Ho vinto qualche cosa?

Il penultimo premio che ho vinto nella mia vita è stato Salomone, un pesce rosso malato, portato fieramente a casa nella trucida busta di plastica trasparente. Avevo dodici anni, si e no, Salomome meno di un mese. La gatta, che sembra non centrare ma è la protagonista, quattro e mezzo. Salomone fu posto in una grande palla di vetro, con sassolini e alga di plastica. Lo salutavo prima di andare a scuola e poi appena tornavo. Per lasciarlo alla mia altezza, mia madre lo aveva messo sul mobiletto del bagno. Così per stare con Salomone passavo ore in bagno. I pesci mi piacciono, dicevo. I pesci sono anche meglio degli uomini, dicevo. A dodici anni dicevo, insomma, cose più intelligenti di quelle che dico adesso. Poi un giorno la gatta si è mangiata Salomone, lasciando evidenti tracce sul pavimento della cucina e tentando di vomitare per tutta la serata. Mia madre, per consolarmi, le tirò due grandi botte sul culo, ma la mia vendetta fu articolata negli anni. Poi, dopo Salomone, non ho più vinto niente. Alla tombola di natale a casa dello zio mi addormentavo sempre, alla lotteria aziendale, mille biglietti duemila premi, non ho portato a casa nemmeno un centro tavola di pizzo. Alla pesca benefica della parrocchia non partecipavo, perchè c’era il rischio di vincere qualche angosciante cazzata. Al Casinò ho vinto, eccome se ho vinto. Ma ho anche perso, eccome se ho perso. Dopo quella sera a San Sebastian, in cui mi sono giocato tutto il budget delle vacanze sul rosso e sul nero, finendo nei peggiori ostelli di tutta la Galizia per il resto di agosto, per rimettermi in pari ho vinto tanto, ma non a sufficienza. Vinco, giusto per dovere di cronaca, tutti i giochi stupidi del prime time televisivo, qualsiasi cosa si tratti. Sono una specie di Uomo Gatto Onniscente. Eredità, Pacchi, Ruota della Fortuna, Identità, a volte indovino anche i titoli del tg5. Però non vinco un cazzo, quindi non vale. Beh, oggi ho vinto un premio, anzi un award, perchè si parla di roba americana. Mica cazzi. Ecco, a parte i cinque minuti in cui il mio possente Ego si è gonfiato a dismisura, a parte il brindisi presso la Direzione con tanto di complimenti conditi di sana invidia da parte di qualche collega, a parte l’inevitabile peso che graverà sul curriculum e sull’imminente richiesta d’aumento, or ora son qui a chiedermi io che cazzo me ne faccio di un premio americano. Tradotto in pratica si tratta di uno splendido attestato, da ritirare in quel di Dallas. Nemmeno un dollaro, nemmeno un nichelino, e io che sono sempre più pragmatico, mi ritovo a cercare un po’ di spazio sul muro dietro alla scrivania, per appendere l’attestato americano su carta filigrana. Ma la cosa buona è che ho ripensato a Salomone e ai suoi eredi, i nobili pesci che hanno abitato il provvisorio acquario davanti alla mia scrivania, sopravvivendo alle estati senza mangiare e agli inverni con finestra aperta per il fumo. Voglio quivi ricordare gli splendidi Andata e Ritorno, coppia stupefacente e innamoratissima, da cui ho sempre voluto dei figli e forse li ho anche uccisi pulendo l’acquario. Il mitico Erode, splendido esemplare campato quasi sette anni e poi sepolto nel wc con rito abbreviato per evitare il pianto mio e di mio padre. La grande Sabrina, divoratrice di cibo e piante di plastica, impavida e luccicante, trasferita nella fontana del parco della Guastalla  per incomprensioni con Rodolfo, esemplare fragile e sensibile, che mi ha dato tanto e a cui, sembrerebbe, la Tatangelo abbia voluto dedicare la canzone di questo Festival. Mi gonfio della mia vana-gloria, eccedo nel pubblicizzare i miei successi e comunque chiedo di brindare con abbondanza. Io lo farò.

In lovin memory of Salomone, my first redfish killed by an asshole and stupid european cat. I want to commit this Award to Salomone and to every redfish in the world. God bless America.

