Io mi incazzo due, massimo tre volte l’anno. Nel 2009 ad esempio mi sono incazzato solo una volta. Parecchio incazzato, nel 2009. Avrei ucciso, ma poi ho pensato di ritardare la cosa al 2011 per avere più tempo per godermi la vendetta. Perchè, per intenderci, il decreto di incazzatura include il condono alla vendetta. Noi cattocomunisti abbiamo la tendeza a lasciare cadere le peggiori cose nel calderone del perdono. Il perdono è un invenzione cattolica che prevede il tralasciare le necessarie ripercussioni fisiche su uomini, animali e oggetti che provocano una ragionevole rabbia. Dopo il perdono, solitamente segue un intenso momento di frustrazione. Nel caso delle grandi incazzature, il mio sistema nervoso prevede un complesso sistema per tornare in pari. Anche per questo io mi incazzo due o tre volte l’anno. Perchè è molto complesso attuare il delicato piano di vendetta, fisica e morale, atta alla distruzione totale della persona, animale, cosa, che è causa scatenante della mia incazzatura. Diciamo che "cane mangia cane", e quando mi incazzo io mangio per ultimo. Niente di pirotecnico: nonostante un buon dritto destro e un discreto montante sinistro, prediligo l’articolata rivalsa morale. Ancora devo finire di attuare il piano di distruzione per la causa di incazzatura del 2009. Si tratta di complessi piani di battaglia in cui nulla viene lasciato al caso, per fare si che tutto sembri abbandonato al caso. Il rischio è perdersi nei dettagli. Pago un grande senso estetico e un discreto fascino per le grandi opere. Fossi stato un gerarca nazista, sarei ancora piegato sulle assi di legno per decidere il colore più adatto alle mie casette di concetramento. Se fossi juventino, sarei ancora indeciso sulla miglior vendetta per avermi trasformato nell’interista del nuovo secolo. Detto questo, incazzarsi è una gran perdita di tempo. Roba da perdenti. Molto meglio investire il tempo in attività decisamente migliori. Preferisci tenerti i succhi gastrici a galleggiare nell’esofago una sera intera davanti a Porta a Porta o provare ad occupare il tempo che ti separa dalla fine con attività sicuramente più importanti come la generazione di progenie o almeno il pensarlo? Anche per questo perdo poco tempo con questa storia delle incazzature, limitandomi a constatare, spesso, che il genere umano ha dei grossi problemi di autovalutazione e di evoluzione. Suono il clacson il giusto e uso gli abbaglianti per il gusto di infastidire quello davanti. Accetto pareri differenti e commenti taglienti. Poi, due o tre volte l’anno, mi incazzo sul serio. Ecco, adesso sono incazzato sul serio. La cosa non mi stupisce. Le basi c’erano tutte. Cercare di farmi incazzare e riuscirci è statisticamente probabile come giocare a Win For Life e vincere il vitalizio di quattromila euro. Poi, quando vinci, ti porti a casa il vitalizio. Ecco, io adesso sono incazzato. Quindi dormirò molto poco. Iniziando a delineare la migliore soluzione per rovinare lentamente la vita alla causa scatenante del mio problema. E per di più mi hanno rovinato la cena. Nella mia piccola Barcellona. E per di più fa freddo. Sarebbe il caso di presentarsi volontariamente in caserma per evitare stragi a colpi di cuffie dell’iPod. Ma preferisco gironzolare sulla rete per tentare di dimenticarmi. Mi sorprenderò da solo con la vendetta. Che, come tutti i piatti freddi, sarai obbligato a finire. Tutta.
