Mi descriva brevemente cosa intende per team working

Ogni fase della vita ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. Quando ero piccolo, ad esempio, non ho mai avuto la colite nervosa o non sono mai crollato stanco morto sul letto sicuro dell’infarto, pero’ avevo i miei bei problemi nel gestire il mio tempo tra i Lego e la piscina. Ho risolto portando i Lego in piscina, perdendoli negli spogliatoi dopo due volte, e morendo di dolore fino al primo Exogino pervenuto in casa e fatto trovare come premio dopo una bel voto. Allora ho compreso l’importanza della scuola e ho sempre cercato di prendere bei voti per avere in cambio exogini di tutti i colori. Avevo gia’ intuito, grazie ad Alberto, un secchione con i riccioli neri e i golfini in pendant con le calze, che si poteva ovviare il tutto grazie all’opzione  "padre molto ricco", ma non era nella lista degli optional di cui ero dotato. Quando mi sono stufato degli exogini, ho desiderato intensamente una ragazza mora e con il seno molto grosso, e per quasi due mesi ho studiato anche matematica, portando a casa pagelle di tutto rispetto. Ma nessuno mi regalava questa ragazza mora. Anche in questo caso l’opzione "padre molto ricco" o anche "motorino nuovo fiammante" mi sarebbero state d’aiuto, ma il mio optional di punta era "stempiatura precoce con naso enorme" (optional molto apprezzato nel mondo gay). E fu la fase della vita dove, come tutti, iniziai a bere birra e a fumare dandomi un tono (talvolta facendo uscire il fumo dal naso, operazione monumentale, nel mio caso). Avuta la prima mora con il seno molto grosso, ho compreso che la vera felicita’ e’ una ricetta molto complessa e dagli ingredienti ben bilanciati. Roba da chef dell’umano, mica cazzi. Ho creduto, per un certo periodo, che il vile danaro, l’insieme di banconote che mi venivano consegnate alla fine di ogni mese, fosse l’ingrediente principale, scoprendo solo dopo l’attenta lettura delle mimiche facciali dei grandi uomini di successo che e’ l’amalgama dell’impasto ma non il suo fulcro. Fu cosi’ che ebbi chiaro che ne un seno molto grosso ne molte banconote sarebbero state sufficienti per definirsi felice. Anche perche’, nel mio specifico caso, il seno molto grosso e la sua proprietaria divoravano buona parte del denaro che ricevevo, annullandosi a vicenda. Pregai allora intensamente Dio per ricevere l’opzione "padre molto ricco" anche con un po’ di ritardo, ma cio’ non accadde. A oggi lavoro molto intensamente su questa ricetta, bilanciando gli ingredienti e cercando di dare sapore al tutto. La mia " Spianata di Felicita’ al Rhum con Menta" sembrerebbe quasi pronta. Come per ogni grande cambiamento, anche in questo periodo faccio del mio meglio per tenere tutti gli ingredienti, anche aggiungendone di nuovi. Alla preghiera per un "padre molto ricco" ho sostituito quella per un "padre ancora in salute" e ho imparato a usare il mio naso in molti campi della vita. Uso il denaro come se ne avessi sempre troppo, e lo conservo come se non fosse mai abbastanza. Ho sposato una rossa, pero’ era mora originale. Ho creduto nelle aziende, poi ho smesso, adesso sono le aziende che credono in me. Per questa ragione, ogni due mesi, ho coliti ipocondriache e fenomeni passeggeri che classifico come "cancri notturni". Eppure so, consapevolezza dell’ignorante, che sono solo all’inizio e che la mia ricetta avra’ continue evoluzioni. Eppure, oggi pomeriggio quasi dieci minuti fa, mi sono reso conto che un piccolo ingrediente, importante come l’angostura per un buon cuba, manca da quando ho cambiato lavoro. Sono i colloqui con le agenzie, gli head hunters e i vari HR. Che principalmente hanno lo scopo di capire che il diametro del barile e’ un concetto molto relativo, ma il fondo e’ fin troppo chiaro. Domani rispondo a qualche annuncio, mi mancano le loro occhiaie, il loro aziendalismo e i loro profili psicologici, assestment e altre cazzate dalle quali esce, solitamente, l’esatto opposto di quello che sono (meno male).

