La solitudine del Cartellone DHL

Quando Galileo ha provato a spiegare al Papa la rotazione della terra intorno al Sole, il Papa non si è preso affatto bene. A posteriori si potrebbe anche dire che spiegare la rotazione della terra intorno al sole al Papa è come spiegare il concetto morale a Lele Mora, mi si perdoni la tragica e inopportuna assonanza. E per di più che cazzo vuoi che gliene freghi a Gregorio XV del moto dei corpi celesti, preso com’era da tutte le concubine e gli affari dell’allora Chiesa Cattolica? Fatto sta che al buon vecchio Galileo dobbiamo la scoperta sconvolgente di non essere al centro dell’universo. Parecchi secoli dopo, quattro e qualche anno, a voler rovinare la poesia del vago, la stra grande maggioranza degli uomini ha ancora qualche problema a comprendere che l’universo non ruota intorno all’uomo moderno e ai suoi fottuti ritmi. Per questo, con gli infradito consumati, il pareo umidiccio, il mojito nella mano destra e il Marlborino Light nella sinistra, è inutile che ti gonfi gli occhi del tramonto di Formentera, pienamente convinto della perfetta congiunzione astrale tra le tue ferie e il moto del sole a fine agosto. La dura realtà astronomica, cruda come una bistecca al sangue, è che i più grandi tramonti il nostro sole li distribuisce in queste sere. In silenzio, come tutti i grandi spettacoli, il sole si tuffa tardi dentro la fine della terra, infuocando lentamente il cielo, mangiando interi pezzi di nuvole. Lo fa a Roma, appena fuori dalla città, in mezzo ai pini marittimi, incendiandone i tronchi e lasciandosi dietro le ombre. Lo fa a Barcellona, alle spalle del mare di città, mentre il mare si mangia un pezzo di spiaggia e arriva a bagnarti le punte dei piedi. Lo fa a Milano, arrostendo di colori i prati appena fuori città, ancora pieni di profumo fresco e di fiori. Io vado a cercarlo in fondo al piccolo lago dell’Idroscalo, seduto sulla pietra, oppure in fondo alla pista di Linate, a ridosso della piccola statale che fa il giro dell’aeroporto. Lascio che il grasso boxer si raffreddi, sentendo le ultime gocce di benzina e il profumo del motore rovente. Appoggio il casco e mi siedo in silenzio. Non c’è miglior musica di un tramonto in città.
Non sei mai solo a Milano, ad aspettare il tramonto. Perché in questa stagione, appena fuori dalla città, si consuma il miracolo di questi tempi, in religioso silenzio. Infilati dentro una macchina, furtivi come faine, passionali come se niente ci fosse intorno, incuranti di me, del mio boxer e della mia voglia di stare da solo, ci sono loro: gli amanti.  E ogni tanto mi ritrovo a guardarli, immersi nella loro passione, mentre litigano con lo specchietto retrovisore e i vestiti da ufficio. Non hanno età, gli amanti, così fusi insieme in un unico miracolo di follia e passione. Non hanno testa, perché hanno voluto lasciarla fuori da questo piccolo miracolo, in mezzo a tutto il resto.
Che a vederli da fuori, a non essere li in mezzo in quel groviglio di lingue e mani, non ti resta che notare il doppio mento di lei, il cartellone della DHL sullo sfondo e il terribile odore di bruciato intorno. Con i tuoi occhi, fuori dal quel turbinio di irragionevolezza, vedi i copertoni abbandonati, lo squallore della macchina, il boliviano che pulisce il furgone.  Ma cazzo, non sta pulendo il furgone, sta buttando acqua per terra, mentre dalla sua autoradio esce tutta l’anteprima del Festival Latino Americano.
A essere fuori da questa passione vedi tutto com’è veramente. Ma forse il mondo è bello da vedere seduti dentro quella macchina, a non pensare a nulla, tornando lentamente a sedici anni.
E mentre il sole se ne va, lasciando spazio all’aria fresca di giugno, li vedi andare via, più furtivi di prima. Come se solo con un bacio fossero invisibili.
E ti lasciano da solo, a sentir venire a galla tutto il male che può fare scoprire la passione condivisa con qualcun altro. Roba che ti cambia, sicuro.
Accendi la moto e senti il boxer scoppiettare, uno spettacolo di meccanica e benzina. 
Un cane, forse dovresti comprarti un cane.

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