Banane, polvere, mignotte, musica, vino e Frank Sinatra

Guardavo alla televisione un servizio sui barboni della città. Guardo sempre la televisione, mi aiuta con la lingua. E poi sembra tutto nuovo. Parlavano dei barboni della città, facevano vedere le facce solcate dal tempo. Poi mi sono addormentato, sognando di essere un agente in missione, imprigionato in una piantagione di banane, costretto a lavorare sui banani per raccimolare i soldi per tornare a casa. Poi mi sono svegliato, con il forte bisogno di ragionare davanti a una abbondante colazione. Adoro la frutta dei buffet degli alberghi di quarta categoria. E' chimicamente affine a una droga. Bevo caffè che sembra piscio di un diabetico, e penso che in fondo sognare di essere un agente in missione imprigionato in una piantagione di banani non è poi così normale, che che ne dica Freud. Merda, chissà come si chiamano le piantagioni di banani: bananeti? Bananeto è foneticamente irresistibile, e mentre lo penso penso che non sia molto normale pensare che "bananeto" sia foneticamente irresistibile. Tutto questo qualche settimana fa. Non troppo tempo fa, quasi un nonnulla.

Mi sveglio mentre l'aereo sbalzella nel cielo terso, per atterrare. Mi svegliano i movimenti bruschi, e mi ritrovo a conoscere perfettamente le colline, le case, le piscine, le strade. Guardare il mondo dall'alto, e sentirsi a casa. Poi salgo sulla metropolitana, trascinandomi addosso la grossa valigia. Penso al paradiso, a come sarà. Mi piace ricordare il momento appena prima della nascita di una storia. Quando l'amore ti sembra coincidere esattamente con il paradiso. Nella forma, nella sostanza, nel colore, nei profumi, nel lento e sinuoso movimento delle sue mani, quello è paradiso. La mia famiglia è nata dal paradiso. Complesso, infatti mi sveglia di colpo uno strattone della metropolitana. Il vagone sembra avere i conati di vomito. Scendo, salgo una innumerevole serie di scale, a piedi, poi fermo sulla scala mobile, mentre accanto mi passa tutta la vita che ha fretta di correre su una scala mobile. Poi arrivo al mio bar. Hanno una vecchia macchina del caffè della Spaziale. Roba che tira qui in zona. Miracoli del marketing di prossimità. Intanto, la vecchia macchina sputa fuori la cosa più simile a un espresso che si possa avere in questa città. Me lo bevo di corsa poi vado a pagare. E il cameriere mi saluta e mi chiede come sto. Che è quasi una settimana che non mi vede. Poi esco, mi accendo una sigaretta e respiro forte l'aria di una città che sembra sempre di più la mia città.

Alla sera, finito di mangiare, cammino per il centro. Riconoscere le facce dei barboni è una specie di deejavu. Nell'ipod Frank Sinatra strilla. Here we're all working, along Mississipi. Mi sembra quasi maleducazione sapere tutto di loro, delle loro disperate confessioni davanti a una telecamera, e non presentarmi. Tiro dritto, fino alla piccola piazza davanti al mio hotel. Questa città ha un centro molto definito. Un posto chiaro, dove chiunque può dire: sono in centro. Pieno di insenature, come un placido fiume. Insenature di vecchi palazzi, decrepiti e sporchi. Un fiume che erode lentamente il vecchio, rompendo gli argini in nome del nuovo. In queste case fatiscenti, da questi balconi rovinati dalla pioggia, si affacciano le puttane tristi. Sono puttane, lo capiresti anche da solo. Lo capiresti dai loro shorts, dalle tette ostentate fuori da provvisori top scadenti. Sono ragazze, vecchie, bambine, tristi. Cercano con lo sguardo gli uomini soli. Ostentano carne cadente. Puttane tristi. In pieno centro. Adoro bere l'ultimo bicchiere di vino nel bar proprio davanti alla piazza. E' un vino tremendo, acido, scadente, sporco come il bicchiere dove me lo servono. Lo devi bere di fretta, prima che il tuo fegato ricordi al tuo cuore che sei pur sempre un uomo, e che avrai diritto a un cazzo di vino decente. Lo bevo osservando gli uomini soli, rallentare il passo, furtivamente, e scegliere velocemente in questo mare di tristezza. Scopano con delle puttane tristi, in un posto decisamente triste. Mi fa impressione riconoscere le facce di alcune di queste puttane. Ricordo i loro visi, e osservo i loro movimenti, mentre cacciano sul viale. Pago, lasciando la mancia, nella speranza che possano comprare un vino migliore. Lo faccio sempre. E bevo sempre lo stesso vino.

Poi, preso dal freddo, cammino veloce verso il mio piccolo ritiro. Quei metri quadrati che assomigliano a qualcosa che conosco perfettamente.
Il vecchio portiere di notte è furbo abbastanza da non fare mai domande a nessuno, ma anche da ricordarsi sempre di salutare. Mi vede, mi saluta e mi chiede dove sia stato in questi giorni. Rispondo qualcosa, prima di infilarmi nell'ascensore per sparire sotto la mia trapunta.

E ripenso a due cose: la piantagione di banani e Garcia Marquez e le sue puttane tristi.

Mi addormento leggendo Don Winslow. Sto bruciando le tappe, correndo sulle pagine di Frankie Machine, poi della Pattuglia dell'Alba e adesso sul Potere del Cane. E' uno spasso trovare un buon autore tutto nuovo e mangiarsi lentamente tutto quello che ha scritto. Ti passa la fame di buoni libri, e in più ti diverti.

Poi mi chiedo cosa cambierà nella mia vita, mi chiedo dove sia casa mia. Porto tutto nel cuore. Ho una casa, fatta di persone e sentimenti. E la porto in giro per queste città.

C'è polvere in questa stanza, faccio fatica ad addormentarmi.

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