come non detto

il mio trasloco digitale QUI richiede molte risorse tecniche che non possiedo.
Molto tempo, che non possiedo.
Molta pazienza, che non possiedo.

Ma nel frattempo, sto già scrivendo di la.
Come se uno non avesse avuto voglia, tempo e risorse tecniche per portare tutti i suoi scatoloni in un nuovo monolocale. Ma sto già facendo le prime, timide, cene tra amici. 

Che tutto finisca è chiaro anche ai più mediocri di voi. Monti, WordPress, e altri inquietanti fenomeni della modernità borghese sono chiari campanelli di allarme.

a chi vi dovesse chiedere perchè mi sono trasferito, dite solo che sono andato in un blog dove lo spread era migliore

venite. 

ilnuovobradipo.com

Prima, Durante, poco dopo

Esterno giorno, piazza periferica, ma mica troppo, giusto quella periferia appena accennata, quando la città inizia a diradarsi lentamente in un dedalo di centri commerciali e negozi che vendono brutte scarpe scontate. Fermata del metrò, marciapiede sporco di anni di sporcizia. Umanità da periferia appena accennata, vecchine simpatiche con borse della spesa, vecchini rabbiosi con giornali free press sotto il braccio.

Il tipo mi osserva da almeno cinque minuti. Non è proprio uno zanza, in tutto e per tutto. Vorrebbe esserlo. Mi osserva, ma non fa niente per nasconderlo. In verità osserva la mia borsa del lavoro e il mio desolato trolley di plastica blu. Appoggiati così ai vetri delle scale mobili, farebbero gola anche a un salesiano osservante.

Mi gira intorno, cerchi concentrici, come uno squalo vecchio e stanco di cacciare. Non si capisce bene quale piano geniale abbia in serbo, ma a meno che non porti con se qualche etto di sano metallo sotto forma di coltelli, pistole o altri utensili atti ad offendere, le sue possibilità di impossessarsi della mia borsa stanno a zero. E’ più piccolo di me, più sporco, anche se la cosa in un eventuale scontro fisico non incide, e decisamente meno motivato di me. Io, in questa anonima borsa di goretex e neoprene ci tengo tutta la mia vita.

Poi, come un leone ingrassato da troppa carne lanciata dai guardiani dello zoo, mi molla. Semplicemente mi gira sempre più al largo, rallentando proprio dove questa strana piazza incontra uno svincolo insormontabile per un pedone.

 

Interno, diurno. Desolante stanza d’hotel. Tre mobili, tre. Una scrivania stile Luigi XV, ma forse stile falegname impazzito, un letto a due piazze duro come il legno e un armadio con la porta talmente piccola da rendere difficile persino lo stoccaggio di un calzino. Freddo, pungente e umido. Calorifero in sciopero, preso a lottare tra ruggine e condensa. Parquet cigolante. Da fuori canzoni dei Beatles, cantate a quattro voci, con quattro chitarre, da quattro spagnoli con un impeccabile accento british. Luce artificiale troppo gialla, troppo forte, troppo luce. In sottofondo la televisione del vicino. Ringraziamenti speciali per le mie permanenze in questo blocco di cemento in mezzo al centro del centro della Spagna. Per colazione, domani, avrò diritto a un servizio speciale. Qualcosa al di là della frutta sciroppata e dei cereali molli. Qualcosa di realmente super.  Che ne so, un caffè espresso.

 

E’ che, filosofia spiccia e nuda come il copriletto arancione, nel prima siamo troppo impegnati a pensare al dopo. Nel durante siamo troppo impegnati a pensare al dopo. E’ nel dopo, maledetto dopo, che ti rendi conto che forse tutto il bello sta nel prima. Nel pochissimo prima, in quei movimenti veloci, caldi, che pensano al dopo senza saperlo.

 

Interno giorno, tavolo in truciolato, libreria con un enorme Magritte, ingiallito dalla polvere e dal fumo. Un bicchiere con una nuvola dentro. Sotto, incollati con pazienza, tutti i ricordi di cinque anni che sono sembrati cento. Gli anni dai tredici ai diciotto. Che forse sono davvero cento. Anni in cui non ti sembra mai che ci sia un durante. Ti senti sempre nel prima. Invece dopo, poco dopo, scopri di essere davvero nel dopo.  Sul tavolo di truciolato carte sparse. Bollette, appunti, una lista di libri da comprare. In bocca, decisamente troppo forte, tutto il pastoso ricordo della notte prima, a rhum, lacrime e sigarette. Un accenno di mal di testa, lieve e soave come le nuvole in fondo al cielo che minacciano pioggia. Ma è maggio, fa già caldo. Sospirando, pensi di non voler mai più, nella tua vita, nei prossimi cento anni che poi sono cinque, un rimpianto. Rimpiangere non sarà più previsto. Non senti il freddo che farà, non senti la fatica che proverai, non senti la stanchezza che ti taglierà le gambe. Rimpiangere non è cosa per noi, uomini seduti sotto a un Magritte. Ed è come se firmassi, con il tuo sangue giovane e pieno di rhum, un patto con uno strano diavolo che ti condanna all’osservanza del prima. Mentre tutti sono nel prima, tu sai già che il poco dopo sta arrivando. Mai un rimpianto, ma tanti errori. Come buttare il poster di Magritte.

