Gitarelle Fuori Porta

Non c’è un dispregiativo sufficiente per descrivere quell’odore. Mi ha sempre preso il naso, lo stomaco e la testa. Mi ricorda il fondo, e tutte quelle vite che lo grattano, graffiando. Mi viene difficile addentare il panino, crudo sottiletta e burro. Lo lascio mezzo mozzato, avvolto nel Domopak, appoggiato sul piccolo tavolo vicino ai bagni. Voglio una sigaretta, credo sia il cervello che chiede disperatamente un tuffo nella normalità. Ero già pronto, non era una novità. Con la macchina arrivi fino alle prime colline, campi verdi, qualche vigna, grossi cartelli di frazioni desolate immerse nel sud della periferia. Qualche puttana, qualche trattore, silenzio tombale nei nuovi quartieri dormitorio, con balcone sul nulla e doppio box termoautonomo. Finisci di costeggiare la strada di Sant’Angelo Lodigiano, passi vicino all’ospedale, imbocchi la statale, erba a destra, fieno a sinistra, niente e nessuno intorno. Poi attraversi quel grosso cancello, e niente sembra più essere discutibile. Un architettura indubbiamente fascista, forzatamente orgogliosa, grossolana come le bugie del regime, solida come il suo popolo. Finestroni sproporzionati, scaloni di marmo giganteschi e stanzoni infiniti. Ci sono crocifissi ovunque e tutti i padiglioni hanno confortanti nomi di Santi. I manicomi non esistono più, per legge. In uno stato dove si consumano più benzodiazepine che grappa sembra davvero un paradosso. Non so bene come si chiami, me lo ha spiegato un giovane dottorino, con l’attaccatura dei capelli quasi a mezza fronte e gli occhiali piccoli da studioso. Un centro di permanenza temporale, insomma un posto di passaggio. Nessuno, tra leggi e decreti, tra studi medici e ambulatori, si è mai sognato di definire il concetto “temporale”. Così ci trovi gente che vive tra queste quattro giganti mura da dieci anni. Qua e la camminano svogliati gli infermieri, romeni, peruviani, italiani abbronzati e palestrati. Trascinano gli zoccoli bianchi solcando i corridoi. Con Angelo andiamo a prendere il caffè allo spaccio in fondo al giardino. Il proprietario ha una lunga coda grigia, la maglietta dei Led Zeppelin, la pazienza di un sasso e un fine senso dell’umorismo: l’insegna fuori è scritta a mano: BarDerline. Angelo ride, mi dice che sui referti dello psichiatra sono tutti borderline. Rido anche io. Il caffè è mortale, prima che la gastrite mi divori mi compro un pacchetto di sigarette. Caffè e sigarette sono la moneta di questo stato. Così, appena lasci la tazzina arriva qualcuno a finire con la lingua il fondo della tazza. E ogni due passi ti chiedono una sigaretta, biascicando, piegati dalla terapia. Angelo dice che la peggiore è quella delle undici e mezza, che poi ti svegli solo alle quattro. Ma è meglio. E’ meglio dormire, quando l’alternativa è ciondolare nello stesso cortile per tutta la vita. L’odore di piscio è dovuto al fatto che in questo stato è lecito pisciare ovunque, in giardino, nei corridoi, sulle scale. Facciamo le grosse rampe piano piano, il fiato spezzato dalla sigaretta. Agli angoli stanno parcheggiati grossi scarafaggi neri, lucidi. Nell’atrio ci sono le trappole per i topi, ma fortunatamente ci sono talmente tanti gatti che il problema è sotto controllo. Angelo ha la camera quasi dentro al campanile, così si è abituato lentamente a odiare la chiesa, che con i rintocchi delle sue campane, è l’unico vero orologio. Prima di pranzo mettiamo a posto i vestiti nell’armadio, sotto gli occhi severi di una “operatrice”. Non le sembra vero di avere qualcosa da fare. Poi ci sediamo sul terrazzo, proprio sotto il campanile, in compagnia di quasi tutto il reparto. E’ quasi ora di pranzo, quasi ora della terapia. Non ho mai visto così tanta rassegnazione negli occhi di un uomo. Fumiamo, offriamo, e ci lasciamo cadere qualche parola. Io racconto, mi sembra sfrontatamente stupido tutto quello che faccio, non riesco a trovare argomenti interessanti. Così Angelo mi chiede come sta Milano, che sono quasi dieci anni che non ci può tornare. Racconto, rispondo, mi scappa anche una promessa di riportarlo al Corvetto. Poi tutto finisce, dentro il bicchiere della terapia. Nessuna parola e trenta uomini che ciondolano verso la mensa. Rimango da solo, con i Roxette su Mtv, una foto di Papa Giovanni sbiadita, due divani bucati e un gatto che mi osserva perplesso. E questo odore, l’odore del fondo.

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