update

Uno prepara tutto. Il bollitore, la grossa tazza rossa, due cucchiai di Nescafe, mezzo di zucchero, tabacco, cartine e filtrino. Fuori il silenzio ozioso, il freddo, il vuoto della tangeziale orfana dei suoi aficionados. Stende lentamente il Corrierone sul tavolo, inspira e si prepara al relax. L’occhio corre dal titolone fino agli occhielli, editoriale, centro pagina e poi cade, inesorabilmente, sul box di Alberoni. E lì tutto finisce. La poesia della lettura del quotidiano, secoli di tradizione. La magia della carta stampata e il suo fascino, il silenzio concentrato della lettura. Tutto finisce drammaticamente, come un’onda contro gli scogli. Scogli della banalità, dell’ovvietà, della sconcertante inutilità degli scritti di Alberoni. Riempitelo con della pubblicità, metteteci delle figure, risparmiate carta, lasciate perdere. Invece no, puntuale come l’influenza di natale, arriva il pensiero di Alberoni. Ci si lamenta dei blog pieni di nulla, si critica la televisione stupida, si combatte contro l’infernale voracità di internet, e nessuno prova a cancellare quello che un uomo, nel pieno delle sue facoltà, scrive impunemente sul quotidiano nazionale. Roba da sabotare il Corriere del Lunedì. Tutto va a monte, il caffè sa di bruciato, la sigaretta da nausea, e Milano sembra molto più triste. Alberoni scrive, da anni, l’ovvio pensiero di un bambino, lo scontato ragionare dell’uomo medio, il triste ragionamento sul nulla. E’ nichilismo al quadrato, sia sintomo che patologia. Allora ti metti a pensare, e provi a trovare delle soluzioni. Magari fare un edizione con il box di Alberoni (due copie, una per lui e una per archivio), e l’edizione normale senza, con un ritratto, con una vignetta, con uno spazio bianco. La dieta intellettuale a cui siamo costretti, che vuole l’anoressia del pensiero, ha il suo culmine proteico in quelle frasi, in quella punteggiatura infantile, in quel soffermarsi sulle ovvietà del quotidiano, sullo scontato del vivere. Giusto ieri rinnegava le epoche barbare per osannare i giorni nostri. I pensieri di Alberoni sono come flatulenze; tutti ne fanno, ma tutti nascondono, ne farebbero a meno, se non fosse un segnale di funzionamento delle più basse viscere. Passi per i libri, che devi andare in libreria e sentire il bisogno di comprare. Libera scelta in libero stato. Ma diventa difficile da tollerare sul quotidiano, in prima pagina. Bah.

 

pink punk penk

A margine, riflettevo sul peso specifico della mia borsa. Una borsa, tutto sommato, davvero brutta, sciatta e banale. Niente a che vedere con la mia adorata brown bag di finta pelle. Questa mattina l’ho appoggiata sul sedile del passeggero ed è suonato l’allarme delle cinture. Io e la mia borsa sciatta eravamo le uniche due cose in movimento in tutta via Moscova, e mentre mi si gelavano le dita, cercavo un bar aperto per prendere tre cose: un caffè, un po’ di caldo e tempo. Giusto ieri sera, insieme al brillante Bettony, stilavamo una breve classifica delle cose più rilassanti per un uomo. O perlomeno per un uomo che ci assomigli molto. E se al primo posto resta indiscussa la lettura del Corriere, in un bar sul mare, in pieno agosto, all’ombra, con caffè e sigaretta, sulle posizioni da podio c’è stato scontro tra l’evergreen Sauna+Bagnoturco e una salutare e rilassante nuotata in piscina. A seguire i classici di sempre: passeggiata in centro, processione a giri bassi in moto, bagno refrigerante in acqua fredda. Deciso tocco di classe di Bettony, che proponeva anche la limetta per le unghie. Anche la lettura di un libro sul divano, con vino e sigarette a portata di braccio, o perchè no, una buona partita a FIFA (2001,2002,2004,2008) con nipotame tech addicted. Anche scrivere mi rilassa. Sono i posti in cui scrivo che mi mettono agitazione.

Mi rilassa molto fantasticare su questo centro città svuotato dei suoi inquilini. Senza il becero incedere dei suv materni e il borbottio telematico dei blackberry paterni sembra quasi un posto amichevole. Come sarebbe bello se con ardore rivoluzionario il Gino Cerutti e i suoi simili armassero i caselli delle autostrade, impedendo il rientro in città dell’orda radical chic.