Mese: gennaio 2010
Chiedimi se sono felice (cazzo)
Chiedimi se sono felice. Fallo in diverse ore del giorno. Fallo durante la doccia, dopo il lavoro, mentre canto mentalmente in concerto con Elio e tolgo il calcare dagli orifizi del sifone. Ti potrei rispondere si. Chiedimelo mentre rielaboro mentalmente la busta paga, e con una eloquente equazione matematica divido le ore/euro +fatica mentale * aspettative e ottengo sempre un numero molto vicino allo zero. Chiedimelo la mattina, in aereoporto, alle sei. Meno due gradi, buio, maledetto buio, caffè amaro, sigaretta. Cazzo, sono la cosa più lontana dalla felicità che esista. Fanculo i bambini africani, sono più infelice io. I bambini africani non hanno la nebbia, il buio e il freddo. E anche il mio mal di testa e la mia dannata ostinazione a non prendere nessun medicinale (contando il vino rosso come bevanda e non come medicinale, almeno quello fermo). E che cazzo. Lasciami dire, almeno mentalmente, cazzo. Lo voglio dire sedici volte almeno. Non do fastidio a nessuno, se mentre fumo avvolto nel cappotto, esprimo tutto il mio dissenso ripetendo a mente la parola cazzo. Cazzo. La svolta, lo so, può arrivare con piccoli, semplici gesti. Un iPod, un giornale, un posto finestrino e un sedile di fianco vuoto. C’è tutto questa mattina. Richiedimi se sono felice. Cazzo, si. Solo un po’ stressato, ma cazzo. Durante la procedura di de icing quasi mi addormento. Appena posso, accendo l’iPod. Lope Fiasco, Club Dogo, Nofx, Ironik. Sembra quasi che l’iPod voglia rendermi tutto più facile. Mi accorgo della mia vicina semplicemente per il fatto che da dieci minuti chiama ossessivamente la hostess. Che non arriverà mai. Primo perchè schiacciare il pulsante di chiamata due volte annulla la chiamata. Prima pulsazione, attivi la chiamata, seconda pulsazione, la cancelli. Andando avanti a colpi di due, puoi al massimo ottenere un simpatico effetto disco dance. Secondo perchè su un volo in piena turbolenza, nessuna hostess, nemmeno tra le matricole ultramotivate, si alzerebbe mai dal suo sedile. Non tanto per il rischio fisico. Più per pigrizia. Sicchè, la signora continua a schiacciare il pulsante. Avrà una quarantina d’anni, due menti molto importanti, un’occhiale squadrato e provocante e due bottoni della camicia slacciati che rivelano l’inutile sforzo di ghiandole e muscoli contro la forza di gravità e un indice destro molto deciso a premere pulsanti. Peccato. M stavo quasi addormentando. Arriva una hostess con due occhi tremendamente azzurri, un naso tremendamente grande e la stessa voglia di lavorare dell’orso Yogi. Posso finalmente disinteressarmi alla cosa. Cazzo, chiedimi se sono felice. No. Non posso esserlo. Mi stavo addormentando proprio sopra Torino. A naso almeno un ora e quaranta di sonno. A ben vedere, il piccolo A319 saltella nel cielo terso come se fosse posseduto da uno strano solletico. Si parla di movimenti fisici che sicuramente ispirano forti riflessioni sulla vita, sulla fede e su quante cose ci sarebbero ancora da fare. Ma si può anche dormire. Invece la signora è decisa. Tiene una mano letteralmente avvolta sul bracciolo della poltrona. Come se abbracciare un sedile di plastica potesse evitare la morte. La guardo. Inizia a parlare, proprio mentre inizia Mina. Discorsi convulsi sulla paura di volare. A cui rispondo con le classiche risposte sulle statistiche e sulle possibilità. Cazzate, vecchia carampana molliccia. C’è un sacco di gente che schiatta in aereo. E noi potremmo essere i prossimi. Solo che mi fido del nerd che ho intravisto in cabina mentre salivo. Un nerd non vuole mai morire. E poi sono fatalista, catto comunista e stanco, nell’ordine. Quindi so che prima o poi mi toccherà. Diciamo che, ad essere precisi, ho già fatto questa stessa rotta almeno una ventina di volte negli ultimi dieci mesi. Ho un grande debito sui cugini francesi, a cui ho pisciato in testa un paio di volte, e con Dio. Se fosse questa mattina, la mattina in cui Dio si vuole portare via tutto, per me è ok. Cazzo. Poi l’aereo comincia a fare una scalinata immaginaria, con piccoli balzelli, la coda che vibra e il cielo che diventa sempre più grigio. Come la faccia della signora. Signora tenga duro. Dopo tutto sta scappando dall’Italia. C’è gente che sarebbe felice per questo. Il nerd al comando gira vorticosamente su un campo coperto di neve, o forse su una salina. O forse su un telo bianco gigante. Non ha le mezze misure il nostro nerd. Prende le curve come se fosse questione di vita o di morte. Che ci sta alla guida di una moto giapponese. Un po’ meno alla guida di un Airbus 319. In fondo, mancano meno di quaranta minuti al presunto atterraggio. In fondo, nella fitta coperta di nuvole, da qualche parte, ci sarà qualcun’altro sospeso per aria che pensa le stesse cose. Sento un rumore rozzo, basso, forte. Poi sento il caldo sul calzino. Mentre lo penso, cazzo, penso e che cazzo, cazzo. Mi ha vomitato sulla gamba sinistra. Tra l’altro la mia preferita. E poi io odio il vomito. E adesso che ci penso, odio anche le vecchie carampane. Ma che cazzo. Adesso sono io che schiaccio il pulsante per chiamare la hostess come se fosse il pulsante "spara" in Metal Gear Solid. Ma che cazzo. Cazzo. Adesso chiedimi se sono felice. Cazzo.
