Bilanci e Bordelli – una storia di cuore

Questo blog ha compiuto diciotto anni, nel 2022. Avrei tanto voluto pubblicare un libro, con i diciotto migliori post. Una specie di sega letteraria al mio sconfinato ego. Solo a pensarci mi gonfio il petto. Invece mi sono infilato in un racconto che sta diventando romanzo. Una storia di amori, anzi di un amore, complesso e liberatorio. Scrivere è un amore che diventa un vizio, quando devi rubare tempo ad altre cose, e la storia, così bella all’inizio, si è bloccata, arenata, incagliata, su un dettaglio. Ho rubato sonno, ore di lavoro, ho saltato birre con amici, cene romantiche, per poi osservare una grande storia incagliarsi nelle acque basse.

Avrei fatto meglio a prendere una ventina di questi post, metterli in bella copia, e gongolarmi con un libretto tutto nuovo, facile facile. E poi girarmi sornione verso lo specchio del bagno e dirmi: grande Franz, bel lavoro. Invece.

Ma questo 2022 è stato l’anno dell’invece. E se stai leggendo queste righe è perché ci sei anche tu, nei miei invece.

Ci sono anni facili, sono quelli del per sempre, dell’ancora, del per fortuna, del che sballo. Gli anni stupendi del: menomale, del finalmente, dell’ evviva. Gli anni difficili sono quelli dell’invece. Ami, sogni, progetti, corri, ridi, invece.

Il primo invece è arrivato con il freddo di febbraio. E me lo sono trascinato fino a stasera. Ingombrante e doloroso: pensavo di avere il successo in mano, di essere sull’onda più grande, invece. Invece inizio l’anno cercandomi un lavoro e cercandomi dentro cosa vorrei davvero fare. Questo invece brucia come una scottatura. Brucia l’orgoglio e brucia perché tocca le paure profonde. Non basta il gin. Serve andare a prendere le paure, le certezze, e tutte le cose che sembravano sicure. Ci si siede di fianco, si aprono le scatole, e si tiene solo quello che è vero.

L’invece che è salito con me sopra il muro del pianto, a maggio, non si è annunciato. Abbiamo passato uno Shabbat insieme, nel silenzio del quartiere ebraico. Vorrei essere il motore della macchina che guidi, così che ti basti accendermi. E farti correre dove dico io. Invece, a volte devi esser motore, a volte freno. Quasi sempre l’opposto di quello che sognavi. È l’invece che di notte ti toglie il sonno, perché vorresti esser altro. Fino a quando non riesci ad abbracciarlo. Ma ci vuole tempo. E notti. E gin. E rabbia. No scherzo, la rabbia non serve a niente, lo ho imparato quest’anno. Invece serve il silenzio. E la pazienza. Che non sapevo nemmeno cosa fossero, prima di questa strana primavera.

Poi è arrivato l’invece dell’autunno. Non cadevano le foglie, ed era caldo. Non ci sono più le mezze stagioni, e guardare le persone che ami negli occhi a volte fa male, a volte fa bene.

Ero seduto in soggiorno, nel silenzio dei bambini appena addormentati, della notte, che domani tutti lavorano, ed è tardi. E ho capito. Ho trovato una cosa importante. Gli anni dell’invece sono quelli dove trovi. E non perdi. Gli anni dove perdi i tuoi occhi nelle gambe di una donna, gli anni dove perdi i ricordi nelle scene di un viaggio nuovo, gli anni dove perdi la paura nelle mani di una persona. Gli anni dell’invece non perdono niente. Ma se resti seduto con pazienza, proprio dove fa male, trovi.

Ho trovato una cosa importantissima.

Il mio cuore ha più stanze di un bordello.

È così stupido pensare di poterne abitare solo una. È così stupido pensare che tutte le stanze siano piene di sorrisi e amore nello stesso momento.

Abitami. Ho chiesto a quella paura. Abitami, ho chiesto a quel dolore. Abitami, ho chiesto all’amore.

Insomma, grazie per esserci. Pensavo di perderci, invece. Pensavo di non trovarti, invece. Pensavo non saresti riuscito a restare, invece.

Secondo i miei calcoli, dopo un anno di invece dovrebbe esserci un anno di menomale. Ma invece di sognare domani ho imparato a rimanere qui, oggi.

Invecchio così. Invecchiamo un po’ insieme. Invece di provare a rimanere per forza giovani.

Grazie, perché tra una cosa e l’altra, sei una delle migliori medicine ai miei invece.

Abitami il cuore, prendi una stanza. Non fare troppe domande, nei bordelli non si chiede mai e non si fanno mai bilanci.

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