Il Gatto Mammone On Line

Una delle grandi strategie di sopravvivenza in una Ridente Multinazionale qualsiasi è contare sul numero. E’ scientificamente dimostrato che gli esseri umani, di entrambi i cinque sessi a oggi conosciuti, se agglomerati in gruppi, si comportano più o meno come degli ovini. Più o meno perchè nessun essere umano ha dimostrato la capacità di produrre lana. I gruppi possono essere più o meno numerosi, eterogenei per razza, età e provenienza. La folla, insomma, è un grosso animale impazzito. Quale miglior ambito di una grande, invadente, multicolore, multinazionale? Tra i pallidi corridoi di linoleum, scorrendo le centinaia di porte che si aprono su loculi e sale riunioni, attraverso il dedalo di scale secondarie dove proliferano leggende metropolitane e amori clandestini, in questo contesto urbano decisamente singolare si annida, avvolta dalla routine quotidiana, una piccola folla. Che non può mai dimostrare di essere animale stupido e incotrollabile, perchè saggiamente tenuta in piccole frazioni. In queste piccole frazioni, in questi anonimi gruppetti, in questi sospetti agglomerati di sottoposti è solito insinuarsi il Gatto Mammone, un comunissimo battere che attacca i tessuti più deboli aggrappandosi al lavoro degli altri. Il Gatto Mammone vive alle spalle dei colleghi, partecipa a riunioni, conduce amabili presentazioni, svolge le sue mansioni al minimo, timbrando il cartellino con un’ossessione svizzera e una metodicità anglosassone. Il battere può convivere con il quotidiano e rutilante incedere della Ridente Multinazionale, ed è quindi lasciato proliferare anche perchè tiene lontani virus e agenti patogeni peggori come il Sindacalista Comune e il mortale Agitatore Sesantottino (microbo in estinzione, evolutosi grazie agli OGM in "Operaio Forzista" o anche Silvius Adorantes). Il problema diviene fastidioso quando il Gatto Mammone occupa dei ruoli che prevedono delle azioni rapide. La sua indole, da grasso gatto domestico, non gli permette di predere nessuna decisione se non quella di soffiare quando si sente minacciato. Il mio Gatto Mammone preferito è uno dei nostri IT Manager, gentilmente inviato due volte la settimana in perlustrazione negli uffici. Tra le sue funzioni quotidiane c’è la diretta assistenza per problemi, piccoli o grandi, legati all’uso delle infernali macchine calcolatrici. Adora vestire con camicie aderenti a grandi quadri, come i rappresentanti di saldatori a caldo, e ama molto incedere con passo lento, quasi a sottolineare la sua natura di Gatto Mammone. Come la maggior parte dei tecnici pc, ignora la soluzione ai più comuni problemi che si possono manifestare su una macchina, ma abusando di termini tecnici spesso inventati riesce a prendere tempo, dileguandosi verso un altro ufficio. Può contare su una diffusa ignoranza,e anni di esperienza gli hanno insegnato a distinguere i vari livelli di preparazione. Tempo fa è sparito Power Point dal desktop, forse nascosto dietro la collina di Windows. Ad alcuni ha precisato che "i nani che ci sono dentro il computer sono in sciopero", ad altri ha detto "che un problema di login può spesso causare questi innoqui eventi" ad altri ancora ha sottolineato "che l’effetipi è configurato su un ruuuter che ha un ipi derivato da una sorgente linux che si appropria dei codici del oesse se non sono upscaling". Cronologicamente, c’è stato un periodo in cui credevo nel suo ruolo, e scrivevo accorati appelli perchè mi fosse dato un mouse non satanista (il mio primo mouse era posseduto e andava in giro da solo sullo schermo, senza muoversi sul tavolo, talvolta cliccando su icone e pagine a suo piacimento). Poi ho chiesto una tastiera in cui funzionasse la elle, in agitazione sindacale per via della mia preferenza alla sua vicina, la kappa. Poi, in una anonima sala riunioni californiana, ci fu il black out del piccolo portatile, la cui batteria cinese non ha più superato i sei minuti di attività. Robetta, insomma, per un genio delle reti e dei cablaggi strutturati, la cui partita Iva sopravvive grazie a anni di sapiente e camaleontica vita. Ma oggi, quando aprendo la mia mail ho scoperto di essere Anita Walser e di avere nella mia rubrica Jonas, Jilde, Edwin, Guy e altri settecento sconosciuti, ho sentito forte il bisogno di una risposta, di qualcuno che mi aiutasse, di un agile e giovane promessa dell’accatipislashslash che mi tirasse fuori da questo merdaio. E allora ho scritto al suo Capo, perchè la speranza è l’ultima a morire.

from:anita.walser@ridentemultinazionale.com

to: capotecnico@ridentemultinazionale.com

Gentile Capo,

sono Franz, ma come vedi qualcosa non funziona sul mio picì. Puoi aiutarmi?

from:capotecnico@ridentemultinazionale.com

to:anita.walser@ridentemultinazionale.com

Gentile Anita,

sono grato della richiesta, ma l’ufficio di sua competenza è quello di Dusseldorf, che ci legge in copia.

Complimenti per l’italiano perfetto!

Aspetto con fremito che arrivi la sera, perchè solo il rhum può cancellare certe ferite

Sindrome del Post Acquisto nel Consumatore Instabile (cenni di marketing virale)