Ecco come si scopre dove sia la tintoria più vicina all’albergo, come chiederlo in spagnolo, come cambiarsi in piedi in un bagno di un aereoporto. Ecco come si scopre che, in fondo, c’è qualcosa di peggiore del caffè del bar di Linate. Tutte cose di cui sono estremamente grato, ma di cui avrei fatto volentieri a meno.
Ho finito Baricco. Ho finito Hornby. Un gennaio fruttuoso. Due cose diverse. Volevo anche fare una recensione di spessore. Ma niente, la manutenzione del mio guardaroba in trasferta mi ha portato via tutte le energie intellettuali. Eppure, chiedimi se sono felice.
Io me lo stavo chiedendo giusto adesso, mentre fumavo l’ultima sigaretta, con un cielo gelato, una mezza luna, e le girandole del terrazzo davanti alla mia finestra che girano veloci per il vento. Madrid in silenzio per ascoltare la mia risposta.
Si. Cazzo.
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In questo post è stato ripetuto 14 volte il termine "cazzo". In nessuna delle 14 volte si riferiva esplicitamente all’organo riproduttivo maschile. Più ad un intercalare popolare, gericamente associato alla sfera sessuale maschile.
E’ consigliato possedere mammelle grandi. E’ dimostrato che la cosa aiuti e non poco. Sia nell’allattamento sia nella sfera lavorativa, tanto più nella sfera delle relazioni sociali. Di contro è consigliato anche ponderare quanto del possente impianto mammario si possa mostrare al popolo. A partire dai 18 anni, ogni dieci anni sono un bottone in meno da slacciare della camicia. Sopra i 35 può avere senso ricorrere a impalcature mobili di sostegno.
Il vomito, inteso come espulsione a getto del contenuto dello stomaco, non aiuta in una eventuale caduta libera da 10.000 metri. E’ quindi poco utile vomitare a getto contro oggetti e persone. Se l’aereo dovesse mai cadere, si potrebbe pensare di spegnere eventuali incendi con getti di vomito. Ma bisognerebbe arrivare a terra vivi. Quindi diciamo con sicurezza che il vomito non aiuta a sopravvivere. Al massimo rende più difficile la vita dei vicini di posto. Fottuta carampana.
