Sette premesse e un funerale

Premesso che la mia eterossessualità non è in discussione, ma è una delle poche certezze. Il mio lato femminile è evidente ai più intimi e da solo mi rendo conto di avere uno spirito eccessivamente critico, civettuolo, per gli accessori femminili che vedo su altre donne, per l’orrido gusto di mostrare talloni callosi nei mesi estivi, per il drammatico sensazionalismo con cui ci si tatua sulla pelle fiorellini, svastichelle, patatine, cavallucci marini, cuoricini o dubbie scritte giapponesi. Ma questo rientra nella mia eterosessualità. Nella mia, non in tutte, d’accordo.

Premesso che mi viene particolarmente difficile, in questo periodo, rapportarmi con il genere femminile, in tutte le sue discutibili forme e accezzioni, tra cui la famelica fighettina milanese post rientro da Panarea o Sardegna, ancora ciondolante per i mojiti, sciabattante nell’infradito di cuoio, distratta dalla colonna sonora sparata dall’iPhone mente con cinismo cataloga la vetrina di Zara come troppo popolare e sogna la riapertura della piccola Maison di Corso Garibaldi dove comprare ventose camicie di lino.

Premesso che sui Navigli, intesi come i seicento metri di fiume, bancarelle, bolgia umana e kebap che si diramano dalla Darsena, ci vado solo ad agosto, ma in centro, inteso come il triangolo di librerie tra il Duomo e i suoi vicoli, non riesco a non andarci, nemmeno quando uno scoraggiante tifone tropicale si aggiunge alla già segnalata fighettina di ritorno e ai soldati in divisa (viviamo in una città presidiata dall’esercito, cazzo. Lo stato di Polizia è la fine della democrazia, cantavano i Club Dogo, cazzo), e il senegalese che ogni volta, dico ogni volta, mi riesce a rifilare un libro su altri mondi possibili (democrazie senza razzismo, popoli integrati, cucina etnica, insomma il genere fantasy), e il suonatore ambulante con il suo sassofono che fa due note, solo quelle, ma dimostra che un sassofono fa sempre atmosfera, e gli zingari, o rom, che osservano il traffico umano, e gli agenti in borghese, che osservano i rom, che chiamano zingari, e i vigili che sonnecchiano all’ombra della galleria, e le commesse stressate, pallide, ma sorridenti, insomma l’umanità tutta che si ritrova nello stesso posto tutti i sabati per la celebrazione del sabato in centro.

Premesso che sto passando un periodaccio, se quando ti senti una merda, ma proprio una merda, che più merda non si può, tanto che ti infileresti nel cestino da solo, ma poi l’Amsa in periferia non passa e rischi di invecchiare incastrato in un cestino, se quando senti tutto intorno confusione e tu sei la confusione e la cosa non ti aiuta, anzi ti confonde, ma poi smetti di essere confuso perchè diventi depresso e vorresti linkarti su Wikipedia alla voce "astenia" e poi pensi che a trent’anni uno non può stare così allora stai peggio, e insomma tiri sera in questo barbaro modo.

Premesso che il mio fisico sembra l’unica fonte di soddisfazioni, perchè per una ragione o per l’altra sei tornato a tirare i pugni nel vento, arte fisica sommariamente chiamata boxe, la quale tu pratichi con ostinata dovizia di particolari a tempo perso, in mezzo al parco dove tutti corrono per rilassarsi e tu ti pianti davanti a un faggio e tenti di sfondare il tronco a furia di ganci. Che poi, povero faggio, già è sfigato a stare a due metri dall’aereoporto, ad avere i tarli indiani, i barbeque della domenica, che gli staccano i rami per fare gli spiedi, i cani che lo inondano di piscio, ci mancava anche un idiota che lo prende a pugni.

Premesso che hai scoperto IBS, e ti sei messo compulsivamente a comprare libri on line. Di tutto di più. E sei emozionato come un bambino quando arriva a casa il pacco, contenente sette libri di cui sei non ti saresti mai sognato di comprarli, ma così togli le spese di spedizione e ti senti furbo. Però ti sei trovato senza libri, e ti rimetti a leggere Augusteen Borroughs, ma poi ti scazzi, allora prendi Garcia Marquez, ma poi ti scazzi, allora prendi Wired, ma lo hai già letto sul cesso, allora prendi l’Economist, ma è una tristezza tremenda, allora pensi che sei stronzo e che devi fare ritorno in una fottuta libreria reale. Affanculo i pacchi celeri, evviva le buste di plastica che soffocano i delfini.

