dal buco di sotto al vaso

la menta mi riempie il naso

e sotto il balcone un gatto canta

riempiendo la sera stanca

se di questo non morirò

ho un progetto e da te tornerò

[scritto su una fattura Vodafone, ore 4.35am, in mutande e sigaretta, dopo diciotto ore d’ufficio, con Rino Gaetano a volume indecente e un forte bisogno di avere un progetto. Chiedo umilmente perdono a Montale, mi dichiaro sconfitto dalla stanchezza metropolitana, cedo alla tentazione, evito la televisione, mangio bresaola scondita, mi osservo le dita, lavo mutande e stiro aspettative, cedendo a queste riflessioni un po’ tardive. Siamo alla frutta, questo è quanto]

Pornoromantica: se mela dai mela prendo, Mele paga

Pornoromantica è un libro conseguenziale, la cui piacevole lettura non deve occupare, con una media ponderata calcolata sulla media intelligenza di uno che può cercare un libro che si intitoli "Pornoromantica", più di due giorni e mezzo. E’ il libro dell’estate per tutte le giovani italiane di retaggio scolastico cattolico e per tutti i ragazzi che desiderino conoscere i segreti della costruzione di un vibratore fai da te. E’ il libro perfetto per l’italia estiva, specialmente quella che ha paura a discutere in pubblico del sesso anale e poi assedia le statali piene di trans di notte. E’ il libro dell’italiano medio, medio nelle dimensioni, medio laico, medio cre. E’ un libro conseguenziale perchè segue la ferrata teoria secondo la quale un blog, superato un certo numero di lettori, è un libro in potenza. Siamo un popolo che crede nella transustanziazione, meritiamo un’industria editoriale che trasforma 400.000 curiosi, voyer, e-guardoni, vergini suicide, in lettori cartacei. Fortunatamente abbiamo anche una potente macchina comunicativa che fonda i suoi palinsesti sulla rodata teoria del vedo-non vedo che arrapa il fantozziano utente notturno. In molti saranno grati a Pier Silvio, che ha reagito alla messa al bando del soft core notturno sulle emittenti locali con un piacevole diversivo come Lucignolo. Ieri la secca e pallida autrice del fenomeno pornoromantico era sui lidi ostiensi con le telecamere berlusconiane a scavare nella vita privata di un popolo che non ammette il dito in culo, ma chiede alla fidanzata di emulare le scavate professioniste dell’ hard. Ingordi di libri come questo, per saziare una fame di laicità costruita sugli arresti dei culattoni che si baciano e governata da firmatari di emendamenti sulla sacralità della famiglia che drogano puttane a spese nostre. Abbiamo sete di cosce e capezzoli, disperatamente incollati alla rete per scaricare filmati da 30 secondi, che comprometteranno prima o poi la nostra durata reale, incastrandola nel mezzo minuto buffering. Le nostre donne guardano in un silenzio fatto di topless e tanga, mentre studiano il bicipite del clone-tronista che svetta sulla spiaggia. Sognavamo la libertà sessuale, scomodando Pasolini e dichiarando in pubblico la proprietà dell’utero: abbiamo ricevuto in cambio Lucignolo, Pornoromantica e Mele. Dichiaravamo di essere pronti al grande passo, siamo caduti che eravamo ancora seduti.

Volevo scrivere una recensione, mi ritrovo a fare un annuncio di svendita, perchè gradirei che Pornoromantica non comparisse nella mia libreria, Preferisco metterci un film hard, dove almeno mio figlio troverà la meccanica dell’amore lubrificato.  Tu, che sei capitato qui in cerca di porno, pornoromantico utente, oppure lettore fan della nostra giovane e futura opinionista, non lasciare commenti entusiasti. Stai alla letteratura come Fante sta alla Cutolo, come Chinasky a Buckowsky, come Pornoromantica al sesso. Ovvero: distanti ricordi di qualcosa che fa davvero godere. Ma a farlo, non a parlarne.

