Pazza l’idea di far l’umore con te

Sprofondato nel divano di pelle umana che segna il confine tra la formale reception e il disumano bar dove si sfogano le bassezze umane, osservo il mio amico cinese che sceglie con precisione svizzera da un pantagruelico buffet solo gli alimenti che hanno colori primari molto accentuati e che probabilmente hanno il gusto di cipolla. Qui tutto sa di cipolla. Anche la cipolla. Sono in quello stato di trance tipico di chi, alla terza media a stomaco vuoto, cerca ancora di controllare i movimenti delle braccia per non sembrare troppo goffo o decisamente alticcio. C’e’ un sacco di rumore, l’assordante chiacchiericcio dei tavoli intorno al bancone del bar, un pianista che suona per sua gloria personale e sorride a chi gli passa davanti, le cameriere che si scambiano ordini in un idioma in cui riesco appena a ordinare una birra e grazie a qualche hit anni 80 anche a dire a chiunque “vuoi venire a letto con me?”. C’e’, come nei pochi paesi civili rimasti, il gradevole odore di fumo che si diffonde dai posacenere di cristallo sparsi ovunque e puliti con ostinazione nazista. Fumo e bevo, mentre sprofondo come il delta del Po, un millimetro ogni dieci minuti, dentro la pelle scura del divano. Il mio amico cinese e’ al terzo giro di buffet, conferma l’alto gradimento con sonori rutti e si pulisce il naso nei tovaglioli di carta pieni di resti di formaggio alle cipolle. Questa temperatura mi ammazza, ne caldo ne freddo, umido. Dentro la camicia sta avvenendo una faida tra i miei pori e le mie ghiandole, uno scontro all’ultima goccia di sudore. Sembro appena tornato da una maratona, corsa in giacca e cravatta. Mi piacerebbe tornare a casa, sento il bisogno di casa, cerco WiFi per leggere Vivimilano, telefono alla Signora, scalpito per risalire sul piccolo Fokker che, con il benestare di Dio, potrebbe atterrare a Linate. Ne sono caduti un sacco di Fokker negli anni d’oro in cui il primato con gli ATR era ancora in discussione. Si sedevano sulle alpi, spezzandosi come spaghetti crudi e lasciando business man con valigetta a morire tra i ghiacci. Fra un paio di secoli, i nostri pronipoti si divertiranno un mondo a scongelare l’intellighenzia anni 80 sepolta dentro il ghiaccio. Sono ragionamenti che arrivano sempre prima di prendere un barattolo con le ali. Specialmente un barattolo con le ali prodotto in Olanda, dove saranno davvero bravi con i fiori, con i porti e con gli zoccoli, ma in quanto a aerei era meglio che lasciavano fare. Prima che il senso di morte imminente mi assalga ordino una birra, mi rollo una sigaretta e mi rimetto inclinato sul divano. Se fossi una canzone, adesso sarei senza ombra di dubbio un live dei Counting Crows. Finalmente il mio amico cinese finisce di imbottirsi di colesterolo colorato e apre il suo piccolo laptop. Parliamo animatamente, lo capisco solo grazie alle birre. Negoziare e’ arte assai difficile, e richiede la partecipazione di tutto il corpo. Finiamo in un punto morto, infilati in un vicolo cieco, tra i suoi insindacabili presupposti e le mie migliori condizioni. Questo richiede, prioritariamente, altra birra e altro tabacco. Adesso si tratta semplicemente di offrire una via di uscita, portare a casa l’obbiettivo, fare una doccia, lavarsi i denti, infilare nel trolley i fiammiferi dell’albergo e mettere il culo sul barattolo con le ali. Facciamolo all’italiana, a morte i libri da Autogrill sull’arte di negoziare, al rogo tutti i corsi e le certificazioni Cegos, alla gogna tutte le slides presentate da neo laureati precari che credono ancora in quello che dicono e sperano segretamente di sorpassare la soglia dei ventottomila lordi annui. Cinese, sai cosa ci distingue come popoli? La cultura del fallimento, che per voi e’ merda che copre l’orgoglio, per noi e’ concime che fertile si poggia sul passato. Ciao cinese, io vado sul barattolo con le ali, ciao. In bocca al lupo per le olimpiadi. Ciao.

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