Ho mal di denti. Più precisamente ho un sibillino dolore che si irradia da quel grosso molare nero che beatamente ondeggia sull’arcata superiore. E’ una noia mortale. Il mal di denti è la naturale negazione dell’amore. Se, infatti, l’amore ti fa desiderare che il tempo scivoli veloce, che il domani arrivi, che tutto sia travolto dall’incredibile ritmo, il mal di denti ti fa sperare che tutto si fermi, che non ci sia un futuro, che si blocchi il presente. Inoltre, dal punto di vista ipocondriaco, il mal di denti è una noia bestiale. E’ difficile immaginare morbi, effetti collaterali, malattie mortali, davanti alla sconcertante semplicità di un osso avariato. Basta semplicemente chiamare il dentista, quel ricco e saccente omone che da più di un decennio usa bucarti i denti per poi ritapparli con sostanze che, di volta in volta, vengono dichiarate cancerogene. Alle prime potrebbe sembrarti innaturale poter mantenere un uomo che con un minuscolo trapano elettrico ha creato un piccolo impero economico all’ombra del fisco, ma con il passare degli anni capirai che si tratta di uno dei più innoqui modi di vivere. Ho ereditato da generazioni di avi golosi una dentatura che fin dai primi giorni ha manifestato i suoi limiti con carie sui denti da latte, carie sui molari, sui premolari, sui canini, sulle grandi palette che in adolescenza mi avvicinavano molto al concetto di coniglio. All’alba dei trent’anni non ho un pezzo di dente sano e mantengo nella cavità orale un piccolo campionario di sostanze ferrose, titanio, ceramiche di svariate tonalità e banale ferro. Al metal detector in aereoporto suono come un terrorista palestinese e tirandomi un pugno in un punto preciso si può ottenere un La migliore che con un diapason. Pago ogni singola Morositas, sono l’unico che si commuove davanti ai pop corn rivestiti di caramello di Blockbuster, comprendendo fino in fondo le reali potenzialità della sostanza una volta sedimentata. Come tutti i dentisti, anche il mio ha hobbies di lusso e passioni costose, ma rende onore al vero con il suo diciottometri trialbero ancorato a Portofino che si chiama Franz I. Con la rassegnazione del postino che tutti i giorni pedala per le stesse strade, affronto la poltrona di plastica chiudendo meccanicamente gli occhi per ignorare volontariamente i trucidi ferri del mestiere, solleticando l’idea di provare a togliere tutti i denti per chiudere il capitolo una volta per tutte. Il mal di denti è come la primavera, arriva, magari in ritardo, ma arriva. E cancella inesorabilmente la mia visione della vita a medio e lungo termine, imprigionandomi in un presente in cui il termine nervi a fior di pelle è estremamente riduttivo. Mangio cose prevalentemente succhiabili, puree, minestre, zuppe, creme, budini. Sciacquo con colluttori dai sapori immorali, consumo le setole dello spazzolino sul dente incriminato sperando in una miracolosa guarigione, rispondo acido come una zitella in pieno ciclo senza Moment Rosa, guido come un peruviano ubriaco, usando il clacson al posto delle freccie. Se un lato positivo la cosa può averlo è nel tempo rubato al sonno, quell’ora dove solitamente la fase R.e.m. riorganizza i traumi giornalieri, inspessendo la corazza cinica, nella quale ti ritrovi perfettamente sveglio, sadicamente attento, drammaticamente propenso alle benzodiazepine. E leggi. Divorando le pagine nella speranza di arrivare al sonno. Sono i momenti in cui saresti disposto a leggere anche Alberoni, Moccia, Vespa. Proprio mentre pensi a come procurarti un libro di Vespa, la voce della tua coscienza, che nell’ultimo periodo è drasticamente simile a quella di Lucignolo, ti suggerisce di investire il prezioso tempo nella formazione. Con un ragionamento molto lucido, Il Franz Interiore procede dipingendo anni in cui partorirai (indirettamente) figli che erediteranno la tua dentatura, costringendoti a mantenere la seconda generazione di trimarani e catamarani del tuo dentista. Derivi quindi verso letture formative che possano prometterti danaro aggiuntivo. Ma appena procedi con il capitolo "reazioni subcoscienziali al marketing virale" il sonno chiude la discussione.

Come simulare il gusto di una Golia Active Blue senza di fatto ingerirla:

– rivestire la lingua di Mentadent White Explosion.

– bere mezzo bicchiere di Corsodyl Colluttorio, lasciando depositare in fondo alla bocca.

– gorgheggiare come piccioni in amore per 2 minuti, o fino alla sensazione di scioglimento della mascella.

– accendere subito una sigaretta con tabacco roasted, preferibilmente Golden Virginia.

– insipirare.

– ecco ottenuta una Golia Active Blue, senza il pericoloso contributo di batteri e microorganismi.