Ex Fidanzate (tapparelle e angostura)
Devo molto della mia vita alla distillazione della melassa di canna da zucchero. Il composto così ottenuto, passata la fase di invecchiamento, viene denominato rhum. Per ottenere un buon rhum occorrono almeno due anni e mezzo. Per apprezzare i danni causati dal rhum bastano a volte meno di cinque minuti. Il primo chiupito brucia la gola, sveglia le membra e rende prendibili alcune decisioni che per un astemio richiedono logica e pensiero. Il secondo chiupito rende piacevole la compagnia di quasi tutti gli esseri umani e spesso anche degli animali (ma solo dal sesto chiupito in poi è possibile intraprendere delle conversazioni con la maggior parte degli animali domestici). Il terzo chiupito è quello del non ritorno. Scende nello stomaco posizionandosi serenamente su tutti i problemi, rilassa l’occhio rendendo la pupilla lucida, ma soprattutto rende la maggior parte delle donne presenti nei dintorni ottime per eventuale produzione di eredi. Il distillato è così pregiato da cancellare, nella maggior parte dei casi, kili di troppo, foruncoli e doppi menti, tette cadenti. Inoltre l’indiscussa proprietà del rhum è quella di ridurre la circonferenza delle natiche femminili di venti, quaranta, talvolta sessanta centimetri. Il quarto rhum amplifica i sentimenti, invadendo l’ambiente di amore o odio in quantità. Il quinto rhum (chiamato anche quello del tassametro), rende necessario reperire un taxi, segnarsi dove si lascia la macchina e ricordarsi di non vomitare a getto sul cruscotto del taxista. Il sesto rhum rende impossibile ogni atto riproduttivo, ma rende possibile la comunicazione con gli animali domestici, i cartelli stradali e alcuni oggetti comuni. Servirà in ogni caso molta pazienza, oltre ai sei rhum, per poter comunicare serenamente con gli ingegneri e i bancari. Dal terzo rhum in poi, ci si porta a casa anche un pesante fiato caldo, con un deciso odore di cane a pelo lungo bagnato da abbondanti piogge. Inoltre è garantita anche la più pesante mattinata che possiate aspettarvi il giorno dopo. Nonostante qualche piccolo effetto collaterale, dovuto più che altro al mancato allenamento, il rhum evita da secoli a milioni di persone di uccidere colleghi, martoriare comuni cittadini o anche di rivoltarsi contro dittature e governi corrotti. Inoltre un buon uso di rhum rende possibile partecipare a risse senza alcun senso, in cui prevalentemente si riesce ad essere picchiati, ma senza sentire alcun dolore. Per questo e per molte altre ragioni, anche la mia vita sentimentale è stata scandita da alcune importanti tappe, eventi emotivi inspiegabilmente legati al prezioso liquore.
Gli Albori
Al liceo ero fidanzato. Più che fidanzato ero disperatamente innamorato. Bevevo birra, al sabato sera, e limonavo per un trenta per cento del mio tempo. Fu un piovoso sabato di marzo, durante una festa di compleanno che scoprì nell’ordine: il rhum da supermercato, la sbornia devastante, il reggicalze e le sue enormi potenzialità e anche l’impossibilità di fare l’amore in bicicletta. Fu il rhum da supermercato ad aiutarmi nel passare sopra il fatto che quasi tutta Milano aveva goduto degli stessi privilegi nello scoprire le gioie dell’amore con la mia fidanzata.
La Maturità (il periodo commerciale)
All’università fondamentalmente bevevamo di tutto. Dalla bicchierata di vino bianco del lunedì mattina alla lista completa di cocktail del Palo Alto. Erano gli anni dell’happy hour. Erano gli anni del Pampero. Erano gli anni in cui ero in grado di dichiarare il mio amore anche a un armadio a due ante. Sopravvivere è stato incredibile, ma viverlo è stato sensazionale. Enorme gratitudine va ancor oggi alla Piaggio per aver costriuto la Vespa in solido, robusto, ferro. La mitica 150 Giallo Taxi ha resistito anche alle peggiori debacle, tra cui un panettone preso in pieno a dieci all’ora, un paio di scivoloni dovuti a curve immaginarie e non ultimo l’abbandono appoggiata a una fontanella comunale. (L’idea era di bere un po’ d’acqua per poi riprendersi e continuare il tragitto verso casa, che in Vespa avrebbe richiesto normalmente dieci minuti ma che quella notte stava durando da ore). Anni di donne stabili, creature pazienti. A dire la verità il Pampero mi aiutò molto nell’accettare alcuni compromessi dolorosi come i mortali sabati sera in pizzeria, i week end al lago e i pranzi in famiglia.
l’Angostura
L’angostura è un amaro aromatico ottenuto dalla distillazione di non so quale pianta brasiliana. Tre gocce d’angostura, unite al rhum e alla coca, danno il miglior Cuba Libre anche dal peggor rhum. Fortunatamente la scoperta dell’angostura venne con la scoperta dei pessimi rhum di moda. il Bacard, è la fine del rhum, il barista con le ciglia ritoccate che pesta zucchero di canna, lime e menta come una macchina automatica, la fine del romanticismo nel bere. L’angostura mi ha salvato. Anni duri, i primi di lavoro, i ritmi stressanti, la prima, drammatica, cravatta. Le serate più brevi e i conti che non tornano. Anni di angostura e storie d’amore aggrappate allo stare uniti per sopravvivere.
