Ho un amico, e dei sedili di pelle

Riflettevo. In questi giorni. Su molte cose, in fondo su nulla. Quando sto male, a due dita dal fondo, mi taglio i capelli. Adoro i trenta minuti di assoluta attenzione per i miei capelli. Forse tento, inconsciamente, di tagliare anche i problemi. Quest’anno continuo a tagliarmi i capelli. Sarebbe opportuno smettere.
Pensavo. In questi giorni. A nulla di particolare. Forse è qui il trucco. Bisognerebbe smettere di pensare. Invidio tantissimo gli idioti basculanti che affollano il bar, il mio bar, ancora in giacca e cravatta, per bere uno Spritz. Ammiro la straordinaria capacità di concentrarsi su una scollatura, sudaticcia, dimenticando l’assordante rumore di fallimento che si portano dietro.
Io riesco a farlo, smettere di pensare, solamente in moto. Saranno le vibrazioni, sarà il lento scorrere dell’urbana miseria, ma smetto di pensare e guardo avanti.

Ho finito di leggere One Man Caravan. Storie di uomini e moto. Questa, in particolare, è la storia di un uomo e della sua moto, in giro per il mondo, negli anni venti, e senza una precisa ragione. Mi piacciono le storie vere, le cronache, di uomini senza una precisa ragione per partire, che si ritrovano a partire. Bettini e la sua Vespa, adesso Parodi e la sua Harley. In ogni caso adesso ho bisogno di un libro vero. Di quelli che mi tolgano il respiro. Esco da una serie troppo lunga di libri carini, piacevoli, ma che ho già dimenticato.
Ho bisogno di crederci ancora.

Mi scoccia ammetterlo, ma potrebbe darsi che io abbia perso il mio fiuto per il Libro dell’Anno. Che mi ha sempre aspettato sullo stesso scaffale, ogni anno.

Penso alle vacanze, e penso che mi piacerebbe un posto dimenticato dal Signore. Ma con il mare. E il caldo vento. E libri. E musica. La Signora e il mio erede. E basta.

Life could be short fritz. Surf it

Spesso potresti fingerti intelligente

Parlavo con disinvoltura rivolto a una telecamera, grossa come il mio pugno. Il tipo davanti a me guardava dentro il piccolo display. Alle sue spalle, il potente impianto di comunicazione, perchè nessuna parola detta, possa essere detta per caso. Cercavo di seguire, con dolcezza, un flusso di pensieri sulla primavera. Stavo parlando, monotono, espressivo e convincente, di mercati in contrazione, di possibili future ulteriori recessioni, di incertezza culturale in ambito industriale. Seguivo con la mente una foglia verde, appoggiata su un prato tagliato fino. Mio figlio adora le foglie. Le tocca, ci parla, le bacia, le mangia. Adora le foglie verdi. Sorride alle foglie verdi. E io parlo di recessione. 

Sto dormendo poco. Sento il bisogno di dormire almeno due ore in più. Punto la sveglia sempre più tardi, rubo addirittura minuti. Sono arrivato in fiera con due ore nette di ritardo. Avevo l’intervista. Me lo ricordavano tutti. Sarà un’intervista guardata da una ventina di svogliati concorrenti. Ma sembrava di vitale importanza. 

 

Ho sempre in testa la fame di tramonti. E sono felice, quando viaggio verso casa, di trovare un cielo così. Pezzi neri, in fondo a Ovest. Il Marino, quello della pubblicità. Il vento dell’Ovest. A est, in fondo, verso le montagne, un sole splendido illumina le nuvole di panna. 

Il sole che si addormenta. 

Mi chiamano sul cellulare mentre cammino verso la piscina. Dovrebbero aver aperto il gigante pallone di plastica. Adesso si può nuotare dentro al tramonto, sentendo l’aria calda che spazzola l’aeroporto. E’ uno spettacolo. Nuotare così. Penso all’acqua, mente rispondo. Mi mancheranno, si e no, dieci passi. Mi separano dieci passi dalla doccia, la vasca, le bracciate, il silenzio. L’acqua. Io. 

Mi dicono che l’intervista è andata benissimo. Per forza, pensavo alla primavera e alle foglie verdi. 

Ho passato tre minuti a confermare a una telecamera, grossa come il mio pugno, che sostanzialmente come paese stiamo fallendo. Si aspettavano tutti una conferma del difficile periodo, nel quale “è di vitale importanza ribadire importanti sinergie industriali”. E le foglioline verdi. 

 

Alla fine della telefonata mi chiede: ma come fai a non essere pessimista, con tutta questa merda che abbiamo davanti. 

E io penso alle foglioline….

Verdi. 

