Questo è un messaggio d’amore

La mattina mi alzo tardi

non ci sei tu che mi guardi,

mi giro nel letto, aspetto la sveglia che suonerà

non uso il cuscino e dormo finchè mi va

e il caffè me lo portano a letto due bionde in tutù
ahi Signora  chi mi manca sei tu.

La notte vado a ballare per cancellare i sogni miei
da qualche tempo ho più donne del d.j.
ahi Signora  ma tu non ci sei.

E questo sapore strano che è fatto di libertà

precede di un soffio la malinconia che arriverà

e mi dice che oggi qualcosa è cambiato in me
ahi Signora  non sei più con me.

L’acqua mi fa un po’ male la birra mi gonfia un po’
vado avanti tristemente a rhum di ogni color
ahi SIgnora mi manca il tuo amor.

Il mio caimano nero piangendo mi confidò
che non approvava il progetto del " metrò "
ahi Signora  da te tornerò. 

un presentatore alla radio in un armadio provava il suo show
ascoltando distratto provavo rime con flow

il caimano distratto imitava il gatto e faceva bau-bau
perchè studiava le lingue e voleva alle cinque il suo tè.

Non ho nessun dubbio, parto e arrivo da te.

Ridevo guardando la tangenziale,

scoprendo che non fa male

stare in mutande e ciabatte per casa

mentre fumo e guardo una formica evasa

dal buco di sotto al vaso

la menta mi riempie il naso

e sotto il balcone un gatto canta

riempiendo la sera stanca

se di questo non morirò

ho un progetto e da te tornerò

[scritto su una fattura Vodafone, ore 4.35am, in mutande e sigaretta, dopo diciotto ore d’ufficio, con Rino Gaetano a volume indecente e un forte bisogno di avere un progetto. Chiedo umilmente perdono a Montale, mi dichiaro sconfitto dalla stanchezza metropolitana, cedo alla tentazione, evito la televisione, mangio bresaola scondita, mi osservo le dita, lavo mutande e stiro aspettative, cedendo a queste riflessioni un po’ tardive. Siamo alla frutta, questo è quanto]

Pornoromantica: se mela dai mela prendo, Mele paga

Pornoromantica è un libro conseguenziale, la cui piacevole lettura non deve occupare, con una media ponderata calcolata sulla media intelligenza di uno che può cercare un libro che si intitoli "Pornoromantica", più di due giorni e mezzo. E’ il libro dell’estate per tutte le giovani italiane di retaggio scolastico cattolico e per tutti i ragazzi che desiderino conoscere i segreti della costruzione di un vibratore fai da te. E’ il libro perfetto per l’italia estiva, specialmente quella che ha paura a discutere in pubblico del sesso anale e poi assedia le statali piene di trans di notte. E’ il libro dell’italiano medio, medio nelle dimensioni, medio laico, medio cre. E’ un libro conseguenziale perchè segue la ferrata teoria secondo la quale un blog, superato un certo numero di lettori, è un libro in potenza. Siamo un popolo che crede nella transustanziazione, meritiamo un’industria editoriale che trasforma 400.000 curiosi, voyer, e-guardoni, vergini suicide, in lettori cartacei. Fortunatamente abbiamo anche una potente macchina comunicativa che fonda i suoi palinsesti sulla rodata teoria del vedo-non vedo che arrapa il fantozziano utente notturno. In molti saranno grati a Pier Silvio, che ha reagito alla messa al bando del soft core notturno sulle emittenti locali con un piacevole diversivo come Lucignolo. Ieri la secca e pallida autrice del fenomeno pornoromantico era sui lidi ostiensi con le telecamere berlusconiane a scavare nella vita privata di un popolo che non ammette il dito in culo, ma chiede alla fidanzata di emulare le scavate professioniste dell’ hard. Ingordi di libri come questo, per saziare una fame di laicità costruita sugli arresti dei culattoni che si baciano e governata da firmatari di emendamenti sulla sacralità della famiglia che drogano puttane a spese nostre. Abbiamo sete di cosce e capezzoli, disperatamente incollati alla rete per scaricare filmati da 30 secondi, che comprometteranno prima o poi la nostra durata reale, incastrandola nel mezzo minuto buffering. Le nostre donne guardano in un silenzio fatto di topless e tanga, mentre studiano il bicipite del clone-tronista che svetta sulla spiaggia. Sognavamo la libertà sessuale, scomodando Pasolini e dichiarando in pubblico la proprietà dell’utero: abbiamo ricevuto in cambio Lucignolo, Pornoromantica e Mele. Dichiaravamo di essere pronti al grande passo, siamo caduti che eravamo ancora seduti.

