Mese: gennaio 2009
Col Seno di Poi
Cerco di leggere per tenermi aggiornato sui grandi problemi del mondo.
Leggo sull’Economist di questa settimana che c’è una grande crisi, tra le crisi, che preoccupa molto. Non è l’auto, non sono le sgangherate fabbriche alimentari,ma è un settore di vitale importanza per il mondo: quello dei super jet. Prodotto, gi ignoranti potrebbero dire, di nicchia. In effetti sono solo quei due o tre cento multi milionari CEO dell grandi aziende della Terra i principali utilizzatori dei piccoli oggetti volanti. Solo che i grandi CEO della terra devono dimostrare un forte senso del risparmio, e qualche maligno ha addirittura notato come i paperoni dell’auto americana, mentre andavano a Wall Street a prendersi i milioni di fondi stanziati da Giorgio Doppia W, si siano mossi a bordo di poco economici jet. Allorchè il settore è in crisi, anche perchè non si butta via niente e quindi il mercato dell’usato è andato alle stelle. E tu, del call center della Wind, che pensavi di essere l’unico stronzo cassaintegrato.
Leggo su Vanit Fair una appassionata lettera di un giovane omosessuale che desidera, proprio in qualità di omosessuale, pagare meno tasse. Sostiene che questo governo, apertamente schierato contro di lui e quelli come lui, che lui stima essere quasi tre milioni, fa di tutto per ostacolare la sua vita. In effetti il ragionamento, nel suo drammatico qualunquismo, mi appartiene. Anche io, vorrei essere rappresentato da persone di un certo spessore. E pagare tasse sensate. Noi cattocomunisti siamo da sempre così. E’ bello sapere che anche gli omosessuali sono dalla nostra parte. Non ci resta che fondare un partito. Magari di sinistra, giusto per fare le mosche bianche.
Leggo, sempre su Vanity Fair, che Gad Lerner ha un interessante punto di vista sugli ultimi, deprecabili, episodi di razzismo accaduti. E che "in un solo giorno ad Auschwitz si uccidevano più ebrei di quanti palestinesi siano mai morti per mano di Israele". Che è un bel conto. Ragionando così, ad essere iracheni, si potrebbe andare in giro per New York con la certezza di poter uccidere almeno cento newyorkesi al giorno ed essere dalla parte della ragione. Poi si potrebbe assumere Gad come avvocato.
Leggo, appoggiato su uno scaffale della Mondadori, l’ultima fatica di Pulsatilla e molte domande assalgono il mio cuore. E’ diritto di ogni lettore, secondo Pennac, avere gusti e poter scegliere. E questo libretto di Pulsatilla è la prova che è diritto di ogni editore di fottersene dell’intelligenza dei lettori, e lasciare che siano loro a provare un senso di vuoto che non si provava dai tempi di un buon classico di De Carlo.
In ultimo, in merito alla foto allegata, che al momento in cui scrivo è stata caricata da 4 minuti e ha ricevuto 541 click e mi intasa Splinder tanto da far comparire le lettere due minuti dopo che le ho scritte, e che risulta essere negi articoli più letti di oggi sul Corriere.it (articoli più letti, è scritto così sul loro sito) aspetto con ansia di leggere:
– l’acuta sintesi di Grasso, che lamenterà una grande caduta di stile, in una trasmissione che in fatto di stile aveva solo la Bignardi.
– la spassionata testimonianza del padre della giovane giunonica, su qualche giornale. Dice di essere fiero di sua figlia, e che lei ha tanto da dare ed è anche molto intelligente, e che sono ingiuste le critiche che la apostrofano come puttana mediatica. Perchè ognuno davanti alla vergogna del fallimento, ha diritto a un’ultima difesa.
– il parere medico di un ginecologo di fama internazionale che suppone che toccarsi ossessivamente le tette, che sia a favore di camera o meno, può portare a dei problemi (no, non fa diventare ciechi. Quello è la conseguenza maschile davanti a una donna che si tocca ossessivamente le tette a favore di camera).
Vorrei non leggere, ma so che ciò accadrà:
– una qualsivoglia difesa della sopracitata giunonica, proveniente da un inaspettato intellettuale che si schiera in difesa di lei e di tutte le tettone esibizioniste del mondo.
– una critica da Famiglia Cristiana, il giornale letto dai teledipendenti cattolico-conservatori, che evidenzia a che punto è finita la tivù italiana, dimenticando di menzionare a che punto sono finiti quelli che la tivù italiana la guardano.
– l’homepage di FaceBook, con decine, forse migliaia, di gruppi pro e contro, di cui l’unica cosa bella saranno le foto e la sottile vittoria degli autori del Grande Fratello, che ci hanno provato con il cieco, o non vedente, con la hostess disoccupata, o diversamente lavoratrice, dimenticando che un paio di tette, dall’invenzione del tubo catodico, risolvono sempre il problema.
