Valichi sospettosi

Faccio il mio ingresso nei pressi di Via Ripamonti a bordo di una esausta ma mai finita Kaffettiera Panzer verso le nove e mezza. Adoro praticare questa piccola tortura durante il rientro estivo, girando per tutta la città, scegliendo il bar peggiore, assaggiando tutto lo splendido squallore senza mai mettere la seconda. Il caffè è puntualmente toccante, bruciato e acido, il bar di cinesi e la clientela di un certo spessore non tradiscono le mie aspettative. Ho dei rituali, e solo dio sa quanto un rituale sia importante per un ossessivo compulsivo, che scandiscono i miei ritorni anticipati. E Milano non mi ha mai tradito, si fa trovare come una vecchia stanca, piegata dal caldo, ma terribilmente bella. Qualche zingaro cammina veloce sullo stradone di Chiaravalle, qualche vecchio prende aria, la maggior parte delle tapparelle sono sigillate. Torni e hai sempre la certezza di non esserti perso nulla. Pranzo con mio padre, all’ombra di una silenziosa terrazza, mentre contiamo le macchine che attraversano Porta Romana e il sole scioglie l’asfalto. Casa Pistecchi assomiglia a un avamposto nel deserto dei palazzoni. Raccolgo la posta e prendo atto della partenza del portiere. Controllo la menta, sopravvissuta alla lunga assenza, improvviso una lavatrice impressionista, nella quale ho la certezza che i colori si fonderanno meglio che su una tavolozza, provo a fare un caffè. Fumo ascoltando il silenzio della tangenziale e poi cado nel sonno dei giusti. In Corso Vittorio Emanuele trovo qualche faccia abbronzata in cerca di certezze sul futuro, tanti turisti, e il popolo bianchiccio che fa dello struscio una via d’uscita. Impazza Hard to Concentrate nelle cuffie, mi riprometto di tenere a mente tutti i buoni propositi mentre mi accarezzo la ringiovanita panza frutto di un regime alimentare siculo e coatto. Sabino è l’unico sopravvissuto, e prenotiamo il nostro posto fisso a Le Trottoir, per il cuba del ritorno. Così il rito è completo. 

 

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