Volevo scrivere una recensione, mi ritrovo a fare un annuncio di svendita, perchè gradirei che Pornoromantica non comparisse nella mia libreria, Preferisco metterci un film hard, dove almeno mio figlio troverà la meccanica dell’amore lubrificato.  Tu, che sei capitato qui in cerca di porno, pornoromantico utente, oppure lettore fan della nostra giovane e futura opinionista, non lasciare commenti entusiasti. Stai alla letteratura come Fante sta alla Cutolo, come Chinasky a Buckowsky, come Pornoromantica al sesso. Ovvero: distanti ricordi di qualcosa che fa davvero godere. Ma a farlo, non a parlarne.

Il porto per chi parte porta novitàimportanti

Davide ha una casa sui Navigli, in una di quelle stradine strette che seguono i raggi dei piccoli canali, con i larghi portoni di legno delle vecchie cascine. Sembra, in effetti, di essere a qualche kilometro da Milano, con le rane e lo scorrere dell’acqua. Invece sei a pochi passi dallo struscio del Naviglio Grande, con il suo scorrere di umanità provinciale e di yuppies malandati. Mangiando un gyro seduti per terra, guardavamo le gambe lucide delle ragazze e le ciabatte improbabili dei ragazzi. La città è entrata trionfale nel migliore periodo dell’anno, quando con clemenza dispensa tramonti che colorano i profili dei fortunati terrazzi dove le zanzare non arrivano. Dicono sempre che saremo in pochi, perchè il popolo sommerso della bolivia, del messico e delle filippine di Milano non fa statistica. Eravamo di ritorno dal mare dei milanesi, quella liguria che con il suo mare sporco, denso e unto, il traffico immorale, il caldo cittadino, è sempre l’unica alternativa a portata di week end. Stipati in un bagno con gli ombrelloni arcobaleno, guardavamo la schiuma verde battere sui sassi. C’è sempre la stessa malinconia a Cogoleto, tra le strette stradine e quel fare debosciato e iracondo del ligure di provincia. C’è sempre qualcosa di magico nel tornare al tramonto. Non ho resistito, e a bordo della Kaffettiera, ho fatto tutta la circonvallazione, corsia preferenziale, affiancato da egiziani con motorini cinesi e ciabatte napoletane. Ho girato nelle zone della mala milanese, che non va mai in ferie. E poi, poco prima di mezzanotte, tornavo sfiorando le puttane di Ripamonti, acrilico e pailettes, e i baracchini che friggono uomini e bestie.

Gocciolando di un sudore alla cipolla, ricordo del gyro, cerco di uscire dal primo ingorgo del mattino con tutta la macchina intatta. Il sole porta ventisette gradi alle otto meno un quarto, ci fosse il mare sarei già da un pezzo con le palle a mollo. Ho in mente questo Folco Orselli che cantava una poesia di Chinasky, perchè ogni week end ha la sua colonna sonora. Sono contento di essere stato lontano dallo sciabattare elegante del centro, dei locali a rimorchio e da tutta Milano. Sono contento di essere stato seduto in un caruggio senza orario, e senza nessuno che sentisse la necessità di sbarcare il sabato sera in posti hot.

Il prezzo da pagare per la lontananza con i quattro locali che finanzio con eleganza e gratitudine ogni week end, è stato duro: parlare, ascoltare, raccontare e scoprire. E di colpo mi ricordo che è questa la magia che mi cambia.