Interno notte, freddo cane, maledetti caloriferi. Sei in vena di pensare, come fossi seduto su una duna, in mezzo a un deserto. Di freddi caloriferi, armadi troppo brutti e letti talmente anonimi da non fare sonno nemmeno a un narcolettico.

Conti sulle dita delle mani i rimpianti che ti sono rimasti da quel giorno. Hai vissuto tutto. Talmente tanto da avere una faccia di uno che ha vissuto troppo il durante. Non è salutare, vivere troppo. Andrebbero seguiti tutti quei fottuti new age vegetariani, fissati di incenso e spiritualità tascabile e la loro furbizia nello stare a pochi passi dal durante, fottendosene del prima e del dopo.

Invece tu e la tua faccia, maledette occhiaie, vi porterete nella tomba tutto questo durante, tutti questi prima, appena prima, che ti hanno evitato di essere, inutilmente, felice.

Freddo di città, inverno metropolitano. Se mi avessero rubato la borsa, quell’improbabile poveraccio, adesso starei qui a contare quanti fogli inutili mi porto dietro tutti i santi giorni, in giro per il mondo. Geloso delle mie carte.

Ibuprofene

Un pinguino azzurro, una renna beige  e uno strano animaletto rosa, stanno facendo una gara per vedere chi arriva prima sulle sponde del Mississipi. La sfida è educatamente agonistica. Tipo che la renna, durante la gara, ha detto: “che bello correre con voi, amici”. Il pinguino sembrerebbe vincere, tra l’altro ha anche un cavallo gigante, con la chioma bionda. Splendido esempio di razza equina-ariana. E’ anche la settima volta in una mattina che vedo la pubblicità della Stazione di Polizia della Lego. Sento di desiderarla intensamente. Sento di desiderare intensamente anche la stazione di servizio di Cars. Cars Due. Avevo mentalmente già scritto la mia lettera di Natale. Golf, cravatte, orologi, libri, cose così. Adesso devo rivedere il tutto.

Il piccolo Erede non può ancora saggiare i perfetti effetti dell’ibuprofene, che insieme alle benzodiazepine mi ha salvato da numerosi inverni nebbiosi, e così siamo stravaccati davanti a uno dei settantadue canali di cartoni animati. Prodigi della parabola. Fuori dalla finestra non si vede nulla, finalmente è tornata la nebbia. Milano sta tornando ad essere Milano. La nebbia, il Giambellino pericoloso, la criminalità sordida delle circonvallazioni, il traffico idiota, finalmente si vedono i primi frutti della nuova Amministrazione. La Milano in cui siamo nati, la mia Milano, è questa. La mia Milano faceva gli happy hours secoli prima che una banda di lampadati, esagitati, palestrati, radical chic portasse l’happy hour qui. Si chiamava birretta, e si beveva nei giardinetti di fronte ai bar.

La nebbia che c’è oggi è fitta, tanto da fare silenzio. E sembra un silenzioso invito a starsene dritti sul divano, leggendo quel fottuto genio di Winslow, strappando carte di caramelle, e aspettando un buon momento per spegnere la televisione. L’orgia di pinguini azzurri e renne beige mi confonde.

Festeggeremo il giorno del suo compleanno, sicuramente. Ma io, silenziosamente, festeggierò anche il giorno in cui, da vero uomo, potrà degustare qualche milligrammo di ibuprofene. Sentendosi immediatamente un uomo migliore.

 

 

Migrazioni

Faticosissimamente, sto migrando virtualmente da un posto a un altro. Come tutti i migranti ho un problema linguistico non indifferente, nel senso che non capisco la lingua del mondo virtuale. Ergo, migrare mi costa sangue e dolore. Installare, rimuovere, configurare, spostare, settare, questi sei anni di blog da un posto a un altro mi sta costando sudore, neanche tanto virtuale.  Sono un tardone digitale, pigro e rivolto alla mera sopravvivenza. Basti guardare il vecchio blog, così geometricamente anziano, digitalmente sorpassato. Eppure, funzionava. Scrivevo, dal 2005. Ne troppo tardi, ne troppo presto, per farsi un blog. Sono passate almeno due vite e mezzo, tra qui e li. Non c’era internet sui cellulari e c’erano ancora le schede telefoniche e le ultime cabine, tanto per citare due cose che fanno tanto “ho vissuto cose che voi, fottuta generazione digitale, non potete nemmeno immaginare”. Scrivo meno, ho meno tempo per farlo, perchè passo molto più tempo a osservare la vita stravolgermi i programmi.