 

Partita Iva rimane solo Carla

Una delle mie colleghe ha la passione dei gatti. Ci sono gatti ovunque, sulla scrivania, di plastica tossica cinese, sul desktop, sul calendario, sulla mensola alle sue spalle. Prevalentemente siamesi, bianchi, con l’occhio sornione e il pelo lucido. E’ una cosa orrenda, come le faccine e i puntini con cui riempie le mail. Mangio prevalentemente insalatone dell’Autogrill, con due panini e una bottiglia di Panna, che costa come un litro di gasolio, ma inquina di meno. Dopo mangiato fumo sulla piazzola, davanti alla macchina. Una volta piove che sembra debba farlo tutto subito. Un’altra c’e’ il sole, quello malato che c’e’ solo in Triveneto, con la cappa di caldo e scarico di macchina e sul fondo della strada la Fata Morgana che dilata le distanze. Poi risalgo in macchina e riparto. Faccio il pieno tutti i giorni, ho gia’ vinto una ricarica telefonica, potrei procedere a gonfie vele verso la telecamera ultracompatta con solo 250 bollini e 129 euro, che la telecamera da sola ne costa 130. Grazie ai Tutor non supero mai i 130 e guardo con invidia le grosse station che sfrecciano a cento ottanta, cercando di capire il trucco. Faccio in modo di non perdermi nemmeno una coda, e pazientemente sfondo la rotellina del Blackberry in cerca di mail a cui rispondere. Ascolto Radio Deejay, tutto il palinsesto, ad eccezion fatta per Platinette e Fabio Volo, che sostituisco con grandi perle d’annata. Ho il vestito estivo, grigio scuro, tutto stropicciato sotto le cosce, vero segno distintivo dei cavalli da strada o, american, degli uomini sul field. Quando scendo la sera sento formicolare i piedi, e friggere dentro al cofano. Ho montato le barre sul tetto, mi basta guardarle per pensare che manca poco al mare, alla tavola e alla muta. Ho cenato in due regioni diverse in due giorni, ma non erano le stesse dove ho pranzato. Ho passato l’Appennino cinque volte, e ho letto tutti i numeri di cellulare che c’erano scritti nei cessi dell’Autogrill. Un silezioso esercito di ricchioni, armati di GSM, che abbandona il romanticismo e fa del grande marketing conciso e diretto: dimensioni dell’organo, pratica preferita, numero di telefono (talvolta con prefisso internazionale). I più giovani ci infilano anche l’età’, tra la pratica preferita e il telefono. Lascio sempre venti centesimi nel cestino all’uscita dei cessi, la mancia per aver prelevato dalle maniglie un po’ di batteri. Dormo appena posso, ovunque, in ogni situazione. Ma poi, quando sto per più di due ore in ufficio, e faccio la coda per la macchinetta del caffè, e ascolto i discorsi su Silvio e Alitalia, e mangio la pizza di gomma dell’unico bar nel raggio di due kilometri, fumo schierato davanti alle finestre a specchio insieme a tutti gli altri, che sembriamo davanti al plotone di esecuzione, poi dopo che vedo i gatti comparire ovunque in ufficio, sento forte il bisogno di tornare sull’autostrada, e fare la coda, e mangiare le insalatone, e dormire in macchina. Brinderò a voi, fratelli, da quel dei Ronchi, dove per qualche giorno pregherò per la mareggiata e spererò nel sole. Obbiettivi a breve termine, d’accordo, ma più che sufficienti. E poi in spiaggia di gatti non se ne vedono.