Renato guida come un autista di autobus turistici, con il piede bloccato a centosettanta sfioriamo i campi e le cascine abbandonate. Renato è come un fratello. Respiriamo i silenzi tra due massime, un discorso di vita e un cesto di puttanate.

Adesso do un senso a questa cravatta, sparo a salve sul tavolo di mogano e formica, chiudo in bellezza, scapolo potrò canticchiare Azzurro sulla tangenziale al ritorno e mangiare cibo in scatola guardando distratto un film sulla rai.

 

Bonshi Bonshi Oh Oh Oh

Il baffetto impomatato hitleriano e la scarpa lucida e nera riportano all’ordine il caos imposto dalla camicia con improbabili disegni equestri. Un accenno di pancia smorzato dall’andatura marziale e quella sigaretta stretta tra le dita curate che giustifica la voce baritonale e l’olezzo di bruciato. Denti inaspettatamente bianchi, che si rincorrono su due rette parallele sedute sulle labbra strette abituate a parlare per frasi fatte e deduzioni irrilevanti. Porta un orologio d’oro con i numeri romani, il quadrante rettangolare e il cinturino largo; la fede al dito e due occhi neri senza fondo che corrono a destra e a sinistra, cercando consensi. E’ accompagnato da una piccola donna, i capelli molto lunghi, castani, imponenti, che ha un non so che di anoressico. Infilata in un gessato adatto più a un funerale di novembre, si copre con un paio di occhiali da sole e tiene stretta la borsa di pelle rossa. I due si muovono in simbiosi, conoscono i gesti che ripetono da tempo, non c’è nessuna passione, nessuna partecipazione, nessun improvviso cambio di tono. Con un distacco elogiabile snocciolano il discorso come due lettori di numeri del lotto. La sala riunioni ascolta, mancano una manciata di ore alle ferie, nessuno prende appunti. Nessuna domanda, nessuno che ha voglia di costruire ipotesi in inglese per ricevere risposte preconfezionate e già conosciute. Li guardo risalire sul taxi che li ha portati qui, con gesti lenti e accaldati. Lei guarda fuori dal finestrino mentre lui armeggia nella grande borsa di neoprene e tela nella quale è chiusa una vita di abitudini e noia. Gli occhiali da sole riflettono la facciata della grande fabbrica, nessuno saluta. In due ore saranno a casa, per un tranquillo giovedì pomeriggio di terrore apatico.
Quando vedo questa gente, figli riconoscenti del business masterizzato, non posso evitare di osservare a fondo.
Quasi avido, mi servo del loro squallore per crearmi un monito personale. Chissà in quale giorno ti svegli e sei passato dall’altra parte. Chissà dopo quanti mesi passati a non toccare tua moglie ti può venire in mente. E dopo quanti stipendi a cinque zeri ti accorgi di avere ancora bisogno di sentirti povero. Forse, mentre ti lucidi le scarpe, con la maniacale aspirazione alla cancellazione mondiale della polvere, un dubbio si insinua sotto i capelli perfettamente riportati a destra. Da quanti anni non leggi un libro tirando mattina per arrivare alla fine? Da quanti secoli non arrivi tardi al lavoro per sorprendere tua moglie e ritrovarti a fare l’amore in corridoio con la porta già aperta? Quanti assegni sono passati da quella macchina che ti eri comprato dissanguando i risparmi e che non superava nemmeno le biciclette? Decine di metri quadrati fa, lo spazio ti sembrava una questione di impressioni. Due puttane prima dell’ultima sentivi ancora la voglia di non farlo. E poi ti ritrovi su un taxi, con la tua versione femminile che ha le ovaie rigonfie di rancore e il terrore che un tumore al seno le scompigli il decolté. Non caga da due settimane, piena di bifidus e batteri intestinali, e non ricorda nemmeno come sia fatto un uomo.  E per non farti nessuna domanda, guardi il tassametro salire lento e inarrestabile.
 
Io quel tassametro lo tengo stretto, lo guardo annunciare il prezzo da pagare, che è sempre un po’ più alto. Ho una cifra in testa, poi faccio fermare la corsa. Perché vedo il prezzo che stai pagando tu.

