Cocoon City

Milano a Luglio è la città più bella del mondo. Milano a luglio è la città più infame del mondo. Milano, che a Luglio butta fuori tutto il suo squallore, è la città della domenica deserta, che sono tutti in coda al mare, dell’asfalto che si buca, che se ci metti la moto alle due alle sette è impossibile spostarla. Milano ha le piscine piene di gente, per tornare lunedì con un po’ di colore in faccia. Milano è provincia peruviana nei parchi, colonne di fumo e braciole abbrustolite sotto il sole. Milano al tramonto, che fa fuoco nel cielo, è ancora tutta vuota. Che il commesso del videonoleggio ti saluta, perchè sei la seconda anima che vede oggi. A Milano a luglio rimangono quelli che la seconda casa non ce l’hanno. Sono due generazioni che riempiono l’Idroscalo, cinquant’anni che ci pisciano dentro. Porta Romana è deserta, abbandonata dai suoi ricchi condomini. Ci sono i ragazzi dell’ambulanza, mi ricordo che il tempo non passava più e dimagrivi dentro l’acrilico traspirante. Il venerdì di luglio è più onesto degli altri: ci si ritrova tutti insieme, senza nemmeno dirselo, in due o tre posti. Uniti si sopravvive. Ci sono i ragazzi dell’hinterland, della provincia, una calata di aspettative non corrisposte: Milano è una città che se la tira. Alle tre e mezza di mattina ci sono solo gli scarafaggi che ti aspettano a casa, perchè Suor Letizia è clemente e non li vuole proprio uccidere. E’ da Pillitteri in poi che ne facciamo una questione di igene, ma c’è sempre qualche insetto peggiore da debellare: la disoccupazione, gli immigrati, gli abusivi e i rom. C’è la mostra dei culattoni, cancellata, che si trasforma, neanche a dirlo, in una inculata. Vogliamo fare la metropoli, assomigliamo sempre di più a una parrocchia. Ci sono le statue di Botero, in giro per il centro, mentre con Ale camminiamo insieme alle commesse in pausa, la magliettina nera di Max&Co che cade perfetta. Un’insalata dieci euro, molti russi che bevono improbabili cappuccini alla cannella. Un caffè da Cova, con i boys che aspettano le loro tardone. Sai di avere voglia di partire, ma sai anche che Milano ti aspetterà, senza mai cambiare troppo. Ci sono i terrazzi di corso Venezia con i loro alberi, ci sono i giardini Montanelli, che lui ti aspetta lì davanti a ricordarti che Milano ha avuto un passato da ricordare. Ci sono i nostri padri, i nostri nonni, che hanno visto crescere le loro case e adesso vedono crescere ospizi e case di cura, come funghi di cemento e razionalità. Nessuno a Milano fa bambini. Costano, i bambini. Costano soldi, e tutti vogliamo più soldi, e costano tempo, che ce lo rubano le miracolose aziende che dietro i palazzi di vetro sembrano poter decidere le sorti del centro. Linate è piena, una zuppa di esseri umani e kerosene. Ci vogliono venti minuti di macchina per fare il giro della Falck, che è dal 1906 che fa assomigliare la periferia a una Russia molto calda e poco accogliente. Milano respira, c’è chi dice che agonizza, per me è troppo vecchia per morire di noia. Ci cammino, in tutto questo squallido stupendo asfalto, e mi sento a casa.

11 pensieri su “Cocoon City

  1. Milano per me è solo una necessità lavorativa e – qualche rara volta – di socializzazione (beata sia la Scighera). Grande paesotto di provincia che si crede europeo e internazionale (i milanesi sono mai stati a New York, Amsterdam, Londra?). Meno male che ci sono gli immigrati a dargli un po’ di sapore, e – piaccia o no – un minimo di identità.

    A:

    p.s. Franz, ci provo per il Den domani, ma sono in ritardo con una consegna.

  2. urka, che mente aperta, molto cosmopolita.
    Ricorda:
    been around the world
    but there’s no place like home, oh baby
    gotta keep on, be strong

    ..alla fine apparteniamo ai luoghi dove cresciamo…anch’io ho aperto una battaglia punica contro la Brianza ma non mi smuoverò mai di lì…

    e concludo con un altro po’ di saggezza:
    Mogli e buoi dei paesi tuoi

    ahhhh, che profondità di pensieri!
    😉

  3. uella, mi conosci gli East 17?
    si si, dopo essermi beccata in faccia un quadernone ad anelli con la facciona stampata di Mark Owen dalle mie compagne di Liceo per aver osato dargli del gay, ho sposato la causa degli East 17…e poi ho iniziato a fare arti marziali, just in case!
    😉

    le donne quando sono adolescenti sono tutte fulminate….

  4. ma no fai confusione… Mark Owen era dei Take That. Lo so perchè è fischiettando le note di Brian Harvey di “Stay another day” che ho fatto il mio primo volo dalle scale del liceo. Il resto è leggenda ma non mi sono più ripresa.

  5. per chi fosse indeciso, comunico che ci sarà anche l’elegante questa sera. non potete mancare!
    e poi al den hanno messo anche i cuscinoni fuori, insomma…

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