L’ansia da prestazioni

Da piccolo, guardando mio padre, dopo cena, mettere a posto pacchi di fogli con instancabile pazienza, muovendo solo di poco gli occhiali che cadevano lungo il naso, pensavo a come fosse facile organizzare la vita. Si alzava dalla poltrona della cucina e, prendendo una sigaretta, mi guardava sorridendo e buttava tutti i fogli nella pattumiera, con il benestare della raccolta differenziata che era un sogno lontanto come il 13 al Totocalcio. Insomma, tutti gli aspetti organizzativi della mia vita erano nelle mani di un sorridente uomo che in poco più di mezz’ora faceva quadrare il tutto. Da piccolo.

Il mio essere stato piccolo ha avuto una fine ben definita. Stavano per finire le vacanze, c’era uno strano silenzio in casa. Cose molto più grandi di me stavano spingendo per entrare. Madre Teresa e Lady D se ne sono andate. Ricordo i funerali in tv. E ricordo che da li a poco la vita ha smesso di trattarmi da piccolo.  In tutta risposta, ho deciso di radermi e di iniziare a vestirmi come uno che nella vita non ha problemi. Dopo aver scoperto che vestirsi da uno che non ha problemi non risolve i suddetti problemi, ho cercato di frequentare persone che sembravano non aver problemi. Scoprendo che la vita, nella distribuzione dei problemi, è estremamente equilibrata. C’è una certa disomogeneità nella distribuzione della ricchezza, statisticamente è difficile dire che siamo tutti intelligenti allo stesso modo, ma possiamo affermare che in quanto a problemi ognuno ha il suo piccolo bagaglio personale.  Così ho cercato di smettere di frequentare casi umani, cercando di limitare i danni. Conoscevo una ragazza e prima di guardarle le tette cercavo di capire se fosse stabile psicologicamente, finendo sempre per passare la maggior parte del tempo con equilibratissimi pali in culo, noiose e inutili come l’attesa. Amici equilibratamente storditi, instancabili persecutori della media. Nessun eccesso, nessuna sorpresa. Ascoltavo anche un sacco di blues. Stavo tutta la sera a scrivere, ascoltando improbabilissime compilation di blues bianco e cercando una ragionevole mediocrità.

Poi, fortunatamente, il tutto è finito. Sono tornato a valutare le donne secondo la taglia di reggiseno e la qualità delle unghie della mano destra (unghie consumate nella mano destra potrebbero significare graffi sui muri, l’ho letto su Selezione del Reader’s Digest), gli amici secondo il numero di misteriosi incidenti dovuti all’alcool e sostenendo due felicissime vite parallele. Un simpatico e agguerrito gruppo di psicopatiche è tornato a frequentare i miei sms notturni e un fortissimo cordone di problemi con intorno degli uomini è diventato il mio più stretto gruppo di amici.  Date alcune coordinate, dovute allo stile di vita, alle frequentazioni e alle possibilità di sopravvivenza ottenute sommando il tutto al numero di bottiglie di Pampero consumate durante un aperitivo, la maggior parte dei miei famigliari mi dava per morto nel giro di due anni. Sopravvivendo alle loro previsioni e a me stesso, ho potuto constatare di non essere mai stato capace di risolvere i problemi sorridendo e stracciando fogli di carta, ma per lo meno di essere ancora qui.

Per dovere di cronaca, l’unico dramma non risolto della mia vita è uno degli effetti collaterali della cosidetta "ansia da prestazione". Quel miracolo meccanico per cui un insieme di muscoli che si contraggono solo nel intravedere una nudità parziale di un polso di una donna (ma spesso anche nel vedere marmitte truccate o altri oggetti), fa si che niente accada quando una donna, nella sua totale femminilità, ti si presenta dinnanzi, nella sua totale o parziale nudità, comunicando a gesti, parole o odori, una certa intenzione a valutare la possibilità di simulare atti riproduttivi con te e tu niente. Niente significa niente. Quando da quelle parti si dice niente, significa niente. Perchè ci sono parecchie vie di mezzo. Ad esempio, dopo il terzo cuba libre, la tua percezione di una colossale erezione potrebbe essere in realtà paragonabile al sottile movimento di un filo di cotone. Invece sei sobrio, sei pronto, sei tu. Sei pronto tu, perchè il resto di te non sembra esserlo. Questa è la definizione di "ansia da prestazione".  E fu un caldo pomeriggio di aprile quando, immerso nei più lussuriosi pensieri, sudavo allegramente insieme a una lussuriosa quanto prorompente donna. Conoscendoci da più di venti minuti, ed essendo entrambi estimatori di Picasso, consideravamo maturi i tempi per riprodurci ed originare una felice prole. Nel suo respiro si percepiva la voglia, nel mio l’attesa. Sono quei momenti in cui ti rendi conto di quanto la vita sia lontana da un film. Ma sono anche gli unici monenti in cui non te ne frega un cazzo che la tua vita non assomigli a un film.  Tutto era pronto. Tranne uno degli strumenti principali per perpetrare la nostra idea. Il mio. Superata la difficoltà del momento (spostarla dal letto per raggiungere il bar più vicino), ho passato la serata a controllare che tutto fosse a posto. Al tatto non sembrava mancare nulla. E’ stato solo dopo un paio di giorni di meditazioni e consultazioni in internet, nei quali ho scoperto almeno settanta malattie mortali che si manifestano con un semplice mancato alzabandiera, che mi sono convinto a ridare l’esame. Ed è stato allora che tutto è finito. Problema risolto, si direbbe. E giorni di pratica confermarono l’ipotesi. Ripresa in mano la rubrica del cellulare (sapevate che mettere il cellulare in tasca può portare all’impotenza? Interessanti studi dimostrano il pericoloso nesso tra il testicolo e le onde elettromagnetiche del cellulare. Anche il cuore ne risentirebbe. Ma vuoi mettere morire di infarto al posto che morire impotenti?), ho anche improvvisato un paio di rimpatriate con delle simpaticissime Navi Scuola, per verificare il corretto funzionamento del sistema. Tutto andava con ordine, e la cosa è finita nel dimenticatoio insieme alla focosissima amante e ai suoi capelli biondi (è molto più facile che tutto accada con una bionda. L’ho letto su un sito americano contro le bionde).  Solo dopo parecchio tempo, come tutte le grandi sofferenze, mi è tornato in mente il suo sguardo e quella cazzo di frase. Quelle parole infami, quella bastardata di sguardi e parole che solo una donna all’apice della sua crudeltà può regalare. Quel commento fuori posto, quando il silenzio sarebbe impagabile, come dinnanzi a tutti i disastri. In un momento in cui la ragione ti dice di guardare silenziosamente al futuro, tu parli al presente. Quel mancare di tatto che dovrebbe farti capire molte cose della persona che hai davanti (o dietro, dipende dai costumi).

"Ma non fa niente, tesoro".

Questo non l’ho ancora superato.

 

Un pensiero su “L’ansia da prestazioni

  1. uhm, brutta cosa si.sabato me ne sono uscita con una frase simile…"ma mettici un pò di orgoglio"  detta che ero mezza sbronza…che dire….non ho peli sulla lingua. nonostante un lungo pompino per risvegliarglielo.mah…:(

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