La Poesia Sei Tu Che Leggi

Più alto di quanto ci si possa aspettare da un nordico, biondo, efebico, compassato, olandese, si aggira per l’atrio della Stazione Centrale armato di sandalo, calzino in vista e tracolla pronta per essere scippata dal primo zingaro ancora poco pratico delle difficili borse italiane. Prima che essere un futuro scippato, e quindi un prossimo frequentatore del posto di Polizia della Stazione, episodio che ricorderà amaramente per tutta la sua vita, citando ai nordici nipoti il primitivo comportamento dei nostri agenti e il trauma di essere costretto a spiegarsi a gesti, è terribilmente solo e spaesato. Essere soli in un posto che non è il posto dove vorresti essere è fastidioso. Non capire cosa dice la maggioranza delle persone intorno a te, non capire cosa c’è scritto sui grandi cartelli, sui monitor, nei bar, sulle magliette della gente, è un’esperienza brutale. Il destino gioca duro con il vichingo in questi giorni. Un vulcano, molto più a nord del nord per quello che lo intendiamo noi, spruzza nuvole di roba che nessuno ha capito bene cosa sia, ma tutti concordano con il dire che è un gran bene per lo scafasciato sistema ferroviario italiano. Così, come un piccolo, disordinato, stranamente abbigliato esercito, olandesi, francesi, polacchi, austriaci, tedeschi e inglesi, abituati alle sofferenze degli aereoporti italiani, si sono trovati nel girone infernale della Stazione Centrale. Tentano di chiedere informazioni all’algerino con la pettorina, che in verità pulisce il binario quattordici. E’ pagato per pulire questo cazzo di binario, non per trovarsi a parlare francese con un inglese che vuole andare in treno dove i treni non vanno. Ma qualsiasi cosa assomigli a una divisa da diritto al potere, nel bene o nel male. Alla Stazione Centrale, di questi tempi, c’è un solo Bar. Vai tu a capire come sia possibile. Tu arrivi, ti vuoi fare un caffè, e scopri la mediocrità del tuo desiderio, condiviso con altre cento persone, ordinatamente in coda. Fosse per te, lasceresti perdere anche il treno, ma il mondo va in un altro modo. Così arrivi a Roma senza il caffè della mattina. Che dovrebbe essere tra i diritti universali del business man. Che uno dietro al pericoloso inglesismo ci pensa un sacco di soldi, figa, soddisfazioni, macchine con più cavalli di una riserva indiana. Invece c’è una fragile impalcatura di abitudini solitarie, piccoli pezzi di casa in giro per il mondo, segrete tradizioni che hanno il sapore di un’abitudine famigliare. Anche il nostro vichingo, per una spremuta d’arancia farebbe prima ad andare in Sicilia a piedi. In compenso può guardare le vetrine di un sacco di negozi e prendere scale mobili a non finire. Che gli architetti italiani fanno cose strafighe in America, ma qui si innamorano della scarsa funzionalità. Io, che in un sabato così vorrei essere al mare ad aspettare la tempesta, sono accompagnatore di una francese che vorrebbe tornare in Francia. Vai tu a capirli. Ho il grande vantaggio della lingua madre, una spiccata dose di pazienza, un grosso malloppo di tessere fedeltà di tutte le aviolinee, tutti i treni e parecchi alberghi e una fondamentale conoscenza del luogo. Gioco in casa, insomma. In un tempo ragionevole, per lo meno secondo lo standard delle nazioni in via di sviluppo, ottengo un biglietto per oltreconfine.  Mentre guardo le bionde soldatesse nordiche bivaccare in short e ciabatte sotto un mosaico fascista, provo un poco di compassione per il vichingo. Così mi avvicino e chiedo cosa voglia fare. Superata la diffidenza per tutti quelli non biondi, mi spiega che cerca un biglietto per Amsterdam. Allora gli suggersico di non stare in coda davanti all’ufficio oggetti smarriti e di provare in una delle due biglietterie. Poi me ne vado provando compassione, quella vera. E’ stato bello avervi tutti qui per il Salone Del Mobile. E’ stato bello vedere le strade piene, vedere i tassisti felici, sentire buona musica per le strade, toccare con mano il brivido di essere internazionali. Anche per noi, silenzioso popolo a cui una sedia senza gambe sembra solo una stronzata, a cui una lampada a forma di banano tropicale sembra una quantomeno inutile, a noi che del vaso a forma di bicchiere non sentivamo certo il bisogno. E bello vedervi pascolare in centro, sentire i fischi degli zarri dietro i culi alti delle (alte) bionde. E’ bello vedere gli sguardi delle nostre compassatissime fighette milanesi sciogliersi davanti a tanta bellezza nordica, misurabile in metri e bionditudine. Sembrava di essere dentro un catalogo di H&M, fatto di gilet gialli, canotte blu, cappelli da messicani in pensione, scarpe slacciate e jeans a caviglia stretta, ma fa niente. Ognuno ha diritto di essere ridicolo come preferisce.

Riscoprire il treno è una delle più belle lezioni della storia. Per il tempo, biblico rispetto a un aereo, per gli odori, per i rumori, per le stazioni.

E più guardavo Milano in questo fine settimana più mi davo ragione: la poesia sei tu che leggi, la musica sei tu che ascolti, la vita sei tu che vivi. Sei tu che fai succedere le cose, sei tu che leggi, sei tu che ascolti.

Così, dopo un giro compulsivo in libreria, dove per il terrore di ricadere nelle cagate pazzesche che mi sono toccate ultimamente ho dato fondo alla carta di credito giocando sul sicuro (Buckowsky, Vargas, Frascella e un nuovo Beppe Tosco, che in verità non è male), sono uscito a camminare nel mezzo di tutto questo bordello. Trovando tutto quello che cercavo di scrivere da un pezzo. Io ho la grande fortuna di scrivere, ma tu hai la grande fortuna di leggere.

Armato di matita e di una playlist di tutto rispetto, con Mina che si contende lo scettro contro un Silvestri d’annata e una Consoli unplagged, ho scritto. Mi piace quando scrivo sapendo che ti ci vorrà poco a capire. Capirai quello che vuoi, leggendo. E starai bene quanto io che ho scritto.

Non chiamarla poesia sarebbe davvero un peccato

 

2 pensieri su “La Poesia Sei Tu Che Leggi

  1. Non hai certo bisogno di sentirtelo dire, poi da una sconosciuta, ma in effetti, scrivi ogni giorno meglio. Sarà l'alienazione o solo il talento. In ogni caso, una delle prove che Dio non esiste, è il fatto che di qui non passi mai nessuno.A&B

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