Filosofia del Bicilindrico

 

Incombendo la lunga trasferta sarda, la Kaffettiera Panzer è oggetto di maniacali attenzioni. Il mio lato bhuddista è molto conscio che tutto è conseguenza di tutto, e cerca di tranquillizzare profondamente il mio lato oggettivo, che è parecchio in ansia per tutta una serie di particolari eventi che si stanno manifestando.

La Kaffettiera troneggia in seconda corsia, la tangenziale del venerdì sera permette un’andatura sostenuta, quasi da moto normale.

Lato Oggettivo del Franz: "Vedi, vibra tutto il cambio"

Lato Bhuddista:"E’ la conseguenza dell’attrito con questo asfalto".

LO:"Ah, meno male. Però sembra che si stacchi".

LB:" Tu sfiduci nel destino, che tutto può".

LO:"Perchè non entra la terza?"

LB:" E’ la meccanica stridente, ferro e plastica, materie moderne plasmate dall’uomo"

LO:"Abbiamo perso la leva del cambio, bhudda di merda"

LB:"Ti devo abbandonare".

LO:"Adesso che sono nella merda?"

LB:"Perchè sei pieno di rabbia".

LB:"Fottiti, testa di cazzo".

Il mio meccanico è un hegeliano possibilista. Segue coerentemente l’insegnamento del suo maestro e parla in tre momenti distinti: tesi, antitesi e sintesi, aggiungendo un fastidioso possibilismo che colora di parecchio il tutto. Esso è l’unico punto di riferimento in città per le BMW un po’ su con gli anni. Ha un fare scavato, e si muove agile in mezzo a tonnellate di ferraglia tedesca di cui conosce ogni piccolo segreto. Il suo sistema di tariffazione è semplice e deduttivo. Non soffrendo di alcuna concorrenza, basa le sue parcelle su un intricato sistema che tiene conto di: condizioni metereologiche, estetica della città, relativismo ideologico. In pratica se c’è il sole, hanno rifatto l’asfalto sotto casa sua e Bertinotti riesce nell’ardua impresa di manifestare un’idea di sinistra, la parcella ha buone probabilità di non superare i centoventi euro. Pratica con successo lo spostamento materiale empirico: in combutta con il suo garzone, un ultra settantenne sbarbato e unto che vive in simbiosi con il mozzicone di MS che è parte integrante del labbro inferiore, sposta l’origine del guasto di una moto su un’altra. Potresti arrivare con un problema ai freni, e uscire con la marmitta da rifare. Accoglie i suoi fedeli sull’ingresso dell’officina. Qui avviene il momento della tesi: la moto è irriparabile, e dopo pochi istanti l’antitesi: la moto è riparabile a prezzo di un rene oppure con piccole rate.

La sintesi, terzo e più cruciale momento, è espressa con una calligrafia da primaro internista su dei foglietti promozionali dell’olio lubrificante, con tanto di smandrappata che tiene fra le tette una bottiglia del prezioso liquido e con lo sguardo intende dire: "anche per le mie coppe, uso olio Motol". Su tali manoscritti viene espresso in modo chiaro e conciso il problema, la sua soluzione e le vie per arrivarci. Un esempio su tutti fu il primo, che ancora conservo, che citava: "candela, olio motore, guarniz. dest. ant., una sett. pass. ven pom. 350 euro".

Ricordo che il primo meccanico, quello della vespa gialla, era un animista. Per un problema di carburatore, borbottando si riferiva a misteriose creature che animavano il motore e che si ribellavano alterandone il corretto funzionamento. Operava con candele e bambole vodoo per scacciare le anime cattive nel carburatore e nel corso degli anni mi ha costretto nella difficile arte del ripararsi la vespa in casa (ricordandosi tutte le viti, che poi è brutto scivolare a destra in Corso Venezia mentre la ruota anteriore deriva a sinistra in solitaria). Ho passato anche un periodo con Fast and Furious. Gli portavo la vespa per una gonfiata di gomme e la ritrovavo con i neon azzurri sotto la pedana e un motore bicilindrico mille e cento sotto la carena.

