Summary of a fake summer

1.Vincenzo è un nome di fantasia, la stessa fantasia che ci vuole per pensare a un panorama così intenso di macchie come quelle che tappezzano la canotta aderente modello pre industrializzazione, infilata nella tuta blu dell’Adidas che sfocia come un fiume sudamericano, abbondante e molliccia, sulle ciabatte inarcate da anni di fedeltà. Si aggira come un Gabibbo metropolitano intorno al box, mentre cerco di rianimare la caffettiera, ormai preda della ruggine morale che ha intaccato l’orgoglio tedesco e che non la fa più scoppiettare. Essendo rappresentante di scala, concetto al quale si applica con innata vocazione nazista, si sente in dovere di esprimere il suo parere su ogni cosa che circonda il decrepito palazzo, siano animali, persone, oggetti o concetti astratti che si parcheggiano sopra la sua testa, come le nuvole di questo giugno. Lo ascolto mentre mi raccapezzo tra bulloni e chiavi. Niente male per essere la seconda mezz’ora che dedico a me stesso negli utlimi due mesi.

2.Sento forte il profumo di caffè. Sono destinato a non vedere mai questa città di giorno. Arrivo tardi la sera, quando sono aperte solo poche osterie, e parto quando ancora il Ducato del panettiere si sta riscaldando davanti all’albergo. Ho trovato un posto da dove si può cenare sopra il mondo, e molto lontano da tutti i problemi. E’ una taverna seduta sulle colline, da la faccia al tramonto, prestando le spalle a incredibili stellate, mentre il vino rosso di questa zona reclama tutta la testa. Peccato che qui la bistecca sia una questione di principio, mentre per me è una piccola tortura. Devo sempre ripiegare su delle paste fresche con ragù che chiedono molto impegno nella digestione. Però si sta in camicia, appoggiati al tavolo ficcato dentro la terra umida, a guardare qualche aereo, qualche stella, qualche ubriaco. Questa città, messa li tra Firenze e Roma, come fosse un paletto, le sue mura che chiudono il centro, i carabinieri sospettosi, i suoi ragazzi tutti convinti di vivere nel centro del mondo,  la sua squadra, che non sapevo nemmeno esistesse, le sue strade lastricate e lucide, questa città mi ha adottato velocemente. Offrendo quello che Milano fa sempre fatica a dare: il lato umano della vita.

3.Assomiglia sempre di più a Parigi. Perchè è romantica, perchè è talmente bella da sembrare infinita. Per le sue piccole sporgenze di carattere, così simili ai palazzi parigini, per la sua aria da migliore del mondo, per il suo carattere docile come le larghe strade parigine. Perchè ha sempre un lato da scoprire, una forte componente africana, una sensualità unica, una mano decisa, come se ripetesse movimenti che per secoli altre donne hanno fatto, per il suo orgoglio cieco come quello parigino, per la sua rassegnazione, che non finisce mai di dare battaglia, per i suoi occhi, dentro cui riposa un leone. Questa è mia moglie, mi piace dirle che è come Parigi, senza che lei sappia che è il più bel complimento.

4. Appena finito un cous cous pantagruelico, con tutte le verdure che un pollo vorrebbe mangiare, ma con dentro anche il povero pollo, Marc ci ha fatto vedere i suoi quadri. Dice che si vendono bene. Io non capisco quasi nulla di pittura astratta e di francese, per questo preferivo parlare di politica in inglese. Ma poi davanti a un uomo che si racconta, con un pennello, con una penna o con una chitarra, rimani sempre ad ascoltare il rumore che fa l’anima mentre cade nelle tue orecchie. Quadri blu, pennelli e raspe, colore supremo. Marc Clementin, pittore, architetto, pessimo bevitore, si sarebbe meritato altri concetti da me. Invece ci tenevo a dire al primo francese che incontravo che "L’eleganza del Riccio" è davvero uno dei più noiosi libri che mi siano capitati tra le mani.

5. Nella Milano deserta per un ponte, ho ritrovato il mio parrucchiere pugliese. Una love story interrotta dall’irruenza con cui La Signora mi ha imposto il covo di pederasta con forbice e pettine e prezzi da mobiliere brianzolo. Ritornare ai dodici euro per taglio e shampoo è stato un piacere rotondo, come la sigaretta dopo il caffè. Porto una frangia di tutto rispetto, una specie di Beatles povero, una scodella sbeccucciata. Ma mi trovo più convincente di prima, e mi avanzano venti euro per un libro.

6. Alterno i Cypress Hill con i The Kooks. La musica è sempre come un vestito, ti metti addosso qualcosa che ti faccia sentire più a tuo agio, che ti renda bello, che ti faccia stare bene. Mi concedo qualche rimpatriata di Counting Crows solo in aereo o in treno, per abbandonarmi nel dondolio del tempo che scorre più lento. E poi Round Here ascoltata sopra le nuvole potrebbe rivelarsi il picco di un’intera settimana.

Non succede niente, quando succede tutto. Semplicemente tiri fuori gli occhi e guardi, apri le orecchie e ascolti, chiudi la bocca e assaggi il sapore dell’ascolto. Derivi, imparando, soffri, imparando, impari camminando. Niente più di questo. In conclusione una piacevole variazione sul tema, in questa fake summer dal sapore ottobrino. Il vicino che grazie ai muri popolari di carta di giornale e gesso ci aveva abituato a una totale condivisione delle turbolenze intestinali notturne, che interrompevano con fragorosi e baritonali colpi la lettura pre onirica, ora sembra aver virato verso una più salutare attività a sfondo sessuale. Ritmati e secchi colpi, che i più confonderebbero per brevi attacchi epilettici, scanditi da qualche gemito molto vicino al guaito di un animale. Pochi, intensi, istanti, giusto un paio di paragrafi di pura noia francese, prima che tutto si concluda con un sordo tonfo. Che non riesco ancora a spiegarmi se non con il lancio della bambola di gomma, oppure con la liberazione del gatto seviziato. Anche se preferisco pensare che si tratti di un semplice svenimento post coitale. L’amore ascoltato da fuori fa sempre un po’ cagare. Please make love, do not listen it.  Brindando all’amore limitrofo, al crescere, al lavorare e a tutte le cose belle che posso succedere nonostante la pioggia, aspetto.

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