Perfezione in un tambler
La geografia del bere, grazie anche a numerosi amici non proprio vicini, ha reso possibile negli anni una precisa geolocalizzazione dei migliori rhum. Matuzalem, Pampero Anejo, Flor De Cana, Barcelò, erano tracciati in una mappa mentale che mi consentiva di trovare anche la colonnina taxi più vicina e il numero della ex più recente e meno arrabbiata nella rubrica. Di contro, arrivare alla conoscenza della perfezione porta alla convinzione di poter provare nuove strade. Pessimi tentativi di vodka e gin, dolorosissima esperienza di tequila. Scoprire che è meglio avere vicino una persona che si ama piuttosto che una persona che ti ami è stata una conseguenza del tempo. Trovarne una che ami e che ti ama una piccola fortuna come il ritornare al buon vecchio rhum.
Oggi (avere una cantina)
tra i pregi di avere un proprio appartamento c’è di sicuro quello di poter possedere una bottiglia di rhum decisamente più vicina alle proprie necessità di quanto possa esserlo quella del bar sotto casa. Il mio Pampero Anniversario dorme sonni tranquilli, perchè i ritmi cambiano, vicino a un piccolo bottiglino di Barcelo.
In giro per il mondo trovo sempre gente disposta a parlare e sempre del rhum da bere. Come se le due cose fossero necessarie allo stesso modo. Di buono c’è che mi capita molto meno di frequente di fermarmi a parlare con i cartelli stradali. Ma non si può mai sapere.
la fine del mondo (spiegazioni plausibili)
Talvolta ho l’impressione di vivere assieme a un ammasso di persone lievemente idiote. Poi, gironzolando per la vita, mi rendo conto di poter tranquillamente rimuovere "lievemente". Uno dei criteri massimi per definire la stupidità di un uomo sta nell’osservare attentamente, bastano alcuni istanti, quanto il soggetto in questione si prenda sul serio. Prendersi sul serio è evidente sintomo di una rigogliosa forma di idiozia oltre che la porta spalancata sull’universo delle figure di merda. Essendo questi giorni i primi dell’anno, secondo il calendario gregoriano in vigore in buona parte del mondo occidentale e in numerose isole remote, è abitudine diffusa la consultazione degli oroscopi. Valutare il proprio destino in base alle impostazioni delle stelle è un po’ come affidare la scelta della propria dieta alla caduta dell’acqua nello sciaquone. Acqua che cade decisa, dieta a base di carboidrati. Acqua che si lascia desiderare e che poi cade distrattamente, assolutamente necessario integrare con delle fibre. Lo faresti mai? Come forse, a ben vedere, non cercheresti di autodeprimerti solo perchè un ammasso di idrogeno, elio, silicio, nichel, carbonio e ossigeno (in verità la composizione di una stella è assai più complessa, ma dopo anni di Super Quark il pressapochismo generalista ti soddisfa) si sta spostando nel cielo in una direzione anomala. Tant’è, ma non è certo da un catto comunista affermato e felice come il sottoscritto che può partire una voce critica. Che ognuno creda in cio che preferisce. Che siano palle di elio e altri elementi, che siano uomini, che siano donne, che siano canzoni. Ecco, l’unica grande divergenza, argomento principe di una certa schiera di trasmissioni di spessore come Misteri e Voyager, è su come finirà tutto. Su come il mondo finirà. Non riesco a resistere, mi sto informando il più possibile. Anche per ponderare gli acquisti futuri in base alla solida possibilità che si rivelino inutili. Nel senso che, comprare oggi un’auto elettrica, per favorire la vita del pianeta a beneficio di figli e nipoti, non ha