Dimmelo con un Bacio, oppure stai zitta con un Ferrero Rocher

Quelli che si amano dalle medie, e danno sempre meno peso alla scappatella. Quelli che non si potevano vedere, poi si sono innamorati, e adesso capiscono perfettamente perchè non potevano vedersi. Quelli che hanno fatto tutto di corsa, e adesso sognano la seconda possibilità. Quelli che ci credevano, adesso un po’ meno. Quelle che non vogliono sentir parlare di coppia, e piangono da sole davanti alla tivù, sperando che i trenta siano come i venti. Quelli che adesso non se ne parla, solo roba da una sera, ma di roba da una sera non se ne parla da quattro anni. Quelli che con la station wagon aziendale, l’adesivo Bimbo a Bordo della Chicco, vanno a travestiti prima di tornare a casa. Quelli che girano con il passeggino e lo sguardo da Guantanamo, quelli che si tengono per mano solo il sabato mattina. Quelli che hanno lasciato la passione sotto le canotte sporche nella cesta davanti alla lavatrice, quelli che non sono più capaci di stupirsi, quelli che sono così da sempre adesso non voglio cambiare. Quelli che provano i divani al sabato mattina come se stessero prendendo le misure della cassa da morto. Quelle che certe cose pensavano di farle solo con lui, quelli che vorrebbero fare certe cose con lei, ma poi finisce sempre che è più facile con l’altra. Quelli che non si amano, e sono gli unici a non capirlo. Quelli che sono ingrassati insieme, e non si piacciono più, sempre insieme. Quelli che vorrebbero andare fuori dai coglioni, ovunque basta che sia a due fusi orari da lei, quelle che credevano nel principe azzurro e si sono trovate in casa una fabbrica di calizini puzzolenti e rutti professionali, quelli che da quando hanno preso il divano Svetlankywya non si ricordano più cos’è un orgasmo. Quelli che almeno abbiamo fatto Sky, quelli che sono in un periodaccio per il lavoro, dovresti capirmi, e poi fanno il cinema con la segretaria, quelli che sperano sempre di essere lasciati, che è meglio di lasciare. Quelli che speravano fosse meglio, quelli che mettono paletti, quelli che si barricano dietro le abitudini, quelli che per non perdere di vista gli amici perdono di vista il concetto, quelli che vorrebbero la suocera complice di Olindo e Rosa, quelli che metterebbero volentieri le ganasce a suo fratello, quelli che ora di sabato sperano che arrivi presto lunedì. Quelli che solo adesso sono favorevoli al divorzio, quelli che limonano due volte l’anno, quelli che una soluzione c’è sempre, quelli che lasciarsi è troppo lunga da spiegare, quelli che non parlano nemmeno più, tanto è un demente. Quelli che arrivano a casa e stavano meglio in ufficio, quelli che fanno l’amore pensando all’altro, quelli che mettono dieci volte al giorno la canzone che ascoltano sempre con l’amante, quelli che proviamoci con lo scambismo, quelli che regalano lingerie di due taglie in meno, quelle che sarà, ma un giudice mi darebbe ragione. Quelli che in Motel il portinaio li riconosce e il parroco non si ricorda il nome quando li vede con i figli. Quelle che almeno nei film mi ci ritrovo, quelli che il tempo non fa mai il suo dovere, quelli che possono permettersi di meglio. Quelli che una piccola bugia si perdona a tutti, quelli che…

Ecco San Valentino è per loro.  A chi crede nell’amore non rimane che festeggiare tutto il resto dell’anno. In sordina, che se i Product Manager della Perugina se ne accorgono siamo punto e a capo.

Dedicato a tutti quelli che questa sera, guardando il conto del ristorante, troveranno San Valentino una festa davvero stupida. Anche San Valentino vi trova davvero coglioni.