Premesso che in questi giorni prendere delle decisioni ti costa davvero tanto, roba del tipo: mi alzo o mi lascio morire a letto? mi faccio il caffè o mi impicco alla doccia con il laccio dell’accappatoio. Che finisce sempre che ti alzi, ti fai il caffè e ti metti in strada, sognando un laccio per l’accappatoio.

Detto questo, trovi subito il tuo libro. Ti aspettava all’ingresso, nello scaffale dei nuovi arrivi. C’è la nuova edizione de La Ballata delle Prugne Secche (compratelo, Pulsatilla ha bisogno di lettori, se no si rischia una terza edizione). C’è un libro su un uomo chiamato Ibra. Un libro sullo shopping, due gialli, tre stronzate e lui. Copertina bianca, rigida. Attende speranzoso che qualcuno se lo porti via. Lo prendi. Già l’autore è una garanzia. Quando garanzia è riduttivo. Passi sopra la copertina rigida, solitamente vietata e sintomo di libro per idioti. Prendi il tuo libro e identifichi una cassa. C’è coda in libreria. Allora pensi che c’è ancora speranza in questo mondo. Poi in verità la coda è composta da: ragazzina emo con libro su M. Jackson. Signora sotto psicofarmaci con I love Shopping. Rasta con quaderno Monocromo e penna Bic. Signore panciuto, sospettosamente simile a un dentista, con Corriere, Repubblica, Giornale e Gazzetta. E la speranza scema lentamente, come la crema del caffè appena fatto. Ti metti in coda, leggi la seconda di copertina. Arrivi alla cassa. Ti tocca un cassiere. Spassionatamente omo. Consegni il libro, consegni la carta di credito, non prendi il sacchetto perchè alla fine per i delfini ti dispace un po’, aspetti lo scontrino da firmare. E lui ti guarda.

Poi, mentre ti consegna la penna per firmare ti dice: "sai che hai delle bellissime mani".

E tu pensi alle tue mani. Che in effetti non sono niente male. Abbronzate, muscolose, ordinate, virili, spaccone, delicate, callose, leggere, affusolate. Non sai cosa rispondere. Prendi il libro ed esci. Insieme alle tue mani.

 PS: il libro è "Principianti" di Carver. La perfezione, talvolta, ha la copertina rigida.

Parto Dunque Sono

Da quando ho capacità di comprendere il mondo e le sue primordiali attività, quindi da quando ho due anni, ogni dodici mesi, con regolarità svizzera, vivo insieme ai miei concittadini lo straordinario fenomeno delle Partenze Intelligenti. Insieme agli altri fenomeni estivi, tra cui L’Ultima Settimana Di Lavoro, celebrata con il count down su Facebook e l’aperitivo con i colleghi, La Notte Di San Lorenzo, che Studio Aperto continua a spostare dopo il 10 agosto e che tu passi regolarmente o in traghetto o in aereo, il Ferragosto, che dopo è quasi Natale, che balli, bevi e fumi, insomma insieme a tutte le scadenze italiane, la Partenza Intelligente è un must. Mio padre è stato uno dei Grandi Maestri della Massoneria delle Partenze Intelligenti. Caricavamo il Peugeot la sera prima, in gran segreto. La cosa richiedeva dalle due alle quattro ore, per via dell’incalcolabile volume delle borse delle mie sorelle, che dipendeva da numerose variabili. Trasportavamo quintali di lacca per capelli, tonnellate di magliette e maglioncini, bancali di trucchi, generalmente per ritrasportarli intatti. Eravamo una famiglia sensibile, facevamo fare le vacanze agli oggetti di casa. Una volta caricata la macchina, si era autorizzati a due/tre ore di sonno, in attesa della Partenza Intelligente. Ore nelle quali mio padre, zoccoli, canotta e bermuda, ripassava il piano di viaggio come un carrista americano si studiava la Normandia. La scelta delle soste, i rifornimenti, l’eventuale, ma mai consentita, pisciata fuori programma, seguivano un itinerario ben preciso. L’unico in Italia: L’Autostrada del Sole. La partenza avveniva una manciata di minuti dopo le cinque. Seguivano, solitamente, almeno due ritorni all’ovile. Primo: abbiamo lasciato il gas aperto. Secondo: abbiamo dimenticato un oggetto fondamentale a scelta tra: la piastra per capelli, lo scopino per le pulizie, lo sgabello di tela. A quel punto, nella macchina, la temperatura raggiungeva i trentacinque gradi e la concentrazione di esseri umani era tale da poter tranquillamente ottenere lo status di Carro Bestiame. Ad ogni incrocio prima di raggiungere l’Autostrada, gli sguardi taglienti di mio padre incrociavano quelli di altri uomini, a bordo delle loro utilitarie stra cariche. Da casello a casello non ci abbiamo mai messo meno di cinque ore, qualunque fosse la destinazione. Cinque ore nelle quali, dopo i giochi di gruppo, il panino, il caffè nel thermos, il succo Billy, una sosta rifornimento con pisciata clandestina, non sapevi davvero cosa fare. 

