A little bit of China – volume one

Cazzo, morire in taxi è proprio da coglioni. Soprattutto quando si ha il biglietto per il treno più veloce del mondo pagato. Questo strano personaggio, età indefinibile, avvolto in un paio di occhiali D&G a mascherina, guida come se avesse dei grossi problemi di integrazione sociale. Salta le corsie senza alcuna logica, ignora completamente le regole della segnaletica orizzontale e del buon senso. Nel frattempo, non contento di esplorare tutte le possibili strade verso la morte stradale, si impegna a tenere vivi tutta una serie di tic nervosi che rendono estremamente pittoresco il viaggio. Sotto gli ottanta kilometri all’ora tira giù tutti i finestrini e mette la quarta. Raggiunti i novanta cambia marcia e tira su tutti i finestrini.

il bello è che fa di tutto per procedere tra gli ottanta e i novanta, ripetendo all’infinito la manovra dei finestrini e cambiando marcia come se il suo braccio destro fosse posseduto da uno strano demonio. A sinistra, nel frattempo, scorrono eterne delle case tutte uguali, modello Londra primo novecento, solo che di sedici piani ciascuna e terribilmente fatiscenti. La stanchezza è tale che mi sembra di avere lo stesso panorama da una vita. Gli occhi mi si chiudono, mi sale la birra, sento le vibrazioni della macchina. Mentalmente ripasso la statistica per cui è molto più probabile morire in macchina che in aereo. Che non fa una piega. Vengo da sedici ore di aereo, morire in taxi sarebbe statisticamente corretto. Involontariamente premo il piede destro sul pianale della macchina, come se potessi frenare io ogni volta che il mio amico muso giallo fa qualche cazzata. Non morirò in una cazzo di Ford degli anni ottanta solo perchè tu sei stronzo, bello. Mentre lo penso mi si chiude l’occhio sinistro. Le vitamine, insieme agli attivatori del sistema immunitario e a una decina di caffè, non riescono a tenere le 29 ore di fila sveglio e operativo. Servirebbe altro, ma noi non vogliamo che serva altro. Sento solo il bisogno di andare al cesso. Di farmi una doccia, di dormire. Ma delle tre cose posso risolvere, in breve tempo, solo la prima. La doccia, insieme al crollo sul letto, è un traguardo lontano. Mancano almeno altre sei o sette ore. Quando sto così, di solito, la ricetta migliore è una birra. O meglio un continuo di birre. E’ come se partissi già ubriaco, aggiungi le birre e non senti la differenza. Solo che la cosa ti fa stare tremendamente calmo. Pianifico di ordinarne una dopo essere andato al cesso. Prima non posso farlo. Potrei morire.

Oggi sono stato tra i primi al mondo a vedere l’alba. L’alba del mondo, perchè più a est di così si torna a ovest. E il sole che sorge nel blu, insieme allo strano panorama della periferia di Shanghai mentre atterriamo, è qualcosa che mi rimarrà impresso.

Devo cercare di ottimizzare le risorse, per sopravvivere alla settimana che, manco a dirlo, deve ancora iniziare.

Quando sto così ho voglia di scrivere tutto quello che vedo. Perchè mi capita di vedere cose straordinare, ma poi mi manca la forza per scriverle.  Mi manca la forza per fare quasi tutto, così divento simile a un animale che tiene attivi solo i principali sensori legati alla sopravvivenza. Sono in grado di difendermi, sono in grado di contare soldi, rollarmi una sigaretta, ordinare dell’alcool e reperire un hotel. Il resto è una vaga nebbia.

 

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