Il porto per chi parte porta novitàimportanti

Davide ha una casa sui Navigli, in una di quelle stradine strette che seguono i raggi dei piccoli canali, con i larghi portoni di legno delle vecchie cascine. Sembra, in effetti, di essere a qualche kilometro da Milano, con le rane e lo scorrere dell’acqua. Invece sei a pochi passi dallo struscio del Naviglio Grande, con il suo scorrere di umanità provinciale e di yuppies malandati. Mangiando un gyro seduti per terra, guardavamo le gambe lucide delle ragazze e le ciabatte improbabili dei ragazzi. La città è entrata trionfale nel migliore periodo dell’anno, quando con clemenza dispensa tramonti che colorano i profili dei fortunati terrazzi dove le zanzare non arrivano. Dicono sempre che saremo in pochi, perchè il popolo sommerso della bolivia, del messico e delle filippine di Milano non fa statistica. Eravamo di ritorno dal mare dei milanesi, quella liguria che con il suo mare sporco, denso e unto, il traffico immorale, il caldo cittadino, è sempre l’unica alternativa a portata di week end. Stipati in un bagno con gli ombrelloni arcobaleno, guardavamo la schiuma verde battere sui sassi. C’è sempre la stessa malinconia a Cogoleto, tra le strette stradine e quel fare debosciato e iracondo del ligure di provincia. C’è sempre qualcosa di magico nel tornare al tramonto. Non ho resistito, e a bordo della Kaffettiera, ho fatto tutta la circonvallazione, corsia preferenziale, affiancato da egiziani con motorini cinesi e ciabatte napoletane. Ho girato nelle zone della mala milanese, che non va mai in ferie. E poi, poco prima di mezzanotte, tornavo sfiorando le puttane di Ripamonti, acrilico e pailettes, e i baracchini che friggono uomini e bestie.

Gocciolando di un sudore alla cipolla, ricordo del gyro, cerco di uscire dal primo ingorgo del mattino con tutta la macchina intatta. Il sole porta ventisette gradi alle otto meno un quarto, ci fosse il mare sarei già da un pezzo con le palle a mollo. Ho in mente questo Folco Orselli che cantava una poesia di Chinasky, perchè ogni week end ha la sua colonna sonora. Sono contento di essere stato lontano dallo sciabattare elegante del centro, dei locali a rimorchio e da tutta Milano. Sono contento di essere stato seduto in un caruggio senza orario, e senza nessuno che sentisse la necessità di sbarcare il sabato sera in posti hot.

Il prezzo da pagare per la lontananza con i quattro locali che finanzio con eleganza e gratitudine ogni week end, è stato duro: parlare, ascoltare, raccontare e scoprire. E di colpo mi ricordo che è questa la magia che mi cambia.

Renato guida come un autista di autobus turistici, con il piede bloccato a centosettanta sfioriamo i campi e le cascine abbandonate. Renato è come un fratello. Respiriamo i silenzi tra due massime, un discorso di vita e un cesto di puttanate.

Adesso do un senso a questa cravatta, sparo a salve sul tavolo di mogano e formica, chiudo in bellezza, scapolo potrò canticchiare Azzurro sulla tangenziale al ritorno e mangiare cibo in scatola guardando distratto un film sulla rai.

 

Bonshi Bonshi Oh Oh Oh

Il baffetto impomatato hitleriano e la scarpa lucida e nera riportano all’ordine il caos imposto dalla camicia con improbabili disegni equestri. Un accenno di pancia smorzato dall’andatura marziale e quella sigaretta stretta tra le dita curate che giustifica la voce baritonale e l’olezzo di bruciato. Denti inaspettatamente bianchi, che si rincorrono su due rette parallele sedute sulle labbra strette abituate a parlare per frasi fatte e deduzioni irrilevanti. Porta un orologio d’oro con i numeri romani, il quadrante rettangolare e il cinturino largo; la fede al dito e due occhi neri senza fondo che corrono a destra e a sinistra, cercando consensi. E’ accompagnato da una piccola donna, i capelli molto lunghi, castani, imponenti, che ha un non so che di anoressico. Infilata in un gessato adatto più a un funerale di novembre, si copre con un paio di occhiali da sole e tiene stretta la borsa di pelle rossa. I due si muovono in simbiosi, conoscono i gesti che ripetono da tempo, non c’è nessuna passione, nessuna partecipazione, nessun improvviso cambio di tono. Con un distacco elogiabile snocciolano il discorso come due lettori di numeri del lotto. La sala riunioni ascolta, mancano una manciata di ore alle ferie, nessuno prende appunti. Nessuna domanda, nessuno che ha voglia di costruire ipotesi in inglese per ricevere risposte preconfezionate e già conosciute. Li guardo risalire sul taxi che li ha portati qui, con gesti lenti e accaldati. Lei guarda fuori dal finestrino mentre lui armeggia nella grande borsa di neoprene e tela nella quale è chiusa una vita di abitudini e noia. Gli occhiali da sole riflettono la facciata della grande fabbrica, nessuno saluta. In due ore saranno a casa, per un tranquillo giovedì pomeriggio di terrore apatico.
Quando vedo questa gente, figli riconoscenti del business masterizzato, non posso evitare di osservare a fondo.
Quasi avido, mi servo del loro squallore per crearmi un monito personale. Chissà in quale giorno ti svegli e sei passato dall’altra parte. Chissà dopo quanti mesi passati a non toccare tua moglie ti può venire in mente. E dopo quanti stipendi a cinque zeri ti accorgi di avere ancora bisogno di sentirti povero. Forse, mentre ti lucidi le scarpe, con la maniacale aspirazione alla cancellazione mondiale della polvere, un dubbio si insinua sotto i capelli perfettamente riportati a destra. Da quanti anni non leggi un libro tirando mattina per arrivare alla fine? Da quanti secoli non arrivi tardi al lavoro per sorprendere tua moglie e ritrovarti a fare l’amore in corridoio con la porta già aperta? Quanti assegni sono passati da quella macchina che ti eri comprato dissanguando i risparmi e che non superava nemmeno le biciclette? Decine di metri quadrati fa, lo spazio ti sembrava una questione di impressioni. Due puttane prima dell’ultima sentivi ancora la voglia di non farlo. E poi ti ritrovi su un taxi, con la tua versione femminile che ha le ovaie rigonfie di rancore e il terrore che un tumore al seno le scompigli il decolté. Non caga da due settimane, piena di bifidus e batteri intestinali, e non ricorda nemmeno come sia fatto un uomo.  E per non farti nessuna domanda, guardi il tassametro salire lento e inarrestabile.
 