 

 

sparami pure, ma poi beviamoci qualcosa

Questa sera ero indeciso se commentare su un social network l’occupazione di un mostro edilizio milanese, compiangermi per la caduta verticale del mio tenore di vita, cercare su internet delle poesie di Neruda o delle foto di Bansky. Indeciso. Quando sono indeciso, finisce sempre che mi trovo un bicchiere di rhum in mano e una sigaretta tra le dita. L’indecisione, gli autosaloni e i locali per ricchi mi fanno lo stesso l’effetto. Cerco di evitare l’indecisione. Piuttosto faccio grossolani errori. Cerco di evitare i locali per ricchi, e se proprio devo, bevo con la disperazione della consapevolezza e mi godo gli asciugamani caldi nel bagno degli uomini. Gli autosaloni sono il cimitero della motivazione personale. Non c’è niente di straordinario in un tettuccio semi apribile, in un pomello di pelle o in un condizionatore bi zona. Eppure ci costringono ad assimilare la straordinarietà di una portiera e la sensazionale possibilità di telefonare urlando verso la tendina parasole al posto che in un telefono. Non c’è nessun erotismo in un sedile, nessuna sensualità in uno specchio retrovisore. Provo, davanti a una utilitaria che costa dodicimila euro al posto che sei, a dirmi che è stupendo. Poi arriva il venditore. Ne parli con il venditore. Deve essere emozionante. Ti offre un caffè, da una macchinetta. Il caffè per entrare in confidenza. Perché tu sei indeciso. Indeciso in un autosalone. A un passo dalla morte. Indecisione comprensibile, quando si parla di infilare una quantità immensa di soldi in un investimento fallimentare.

Ieri ero in un locale per ricchi, seduto su un divano, a bere del rhum. Nei mojito dei ricchi ci mettono sempre un sacco di acqua tonica. Però ti mettono tre cannucce, una fragola, sei etti di menta e due ciliegie sotto spirito. È come se il tuo panettiere facesse le michette senza farina, ma mettendoci due viti del sei, un tovagliolo rosso e una copia della foto della comunione del nipote del macellaio. Eppure tutti, nei locali per ricchi, bevono mojito. E vodka. E bevono con la camicia, i ricchi. Camicie bianche aderenti. Nei locali per ricchi c’è un sacco di pelle, scura, esposta. Divani, cosce, seni, bracci, caviglie. Le mani degli uomini ricchi, avvolte nei polsini bianchi, cadono su tutta questa pelle. A me, mentre bevo disperatamente, piace questo soft core, questo clima da sceneggiatura porno. Mi piace la sottile consapevolezza che una fascetta di euro, una camicia su misura e una puttana da sbarco, danno alle nuove generazioni rampanti.

Domani, potrei andare nel grosso autosalone che c’è dietro casa mia. Stanno uccidendo un intero viale. È troppo in periferia per interessare ai radical chic, è troppo vuoto per poterci credere ancora. Così, sopravvivono i benzinai e gli autosaloni. Filiali importanti. Facciate stupende. Aperti anche il sabato. Domani magari ci vado, ad emozionarmi per dei led al posto delle lampadine. E a bermi un caffè.

Così ho fatto sera di indecisioni, una serata in un locale per ricchi e un giro in un autosalone.

Per non farmi mancare nulla.

Stasera, ho deciso, mi metto a leggere. L’arte nobile di osservare storie di altri, quando le tue sono spente.

Potrebbe non essere tutto come sul volantino

Avevo bisogno di farmi un viaggio. Avevo bisogno di sentire il sole, il vento, la pioggia, bruciare sulla faccia. Sentire solo il motore, per ore, avevo bisogno di avere moltissima strada davanti a me. Così sono partito, ho fatto millecentosettantasei kilometri e sono tornato, ho preso il sole, il caldo, il vento, la pioggia, il freddo. Il motore, good vibrations, girava, leggero scivolare per tornati e colline, faticoso salire sui passi alpini, lento borbottio sul lungomare. Viaggi così sono sempre troppo brevi, perchè è un immaturo modo di fermare il presente. Lasci a casa il passato e il futuro ad aspettarti.

La scusa è stata quella di un regalo. Ho raggiunto i 33 anni. Non ha moltissima importanza per me. Nello stesso momento, questo posto, e la sua vecchia versione, hanno raggiunto 8 anni.

Le cose nella vita succedono sempre per un motivo. Avevo un bagaglio pieno di motivi da buttare nel mare.

Sono mesi che non mi godo un giorno che sia uno. Per un sacco di motivi. Che sono rimasti nel bagaglio, anche al mio ritorno.