Ho provato, nel corso degli anni, a rivolgermi alla rete ufficiale BMW, con esiti talvolta dolorosi.

F:"Salve, vorrei un tagliando alla piccola bambina".

Receptionist": Sono cinquecento euro".

F:"Così, senza nemmeno darci un’occhiata?"

R:" Sono cinquecento euro per parlare con me. Dopo diamo un’occhiata al catorcio".

F:"Dice che sarà caro?"

R:"Sui cinquemila, al massimo seimila".

F:"Per un tagliando?"

R:"Si, ma le diamo la fattura su carta intestata".

F:"E senza fattura?"

R:"Giovanotto, ma lei se la può permettere una BMW o è un altro di quei poveri che ci provano?"

F:"…"

R:"adesso vada fuori dai coglioni o chiamo quelli della Buell e gli dico che lei ha detto che sono terroni".

F:"Max, ho rotto il cambio".

M:"possibile…"

F:"no, te lo do per certo. Si è staccata la leva".

M:"la moto è irriparabile".

F:"…."

M:"Finita, kapputt".

F:"…"

M:" oppure possiamo vedere di darci un’occhiata".

F:"Venerdì parto per la sardegna".

M:"Non certo con la moto"

F:"Mia moglie potrebbe lasciarmi. Fai qualcosa ti prego".

M:"Vedrò di fare il possibile".

F:"E anche l’impossibile, perdio".

M:" Al massimo la noleggi…"

F:"Non male come idea. Mi costerà, ma salvo il matrimonio".

M:"Questa moto, in ogni caso, è irriparabile".

F:"…"

M:"ti scrivo qui un numero di cellulare".

F:"il tuo? Ti posso chiamare in settimana?"

M:"…"

F:"oh, grazie a dio. Lo sapevo che ci avresti provato. Grande!"

M:"…"

F:"Matrimonio e vacanza salvi!"

M:"…."

F:"grazie, amico di sempre!"

M:" Si chiama Lucilla. Ucraina, ventidue anni".

F:"Prego?"

M:"Mi ha fatto dimenticare mia moglie in due minuti. Settanta euro, ma ne vale la pena".

Louder than Bombs

dottore la disturbo?

Beh, mi scusi, ma credo sia urgente.

E’ ancora lì?

Si

Bene. Credo di avere un problema.

Nell’ultimo periodo c’è stato un piccolo cambiamento nelle abitudini…

Continua sempre a viaggiare?

Si, ma non è quello. E’ che sto ascoltando gli Smiths e curo la mia pianta di menta.

Che c’è di male?

In effetti nulla.

Bene, possiamo magari vederci in studio più avanti allora… Sua moglie come sta?

Non lo so

In che senso

Le stavo dicendo: ascolto gli Smiths e curo la menta. Nient’altro. Mia moglie non la vedo da più o meno una settimana.

Non fa altro?

E come faccio? Scarico musica dieci ore al giorno, tassativamente gli Smiths. E per cinque o sei ore innaffio la mia menta. E’ grave?

In effetti no.

Quindi non morirò di questo?

No. Nessuno è mai morto ascoltando gli Smiths.

Nemmeno un collasso?

No.

Un mancamento?

No.

Una lipotimia?

No

Niente?

Niente.

Allora vado avanti così?

Si, se si sente bene, lo faccia.

Ma lei mi tratta come un pazzo.

No.

Ah, bene, mi scusi ma vado a vedere se la menta ha fatto un fiorellino.

Da quanto non la controlla?

Da cinque minuti

Allora potrebbe essere.

Mi prende in giro?

Assolutamente. Ma adesso vada, che magari è uscito un nuovo disco degli Smiths

Ma si sono sciolti vent’anni fa.

Ah.

Vado lo stesso?

Vada, vada.

Grazie dottore.

E di chè.