Serenissima, l’autostrada con la vita intorno

Scendo dalla mia macchina e già mi accorgo dell’errore filosofico che sta a monte. Essa non è mia. Non è di mia proprietà, ma ho un uso locatorio temporaneo, grazie a un patto di sangue della Ridente Multinazionale e della Prestigiosa Società di Noleggio, quella con l’ufficio in aeroporto dove gli inservienti sembra che abbiano preso un portellone di un Boeing sulla testa. Sono tra il torpore tipico del tossico post eroina e lo scazzato da impiegato statale, solo che vestono con bizzarre cravatte che riportano i colori della Prestigiosa Società di Noleggio e sono contornati da locandine e cartonati di neri e asiatici sorridenti ritratti mentre espletano le pratiche per ottenere un uso temporaneo di un veicolo. Immagina di parlare con uno scoglionato con una cravatta gialla e nera mentre alle sue spalle un efebica nera sorridente ti ammicca scendendo dal suo SUV lucido e splendente, gambe mozzafiato e sole splendente sullo sfondo (quanto Photoshop nel mondo, forse troppo). Insomma l’oggetto non è mio, e ci mancherebbe. Non comprerei mai una macchina che ha tutti i pulsanti funzionali identici. Ho bisogno di colori, immagini allusive, pulsanti di dimensioni differenti, rotelline e quant’altro. Mi trovavo molto bene con la mia Panda 750 CL, anche se lì era gioco facile, essendo presente solo una blanda leva per il caldo freddo dell’aria (leva non collegata con alcunché, ma l’effetto placebo era davvero piacevole). Non sono uno di quelli fissati che ascolta il rumore che fa una portiera, maschio anomalo, non ho particolari collegamenti erotico sessuali con le cilindrate e le capote. Funzioni necessarie per il mio autoveicolo sono l’emmepitrè e il condizionatore, poiché da febbraio a novembre sudo come un cavallo in corsa, e amo ascoltare Punk O Rama (volume 1,2,3,4) a palla. Mi rendo perfettamente conto della grande quantità di facili scopate che ho perso a causa del mio girare per Milano sfrizionando con il mio Pandino, siete voi che non potete nemmeno capire quanta umanità nascosta ci sia in un bacio romantico su una Panda, senza nessun rumore di autoradio a disturbare e con quel fruscio dovuto alla plastica rigida dei sedili, peraltro facilmente lavabili ergo estremamente igienici. Ma stiamo divagando. La giornata, a causa della misteriosa poltiglia di pulsanti identici, era già partita decisamente male. Passate due ore in autostrada cercando di mettere gli anabbaglianti ho scoperto, nell’ordine, il pulsante dei tergicristalli del vetro posteriore, che non hanno mai smesso di andare, la radio, che si è sintonizzata su Radio 1 per tutta la mattinata, le quattro frecce, o anche stop d’emergenza, che sono riuscito a disattivare cercando l’aria fresca, che sono riuscito ad accendere cercando il volume del navigatore, che non ha mai funzionato se non quando sono arrivato, momento in cui perentoriamente mi ha chiesto di fare inversione a U il prima possibile. Ma non è questo il punto. Spossato dalla guida del moderno mezzo, ho fatto sosta in un Autogrill, nel quale ho passato una ventina di minuti tentando prima di aprire il portellino della benzina (ma poi ci ha pensato un simpatico benzinaio che con un velato accento ungherese ha precisato di conoscere almeno una delle mie parenti più strette, con la quale dice di aver avuto anche il suo bel da fare), e poi cercando di chiudere la macchina con uno dei cinque pulsanti sulla chiave. La macchina suona una simpatica marcetta da allarme antibomba. La macchina apre il portellone posteriore. La macchina tira su e giù i finestrini lampeggiando. Decido di lasciare aperto il tutto, portandomi dietro la borsa. Menù mattina, quanti ricordi, Corriere, breve passata ai cessi, sigaretta e già la giornata sembra prendere una piega differente. Riesco anche a sentire gli uccellini in cielo, anche se poi identifico il travestito che da dietro un camion cerca di adescarmi con questi strani versi. Risalgo a bordo, accendo inserendo la tessera in un buco e schiacciando uno dei pulsanti, che per fortuna riporta la scritta “start”. Essa borbotta tutto il suo desiderio di inquinare per centinaia di migliaia di kilometri prima di rassegnarsi alla rottamazione. Siamo pronti, lievemente in ritardo, per ripartire. E qui cade il nocciuolo (nocciuolo, o my gosh) della questione. Nell’atto della retromarcia urto rumorosamente qualcosa. Allorché prima di tutto cerco delle vie di fuga per scappare. Poi penso a una fuga a piedi, alle conseguenze penali, alla mia vita distrutta. Mentre sogno una vita da fuggitivo, sento un caldo accento veneto che intona un Gospel di prima tradizione proprio fuori dal mio finestrino. Il rumore proviene da un simpatico vecchietto, alto quasi quanto un calendario della Canalis, con un simpatico cappello da agricoltore, delle simpatiche rughe da agricoltore, un insieme di gilet, camicia a quadri, pantalone in finta flanella, stivale con fango ornamentale che mi fanno