Breve storia del cinema per perdenti

Le luci calano, in sala scende il silenzio, partono le reclame. Quanta poesia. Inizia il rapporto più difficile della mia vita, quello con il cinema. Una storia lunga una ventina d’anni, fatta di bassi e bassi. Mai un momento topico, mai una felice sensazione. Sprofondo nella poltrona, accerchiato dalla mia ignoranza devastante, pervaso dai sensi di colpa e invidioso di colleghi, amici, familiari che commentano pellicole e corti durante cene, aperitivi e serate. Si vede la mano di quel regista, ottime le inquadrature, decisamente sorprendente la colonna sonora, impressionante la fotografia. Io annuisco, cercando la bottiglia di rhum più vicina. Mai nessuno che si limita a commentare la storia, mettendosi al mio livello: bella storia, ottima trama, divertente finale. Io ai titoli di coda, se il film è bello, penso sempre a quello che ha scritto la storia. Niente di più. Non mi accorgo di una fotografia sopraffina, di una regia rivoluzionaria, di un sorprendente stacco panoramico. Alle medie, nel turbinio di foruncoli, primi allungamenti di basette, imbarazzanti Reebok Pump bianche su jeans stretto del mercato, ho impegnato tutta la mia paghetta settimanale per uno spettacolo pomeridiano in Duomo. Obbiettivo finale il consumo totale della trachea della allora fidanzata, con la quale condividevo un rapporto profondo e maturo da più di tre giorni, con due incontri davanti a un Mac Donald e tre tentativi di approccio sfumati per timidezza. Dopo essermi lavato i denti sette volte, impregnato di deodorante come un Arbre Magique, censito la popolazione di foruncoli, ho preso il coraggio a due mani e mi sono incamminato verso la vera svolta della mia vita. Ah, l’amore. Peccato che il film fosse Philadelphia. Per chi non lo ricorda, un superbo Tom Hanks che muore alla fine del film di aids, senza tralasciare di rovinare tutti i rapporti umani che aveva. Mezza sala piangeva, l’altra metà era nello stato psicofisico che solo un film triste può creare.  Per anni evitai quei luoghi tenebrosi che mi allontanarono da una sicura limonata, creando un primo substrato di ipocondria. Fu la scoperta di Blockbuster, e dell’intimità del mio soggiorno a farmi lentamente recuperare. Un giorno di luglio di qualche anno fa, al posto di preparare l’esame di diritto pubblico, ero impegnato ad innamorarmi follemente di una mia compagna di corso, la quale, per ozio e odio nei confronti della Costituzione, ricambiava. Giorni magici, pomeriggi perfetti, serate incredibili. Una passione totale, una corsa folle al bacio più bello, un gioco incredibile di vestiti appena slacciati, di parole smozzate, di bicchieri lasciati a metà. Essendo studentessa fuori sede, viveva con altre novantasei amiche del paesello, in trenta metri quadrati. Era statisticamente impossibile stare soli per più di due secondi, e ogni venti minuti mi veniva offerta una canna o un bicchiere di vino del paesello. Belle serate, d’accordo, ma la passione premeva. Passeggiando per Via Torino, innamorati come solo due futuri studenti fuori corso sanno essere, abbiamo incrociato un cinema. Ed è bastato uno sguardo. Ci siamo fiondati in sala, comprando il biglietto, l’acqua e i pop corn i meno di un minuto. Ed è iniziato il film. Magia dell’oscurita, peccato che il film fosse Autumn in New York. Sempre a favore di chi se lo fosse perso, l’espressività di un supremo Richard Gere, una storia di una tristezza immane, l’autunno, la morte, i silenzi, le musiche. Siamo usciti distrutti e casti come due seminaristi. Un delirio. Solo il 18 in Diritto Pubblico mi ha dato la forza per andare avanti. Poi è iniziata la stagione delle Cagate Pazzesche. Con un sesto senso decisamente sovraumano, ho inanellato una decina di stronzate incredibili, un paio di volte uscendo prima della fine a fumare. Mi sento ignorante e tento di recuperare con massacranti sessioni casalinghe sui grandi classici, di cui qualche ora dopo non ricordo nemmeno il titolo. Va così. Niente da fare. Mi rimane sempre un senso di disagio, uno strano presagio, un brutto ricordo. E pago il biglietto come un condannato che consegna gli oggetti personali. Tutto questo per dire che, sicuro della mia scelta, e ancora più sicuro di Matt Damon, ho propinato alla Signora The Informant. Matt Damon, dopo Bourne Identity, Democracy, Fraternity, Serendipity, Morality, insomma dopo la trilogia perfetta per il sottoscritto, è asceso nella ristretta cerchia di attori che considero infallibili. Il trailer sembrava divertente. E poi c’è il regista di Ocean 11,12,13. Una sicurezza. Un mattone, lungo, lento, d’accordo molto carino, ma un mattone. Per film del genere ci vuole adeguata preparazione. La Signora dormiva beatamente dopo venti minuti. Il mio vicino di posto, che poi non so perchè era di fianco a me, che c’erano 338 posti vuoti in tutta la sala, russava profondamente. Le due signore davanti guardavano il telefonino ogni sei secondi. Io cercavo appigli nella mia immaginazione, ma è davvero difficile fare un film lento con una storia lenta, attori lenti, musiche lente. O forse sono solo io che sono troppo ignorante. Sta di fatto che per la prima volta nella storia tra me e il cinema, ho pensato seriamente che uno dei due deve cambiare. Così non può andare avanti.

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