Onion Rings al Mc Drive e altri incubi metropolitani

 

Qui si affrontano tematiche di un certo spessore. Addirittura abbiamo sospettato per qualche istante di essere un sito intelligente, ma la tesi è stata subitamente accantonata per un più frizzante e definitivo: siamo un blog molto trendy. Dico siamo per due ragioni. Primariamente perchè sono abitato da diversi anni da numerosi nani, che siedono nel Gran Consiglio del mio Cervello, secondariamente perchè questo posto non esisterebbe se non per i grandi personaggi che lo popolano. Nel caso specifico oggi vantiamo due importantissimi nuovi acquisti: il cugino indiano di Olmo (c’è fantasia, tra di noiii) e il sosia di Ronald Mc Donald. Entrambi sono frutto delle illuminate visioni della Dottoressa Fussenbauer, che nell’etica multirazziale fonda il suo credo fascista. Il cugino indiano di Olmo ha un nome impronunciabile, un pronunciato odore di cipolla soffritta e sudore da Gattuso al 90′; veste molto casual, se la canotta può essere considerata casual, e parla un minimo inglese fatto di frasi tronche che termina sempre con ampi sorrisi. Il suo ruolo non è ancora ben definito, anche se tutti sanno che lo teniamo solo per avere un negro tra le nostre fila e poterlo dire in giro.

Preside: " Eh, poi non abbiamo assunto anche un giovane e promettente indiano. Siamo o non siamo politically correct?"

Amministratore Delegato della Concorrenza:" Beh, devo ammettere che siete avanti: noi al massimo assumiamo due o tre veneti all’anno, con tutte le problematiche che comportano".

Secondo AD di una terza società: " Ma non sporcano?"

ADC:"Cosa? I veneti?"

SADTS:"Eh. Ho sentito che sono anche pericolosi".

P:"Ma fatevi un indiano,ragazzi. E’ il trend dell’anno"

La sua imponente capigliatura nero corvino stride con il piccolo corpo agile e scattante, anche se il bananone ha sempre il suo porco perchè. Il suo fascino non sfugge alle giovani galline, che in piccoli capannelli fantasticano sul kamasutra. Affabile, gentile, educato e simpatico, anche se fisicamente non fa nulla è contemplato tra i costi d’arredamento. Al solito, durante un pranzo di cordialità tra colleghi, nel quale lo ho visto con i miei occhi mangiare gli spaghetti con la maionese, abbiamo riflettuto a fondo sul problema della povertà in India, concludendo che un paio di sacchetti di vestiti usati sarebbero stati più che sufficienti per liberarci la coscienza. Io ho contribuito con una vecchia maglietta aziendale, che mi era già arrivata di seconda mano. E sono diversi giorni che lo vedo saltellare in giro con la mia maglietta. Non avremmo risolto il problema della povertà in India, ma abbiamo risolto almeno in parte il problema della pestilenziale ascella indiana in Italia.

Il sosia di Ronald Mc. Donald è, giustappunto, il sosia di Ronald Mc. Donald. Essendo centro europeo si sente autorizzato a vestire tutti i capi d’abbigliamento più improbabili che reperisce sul mercato. La tenuta di oggi prevede: sandalo Brikkenstock verde, pantalone di tela a scacchi gialli e verdi, ampia camicia di lino con scollo a V e cordini stile rivoluzionario zapatista. Quello che suscita la mia ammirazione è il connubio tra una lucida pelata centrale e un ostinato riccio laterale, lasciato crescere in sfida ai luoghi comuni. E’ un creativo, e come tale segue una ferrea vita fatta di un paio d’ore d’ufficio e tonnellate di canne fino a stordirsi. Un fastidioso inconveniente lo ha bloccato al Mc Donald di Corso Venezia, dove hanno iniziato a farsi le foto con lui e un dipendente filippino gli ha chiesto anche l’autografo sulla schiena. Il suo inglese prevede un vocabolario ricco di parolacce e termini cool: probabilmente un pizzaiolo italo-americano di Little Italy parla meglio. Rimarrà con noi fino al definitivo passaggio della legge sul Circo, poi lo dovremo ridare a qualche associazione animalista.