Io quel tassametro lo tengo stretto, lo guardo annunciare il prezzo da pagare, che è sempre un po’ più alto. Ho una cifra in testa, poi faccio fermare la corsa. Perché vedo il prezzo che stai pagando tu.

Filosofia del Bicilindrico

 

Incombendo la lunga trasferta sarda, la Kaffettiera Panzer è oggetto di maniacali attenzioni. Il mio lato bhuddista è molto conscio che tutto è conseguenza di tutto, e cerca di tranquillizzare profondamente il mio lato oggettivo, che è parecchio in ansia per tutta una serie di particolari eventi che si stanno manifestando.

La Kaffettiera troneggia in seconda corsia, la tangenziale del venerdì sera permette un’andatura sostenuta, quasi da moto normale.

Lato Oggettivo del Franz: "Vedi, vibra tutto il cambio"

Lato Bhuddista:"E’ la conseguenza dell’attrito con questo asfalto".

LO:"Ah, meno male. Però sembra che si stacchi".

LB:" Tu sfiduci nel destino, che tutto può".

LO:"Perchè non entra la terza?"

LB:" E’ la meccanica stridente, ferro e plastica, materie moderne plasmate dall’uomo"

LO:"Abbiamo perso la leva del cambio, bhudda di merda"

LB:"Ti devo abbandonare".

LO:"Adesso che sono nella merda?"

LB:"Perchè sei pieno di rabbia".

LB:"Fottiti, testa di cazzo".

Il mio meccanico è un hegeliano possibilista. Segue coerentemente l’insegnamento del suo maestro e parla in tre momenti distinti: tesi, antitesi e sintesi, aggiungendo un fastidioso possibilismo che colora di parecchio il tutto. Esso è l’unico punto di riferimento in città per le BMW un po’ su con gli anni. Ha un fare scavato, e si muove agile in mezzo a tonnellate di ferraglia tedesca di cui conosce ogni piccolo segreto. Il suo sistema di tariffazione è semplice e deduttivo. Non soffrendo di alcuna concorrenza, basa le sue parcelle su un intricato sistema che tiene conto di: condizioni metereologiche, estetica della città, relativismo ideologico. In pratica se c’è il sole, hanno rifatto l’asfalto sotto casa sua e Bertinotti riesce nell’ardua impresa di manifestare un’idea di sinistra, la parcella ha buone probabilità di non superare i centoventi euro. Pratica con successo lo spostamento materiale empirico: in combutta con il suo garzone, un ultra settantenne sbarbato e unto che vive in simbiosi con il mozzicone di MS che è parte integrante del labbro inferiore, sposta l’origine del guasto di una moto su un’altra. Potresti arrivare con un problema ai freni, e uscire con la marmitta da rifare. Accoglie i suoi fedeli sull’ingresso dell’officina. Qui avviene il momento della tesi: la moto è irriparabile, e dopo pochi istanti l’antitesi: la moto è riparabile a prezzo di un rene oppure con piccole rate.

La sintesi, terzo e più cruciale momento, è espressa con una calligrafia da primaro internista su dei foglietti promozionali dell’olio lubrificante, con tanto di smandrappata che tiene fra le tette una bottiglia del prezioso liquido e con lo sguardo intende dire: "anche per le mie coppe, uso olio Motol". Su tali manoscritti viene espresso in modo chiaro e conciso il problema, la sua soluzione e le vie per arrivarci. Un esempio su tutti fu il primo, che ancora conservo, che citava: "candela, olio motore, guarniz. dest. ant., una sett. pass. ven pom. 350 euro".