Fino ai diciannove anni, ho sempre creduto che davvero da Milano a Lodi occorressero due ore e un quarto, e che Lodi tutto sommato fosse vicina al mare. Quando le case automobilistiche hanno inventato l’aria condizionata e hanno smesso di rivestire i sedili di flanella, ho celebrato la cosa come un successo personale. Finalmente avrei smesso di perdere tre chili ogni viaggio. Uno dei grandi vantaggi del matrimonio di mia sorella era un notevole incremento di spazio sul sedile posteriore, nel quale adesso potevi anche muovere le braccia senza toccare carne sudata. Nel tempo hanno costruito altri super mercati oltre alla Coop di Grosseto, rendendo possibile l’acquisto e il consumo del latte nello stesso giorno e senza che diventasse formaggio cagliato nel baule-forno della Peugeot. Hanno costruito altri campeggi, altre spiaggie, altre strade, e la gente ha iniziato a dividersi, per reddito, per tipologia di vettura e per divertimenti. Chi gioca a golf ama fare immersioni. Noi giocavamo a bocce e amavamo fare la coda per la doccia, cercando di lavare anche le pentole e mangiando pasta con il Badedas per due settimane.

Ci siamo divisi, inesorabilmente. Ma non abbiamo mai smesso di incontrarci, tutti insieme, sull’Autostrada del Sole, fermi immobili sotto il Sole che da il nome all’autostrada, tra Parma e Reggio, nel nulla delle colline. E scendiamo ancora dalla macchina, guardando fisso nel vuoto verso la fine della coda. Cerchiamo le sigarette, e mentre ne accediamo una, pensiamo che le cinque meno cinque forse non era l’orario perfetto. Aggiungiamo ai buoni propositi il cambio di orario per l’anno prossimo. E pensiamo che arriveremo tardi in ufficio. Noi e quattro milioni di italiani, come le banane, con il bollino nero di Studio Aperto. Noi, che quest’anno parto alle cinque meno cinque.

 

Ciao Nanda

Senti Nanda, ti chiamo Nanda perchè tutti ti chiamano Nanda. In verità non ci siamo mai conosciuti. Ti ho vista una volta parlare, qualche tempo fa, di scrittura e libri, in uno stanzone affollato da ragazzi della mia età. Tutti ai tuoi piedi. Ho iniziato a vedere le tue foto quando ho iniziato a seguire quegli scaffali della libreria dove si appoggiano i colossi del secolo scorso. C’era il tuo nome, in un modo o nell’altro, in ognuno di questi libri. Ho comprato un libro di foto sulla Beat Generation, e ho scoperto una piccola donna bellissima, che ha avuto l’ostinazione, il coraggio, la fortuna, il genio, di essere nel posto giusto al momento giusto. Così sono venuto a sentirti parlare, così ho iniziato a leggerti. E sei finita in quell’angolo dove ci sono i punti fermi di un percorso, il sentiero di un cammino deve essere battuto prima da qualcuno con il fiuto della vetta. Adesso, morire è una cosa abbastanza naturale. Soprattutto alla tua età. Niente di imprevedibile. Adesso che quel sentiero lo percorriamo in tanti, mancherà comunque una guida, mancherà comunque il fiuto di una super star. Eri proprio bella, nelle foto di San Francisco, eri proprio affascinante, con il tuo parlare, era davvero frastornante quello che dicevi e la dedizione che davi. Pazienza, ti dedicheranno un festival, forse una statua, magari una via, così va il mondo. Ci sono volte in cui mi siedo ai piedi di Montanelli, in mezzo ai piccioni, guardando il traffico al di la del cancello dei giardini. E penso che forse ha chi ha dato la sua vita per cambiare qualcosa, non basti una statua. Mancherai. Mancherai a molti, e a molti mancherai molto più che a me. Ce ne faremo una ragione, e faremo in modo che i semi buttati possano fiorire in qualche modo. Ti pensavo qualche settimana fa, mentre passeggiavo per San Francisco, pensavo a quello che hai fatto, a quando lo hai fatto. Poi ti ho pensata l’altra notte, sdraiato in un corridoio di un traghetto, mentre ascoltavo la gente. E’ spiazzante, ma quando hai le cose ti manca la percezione della loro importanza. Forse nel perderti, tanti capiranno la tua importanza. Peccato. Io sono solo riuscito a stringerti la mano, insieme a molti altri. Avessi saputo che si trattava dell’ultima volta, lo avrei fatto con più solennità. Ma il bello della vita è che non sai mai se è l’ultima volta. Toglierebbe la sorpresa.  Sarebbe come una poesia senza poesia.