Però in effetti è stupido cercare di combattere il male tagliando le foglie e lasciando che la radice cresca indisturbata. Mi accontento di un giro nel freddo, tra qualche filippino con cane e qualche sopravvissuto alla sindrome di Cortina, che coraggiosamente resiste nonostante la macelleria bio sia chiusa e i fratelli La Bufala di Via Palermo siano in ferie. Moriranno di fame, ma senza abbandonare il fronte.

 

USB n7

Vigilia di natale, sole di mezzogiorno. Inverno. Rumore di fondo, molta umanità operosa e indaffarata. Lievi postumi della serata, estenuante turn over di calcio balilla al Den, una partita una birra. Polsi doloranti, strisciante mal di testa. Pezzi di conversazione lasciati all’ombra di un parcheggio. Coda per entrare, coda per mangiare, coda per uscire. Coda. Sotto il sole d’inverno. Ero sicuro di aver salvato tutto sulla mia fedele penna USB. La penna numero sette, quella dove mettere tutto quello che si è scritto. Nella tasca destra, sempre, l’accendino e la penna USB. Quella numero sette, nera lucida, 8 Gb, design moderno. L’accendino Bic arancione è al suo posto, ci metto pochissimo ad accorgermi di essere uscito senza accendino. Difficilmente presto l’accendino. Accendere? Senza problemi, ma lo tengo io in mano. Paranoia da fumatore. Ordino un petto di pollo alla Bolognese. Estrogeni e proteine. Una naturale, temperatura ambiente e un contorno. Mi siedo in un angolo, verso le finestre, con questa strana luce che entra. Fuori si vede la statale, le case, la in fondo le montagne con la neve. Lo stesso panorama di sempre. Comincio a pensare che sia finto. Apro il computer. Ci mette sempre di più. Con la mano che scava nella tasca, cerco la mia fedele penna numero sette. Nera lucida. Compatta. Accendino trovato, c’è anche uno scontrino. Niente penna numero sette. Di colpo non mi va più il pollo. Ho bisogno di fumare, mentre cerco la mia penna numero sette dentro la giacca, nelle altre tasche, nella borsa. Trovo la penna numero cinque, grigia, goffa, e piena di roba del lavoro. Trovo la penna numero tre, con tutte le foto, ormai desueta, passata, quasi ridicola. Ho voglia di mandarino, perchè sento l’odore venire da un carrello fermo a un metro da me. Il tipo fuma, guardando le montagne con la neve. Beata illusione. Il carrello è pieno di acqua, vino, coca cola e mandarini. Stanno schiacciati contro l’acqua. Non trovo la penna numero sette. Vedo la mia immagine riflessa nella porta a vetri. Mi sto stempiando sempre di più e ho una faccia da straccio. Postumi da calcio balilla. Sono ufficialmente nel panico. Procedo verso la macchina. Cerco sotto, sopra, dietro, dentro. Niente penna numero sette.

Nella penna numero sette c’erano una decina di racconti. Forse solo uno appena passabile, il resto inutile. Una ordinata cartella di documenti di word. Ma la penna numero sette è nel paradiso delle penne perse. Magari chi l’ha trovata ha letto e apprezzato. Magari è finita dentro a un tombino. La mia penna numero sette conteneva un racconto in particolare, di una semplicità spiazzante, lineare, piacevole. Lo stavo finendo. Mancava giusto giusto la svolta, il tono e una controllata ortografica. Niente da fare.

Addio penna numero sette. Verrai, per scaramanzia, sostituita dalla penna numero otto, numero assai caro alla cultura giapponese.