supporre che si tratti di un ex primario o banchiere. Egli urla delirante, ma in veneto. Non riesco a capire la maggior parte delle cose, anche se dal suo indice appoggiato sul mio sterno, credo che si tratti di una cosa tra noi due. Dopo qualche minuto egli mi svela il corpo del reato, una originale Opel Corsa del settantaquattro, di un colore indefinito ma vicino all’asfalto, che sembra aderire perfettamente con la mia mostruosa macchina a noleggio. Dentro la simpatica vettura storica c’è una allegra signora, che suppongo avere qualche relazione con il rurale anziano che non stacca l’indice dal mio cappotto. Si crea un variopinto capannello di rappresentanti e camionisti, alquanto interessati alla questione. Alcuni guardano compiaciuti il danno, altri attendono la svolta televisiva, un pestaggio, una pistola, una fuga rocambolesca, qualcosa che renda le loro inutili vite improvvisamente baciate dal lusso della testimonianza. Il vecchio rustico provvede a informarmi che intende chiamare le forze dell’ordine. Provo a spiegare che mi sembra un po’ esagerato, ma ormai ha già in mano un Alcatel di almeno dieci anni fa, sul quale digita un numero prima di appoggiarselo al cappello. Pochi minuti di urla e poi lo sguardo soddisfatto di chi, dopo una vita di merda, finalmente si riprende quanto dovuto. Spiego che, trattandosi peraltro di un bene non mio, non ho nessun problema nel compilare il modulo Amico, ma egli si è richiuso in macchina, e non intende abbandonare la posizione. Nessuno ci caga più, perché non è morto ancora nessuno, e rimaniamo soli per una ventina di minuti, giusto il tempo di avvisare la Prestigiosa Società di Noleggio, il cui operatore mi da la certezza di non aver capito assolutamente nulla, e il mio Cliente, che se ne sta a centoventi miglia marine di distanza. Al loro arrivo, i due agenti della stradale, fanno di tutto per far capire che sono il braccio duro della legge. Il primo, scendendo inciampa nel cordolino dell’aiuola e il secondo parcheggia nell’unico posto dove avrebbe potuto dare fastidio, sollecitando l’immediata reazione di un camionista slovacco che, al sicuro dietro il finestrino, gli conferma di volerlo amare da dietro, ma alla slovacca. I due si avvicinano sospettosi e con passo calmo. Il vecchio li localizza e si fionda giù dalla macchina indicandomi. Io sorrido, nella speranza che per questa Quaresima sia tutto. Una voce proprio sopra la pubblicità della San Carlo mi dice “Non essere blasfemo, non hai ancora visto niente”. Il poliziotto pasticcione, senza inciampare, mi rivolge uno sguardo e un movimento di mento. Lo ripete. Lo ripete. Lo guardo perplesso. Lo ripete. Poi si sbilancia: “E’ sua?” “Si” “Cumenti ibretto tente”. Produco tutto ciò che è in mio possesso mentre il vecchietto fa lo stesso appoggiato al cofano della sua Corsa, senza smettere di urlare qualcosa in veneto. Aspetto pazientemente che l’agente comprenda il verso di apertura del portadocumenti, pieno zeppo di loghi della Società di Noleggio, prendendo i documenti della macchina, pieni zeppi del logo della Società di Noleggio. “Ma è noleggiata”. Quasi deluso procede verso la sua macchina e, seduto al posto del passeggero, finge di avere delle comunicazioni con qualcuno. Torna, mi da in mano il tutto “apostograzie”. Passa una macchina con Giuliano Palma con “che cosa c’è”. Mi avvicino alla macchina del simpatico agricoltore. Qualcosa non va, come sottolinea il paladino della giustizia stradale. L’ultima revisione è stata fatta durante la prima Repubblica, a giudicare dalle pieghe del libretto in piena era Forlani. Solo il carbonio 14 potrebbe però dare una data precisa. Egli si mette a inveire in veneto verso il poliziotto, che dedica alla cosa ancora un minuto prima di dare il suo verdetto: “Senda, anzi sendite entrambi. Qui il signore, che è quello che ha effettuato la chiamata alla centrale, è passibile di sanzione per mancata revisione dell’autoveicolo. Quindi se facciamo verbale, dobbiamo condestare anche questa contravvenzione. Ritiro libretto, conduzione domicilio, secondo articoli centevent e codice stra paragrafi ancorato dodici a destra. Consiglio agli entrambi inderessati di procedere con modulo di cosdadazione amichevole, come previsto”. Il vecchio replica, l’agente con la pazienza della legge espone meglio il caso, semplicemente snocciolando l’ammontare della contravvenzione. Il vecchio codifica il tutto con un calcolo mentale chili di zucchine/migliaia di euro. Poi è questione di attimi. Sale in macchina. Accende. Retro. Prima. Prima. Prima, almeno a diecimila giri, quasi a venti all’ora. Riparte così, lasciando il sottoscritto e le braccia della legge basiti. Impiego una decina di minuti a spiegare a Inciampo, che nel frattempo, a giudicare dall’alito, si è fatto quattro caffè, che non me ne fotte nulla. Se ne vanno, me ne vado anche io, con un piccolo gibollo sul culetto della macchina e tutto il tempo di pensare a come farlo sparire.