I molti modi di dare forfet

Tra le eventualità della mia prolungata assenza ci sono: un rapimento da parte di un gruppo di guerriglieri per l’indipendenza di Lambrate, che mi tengono prigioniero sotto un tombino della Esso di via Rombon. Insieme a me siedono nel tugurio due commessi del Mediaword di Rubattino e un mulettista dell’Esselunga. Verremo liberati solo quando il gruppo, che tratta direttamente con Borghezio e la Moratti, avrà ciò che chiede. Oppure, ho fatto la campagna elettorale come ufficio stampa, nell’entourage di Silvio, scrivendo in parte i testi di “Meno male che Silvio c’e’”, canzone peraltro molto piu’ gradevole di tutta la produzione di D’Alessio. Ad avvalorare quest’ultima ipotesi ci sono un paio di servizi del Tg4 dove si vede un giovine di belle speranze che mi assomiglia molto, tra i finti giovani che stanno sempre dietro a Silvio e che fanno tanto rumore appena si accendono le telecamere. Altra ipotesi, piu’ fantasiosa ma sempre possibile, e’ che io sia completamente assorbito dagli incalzanti ritmi di una nuova multinazionale, dove ad una scrivania senza nessuna pretesa si e’ aggiunto un pc con la tastiera UK, senza accenti e con tutti i tasti spostati, con il quale scrivere una mail di tre righe e’ impresa assai ardua e che richiede almeno quaranta minuti netti. Ad avvalorare questa tesi ci sono numerosi avvistamenti nei ristopizza della provincia e nelle piazzuole Autogrill, anche se a oggi non si possiedono maggiori dati. Mentre gli inquirenti passano al vaglio tutte le ipotesi, io vi suggerisco, come consolidata tradizione di questo posto, un’ottima lettura: Cunnilingusville di Augusten Burroughs. Senza il tempo di fare una adeguata recensione, ma appena uscito dal tunnel dell’ultimo Pennac, che strombazza su Pennac ricordando Pennac e parlando di Pennac, e dall’ottimo Fanculopensiero, mi sono preso davvero una boccata d’aria.
Se mi avvistate, avvisate la polizia o anche Silvio, che mi voleva ministro.

Elegia del nullafacente

Sono davanti alla pagina bianca di Word. Ci sto bene, devo dire. Non tocco nulla, guardo il cursore lampeggiare e mi accendo una sigaretta. Poi cambio il carattere, che partire in Arial è già una pessima premessa. Anche dodici mi sembra esagerato. Meglio un più ottimistico dieci, che le pagine si riempiono più lentamente. Volge al termine la mia settimana da disoccupato, o da mantenuto, in quanto la Signora Pistecchi procede operosa nel portare a casa flussi finanziari sufficienti a mantenere gli alti standard di vita che includono doppio caffè d’orzo, Corriere & Repubblica, focaccia e tabacco. Apro iTunes, con la calma dei saggi ci infilo Mad Caddies, RHCP, Darkness e Counting Crows. Guardo fuori, il nulla assoluto del secondo tempo di un pomeriggio di aprile. In una settimana di disoccupazione ho reso felice un dentista, ho staccato trentanove numerini per altrettante code, ho messo la terra nella menta, con una spruzzata di insetticida che sul nostro balcone sembra di essere in una puntata di Passaggio a Nord Ovest. Alle cimici si sono aggiunti i bruchi, che diventeranno anche farfalle, ma da bruchi sono bruttini. E poi mi mangiano la menta. Toccami tutto, ma non la menta. Le nonnine suscettibili ai piani bassi borbottano sui miei costumi domestici, come quello di scopare sul balcone avendo cura di lanciare tutto lo sporco giù verso i box. Scaramucce domestiche alle quali rispondo con cordiali "fottiti nonnina" oppure con un sempreverde "ma fatti gli stracazzi tuoi". Toh, decolla un Lufthansa. Pensa che poco fa è partito un British. Ma quanto movimento! E chissà dove andranno! Insomma, il cursore lampeggia fisso. Nemmeno una lettera. Foglio bianco, come alla maturità. E’ che ho tutto in testa. Saldamente in testa. Troppo in testa. Mi pregusto una coppia di meritatissimi cuba, con due gocce d’angostura. In cinque giorni ho scritto sedici pagine, ho stracciato sedici pagine, ho buttato sedici pagine. E ci brinderò sopra. Da lunedì si riparte, nella Gioviale Multinazionale, o forse nella Rampante Multinazionale. Forse sarò in grado di scrivere di nuovo solo di fronte ad alienata gente che conduce mediocri esistenze. Preparo una cravatta accogliente, che i nuovi colleghi si trovino a loro agio, lucido le scarpe nere, cosa che farei in continuazione tanta è la soddisfazione che mi da. Poi torno al pc. Sempre questo cazzo di cursore che lampeggia. E un Alitalia che decolla, una rarità si direbbe di questi giorni. Poi, lunedì sera, mentalmente devastato, sprofondando sul divano, senza nemmeno la forza di avvicinarmi alla tastiera, sognerò di avere un pomeriggio tutto per scrivere. Beh, meno male che siamo a venerdì. Avere tempo mi iniziava a logorare.