Io ci sarò. Spero tu non possa venire

In una posizione molto vicina a quella di un babbuino seduto, con la pancia sporgente, le braccia abbandonate, le gambe piegate e la testa abbassata, con il grugno. Mi sono ritrovato a guardarmi le palle, con il mondo intorno che scorreva fluido e i miei occhi a fissare un punto indefinito oltre la zip dei pantaloni. I pensieri sono le nuvole della mente, portano pioggia o lasciano passare il sole. In sottofondo la televisione in soggiorno, un sottile, sospeso, filo di minchiate. Speravo questo Natale non mi cogliesse di sorpresa, speravo di non arrivare all’ultimo, speravo in un innato senso dell’organizzazione che non ho mai avuto. Il Natale mi ha preso alle spalle, mi soffoca con i manifesti, con i sorrisi ebeti, con le code, con la gente felice a priori, con gli auguri, come ogni anno. E vorrei non dimenticare tutte le persone a cui vorrei scrivere. Le parole mi vengono proprio quando nel letto, dopo aver spento la luce, valuto la possibilità di rialzarmi per mettermi a scrivere. Vince il letto, vincerà sempre, non per pigrizia ma per la sfiducia nei miei pensieri pre onirici. Vorrei ringraziare, questo è il mio senso di Natale, molte persone. Chi mi ha fatto del bene, con la preghiera di continuare a farlo, chi mi ha fatto del male, che alla fine se non uccide fortifica. Pianifico un assalto frontale a un centro commerciale qualsiasi, quattro ore di fuoco, missione impossibile, carta di credito bollente, per chiudere la pratica. Intanto faccio la lista delle cose che non vorrei trovare nel 2009. Delle persone che vorrei lasciare lontane, di quelle che vorrei più vicine. E mi ritrovo a pensare, seduto come un babbuino. Tra le cose che mi piacerebbe non trovare nel mio 2009 primeggiano persone e modi di essere. Vorrei non trovare, anche se auguro proficue esistenze (lontane dalla mia): Licalzi, Ammanniti, Biondi, la Ventura, il mio portinaio, Moccia, tre quarti dei presentatori di All Music, Enrico Papi, ma anche buona parte dei personaggi che il mostro catodico sforna, il nostro Premier e i suoi adorabili sgherri; il suo omologo brutto, Walter, e la generazione di perdenti che non molla nemmeno davanti alla disfatta. Vorrei evitare di incontrare sul mio cammino: gli intenditori di vino rosso, che la birra gonfia e i cocktail fanno male; i seguaci delle religioni orientali e il loro pedessente senso di finta tranquillità; quattro quinti della mia generazione che affolla locali alla moda per feste revival e compleanni malinconici, che non abbiamo più il fisico; i lettori di Libero, ma anche la sua redazione; gli ossessivi dello status di Facebook e le loro tastiere roventi; i finti intenditori di sigari e i motociclisti della domenica; i lettori da Esselunga; i proprietari di cani che credono di aver avuto un figlio, ma cazzo è sempre un cane; le finte soddisfatte single e il loro pericolante sistema nervoso; i professionisti dell’ascolto, e il vuoto che si lasciano dietro; le ragazze con poco gusto nello scegliere le scarpe; i possessori di iPhone; gli annunciatori di catastrofi; i vitelloni quarantenni le vacche quarantenni, forse tutti i quarantenni; gli sms; i libri con la copertina rigida; le riunioni di condominio; i parcheggi a lisca di pesce; i ristoranti giapponesi ma anche i giapponesi ristoratori…

E il bello è che più vado avanti con la lista più mi rendo conto che mi devo stare parecchio sulle palle… 

(to be continued, maybe)