Mi sono rifiutato di leggere tutti gli articoli sull’argomento, per presunzione d’intelletto: non credo che nessun laureato in giornalismo debba spiegarmi l’evidente semplicità di quello che sta accadendo. Ma non posso non pensare che, riflessioni da adolescente degli anni 90, noi ci dovevamo ammazzare di pippe con Non E’ La Rai e Ambra Angiolini, e questa smidollata generazione ha anche la fortuna di avere la vita ormonale così semplificata. Non è che poi mi crescono senza saper combattere per le cose importanti?
E qualcuno ha ancora il coraggio di dire che non mi aggiorno sui fatti più importanti della settimana.
Update e copyright: i click sulla foto sono 601, ed è stata presa da un sito specializzato in gossip: corriere.it
take a look
Guarda la neve, per esempio. La neve non è altro che acqua sotto mentite spoglie. Solo che quando piove ti senti triste, amareggiato e anche un po’ sfigato. Quando nevica ritorni bambino, ti ritrovi a guardare la strada davanti a casa e sperare che non finisca mai. Adori il prato ricoperto di bianca, soffice, silenziosa, (ho già detto bianca?), neve. E pensi che sarebbe bello vivere in un posto dove la neve non va mai via. Dove per settimane tutto rimane bianco, silenzioso, soffice, perchè no ancora bianco. Eppure per andare in ufficio ci hai messo sei ore. Stavi rischiando il legamento crociato per attraversare la strada, hai tamponato quattordici volte lo stesso lampione, poveretto, sfrizionando come James Dean. Hai anche la fortuna di vivere in un comune che presta il sale agli altri comuni, e per di più in una zona lontana dal centro e dai fotografi del Corriere, dove nessuno mai si sognerà di passare per spazzare questa silenziosa, soffice, infernale coltre bianca. Eppure la ami. E non pensi, mentre saltelli tra un lastrone di ghiaccio e un cumulo di terra ghiacciata, che stai rischiando la vita in una metropoli del ventunesimo secolo. No, pensi che è bello, che è giusto, che è inverno. Che bella persona che sei. Affascinato dalla purezza, ipnotizzato dal bianco, stordito dal silenzio. Guardi distrattamente il telegiornale, dove un giornalista da un po’ di ragione ai palestinesi e un po’ agli ebrei, si fa inquadrare con giubbotto antiproiettile e baracche sullo sfondo e finisce con augurarsi che Obama risolva tutto. Tu sei distratto, aspetti il Meteo. Dove speri che ti dicano che continuerà per mesi, forse per anni. Ma questa è la terra dei cachi, dei limoni, non dei Grand Soleil e dei pinguini. Non solo smette di nevicare, ma arriva il gelo. E ti ritrovi a fare delle fantomatiche piroette in macchina, disegnando itinerari misteriosi insieme ai tuoi compagni di balletto. E tutto è brutto, freddo e inospitale. Per quanto possa essere truce è così, anche la purezza della neve ha il suo lato oscuro. E forse era meglio la pioggia, che rompe si, ma è la forma più semplice di acqua, la più innoqua. Perchè questo posto è fatto perchè piova, non perchè nevichi. E tutto è un grande dono, ogni momento di sole e di pioggia. E bisognerebbe smetterla di lamentarsi per il caldo del sole o per le nuvole di pioggia. E’ la neve a dirtelo. E considerare ogni momento per quello che è davvero. Perchè domani potrebbe piovere, o arrivare il sole, o ancora nevicare. Ma tu resterai sempre quello. E smettere di guardare a domani, sperando nel tempo migliore, quando hai la cosa più bella del mondo da fare: vivere.
In loving memory of Aureliano B. C.
Ho fatto 13 al SuperEnalotto
1
Sono tornato. La Signora ha avuto pietà di me, e dopo solo tre giorni di montagna ha avuto il buoncuore di riportarmi nella civiltà. A Milano siamo ancora in cinque o sei. Gli altri quattro, in questo momento sono in coda davanti a Zara per approfittare dei saldi. Ah, i saldi di Zara, come non approfittarne. C’è il sole, ma fa un freddo austriaco. La cosa mi lega, morbosamente, all’assunzione di vitamina C in tutte le sue forme. Stavo giusto approfondendo, durante queste vacanze, la differenza tra dipendenza, indipendenza e interdipendenza. Vorrei lasciarmi alle spalle qualche fastidiosa dipendenza che, nicotina a parte, ostacola il mio sviluppo personale. Il concetto è semplice, etico e funzionale: non è l’indipendenza il traguardo finale, ma l’interdipendenza; se da solo sollevi cento chili, in dieci possiamo sollevarne mille. E’ talmente affascinante, come concetto, da essere diventato uno dei miei preferiti fin dalla prima lettura dei libri del sig. Covey.