Essere felici per una vita intera sarebbe decisamente insopportabile, dicevano, ma sono stati sei anni decisamente divertenti. Mi ero chiesto proprio questo, il pomeriggio di sole in cui ho deciso di aprire un blog.

Ora, quando la migrazione sarà completa, se mai lo sarà, mi feliciterò di possedere un sostanzioso passato digitale. E continuerò a scrivere del presente, appena vissuto, diciamo passato prossimo.

Niente di imperdibile.

 

Sweeter than Milk

Cammiando su e giù, perdendomi per le strade che confinano con la realtà sudaticcia di queste serate, correndo sulla Circonvallazione, spingendo il motore fino in fondo, ricordando sorrisi e persone, bevendo enormi boccali di birra seduto sul salvagente con i piedi sulle rotaie che vibrano, osservando la luna in mezzo alla stazione merci, mentre un travestito tenta di strapparmi il portafoglio. A Milano la mia estate è un gerundio. Il modo perfetto di scrivere e vivere.

Pausa

Al funerale, non c’era da stupirsi, c’era la strada piena. La chiesa è sempre piena, me lo aspetto anche per il mio funerale. Ho iniziato, con i funerali, troppo presto e troppo vicino nella mia vita per poter piangere ancora. Ci penso, mentre portano via la bara, poi gli occhi mi cadono sulla gente intorno. Qui c’era tanta rabbia. La rabbia andrebbe seppellita con i fiori, non serve. Serviva prima, ma poi ci pensi dopo ed è sempre troppo tardi.

Intermezzo

Quando vado ai funerali, penso sempre al mio. Sarà un bel funerale. Voglio fiori, musica, e un rinfresco felice e felpato, dove dopo il primo bicchiere di Prosecco si possa ricominciare ad occuparsi dei drammatici problemi di tutti i giorni, lentamente dimenticandomi mentre, traballante in una Mercedes, procedo verso i miei tre metri sotto terra. Vorrei una bara liscia e delle tartine con l’uovo e la salsa rosa. Anche la crostata di fragole, che è la mia preferita. Vorrei vedere gente sorridente, perchè in fondo non sono loro che se ne sono andati. Vorrei i miei nemici davanti ai fiori, a piangere e rimpiangere insieme a parenti di secondo e terzo grado. Gli amici, nel frattempo, li vorrei impegnati a servire del rhum fresco.

Recall

Mi piace tenere in braccio mio figlio vicino a mio padre. Mi piace vedere tre generazioni. Anche mio padre, come negli ultimi 15 anni, sta pianificando il suo funerale. Vogliamo, più o meno le stesse cose. Allora, mi son permesso, gli ho detto che si potrebbe fare tutto insieme. Così si risparmia e si può offrire più da bere. Agli amici. Poi, fumando sospettosi, ci pensiamo veramente. E ci viene da piangere.  Ma non lo facciamo, diamine. Siamo uomini. Credo che il giorno del funerale di mio padre prenderò la moto e andrò verso le montagne di casa sua. Correndo.

Body

Ho sentito la moto scendere, fino all’asfalto. Sentivo la forza centrifuga, la curva, il manubrio che vibrava. Sentivo ogni centimetro di asfalto, guardavo nel mezzo della strada. Poi, tirarla su, buttarla giù dall’altra parte, aprire un filo di gas, ringraziare il cielo per tutti questi cavalli, ripetere ancora. E ancora. E ancora. Rallentare, accostare, togliere il casco, guardare la pancia della valle, nel mezzo di una serie infinita di Appennini, sedersi sul prato, osservare il silenzio che ricopre tutto. Respirare profondamente, riprendere il tutto, rimettendo in moto sapendo che bastano due dita di gas. Io e due tonnellate di ferro. Ma alla fine io e tutte le mie paure che spariscono…

Sweet BaBa

Mi piace quando si sveglia, è una cosa immediata e tremendamente definitiva. Dal sonno al pianto passano pochi secondi. Non riesco a capire a chi assomiglia, ma è bello. Mi osserva, sorride, e mi osserva. E sorride. E tutto potrebbe stare così. Sarà da qui a quando parleremo del nostro funerale. Sarà in questi anni, in cui ti darò tutto il meglio…

Booking:

Io, come ogni estate, mi permetto di suggerirvi il libro che vi cambierà il modo di leggere. Poi voi siete liberissimi di comprare i soliti pacchi, le solite menate, le piccole grandi delusioni dell’editoria italiana.
Si chiama Jonas Jonasson. E si porta dietro un sacco di pipponi sul sottobosco scandinavo che produce grandi autori. Ma tu, che sei smart, sbattitene. Leggiti “Il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve”.
Perchè è una storia divertente, scritta bene, messa nei tempi e nei modi giusti. Sarà uno di quei libri, come La Famiglia Spellman, che rimane felicemente sospeso in libreria…

Ci vediamo in questo posto, o su RadioCorrida, ma io sarò itinerante per lidi e ristoranti di pesce fresco. Tra ombrelloni e statali ingorgate…

Life is Short Fritz!