Timme Tribu

Quando hai la finestra su Piazza Trilussa, la apri per il caldo cremoso, unto, stanco, e entra tutto il gioioso vociare caotico della movida di Trastevere, lo sopporti. Di piu’, lo accetti gradevolmente. Sai che fra meno di dodici ore sarai rintanato in un ufficio dell’hinterland, farai ritorno al tuo domicilio, silenzioso quartiere sotto circonvallazione, al massimo qualche ambulanza, qualche rombo dalla tangenziale. Te ne compiaci, ti accendi una sigaretta nel buio, controlli le mail, come se il mondo dipendesse da te, questo piccolo minuto di onnipotenza ti da la carica, ti rigiri sul cuscino umidiccio, sposti il lenzuolo di carta, pensi quanto sia bella Roma, ti ripassi il tramonto sul tevere, le chiacchiere con i grilli in sottofondo su via della Pisana, respiri la bella gente e rientri nella fase rem. Quella dove tutto e’ bello, funziona, perfetto. Niente disturba il sonno dei giusti. Poi si insinua nel primo sogno, quello dove stai per ottenere una promozione, il dottore ti ha comunicato che sei uno dei due immortali, insieme a Silvio, tua moglie e’ incinta e te lo sta comunicando dalla tua casa sul mare, non importa dove, sul mare, ma ecco che si insinua, nella voce di tua moglie c’e’ qualcosa di strano, non e’ incinta, urla, oddio cosa ho fatto la mia vita e’ perfetta, si insinua, distorce la voce, ma questa non e’ la voce di tua moglie, cazzo sei sveglio. Sudato, rincoglionito, perplesso, e sempre con questa voce in sottofondo. Che non e’ tua moglie, ma allora chi cazzo e’, ti chiedi. Ti alzi, cerchi la bottiglia di naturale, ci potresti bollire un the’, niente, questa voce rimane. Ti siedi davanti alla finestra e cerchi di capire. "eh no, alessandro, mo t’o dico, sei stronzo, me ce fai soffri’ de sta cosa che te comporti come cazzo te pare". Localizzi la voce, proviene dalla finestra davanti alla tua, settanta centimetri di deregulation edilizia, nessun criterio di urbanistica nell’urbe. Volevi i vicoli di Trastevere, eccoti servito. "eh no bello mio, mo ce fai un ragionamento anche te, che non me sembri cojone".  Sta al davanzale, i capelli raccolti in un mollettone di plastica, la faccia struccata, una canotta larga, due braccia con dentro tutto l’amore per i soffritti di generazioni di romani e il telefonino nell’orecchio. "Ehmbe’, che ce famo delle tue scuse mo’? No, dimme che ce famo. Ah, ecco, stai a fa ir cazzaro". Ha deciso di troncare. Probabilmente con Alessandro. Forse e’ delusa, amareggiata, magari non lo ama piu’, sicuramente ha pensato che mezzanotte e mezza, finestra della camera, questo sia il momento migliore per farlo. E dobbiamo farlo tutti. Tutti dobbiamo lasciare Alessandro. Dirgli che e’ un cazzaro. Una delusione corale, di condominio per sto stronzo di Alessandro. " Eh no bello, n’e’ che una soffre poi pe mette e pezze ar culo te ce rimedi cosi’". Eh no caro Alessandro, niente scuse. Ti prego, si milanese, freddo, apatico, metti giu’ il telefono. E invece Alessandro ci tiene. Vuole spiegare. Io sono di nuovo sveglio, pronto a dare il mio contributo. Per fare notare la mia presenza accendo la luce e mi accendo una sigaretta. La manifestazione di esistenza di un mondo collaterale ad Alessandro non crea nessun fastidio alla nostra poveretta. E’ tanto arrabbiata. Singhiozza. Poverina. Chissa’, magari l’ha tradita. Ridurre una donna a delirare al balcone con mollettone di plastica e canotta delle grandi pulizie di primavera. Cosa puo’ essere? Poi, tra un singhiozzo e un’imprecazione la voce torna a essere dolce. Quasi sussurra, abbassa il tono, si piega verso il telefono. " Ma si che te amo, certo". Si asciuga le lacrime con il dito agli angoli degli occhi. "Ma  no, e’ che te non capisci, ma io so che te amo". Potesse farlo, infilerebbe le labbra dentro il telefonino, per sussurrare meglio. Pochi minuti ed e’ tutto finito. Alessandro riattacca, lei appoggia il telefonino sul davanzale, si accende una sigaretta. Io con lei. Si accorge della mia presenza, il lampo dell’accendino. Stizzita si gira e rientra in casa. Resto da solo, con un palazzo buio che mi osserva, sveglio e perplesso. Pochi secondi e una lucetta verde anima il telefono. Si sente il rumore della vibrazione. Di lei non c’e’ traccia. Magari e’ Alessandro, pronto per il secondo round, o per dirle che la ama. Chi lo sa. Meno male che e’ finita bene.

2 pensieri su “Timme Tribu

  1. Ecco allora chi mi ha fregato l’email originale “aurelianobuendia”, che poi io ci devo mettere i numeretti alla fine nella mia…

    Si dev essere er questo che il Papa si confonde.
    Ma sopratutto mi sa che legge un po troppi blogghe. Noiosa la vita in Vaticano. (neanche un prete per chiacchierar…)

    **a me quelle braccia e soffritti e trastevere mi fanno venire in mente una sola parola : la parannanza. le donne con la parannanza.

    g.

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