2
Mio padre ha rotto il computer. Il computer di mio padre si è rotto. Vista la spinta personalizzazione dell’oggetto in questione, possiamo dire che il computer di mio padre è venuto a mancare. Era vecchiotto, superava quasi la decina d’anni, ma si è sempre difeso. Prima di essere il computer di mio padre, era il computer mio e di mio padre. Anni di WinMX, Splinder, DvDP, foto, ritocchi, mail, senza mai batter ciglio. La rottura traumatica del computer ha provocato in mio padre una preoccupante fase ansiogena e una grande sfiducia nel mondo. Al mio ritorno dalla montagna sono andato a verificare il decesso, anche se le mie competenze tecniche non mi permetterebbero nemmeno di verificare il funzionamento di una calcolatrice. Essendo però l’esemplare più giovane della famiglia, e pertanto il più tecnologicamente avanzato, ho ricevuto il compito di stabilire il da farsi. Dare il potere agli ignoranti in materia, e potete confermarmelo voi cittadini italiani, può provocare mostri. Ma nel mio caso, grazie all’arte divinatoria e alla fiducia nel capitalismo moderno, mi sono semplicemente limitato a suggerire la conquista di un MediaWorld, posto sicuramente fornito di oggetti simili a quello rotto.
1+2
Adoro le gite da Mediaworld. Ci sono un sacco di pulsanti da schiacciare, un sacco di lucine che si accendono, le televisioni con i pesciolini e l’assortimento di libri più scontato, demenziale e criticabile del pianeta. Mediaworld è molto meglio dei suoi concorrenti. La ragione è semplice: da Mediaworld non rischierai mai che un commesso ti interrompa, qualsiasi cosa tu stia facendo. Sono talmente scoglionati, depressi, astiosi, che non ti si avvicineranno mai. Altro che Saturn o Darty, con i commessi gentili e propositivi. Riuscire a ottenere l’attenzione di un commesso di Mediaworld è un’operazione che richiede una certa esperienza. Una volta ho acceso 12 impianti stereo, sintonizzandoli tutti su Virgin Radio, prima che uno sbadigliante essere vestito di rosso mi si avvicinasse con sguardo interrogativo chiedendomi: "Oh, cioè ti interessano, oppure li provi?". Quando due o più commessi parlano, ad altissima voce, dei cazzi loro, è impossibile chiedere informazioni. Puoi rimanere ore a sentire il racconto della serata prima o di Gigi, che non fa più straordinari e lo hanno spostato di turno. Ore di nulla eterno che sembra davvero importante davanti alla tua stupida, pertinente, appropriata, decisa, domanda sulle memorie SD. Quando un commesso ti si avvicina spontaneamente può voler dire che: a) stai attentando alla sua vita. b) stanno per chiudere. Siamo andati da Mediaworld che ancora dovevano accendere i dimostratori di Guitar Hero (quelle specie di emo-giovani che suonano tutto il giorno delle simpatiche sagome mentre guardano delle ridicole imitazioni alla tv). Era, insomma, molto presto. Ci siamo diretti a passo spedito verso il bancone dei pc. Il mio obbiettivo era: convincere mio padre che la tecnologia ha fatto dei progressi e sperimentare l’efficace interdipendenza con la quale colmare le mie lacune di ignoranza e trovare un computer adatto alle esigenze di mio padre. L’obbiettivo di mio padre era: dimostrarmi che la tecnologia non ha compiuto nessun significativo progresso e inoltre che non c’era nessun bisogno di possedere un pc. La rotta per lo scaffale dei pc prevede l’attraversamento di due zone molto pericolose: l’isola dei telefonini, dove milioni di persone si accalcano sperando di essere ascoltate da uno dei due commessi e gli scaffali dei portatili, dove centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini si accalcano per toccare tutti i tasti come se non avessero mai visto prima la schermata di Windows. Identifico il commesso con cui desidero stabilire una relazione interdipendente e dopo un paio di tentativi di fuga, lo riesco a prendere con un lazzo fatto di cavi USB e lo ancoro a uno Sharp 46". Legato e spaventato, il giovane decide di collaborare. Ci elenca due promozioni, indicando due cartelli con il prezzo ammassati sopra a delle scatole. Poi cerca di liberarsi e richiama l’attenzione del commesso del reparto foto, che alla vista di due clienti si nasconde dentro un raccoglitore di pile usate.
Due ore dopo, lieve senso di nausea, crampi e voglia di nicotina, mi rendo perfettamente conto di due cose: l’interdipendenza prevede due persone interessate e l’acquisto di un pc non è da sottovalutare. Siamo solo al terzo giorno dell’anno e già sono carico di insegnamenti costruttivi, anche se solo l’abuso di nicotina può permettermi di sopportare questa umanità.