Se c’è una cosa che mi irrita sopra la media è la Partenza Riflessiva. La Partenza Riflessiva mi coglie prevalentemente quando mi sveglio per forza, controvoglia e di corsa, in inverno e in una giornata metereologicamente instabile. Stamattina mi sono svegliato di corsa, controvoglia, in pieno inverno con uno di qui cieli che solo Milano sa regalare: una tenda grigia stesa sui tetti. Salgo in macchina, percepisco i sintomi della Partenza Riflessiva e tento di sviare la sorte con la radio a manetta. Il Cd salta, operazione che potrebbe costare alla amata radio il lancio dal finestrino. Ma si farebbe davvero poco male, essendo io incastrato in un unica lamiera di macchine. Trasformazioni della Circonvallazione di Milano. Per chi non ci abita vale la pena di vederla almeno una volta nella vita. Tiro giù il finestrino nel preciso istante in cui un grosso monovolume prova la partenza rapida. Ingoio quei tre o quattro grammi di polveri sottili che mi avvicinano al paradiso di qualche mese. Perchè per forza uno che attraversa Milano al mattino in macchina deve andare in Paradiso: ha già visto l’inferno. La Partenza Riflessiva è alle porte, mi coglie alla sprovvista. Merito forse anche del breve calcolo che riesco a produrre e che si spiega in poche parole: esattamente un giorno prima di questo inferno ero ancora nel mondo dei sogni a Roma, dove mi sarei svegliato con calma, toccando con i miei piedi i piedi della Signora e invitandola a fare colazione sotto il sole in una qualsiasi delle tremila piazze del centro. I miei piedi toccano l’acceleratore, lo sfiorano appena, puro petting automobilistico. Mi accendo la prima sigaretta. Io non smetterò di fumare. Una sigaretta è un piacere, uno sfizio, un vizio, un ipoteca su un cancretto, un gesto famigliare, un gesto che amo. La Grande Mamma qui non può vedermi. Mi torna il buonumore di colpo. E non è merito della sigaretta. Sorrido, mi viene spontaneo, girandomi a destra e a sinistra. I vicini di ingorgo mi guardano sospettosi. Un paio di ragazze ricambiano, un vecchietto saluta, probabilmente scambiandomi per chissà chi, una signora mi fissa scioccata. Faccio così fino all’ufficio. Sorrido a tutti. Magari a qualcuno sarà servito. Anche solo per chiaccherare. Scendo e mi accendo la seconda. Quella prima dell’ufficio. Per volere della sorte mi hanno tolto dalla mia tana, dove potevo scappare fuori per una sigaretta. Sono finito davanti al capo. Promozione o controllo non mi interessa più di tanto. Fumerò di meno. Non fumo in ufficio. Io ho il vizio, ma anche la passione. Sono il primo che si infastidisce. Ne approfitto per guardare il cielo, il Grosso Grigio. Ripenso alla serata di ieri. 23.55: un cartello avvisa: l’ultima sigaretta. Arriva prontamente un cameriere, decisamente omosessuale del genere Checca Impazzita, e tutto soddisfatto mi annuncia: "Finiscila in fretta, manca poco e poi basta". Quello che si è mosso dentro è stato qualcosa di intestinale, muscolare, celebrale. Ho desiderato nell’ordine: sodomizzare il cameriere, sodomizzare un passante, picchiare i pugni sul tavolo, picchiare la nuca sul muro, urlare frasi di odio in francese. Ma poi, vuoi perchè con il francese sono un po a secco, vuoi perchè la sodomia mi urta, ho preferito uscire in strada. La Grande Mamma ha deciso per il nostro bene così. E così sia. Fuori c’è gente, e la sigaretta diventa uno spunto per il broccolo. Con largo anticipo riesco ad immaginare che il fumo sarà la prima causa di tradimento notturno. Non sono arrabbiato, mi adatterò, me ne farò una ragione, e confiderò nelle leggi all’italiana. Ma di certo berrò di meno, appena possibile cercherò di stare all’aperto, e sceglierò ogni tanto un locale per fumatori. Ma di una cosa sono sicuro: il proibizionismo in ogni sua forma fallisce e degenera, e lo Stato Mamma ha da sempre perso i suoi figli lungo il percorso. Per i sognatori non fumatori che credono che lo Stato Mamma pensi al loro bene cito piccoli spunti: un letto d’ospedale, terapie a lungo termine, degenze costose, solo alcune delle voci di spesa di una sanità al collasso. E al fumatore ricordo: basterebbero tre sigarette in meno al giorno per produrre un danno davvero alto allo Stato Mamma, che non ci vuole far fumare, ma che con le tasse sulle sigarette arrotonda i bilanci. E poi, appena prima di entrare in ufficio, guardo in cielo, e penso al riscaldamento a gasolio, al trasporto su gomma, all’inquinamento dovuto alla benzina. Se alla Grande Mamma interessasse davvero la mia salute, saremmo tutti in bicicletta. E magari dal Grosso Grigio spunterebbe qualche raggio di sole… mi giro e sorrido a un peruviano con un furgone, lui rallenta e con la solennità di un reale inglese mi sfodera un dito medio lungo e sottile.