Mal Comune Mezzo Gaucho

Il progetto iniziale era semplice. Di una semplicità sconfortante. Si trattava di alzarsi, fare colazione, vestirsi, fumare una sigaretta, prendere i documenti e andare in Comune. E la cosa affascinate è che il tutto poteva essere fatto in ordine sparso. Andare in Comune, alzarsi, fare colazione nudi, fumare, vestirsi in Comune. Nella nostra banalità, io e la Signora abbiamo deciso di seguire l’ordine delle cose, confidando che il tutto potesse occupare un’ora delle nostre vite. E ci siamo alzati. E ci siamo vestiti, abbiamo fatto colazione con i biscotti low cost che adoro comprare ultimamente; quelli, per intenderci, che non hanno mai visto la farina, ma che hanno dentro un sacco di  nitrati, solfiti e additivi. Abbiamo fumato la nostra prima sigaretta, quella che ti ricorda tutte le mattine quanto sia piacevole avere un vizio mortale, guidando verso il Comune. La sede più vicina del Comune sta a venti centimetri dalla tangenziale, in pieno Bronx. E’ un palazzo disegnato da un architetto russo ubriaco, uno di quei posti che poteva solo diventare una sede del Comune. Davanti ha un piccolo lembo di terra a cui è stata inflitta la tortura di diventare parco giochi per bambini. Un delizioso parco giochi davanti alla tangenziale. Ho chiesto, in una di queste sere, alla Signora di accertarsi sull’apertura del Comune anche di sabato. Figurarsi se a Milano, la capitale della civiltà italica, gli uffici del Comune possono rimanere chiusi di sabato. Difatti, proprio sulle porte a vetri dove campeggiava un immenso logo del Comune è stata attaccata una scritta gigantesca, sproporzionata rispetto al resto, che dice lapidariamente: Sabato Chiuso. Identifico l’unica forma di vita in tutto l’isolato, un edicolante che ha comprato un edicola proprio dentro la tangenziale, ai confini con il Bronx, e che se ne sta rintanato nel suo metro quadro di imprenditorialità ad aspettare che la vita termini. Egli mi induce a pensare che tutti gli uffici del Comune siano chiusi di sabato, a parte forse, probabilmente, magari, la Sede Centrale. Essa è riposta in una teca d’oro lasciata proprio dal primo sindaco ai confini del Duomo, e in seguito benedetta da Sant Ambrogio in persona. Al suo interno sono conservate delle reliquie di tutti i sindaci che hanno illuminato la nostra grande città. Un libretto degli assegni falso per ricordare Pillitteri, un fucile a baionetta per ricordare Formentini, un paio di mutande da trans per Albertini e il vuoto assoluto, in un barattolo, per la Moratti. E’ stato dimostrato che nemmeno un talebano fortemente deciso a farsi saltare in aria sul sagrato del Duomo sarebbe disposto a raggiungere il centro con la pioggia, due sabati prima di natale, alle dieci di mattina. Ma niente può fermarci nel nostro intento. Il Comune ha nella sua sede centrale la perfetta raffigurazione dell’efficienza e dell’operosità milanese. Un grande palazzo che internamente ricorda vagamente il castello di Harry Potter, con molte stanze illuminate, operosi impiegati che si affrettano e un indecifrabile numero di macchinette per il numerino. L’invenzione dei macellai di provincia per evitare le risse davanti al cappone, ora strumenti indispensabile in ogni posto civile. Prendi il numerino, constati la distanza epocale con quello servito, ti abbandoni su una sedia e lasci che la vita scorra. Ma è sabato, mattina, prima di natale. Solo qualche stronzo, molti indiani e un esercito di filippini, potrebbe aver voglia di starsene in Comune a fare code. Raggiungiamo facilmente uno sportello gigantesco, con seduta dentro la fotocopia sbiadita della gloriosissima Buttiglione. Spieghiamo le nostre necessità, e mentre parliamo vedo nei suoi occhi patinati tutta la gioia di vivere di questo lavoro. Fa passare dalla fessura un pacchettino di moduli e ci sorride dicendo: "Sabato, in via sperimentale, il servizio non è attivo". E ci ritroviamo, delusi, sotto la pioggia battente, con un plico di documenti tra le mani, a pensare a cosa cazzo possa voler dire "Sabato, in via sperimentale, il servizio non è attivo".  Non ci resta che godere della piacevole compagnia degli altri trecentoquarantamila milanesi che si spintonano tra le corsie dell’Esselunga di Via Rubattino, il vero rito laico del sabato. Che non chiude mai, nemmeno in via sperimentale.

Lemon Juice

Ho perso la mia innocenza di lettore con Kundera, seduto sul parquet della mia camera, in un novembre di più di dieci anni fa. Baricco e Pennac stavano a guardare dalla libreria, mia madre si stava spegnendo, il freddo stringeva la città e ascoltavo De Gregori. Ho perso la mia innocenza di lavoratore nel momento in cui ho capito quanto i soldi potessero cambiare le persone. Andavo in giro con una grossa borsa da venditore, di finta pelle, con pantaloni improbabili e cravatte difficili da digerire. Ho perso la mia innocenza di elettore quando ho lasciato cadere una scheda bianca dentro l’urna del seggio 158, guardando impassibile verso le liste elettorali appese contro la lavagna. Ho perso la mia innocenza musicale urlando a un concerto dei No Use For a Name, a Bologna in una delle più belle giornate che il 2001 abbia lasciato. Ho perso tante volte l’innocenza di chi è stato educato al bene assoluto, chi ha imparato a pensare prima di agire e spesso si è trovato a guardare gli altri che agivano senza pensare. Ho perso la fiducia nella mia generazione a Genova, vicino a un ponte, quando ho visto sangue, polvere, quando ho respirato la paura, quando ho mangiato violenza vomitata da ragazzi della mia età. Ho perso la mia innocenza di innamorato quando ho tradito, senza pensarci troppo.

Oggi, seduto davanti al pc, ho una casa di proprietà. Ho una moto, una moglie, scrivo per pigrizia, lavoro per viaggiare e viaggio per lavoro. Fumo, come ho sempre fatto, e questo prima o poi mi costerà. Bevo meno, bevo forse meglio. Leggo, forse meno di prima, forse meglio di prima. Faccio sempre foto a posti, persone, animali e cose. Guardo Milano con occhi meno innocenti. Vado al mare appena posso. E rimango sempre a guardare gli aerei in cielo e i punti infiniti sopra il mare, appena sotto il cielo.

Scrivo poco sul mio blog, ancora meno sui miei quaderni, ma tengo in testa intere pagine, idee perfette, soluzioni geniali, racconti superlativi.

Stiamo tornando, ma costerà caro