Ciao.

in loving memory of Fernanda Pivano

era meglio quando si stava peggio

Sai cosa? Di scrivere non mi stanco mai, e questo è un problema, talvolta. Come con Filippo, un amico che ho conosciuto in montagna e con il quale ci siamo scritti lettere tutti i giorni per mesi. Su cosa, ora non ricordo, ma ricordo l’immenso piacere di sedersi al tavolinetto di legno nell’angolo della camera, spostare la tovaglietta infeltrita, aprire il cassetto, prendere la carta e stappare la stilografica. Era uno spasso anche vedere le parole uscire dal pennino, con ordine e precisione. Una a cui scrivevo davvero volentieri era la mia fidanzata ai tempi del liceo. Per non farmi beccare, scrivevo su piccoli fogli a quadretti, riempiendo tutto il foglio e chiudendo sempre con una cosa più sdolcinata del giorno prima. Forse in effetti la nostra storia è anche finita perchè dopo il "ti voglio un mondissimo di universissimo di bene" non sapevo bene che cazzo inventarmi.

Insomma scrivere crea dipendenza, e io sono abbastanza propenso a tutte le dipendenze emotive, chimiche e sociali.

Oggi, in verità ieri notte, mi sono trovato a pensare di smettere di scrivere. Non ho folle di lettori che compiangeranno la scelta, non ho editori che mi consiglieranno benzodiazepine. Poi ho pensato che forse non è giusto smettere di scrivere. Forse è più appropriato smettere di scrivere di me. Eh, sembra semplice, ma per un egocentrico non ci sono molti argomenti validi come il "adesso scrivo un bel pezzo su me stesso o su come io interpreto il mondo".

Allora forse ho solo bisogno di leggere. Quello che ho scritto fino a ieri, sui miei quaderni e su questo posto, ha cambiato improvvisamente senso, prospettiva, e rischia di diventare una pesante lapide memoriale. Per i quaderni ci vuole davvero poco. La carta di oggi brucia che è un piacere. Sembra che riciclandola la intingano in un intruglio di sostanze relativamente infiammabili, ma è una notizia di terza mano datami da un tossico con il quale sono costretto a parlare ogni tanto che tra una canna e l’altra si succhia un paio di documentari.

Sul cancellare questo posto il gesto è di un’immediatezza spiazzante. Ci sono momenti per cui mettere la parola fine richiede tempo, impegno, aiuto. Ho davanti alla mia vita, affacciati al davanzale della mia coscienza, un paio di situazioni in cui basta un battere di ciglia, un click di mouse, un sorriso, e forse qualche lacrima. Questione di secondi, fine, boom, chiuso. Se solo cancellare le parole che vorrei cancellare, che  vorrei bruciare, potesse servire a qualche cosa.

Ho la sfiga di avere una memoria visiva incredibile. Non ricordo perfettamente il contenuto, ma ricordo la forma. Quando soffro, la mia memoria visiva si fa aiutare dalla memoria olfattiva più potente che abbiate mai visto. Guardavate quel telefilm, "the Sentinel" dove lui, investigatore, usava i suoi sensi per sentire a kilometri, vedere nel buio eccetera eccetera? Ecco, il mio naso, nel dolore, si attiva come una macchina svizzera, un meccanismo infallibile di archivio. L’odore da una dimensione differente al ricordo della sofferenza. Ricordo l’immagine d’inisieme, il primo sguardo, al corpo di mia madre morta. E ricordo perfettamente il profumo che mia nonna, tra una corona del rosario e l’altra, metteva a litri. Profumo che non è ancora uscito di produzione e che ritrovo nei posti più impensabili. Il mio naso, ieri, ha fatto il suo lavoro. Il cuore sembrava impazzito, i polmoni volevano urlare. Le mie mani sentivano il bisogno di stringere, con una forza mai sentita. E la mia memoria ha fatto il resto. Quindi è inutile cancellare parole scritte e già lette, quando il cuore, i polmoni, le mani, il cervello, portano il ricordo perfetto di tutto.