Per non saper ne leggere ne tantomeno scrivere, mi porto in giro il cugino indiano di Olmo, che funge da dissuasore mobile per gli importunatori da corridoio, terrorizzati dal funesto odore. Non trovo nessu utilizzo per Ronald, ma confido nel tempo che passa a rallentatore

Sento la nostalgia del brasato

Sento il disperato bisogno di consumare del tempo nella intricata attività di rosolare al sole cocente, seminudo, con il sale nei capelli. Sento la forte necessità di abbandonare la sveglia e le scarpe, guidare la Kaffettiera senza la fretta disperata del mattino lombardo, trovando negli specchietti il brullo paesaggio lunare delle colline sarde. Sento imminente il cedimento di nervi e ossa, consumo questi giorni nella pianificazione dettagliata di alcuni elementi che rendono la vacanza una vacanza.
Professionalmente mi dissanguo per comunicare che ovviamente non spegnerò mai il cellulare, e tutte le sere leggerò la posta, ma diffondo un messaggio subliminale di automotivazione tale per cui desidero rendere consapevoli tutti i colleghi che il mio parere o il mio contributo sono totalmente inutili.
Meccanicamente curo la Kaffettiera Panzer occupandomi di ogni singola vite, per garantirmi le necessarie capacità motorie casa-spiaggia-casa.
A livello più generale, mi preparo psicologicamente all’orda di fastidiosi giovani con camicia bianca aderente, Morellato argento al collo, cabrio lavata quotidianamente, che riempiono le coste sarde armati di Gazzetta e olio auto abbronzante da 25 euro.
Da lettore ho alcune sfide estive che spingono con forza per trovare un prezioso posto nel bauletto insieme a due paia di mutande e un pareo con le tartarughe. Prima tra tutti la Bucciarelli, che con il suo tomo ambientato in quel di Forlanini, deve per forza di cose essere letta. la Vargas, perchè mi manca solo uno dei suoi libri per poter dire che tutto quello che ha scritto mi ha annoiato a morte. La Mazzantini ha già passato il suo Zorro dal comodino alla libreria, troppo bello e tutto in una sera, come Seta di Baricco o la lunga notte di Galvan di Pennac. Sono quei libri che speri sempre non finiscano, e si consumano velocemente sotto gli occhi, senza pietà. Ho in ballo proprio in questi giorni il secondo di Tusset, quello del meglio che possa accadere a una brioches. Se nel suo primo era stato la rivelazione spagnola, divertente e completo, Nel Nome Del Porco mi ha già stancato a pagina 60. Ma lo devo finire. Poi c’è da leggere Ada Merini, che scorre via come un buon bicchiere di vino, e che da forza alla mia tesi che a Milano la poesia sia mestiere difficile, reso ancora più ostico dalla città stessa. Montale mi aspetta in tutto il suo splendore, un’edizione con commenti e studi sintattici, roba da Lettere Moderne. Ho letto l’introduzione e ho capito 12 parole su 40, però fa molto figo leggerlo.
L’operazione Ipod è molto più delicata e prevede l’aggiornamento di alcuni settori: Aretha e Frank, ma anche un Jefferson Airplane d’epoca e due o tre Punkorama per i momenti di sconforto. Dato il mio elevato livello tecnologico, l’aggeggio deve considerarsi già fortunato per essere ricaricato.
Nella lista rimaneva il capitolo "tomar el pelo", risolto con il solito viaggio alla scoperta dell’universo dei parrucchieri frociazzi che impestano il centro; poi c’era la nota dolente a riguardo dell’acquisto di un materassino per le dodici ore in notturna di traghetto. Di comune accordo con il mio compagno di viaggio abbiamo optato per l’investimento della cifra pattuita in rhum. Meno plastica, più allucinazioni da mareggiata.
Il pensiero di poter fare colazione con le palle all’aria, coperte da un pareo con le tartarughe, immerso nella lettura dell’Unione Sarda, facendo durare una sigaretta un quarto d’ora, mi motiva inaspettatamente ad arrivare alla fine del mese senza compiere omicidi.
Avrei voluto parlarvi del parrucchiere ricchione e geometrico, avrei voluto approfondire l’appassionante discussione cosmopolita, avrei voluto fare la recensione di Zorro della Mazzantini, ma tutte queste cose richiedevano immensa fatica, che oggi dedico a dissimulare il mio continuo addormentarmi in sala riunioni.
 