La critica discordante sull’Expo

Faccio la coda alla posta, insieme ai miei amici over settanta. Vado all’Esselunga a orari impensabili, scoprendo addirittura l’esistenza di un piano superiore, solitamente non raggiungibile causa ressa di ansiose madri carrellate. Poi compro il giornale, che sono uno che si tiene informato. Vado fino alla tintoria di via Bergamo, che è molto meglio delle vetrine di Amsterdam, dato che il vecchio proprietario assume solo dalla quarta in su e le accaldate stiratrici posano plastiche in vetrina mentre stirano svogliate le camicie azzurre. Poi mi siedo sulle panchine di Viale Lazio, sfoglio il giornale, sbocconcello un pezzo di focaccia, cerco di tenermi sveglio. Per il primo caffè del pomeriggio prediligo la bocciofila di via Dei Fontanili, cosicchè per la sigaretta posso tranquillamente passeggiare nel quartierone nuovo di zecca che hanno infilato tra i Magazzini Generali e il nulla di via Ripamonti. Seguo l’andamento di diverse partite di scopa, il lusso dello spettatore. Raramente supero le quattro parole all’ora, e generalmente è per comprare tabacco o focaccia. Ho alcune scadenze mondane, la dichiarazione dei redditi, il dentista ansioso di scavare dentro le mie ossa, la banca che non ha sportelli che è tanto figa finchè non hai bisogno di uno sportello, l’assicurazione fatta, chiusa, riaperta, richiusa. Ma si sa, non può essere tutto perfetto. Leggo un libro aziendalista, per tenermi in forma, per non tagliare il filo rosso che mi ricollegherà al mondo. Leggo Pennac, più per lui che per me, e poi leggo Cristan Maksim. Ottimo incipit, grande titolo, bella foto, speriamo in bene. Ah, cammino piano, come quelli con il catetere. Non so di preciso perchè, ma mi fa stare decisamente meglio. In moto non metto mai la terza, e mi guardo bene dal superare le macchine. Faccio la coda anche dal panettiere, senza sgomitare. Faccio passare avanti i nonni in edicola, al bar aspetto che si liberi il banco. Perchè in questi giorni sono l’uomo più ricco del mondo. E posso fare quello che voglio. L’uomo più ricco del mondo può fare sempre quello che vuole. E io lo faccio. Perchè la mia ricchezza, a tempo determinato, è il mio tempo. Tutto il tempo di una giornata.

PS: si, è vero, leggo la mail a giorni alterni, però le leggo tutte. Poi mi forzo di rispondere, ma non ci riesco. Ma prometto che lo farò