Il seghettio del bicilindrico ai bassi regimi

Il contesto aulico è molto spinto. Oppure, più semplicemente c’è una giornata della madonna. Esso, non la giornata, ma il contesto aulico, è ancor più spinto se si tiene conto del fatto che è sabato. E sabato, notoriamente, il contesto aulico è molto più piacevole. Fa freddo, il libro di Moccia è ancora in vendita, Studio Aperto va in onda quotidianamente, ma non tutto può essere perfetto. Avendo la mia chioma superato di gran lunga la soglia consentita per la definizione di "trasandato sciatto" ho dovuto ricorrere al mio hair stylist di fiducia. Che non è uno, sono molti, o meglio chi capita. Da quando la Signora Pistecchi mi ha introdotto nel mondo della cura della persona, e ho abbandonato il mio parrucchiere pugliese e la sua macchinetta tre millimetri fissi, ho scoperto i piaceri della carne. La magia di uno shampoo con trattamento mirato, lo splendore di audaci polpastrelli che massaggiano le tempie, omosessuali che, rigorosamente vestiti di nero aderente, scorrazzano come cardiochirurghi durante un quadruplo by pass, moderne ninfette con la frangetta e il piercing dentro il mento, l’occhiaia scavata e lo sguardo perso nel vuoto come se non pensassero a nulla (solo più tardi ho scoperto che davvero non pensano a nulla). La percezione spazio temporale di un eterosessuale maschio durante questi momenti si dilata tragicamente, e un’ora di shampoo e taglio può corrispondere a due anni di vita normale. Il prezzo da pagare per avere dei capelli splendidi, con un taglio splendido, e anche dei lineamenti splendidi (questo almeno è quello che ti dicono mentre producono una fattura degna di un dentista). Siccome amo andare a nozze con le tragedie del genere umano, io dentro queste scintillanti vetrine che danno sul traffico del centro, ci sto bene. Mi godo l’ossessiva cura per i miei capelli, amo sentirmi dire che non sono stempiato, ma ho l’attaccatura "larga", adoro gli sguardi languidi che si lanciano tra di loro i professionisti mentre agitano le forbici. Anzi, fossi più tollerante con me stesso, ci verrei più spesso. Unica precauzione, insieme a qualcosa di espressamente eterosessuale come la puzza di sudore, che almeno allontana parzialmente i rischi di approccio, è il riempire i momenti di vuoto assoluto con qualcosa da leggere. Per noi lettori complusivi è estremamente facile. Qualsiasi cosa è da leggere. Ogni cosa è illuminata. Le istruzioni di evaquazione, la normativa in vigore sul divieto di fumo, la maglietta con scritto Gay is Good. Solo che i momenti di vuoto assoluto sono davvero troppi, e il parlare della sostanza e della corposità del capello alle lunghe porta conseguenze anche gravi. Ho scoperto che in questi posti l’offesa intellettuale all’omologazione di massa è semplificata al massimo. E’ pieno di riviste che non sono li per essere lette. Puoi scegliere un taglio e chiedere al tuo omosessuale di avere i capelli come quelli. Tutto è possibile. Prendi una pagina, indichi la modella o il modello, e dopo un ora di intenso sforbicio puoi rivedere nello specchio la stessa modella o lo stesso modello ingrassato di una ventina di chili e con i foruncoli. Ovviamente, tra le riviste presenti, non può mancare il vero strumento universale del radical chic, Vanity Fair. Ogni aristo chic che si rispetti dovrebbe leggere Vanity Fair almeno due volte al mese. Io adoro Vanity Fair, il formato, il finto distacco dalle futilità della moda, le poesie di Biondi, l’articolone centrale sempre impegnato ma non troppo, la posta di Mentana. Non comprerei mai Vanitiy Fair, ma lo leggo volentieri a scrocco, perchè in fondo vorrei avere anche io i soldi per essere di sinistra come il lettore medio di Vanity Fair. Vorrei anche io poter ridere delle sfighe dell’impiegato medio, mentre sfoglio la mia copia nel soggiorno della mia piccola, ma accogliente, luminosa ma non eccessiva, arredata low profile ma con gusto, casetta sulla circonvallazione interna. Vorrei anche io ridere dei pendolari mentre sfoglio i reportage di Vanity Fair sul taxi che mi scarrozza in giro tra un appuntamento e l’altro, ma sono troppo impegnato a fare il pendolare. Quindi mi riduco a leggerlo solo in rare e preziose occasioni. Con la mia copia di Vanity Fair, pronto per il taglio, appena finito lo shampoo rigenerante, mi apprestavo a sedermi tra le braccia del corpulento omosessuale pettinato come Frengo che ambiva a trattare i miei capelli in modo principesco. E nello sfogliare distrattamente il giornale, per fingermi impegnato ed evitare la solita snervante conversazione principalmente incentrata su locali che non conosco e cose che non faccio, ho trovato qualcosa davvero degno di spessore. In una lunga, spiazzante, intervista a Moccino jr., nella quale attraverso il saggio uso di foto e di domande pilotate si sottolineava come finalmente l’eterno bambino fosse cresciuto, pronto per la vita, pronto per l’amore, ho trovato una definizione perfetta per descrivere almeno cinque anni della mia breve ma intensa vita sentimentale. Dopo i primi cinque minuti di esaltazione, nei quali il corpulento omosessuale credeva che io fossi entusiasta delle sue deliranti proposte di scalare, ovalizzare, ombreggiare, e altre metafore per indicarmi il suo desiderio di possedermi nello sgabuzzino, ho provato solo un po’ di dispiacere disilluso. Ho scoperto cosa avrei dovuto dire, con una manciata di anni di ritardo. Sulla strada del ritorno,  mentre lo scoppiettio del bicilindrico rendeva lo spostamento del motociclo a saltelli regolari, come una cavalletta con la dermatite, sono rimasto in silenzio (perchè le grandi allusioni sulle madri degli ingegneri tedeschi non fanno testo). Perchè certe cose fanno pensare. Fortuna che non ho mai avuto quelle parole in bocca al momento giusto. Sarebbe stato come un fucile tra le mani di un bambino, gli effetti sono da prima pagina al tg.

"ho detto troppe volte ti amo, senza pensarlo veramente. La verità è che volevo dire amami".

It’s raining men, Alleluja!

Arrivo con un lieve ritardo, assolutamente ingiustificato e fuori luogo. Ma si sa, il lunedì mattina è già una vittoria riuscire ad arrivare. Per via della costante pioggia ho le scarpe sporche, i capelli bagnati e puzzo di fumo più del solito. Provvedo sulla strada per la Grande Sala, recuperando un fazzoletto con il quale pulisco scarpe e asciugo capelli, non in quest’ordine. Per la questione fumo gioco in casa, fiondandomi nell’ufficio dei Serpeverde, un paio di dirigenti commerciali prossimi alla pensione che nel difficile tragitto tra la maturità e la vecchiaia vengono mobbizzati sia a casa sia al lavoro. Non potendo fumare in ufficio, sono diventati azionisti della Vivident, acquistano i preziosi barattolini da 75 confetti in società e ne consumano molti di più di quanto sarebbe umanamente pensabile. Mi infilo due confetti in bocca e ne tengo uno di riserva. Controllo la cravatta, preparo un sorriso accettabile, spengo il telefono e mi infilo nell’anticamera della Grande Sala. Sento già il fastidioso vociare, l’orrendo accento quasi comico, l’odore dei profumi presi in aereoporto. Entro, c’è di peggio nella vita, o almeno credo. Wong, Wang e Wing, come i tre piccoli porcellin, sono alti uguali, in tre non arrivano ai due metri e mezzo, sono vestiti uguali e dimostrano l’esistenza di associazioni cromatiche impensabili anche per un daltonico. Hanno già bevuto il caffè, si sono spazzolati tre quarti dei pasticcini del buffet, due bottiglie di naturale e una spaventosa quantità di mentine. Collezziono biglietti da visita, tornano sempre utili per togliere il ghiaccio dal vetro, per fare filtrini, per le gambe traballanti del tavolo o per un riciclo. Dal lucido uno al lucido sedici non fanno una piega, annuendo ogni volta che li guardo, come se stessi dicendo loro una grande verità.