molta logica se poi il 20 -12- 2012 una grande palla di fuoco si scaglia sul parcheggio, sulla sede dell’assicurazione, sulla città e in verità su tutto il mondo. Molto meglio continuare a girare con la splendida euro 0, che farà anche tanto male alla terra, ma tanto dopo quarant’anni di maranza che sgasano con l’Alfetta, due anni di giretti fuori porta non cambiano di molto. Sicchè, i Maya, questo popolo ingegnoso ed estremamente evoluto, dicono che tutto finirà in un pomeriggio di dicembre. Che spesso anche qui a Milano sembra la stessa cosa. Ma poi ce ne facciamo una ragione e un altro nebbioso giorno arriva a deliziarci. Tra le invenzioni del popolo Maya ricordiamo il veicolo a tre ruote con cui si muovevano tra Guatemala e Ciapas per approvvigionarsi di uova per la loro famosa salsa, la May O Nese. Il veicolo, poi riscoperto anche ai giorni nostri, è stato battezzato l’Ape Maya. Anche Nostradamus, controverso personaggio nato per deliziare le fantasie di milioni di paranoici, dice che tutto finirà. Qui si portano misteriosi disegni a prova di una (ennesima) profezia, in cui il saggio paventa sfighe cosmiche per tutta la superficie calpestabile del mondo tranne che per l’hinterland Milanese, che dopo secoli di vita passata all’inferno, verrà risparmiato. Poi ci sono i (molto) meno attendibili santoni. Per tutti, più o meno, la fine del mondo arriva a breve. La cosa che più mi affascina è la struttura narrativa che correda queste tremende michiate. C’è una storia, più o meno credibile, un’ingorgo di colpi di scena, tradizioni e grossi casini cosmici, a testimoniare che l’eletto ha in mano la verità. Più ragionevole la teoria per cui, tra circa cinque miliardi di anni, il sole si spegnerà, come una lampadina dell’Ikea, lentamente, per lasciarci tutti al buio. Non credo che la cosa possa riguardarmi direttamente. Possibile che non ci siano modi più ragionevoli per predirre la fine del mondo? Ad esempio, sottoponendo un’intera città all’ascolto di un album di Federico Zampaglione può portare al coma generale, questo credo che se non direttamente dimostrabile sia intuibile. E’ anche credibile che le nuove vetture della Citroen, diciamo quelle prodotte dopo il 2000, figlie di designer ubriachi, si ribellino all’incredibile bruttezza di cui sono figlie, e prendano dominio del mondo uccidendo prima tutti i francesi, poi gli italiani che festeggiavano e poi tutto il mondo. Teoria ragionevole anche quella della Fine del Mondo al GF. Seguendo la teoria per la quale ad ogni edizione i concorrenti del Grande Fratello raddoppiano si piò stimare che per il 2120 la pro pro nipote della Marcuzzi porti all’edizione italiana gli ultimi cittadini rimasti non ancora andati in onda. Da qui una terribile guerra, capitanata dal nipote di Alessandro del GF 14, alleato con Jordi del GF 121 e le sue temibili truppe di checche isteriche. Morte e devastazione. Va bene lo scoglimento dei ghiacci, ma perchè non considerare la fine della reperibilità della carbonella. Milioni di latinos, armati di punzoni da griglia, che uccidono altri uomini per ricavare carbone dalla loro lenta decomposizione.
Andrò avanti nella ricerca, questo post non è certo finito qui. Saprò di sicuro quando finirà il mondo alla fine dei miei studi, anche se ricordo momenti in cui, guardando il cielo, pensavo che tutto sarebbe potuto anche finire lì. Momenti in cui, davvero, della grande palla infuocata non me ne sarebbe fottuto più di tanto. E’ per questi momenti che una vita andrebbe vissuta. Anche solo fino al 2012.