Ricordo che il primo meccanico, quello della vespa gialla, era un animista. Per un problema di carburatore, borbottando si riferiva a misteriose creature che animavano il motore e che si ribellavano alterandone il corretto funzionamento. Operava con candele e bambole vodoo per scacciare le anime cattive nel carburatore e nel corso degli anni mi ha costretto nella difficile arte del ripararsi la vespa in casa (ricordandosi tutte le viti, che poi è brutto scivolare a destra in Corso Venezia mentre la ruota anteriore deriva a sinistra in solitaria). Ho passato anche un periodo con Fast and Furious. Gli portavo la vespa per una gonfiata di gomme e la ritrovavo con i neon azzurri sotto la pedana e un motore bicilindrico mille e cento sotto la carena.

Ho provato, nel corso degli anni, a rivolgermi alla rete ufficiale BMW, con esiti talvolta dolorosi.

F:"Salve, vorrei un tagliando alla piccola bambina".

Receptionist": Sono cinquecento euro".

F:"Così, senza nemmeno darci un’occhiata?"

R:" Sono cinquecento euro per parlare con me. Dopo diamo un’occhiata al catorcio".

F:"Dice che sarà caro?"

R:"Sui cinquemila, al massimo seimila".

F:"Per un tagliando?"

R:"Si, ma le diamo la fattura su carta intestata".

F:"E senza fattura?"

R:"Giovanotto, ma lei se la può permettere una BMW o è un altro di quei poveri che ci provano?"

F:"…"

R:"adesso vada fuori dai coglioni o chiamo quelli della Buell e gli dico che lei ha detto che sono terroni".

F:"Max, ho rotto il cambio".

M:"possibile…"

F:"no, te lo do per certo. Si è staccata la leva".

M:"la moto è irriparabile".

F:"…."

M:"Finita, kapputt".

F:"…"

M:" oppure possiamo vedere di darci un’occhiata".

F:"Venerdì parto per la sardegna".

M:"Non certo con la moto"

F:"Mia moglie potrebbe lasciarmi. Fai qualcosa ti prego".

M:"Vedrò di fare il possibile".

F:"E anche l’impossibile, perdio".

M:" Al massimo la noleggi…"

F:"Non male come idea. Mi costerà, ma salvo il matrimonio".

M:"Questa moto, in ogni caso, è irriparabile".

F:"…"

M:"ti scrivo qui un numero di cellulare".

F:"il tuo? Ti posso chiamare in settimana?"

M:"…"

F:"oh, grazie a dio. Lo sapevo che ci avresti provato. Grande!"

M:"…"

F:"Matrimonio e vacanza salvi!"

M:"…."

F:"grazie, amico di sempre!"

M:" Si chiama Lucilla. Ucraina, ventidue anni".

F:"Prego?"

M:"Mi ha fatto dimenticare mia moglie in due minuti. Settanta euro, ma ne vale la pena".

Louder than Bombs

dottore la disturbo?

Beh, mi scusi, ma credo sia urgente.

E’ ancora lì?

Si

Bene. Credo di avere un problema.

Nell’ultimo periodo c’è stato un piccolo cambiamento nelle abitudini…

Continua sempre a viaggiare?

Si, ma non è quello. E’ che sto ascoltando gli Smiths e curo la mia pianta di menta.

Che c’è di male?

In effetti nulla.

Bene, possiamo magari vederci in studio più avanti allora… Sua moglie come sta?

Non lo so

In che senso

Le stavo dicendo: ascolto gli Smiths e curo la menta. Nient’altro. Mia moglie non la vedo da più o meno una settimana.

Non fa altro?

E come faccio? Scarico musica dieci ore al giorno, tassativamente gli Smiths. E per cinque o sei ore innaffio la mia menta. E’ grave?

In effetti no.

Quindi non morirò di questo?

No. Nessuno è mai morto ascoltando gli Smiths.

Nemmeno un collasso?

No.

Un mancamento?

No.

Una lipotimia?

No

Niente?

Niente.

Allora vado avanti così?

Si, se si sente bene, lo faccia.

Ma lei mi tratta come un pazzo.

No.

Ah, bene, mi scusi ma vado a vedere se la menta ha fatto un fiorellino.

Da quanto non la controlla?

Da cinque minuti

Allora potrebbe essere.

Mi prende in giro?

Assolutamente. Ma adesso vada, che magari è uscito un nuovo disco degli Smiths

Ma si sono sciolti vent’anni fa.

Ah.

Vado lo stesso?

Vada, vada.

Grazie dottore.

E di chè.