"E come potete constatare dal nostro fatturato lordo prima delle tasse, il Signore verrà sulla terra verso metà del 2009, a dispetto dell’Apocalisse di San Giovanni, ma in pieno accordo con i trend di mercato".

Mi domando sempre, mentre il nastro registrato con la mia voce spara numeri e date, quali effetti possa avere sul cervello umano una sovraesposizione alle presentazioni aziendali. Cancro? Epilessia? Oppure, come confermano le facce, un semplice torpore, una drastica riduzione delle funzioni vitali.

"Dai dati confermati su un benchmarking fatto dal nostro R&D, lo Spirito Santo accompagnerà il Signore in questa visita, rievocando la Pentecoste".

La verità che annuncio è talmente grande che sono portati a prendere appunti. Sul lucido diciassette hanno un sobbalzo. E’ sempre difficile digerire il diciassette e quelli che seguono. Per questo occorre un abile negoziatore, un profondo conoscitore del gioco, un uomo di esperienza comprovata, un navigato eroe aziendale, oppure uno stronzo con un sacco di pazienza. Seguo il copione, interrompendomi e chiedendo se hanno domande. Wing, o forse Wong, insomma quello con la cravatta dal titolo "Perdizione Cromatica della Verginità Intellettuale", contesta i dati. Eh già, lo fanno tutti. Eh certo, come darti torto. E’ nel copione. Tutti sono restii a prenderlo in culo, almeno la prima volta. Poi ci si fa l’abitudine. Devo solo allentare la presa. Offro un caffè, più profondamente offro una pausa per permettere ai tre porcellini di confabulare in cinese uno straccio di risposta. Io vado fuori, fumo due sigarette. Piove, merda. Al mio ritorno sono pronti, lo si vede sulle loro facce. Wang, o forse Wing, quello con la camicia a "tabellone della Ruota della Fortuna", mi dice di essere francamente sorpreso. Dice proprio "francamente", frankly. Che tenerezza. Gli do ragione, e come darti torto caro Weng. La vita è fatta a scale, l’importante è scendere in fretta quando c’è da evacuare. Wung si stupisce, forse è la prima volta che qualcuno gli da ragione. Anzi, come sottolineo nel lucido diciotto, e a seguire nei dieci che lo separano fino al ventotto, è quantomai probabile che i vangeli apocrifi siano una bufala. Ma si sa, sono tutte supposizioni. Chi siamo noi davanti a tanta verità? Wang, l’ultimo porcellino a prendere la parola, ha la faccia di uno che si è fatto dieci ore di volo per prendere un inculata a Milano, sotto la pioggia. Per questo si trastulla nervosamente con la sua giacca "Non Sono Scozzese ma vorrei sembrarlo". Amici del buongusto nel vestire, è giusto che sappiate che, in questa squallida recita, non siamo che comparse. Invece loro la prendono sul personale, rispondono con una presentazione a tinte forti, grafica anni ottanta, uso base di Power Point, che mi da giusto il tempo di rspondere a un paio di mail. Mentre sto per partecipare a un’asta su eBay per un Fossil davvero figo, Wang finisce di parlare e attende speranzoso una risposta. Parto dalle origini, per prendere tempo e avvicinarmi al pranzo, offerto dalla Ridente Multinazionale, in un prezioso ristorante italiano a menu fisso, tre portate, Morellino di Scansano, naturale e caffè settanta a testa. Insomma, Mosè, i Dieci Comandamenti, la storia conosciuta, noi, voi, il Capitalismo moderno, l’amore. E poi chiudo, un minuto a mezzogiorno, dicendo che francamente, proprio frankly, sono anche io perplesso, ma le strategie sono infinite come le vie del Signore, e spesso a noi oscure. Prima che Weng scoppi a piangere mi permetto di invitarli per un prezioso pranzo, non prima di una visita guidata alla nostra facility. Poi, fatevi forza, questa sera sarete già a diecimila piedi, rotta del Sol Levante, per ritornare a casa. Wong non ci sta. Vuole fare l’eroe, vuole sacrificarsi per la causa, chiede un udienza con il Sommo Pontefice. Che però non riceve i primi stronzi che passano. Straordinariamente, sua Maestà si presta per un pranzo in comune. E quindi io ho finito. Posso dire conclusa una difficile negoziazione strategica per un fit in componentistico che aderisca ai nostri forecast. Sti cazzi. Posso tornare a Pinball. Piove, porca merda.