Janet, Naked e altri risvolti del capodanno
Nella titanica impresa di razzolare tutta la frutta secca disponibile sul pianeta, mia nonna, per ogni 31 dicembre che ha passato, girava con il grembiule a fiori pieno di noci e nocciole. Armata di schiaccianoci fin dall’alba, ruminava allegramente per la casa, pulendo e preparando per il grande cenone i cui invitati, io e lei, si rendevano disponibili fin dalle sette in punto. Al cenone era assolutamente vietato ricordare alla nonna del suo diabete e della straordinaria sfida che intraprendeva ogni volta che si sedeva a tavola. Mia nonna ha reso la curva glicemica una pura teoria da dilettanti, divorando per anni tutto il campionario del Mulino Bianco e succhiando avidamente due caramelle alla volta. Solo nell’ultimo periodo, il tramonto deciso e rapido, quello costellato di badanti ucraine, russe e moldave, gli zuccheri in tutte le forme commestibili erano nascosti in credenze e armadietti non raggiungibili da una arzilla signora di ottanta e passa anni con i femori di pastafrolla. Per questo, ogni volta che andavo a trovarla, le davo clandestinamente una decina di caramelle che finivano nel reggipetto, tra la tetta destra e l’ascella. Tornando al capodanno, al cenone di gala era anche vietata l’assunzione di qualsivoglia bevanda liquida se non tramite risucchio. Il risucchio doveva essere tanto abbondante quanto il gradimento per la bevanda stessa. Così per un bicchiere d’acqua bastava un risucchio semplice e deciso mentre per il Moscato Dolce si imponeva un risucchio forte e continuato. Noi abituee della Corrida di Corrado, il capodanno lo festeggiavamo verso le 22, con l’inesorabile caduta della nonna in un sonno profondo esattamente sopra il telecomando. Ero così forzato alla visione ininterrotta del capodanno Rai. Non ho indagato ma credo siano previsti dei rimborsi per questo genere di violenze domestiche. Solo allo scoppio dei primi botti per strada un sussulto della nonna mi permetteva di rapinare il telecomando, ma ormai era troppo tardi. Il sonno aveva la meglio. Erano gli anni in cui ero troppo grande per stare buono e zitto in un passeggino al seguito dei miei genitori e troppo piccolo per stare con le mie sorelle, alquanto impegnate nel capodanno anni 80, quello in cui bisognava presentarsi con pettinature e abiti ridicoli e dire cose come "sfitinzia e galletto". La vita ricominciava alla mattina del primo gennaio, con l’autobus che faceva il giro veloce della circonvallazione, solcando la Milano deserta post bagordi. Non c’era bisogno di una via per Craxi perchè c’era direttamente Craxi e Berlusconi non aveva ancora scoperto la chirurgia estetica e quindi sembrava più vecchio di oggi. In compenso c’era una diffusa e infondata idea di benessere e ricchezza, per cui ci si poteva fermare a fare colazione con le paste calde. Io, mia nonna e gli ultimi reduci del festeggiamento. Un corteo di rutti alcoolici salutava il nostro ingresso in pasticceria. Il resto del viaggio lo passavo a togliere lo zucchero a velo dal vestito della nonna stando attento a non intaccare il duro strato di cipria che rendeva il petto lucido e uniforme. Erano gli anni in cui al 31 dicembre chiudevi i conti con il tuo anno e al primo gennaio riaprivi bottega sereno e felice. Crescendo riesci a farti un’idea più dettagliata sia del diabete sia della vita e non trovi più problemi che scompaiono con i botti. Adesso sei tu quello in coda in pasticceria, con l’alito demolitore e l’occhio talmente pesante da sfiorare il ginocchio. Durante le vacanze di natale non hai i compiti, ma tendi a trovarteli in ogni caso. Cerchi disperatamente di mettere ordine, fuori e dentro, con il risultato di buttare fuori tutto quello che hai dentro.
Oggi ho messo a posto la libreria, senza fare sostanzialmente nulla se non spostare Carver vicino a Buckowsky, allungare il posto per Pennac, trovare uno spazio per la Vargas e per Sedaris e perdermi nei ricordi. Ogni libro ha la sua storia su carta e la sua storia intorno. Quello che succedeva intorno al libro lo sappiamo solo io e il libro. Per questo ammiccavo a Neruda, che era lì quella notte di fuoco passata a tentare di fare l’amore ovunque. E poi ridevo davanti a Seneca, usato come posacenere durante un tentato abuso di ogni cosa fumabile al mondo. Osservando le storie intorno ai miei libri mi sono trovato felice di avere ancora un sacco di spazio per altri libri e altre storie intorno.
Come tutti gli anni pari, anche questo 2010 servirà a rimediare i grandi danni dell’anno dispari che lo ha preceduto e come il saggio Checcuzzo ha scritto: peggio del 2009 non si può quindi sarà un buon 2010.