Ci vediamo al Den, dove per essere sportivo fino in fondo, comprerò una nuova tavola all’insaputa della Signora, che tanto non arriva mai alla fine dei post.
(ti amo anche per questo).
 
A presto, ammesso che il condizionatore continui a funzionare. Altrimenti addio, bevete in mio nome.
(e predicate il canuzzo, come da immagine)

Cocoon City

Milano a Luglio è la città più bella del mondo. Milano a luglio è la città più infame del mondo. Milano, che a Luglio butta fuori tutto il suo squallore, è la città della domenica deserta, che sono tutti in coda al mare, dell’asfalto che si buca, che se ci metti la moto alle due alle sette è impossibile spostarla. Milano ha le piscine piene di gente, per tornare lunedì con un po’ di colore in faccia. Milano è provincia peruviana nei parchi, colonne di fumo e braciole abbrustolite sotto il sole. Milano al tramonto, che fa fuoco nel cielo, è ancora tutta vuota. Che il commesso del videonoleggio ti saluta, perchè sei la seconda anima che vede oggi. A Milano a luglio rimangono quelli che la seconda casa non ce l’hanno. Sono due generazioni che riempiono l’Idroscalo, cinquant’anni che ci pisciano dentro. Porta Romana è deserta, abbandonata dai suoi ricchi condomini. Ci sono i ragazzi dell’ambulanza, mi ricordo che il tempo non passava più e dimagrivi dentro l’acrilico traspirante. Il venerdì di luglio è più onesto degli altri: ci si ritrova tutti insieme, senza nemmeno dirselo, in due o tre posti. Uniti si sopravvive. Ci sono i ragazzi dell’hinterland, della provincia, una calata di aspettative non corrisposte: Milano è una città che se la tira. Alle tre e mezza di mattina ci sono solo gli scarafaggi che ti aspettano a casa, perchè Suor Letizia è clemente e non li vuole proprio uccidere. E’ da Pillitteri in poi che ne facciamo una questione di igene, ma c’è sempre qualche insetto peggiore da debellare: la disoccupazione, gli immigrati, gli abusivi e i rom. C’è la mostra dei culattoni, cancellata, che si trasforma, neanche a dirlo, in una inculata. Vogliamo fare la metropoli, assomigliamo sempre di più a una parrocchia. Ci sono le statue di Botero, in giro per il centro, mentre con Ale camminiamo insieme alle commesse in pausa, la magliettina nera di Max&Co che cade perfetta. Un’insalata dieci euro, molti russi che bevono improbabili cappuccini alla cannella. Un caffè da Cova, con i boys che aspettano le loro tardone. Sai di avere voglia di partire, ma sai anche che Milano ti aspetterà, senza mai cambiare troppo. Ci sono i terrazzi di corso Venezia con i loro alberi, ci sono i giardini Montanelli, che lui ti aspetta lì davanti a ricordarti che Milano ha avuto un passato da ricordare. Ci sono i nostri padri, i nostri nonni, che hanno visto crescere le loro case e adesso vedono crescere ospizi e case di cura, come funghi di cemento e razionalità. Nessuno a Milano fa bambini. Costano, i bambini. Costano soldi, e tutti vogliamo più soldi, e costano tempo, che ce lo rubano le miracolose aziende che dietro i palazzi di vetro sembrano poter decidere le sorti del centro. Linate è piena, una zuppa di esseri umani e kerosene. Ci vogliono venti minuti di macchina per fare il giro della Falck, che è dal 1906 che fa assomigliare la periferia a una Russia molto calda e poco accogliente. Milano respira, c’è chi dice che agonizza, per me è troppo vecchia per morire di noia. Ci cammino, in tutto questo squallido stupendo asfalto, e mi sento a casa.