Adesso sarebbe il momento di scrivere del viaggio, di scrivere dei 33 anni, di scrivere di tutte le cose cambiate da 32 a 33, ma anche da 25 a 33, sarebbe il momento di farsi i complimenti, leccarsi le ferite.

Sarebbe il momento di fare bilanci.

 

Invece, siamo qui, seduti alla scrivania, io e i miei motivi. Ad aspettare il prossimo viaggio.

Ho la consapevolezza di sapere, saggezza di un 33enne, che in queste situazioni è meglio non agitarsi molto. Aspettare, esercitare il silenzio, tenere la mano su un filo di gas.

Per i miei 33 anni mi sto facendo un grande regalo, aspetto di darmelo quando sarà pronto. Vorrei farmi una sorpresa.

Ah, ricordati, quando parti per scappare, che sarebbe sempre meglio non tornare.

 

Scommettiamo Che?

Andiamo al sodo. Immaginate, anche se immaginare per la maggior parte di voi (me compreso) è diventato estremamente difficile dopo la venuta di My Sky HD, un poliziotto. In uniforme. Sudaticcio. Immaginatelo come vi pare. Cercate, in alto a destra nel vostro cervello, l’immagine ideale del poliziotto in uniforme. Sudaticcio. Poi immaginate me. Immaginatemi. Sudaticcio. In uniforme, ovvero in giacca e cravatta. Appoggiato al cofano della mia rigorosa station wagon aziendale. In sottofondo, volendo, potete aggiungere alcuni rumori autostradali tipici oppure qualche suono new age primaverile. Fa lo stesso. Anche la divisa, se vi fa meglio, immaginatela del colore che più vi piace. Rosa? Gialla? Una bella divisa verde pistacchio. Con le scarpe di vernice, verde pistacchio. E il cappello, verde pistacchio. Siamo sudaticci perché picchia il sole. Siamo nel dopo pranzo di un qualsiasi giorno lavorativo. Siamo a qualche kilometro dal confine, proprio contro le montagne dalle quali vi siete immaginati, per anni, che i vostri nonni fossero calati per salvare Milano, armati di fucili e ideali. Poi avete scoperto di non aver mai avuto un nonno partigiano, ma vi vergognate troppo per ammetterlo. Magari avete avuto un nonno contrabbandiere. Qui si tagliavano le montagne a grandi passi per portare sigarette, penne, liquori, ogni ben di Dio. Smettete di immaginare il nonno. Tornate sul poliziotto. Con la sua divisa sgargiante. Sudaticcio. Ha in mano i miei documenti della macchina. Roba da controlli di routine. Direbbe un poliziotto. Lui armeggia con il libretto. Girando intorno al cofano. Io fumo. Un po’ depresso. Devo arrivare nel bel mezzo della Svizzera, mi aspettano quattro ore di macchina, sette di sonno e poi cinque di riunione. Immaginatevi la mia vita. Aggiungete un po’ di nero sulle occhiaie. Eccomi. Il poliziotto mi rende i documenti. Faccio per metterli dentro la custodia di plastica e lui, con una voce timida, mi chiede: “se la sente di fare il test dell’alcool?”.

Il tono di voce è quello con cui avreste chiesto uno sconto sulle scarpe da FootLooker, oppure un mirto gratis al ristorante. Timido, ma deciso. Sai di averne diritto, ma sai che è una grande rottura di coglioni.

Io non bevo mai di giorno. E’ questione di algoritmi. Se bevo, dopo pranzo mi prende uno sconcertante ribrezzo per la vita. Mi sento in grado solamente di raggiungere un supermercato, comprare una bottiglia di rhum, sedermi fuori, finire la bottiglia e aspettare la sera.

Immaginate il poliziotto, con la sua sgargiante divisa verde pistacchio, o rosso fuoco, andare ad armeggiare nel bagagliaio della sua macchina.

Una delle poche volte nella mia vita dove non ho nulla da nascondere, se non una gran fretta.

La dinamica della cosa è abbastanza semplice. Soffi in un tubetto, aspetti qualche manciata di secondi, guardi lo scontrino uscire. Aspetti che il poliziotto legga i numeri. Posso capire che da ubriaco la cosa possa dilatarsi di molto nel tempo ed assumere contorni decisamente più pittorici.

Non mi aspetto sorprese, ho solo fretta.

Mi guarda. Immaginatelo guardarmi. Ha gli occhi grandi e neri. Ma se volete immaginarlo con altri occhi, fate voi.

Mi dice: al pelo.

Mi guarda. Io lo guardo.

Al pelo, dice lui.

Mi da in mano lo scontrino.

Mi guarda, sudaticcio. E mi dice: e se lo rifacciamo? Scommettiamo che…?