Ecco perchè, seduto a contare i respiri, ho deciso di non decidere. Perchè quando mettere la parola fine è questione di attimi, potrebbero essere secoli di rimpianti. Perchè quando vivi, quando ami, quando fai quello che tutti cercano disperatamente di fare, il rischio è un elemento da calcolare. 

Forse non smetterò mai di scrivere, devo solo trovare altro su cui farlo.

Forse non smetterò mai, lo farò semplicemente in modo diverso.

SEE U SOON

San Diego Missing Train

e questo e’ il terzo tentativo. Mi siedo, inizio a scrivere, e il tempo scade, il computer si disconnette e io rimango seduto davanti allo schermo aspettando il miracolo di una riattivazione. Abbiamo fatto le valigie, lasciando la piccola camera a Little Italy con un po’ di malinconia. Lasciare San Diego e’ davvero difficile, non tornarci sembra impossibile. Ce ne faremo una ragione. E’ da una settimana che non metto le scarpe, lotto con l’oceano per avere ragione di una tavola e del suo contorto rapporto con le onde. San Diego va bene per tutti, si modella sulle esigenze di chiunque, va daccordo con qualsiasi tipo di vacanza. Si parlano tutte le lingue, si bevono tutte le birre, si sorride molto, si dedica molto tempo allo struscio, si osserva la gente, si imparano i loro orari.  Ci si districa tra le basi militari, i campi di addestramento e le zone vietate. Si impara a riconoscere un paese in guerra dalle lacrime delle mogli all’aereoporto, dal silenzio ordinato delle ville di Imperial Beach. Si impara la noia dello shopping, si mangia anche italiano, si aspetta il tramonto al mare, vicino al Crystal Pier, si fa la coda per un espresso.  Si socializza, parlando palermitano oppure suonando la chitarra con un barbone pieno di wiskhy.

Sembra di lasciare una citta’ pronta ad aspettarti di nuovo, senza che niente cambi. E’ possibile solo in un paese senza storia, senza un passato di chiese, guerre e comuni, ma con un recente passato trasformato in mito e conservato per le nuove leve, pronte a morire per difenderlo. Dopo un po’ stanca, e vuoi tornare nella tua terra che di buono ha solo il suo glorioso, infinito, passato. Ma basta accontentarsi e vivere molto bene oggi, come fanno tutti.

Il GRAN FINALE:

Da quando mi sono sposato la mia banana e’ cambiata molto. La mia banana e’ molto vissuta, come tutte le banane di chi viaggia tanto. Colpa delle donne, che prendono la tua banana e ne fanno un loro accessorio. La banana e’ la cosa piu’ preziosa per un uomo. E’ meglio perdere un piede che perdere la banana, dicono i saggi. Mi aspetto di avere una banana lunga, ma solo la dottoressa potra’ confermarmelo, parlando della mia banana e facendomi domande sulla mia banana. Faccio tutto per rendere la mia banana perfetta, e cerco di avere una banana sana e attiva. Ti spaventa parlarmi della tua banana? Allora ti parlo io della mia banana. La mia banana e’ cambiata molto negli ultimi giorni.

Ho semplicemente provato a sostituire la parola sigaretta con la parola mela. Come ho fatto sopra, con la parola vita e la parola banana.

Il risultato e’ uno scoppiettante ventre, mai sazio di mele. Ah, dovresti solo immaginare quanto e’ buona la prima mela del mattino, quella mangiata appena svegli. E la mela dopo cena? uno spettacolo. La mela nel traffico, la mela mentre aspetto la birra. Una figata. Sono solo un po’ preoccupato per la mia salute, perche’ una cassetta di mele al giorno sembra essere tanto. Passero’ alle mele leggere. Sembra funzionare, fumo solo due sigarette al giorno, mangio mele come un roditore, e comincio a sentire gli odori della citta’.

Per quanto riguarda la banana, e’ tutta una questione di filosofia. Le dimensioni della banana, nella banana, non contano. Basta trovare una donna che voglia una banana serena, perche’ la banana e’ gia’ dura di suo…

mi faccio 30 ore di volo e poi mi rifaro’ sentire dalle coste mediterranee.

Adios