Così è perfetto

A starsene seduti sulla sabbia fredda a guardare il mare non si risolve molto. Levanto è quasi deserta, come in un qualsiasi sabato di febbraio. Il mare è il mare di Levanto. Quella massa d’acqua azzurra e bianca che si alza potentemente prima di arrivare a riva e mangiarsi pezzi di spiaggia. Della grossa mareggiata dei giorni prima rimane solo la sabbia bagnata, una linea curva, un confine segnato per ricordare quanto possa essere potente. Non c’è nemmeno il profumo della primavera, e bisogna cercare a lungo per trovare le tracce del sole ne cielo bianco. In fondo, da qualche parte a Ovest, grosse nuvole bianche si appoggiano sul mare. Nell’angolo, protetta dal molo e dagli scogli, la torre del porto sembra aspettare ancora un’altra mareggiata. E’ incredibile quanto silenzio possa fare il mare. Arrivare oltre la linea della prima onda non è facile, l’acqua è gelida e la corrente traccia un disegno di alghe e acqua nera. Le mani spingono forte per fare pochi metri, scivolando sulla tavola. Si sente solo il rumore dell’attesa. Vista da fuori, la ferrovia non sembra poi così brutta. Ci sono gli sguardi rilassati dei pochi in acqua. Infilati nelle mute, ad aspettare che questo mare porti il suo più bel frutto. Quando il mare di Levanto si arrabbia è una rabbia cieca, sconcertante. Oggi sembra andare verso una calma surreale, grigia come il cielo. Il vento che ogni tanto arriva disegna piccoli rivoli di schiuma e taglia la faccia bagnata. Fa quasi male da quanto è vero. Poi arriva il momento in cui, per qualche secondo, la pancia del mare si stringe, l’acqua si abbassa, tutto sembra chiaro. Remare al momento giusto. Forte. Con tutte le braccia che hai. Sentire la spinta, forte. Fortissima. Dietro, a pochi respiri dalla tua schiena, arriva il mare. E’ il momento di alzarsi. La tavola scivola precisa, la spiaggia si avvicina. Tutta questa fatica per allontanarsi da tutto questo e così poco per tornarci davanti. Sentire la pancia del mare è la prima cosa da fare. Ogni onda ha la sua direzione e il suo motivo. Ed è inutile provare ad andare dall’altra parte. La direzione la sceglie sempre il mare. A te non resta che assecondare, sentendo la tavola scivolare, finalmente, veloce e precisa. Cadere è una questione di respiri, di millimetri, di movimenti sbagliati. Cadere significa sentire l’infinita pietà del mare, capace di una forza brutale, di una rabbia tremenda, ma anche di risputarti fuori, lasciare ancora che tu possa sentire la sua pazienza. Il mare è la più grande spiegazione della forza terribile che diventa pietà. La vera forza è quella che diventa pietà quando deve. Il freddo passa la muta e arriva dritto sulla pelle. Ritornare fuori è ancora più dura, il fiato non basta e arrivano alla gola strani rumori. Le braccia fanno il loro dovere, sotto la torre del piccolo porto, cercando di rimanere fuori dalla corrente. Quando arriva il sole, per pochi minuti, sembra che tutto lo saluti. L’acqua cambia colore, i vetri delle case riflettono luce, la spiaggia diventa più ospitale. E il mare continua a muovere la sua pancia, per ogni respiro un onda, per ogni onda un bene infinito. Sentire tutto questo sotto i piedi è la più grande cosa che possa succedere in un sabato di febbraio.

E’ anche il modo migliore per ricominciare. Perchè stare seduti a guardare la vita non ha molto senso. Nuotarci dentro, sapendo che tutto ha un suo senso.

Sono tornato

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