Sono molto in forma

La mattina la rabbia mi divora. Mi sveglio presto, sempre dieci minuti prima della sveglia, e nel buio della camera da letto provo a ricordarmi i sogni, mi massaggio la barba, ascolto i rumori del mattino. Il vicino di casa è mattiniero, molto mattiniero, e adora camminare con le scarpe sul parquet. Un rumore noioso, rintracciabile negli angoli della stanza proprio sopra la nostra camera da letto.

Vorrei dirgli, un giorno, che le sue giacche da sciatore, i suoi occhiali tristi, e la sua andatura da sconfitto, mi deprimono, e che capisco l’esigenza di camminare per tutta la stanza alle sei del mattino, ma camminare a piedi nudi è un lusso intimo, che potrebbe valutare come eccitante impennata nella fangosa noia della sua vita.

La rabbia mi divora, anche mentre mi guardo allo specchio. Sono molto in forma, il mio corpo tradisce un confine valicato, tra la giovinezza e la maturitá, tradotto invecchio come tutti. Lo specchio mi lascia lineamenti un filo stanchi, occhi profondi, peli bianchi. Sembro una scimmia arrabbiata.

La palestra cade a pezzi, letteralmente. Stanno rifacendo gli uffici al piano superiore, e mancano pezzi di soffitto, dagli angoli cola umidità sospetta, il pavimento si gonfia. Corro su un tapis roulant che affaccia su una grande finestra. L’appartamento davanti è sempre vuoto. Infissi nuovi, piante in ordine, mai una luce, mai un movimento. Corro mezz’ora fissando le piante, la rabbia passa.

Il muscolo della corsa è la tenacia, infiamma il tessuto, e lavora sulla testa. La rabbia passa, e mi torna una punteggiatura ragionevole, scrivo in testa kilometri di diario. Ho promesso di finire un romanzo che è ancora una splendida idea. Senza un finale. Ho promesso di non arrabbiarmi più, invece al pomeriggio vado in una chiesa del centro, mi siedo in una delle ultime panche, e penso che nel mio caso andrebbe depenalizzata la bestemmia. Lo dico a Dio, insomma, va bene tutto, ma possiamo ragionevolmente pensare a depenalizzare la bestemmia? Non chiedo aiuto a Dio, perchè un po’ mi vergogno, ma gli chiedo di farmi incontrare persone che possano cambiarmi la vita. Lo ho anche messo per iscritto, su un quadernone all’ingresso della chiesa.

La preghiera prima della mia era scritta da una donna. guarisci Erminio. La o finale scritta di corsa. I pensieri dolorosi escono sempre veloci, difficili da scrivere con calma.

Ieri sono andato a fare una visita agli occhi. Vedo male, dico. Da vicino o da lontano, mi chiede lei. Ha dei favolosi leggings sotto il camice bianco e delle ridicole calze di spugna con Sponge Bob.

Vedo male la vita, rispondo. Ma mi passerà. In compenso vedo male anche da vicino.

Gioca con i miei occhi, mentre sto appoggiato su una mentoniera di plastica e mi chiedo se non sia il caso di lavarsi la barba, dopo.

Mi mette delle gocce sugli occhi e mi dice di aspettare dieci minuti in sala d’attesa.

Passa qualche minuto e perdo completamente la vista. Intuisco i contorni, e da vicino vedo soffici tende di plastica che coprono tutto. Non ho molto da fare, quindi resto a godermi questo gioco, di essere strafatto di metanfetamine, senza essermi fatto di niente.

L’olfatto arriva per primo. Compensa la vista ridandomi profumo di cipria, e di chiuso.

L’udito mi ridá chiacchiere sottovoce, fitte, veloci, con un accento della campagna. Arrivano da destra, dall’odore di cipria. Seguo le voci, e mi faccio accompagnare in un discorso sul dottore, che deve essere proprio bravo, e sul costo del biglietto del treno. È un parlare complice, assodato, sembra un banco da officina in cui le parole sono gli attrezzi giusti per riparare la noia. Potrebbero riparare il dolore, potrebbero costruire la speranza, sono chiacchiere di chi si ama da tantissimo. L’odore di cipria viene da lontano, immagino che il treno sia venuto dalla campagna.

Immagino, perchè non vedo. Non che si stia male, penso, uscendo in strada. Ci si deve abituare.

Io sono arrabbiato perché non mi sono ancora abituato al buio in cui la mia vita professionale si sta infilando.

Senti che rumore che fa, la profondità di quando mi dico la verità. Vorrei una donna con cui intavolare un chiacchiericcio complice come quello che ho sentito prima, un banco degli attrezzi che risolva le emozioni, che confini le paure, che sia davvero amore. La chiave del venti, quella che serve per svitare la noia. Il martello che distrugge la sfiducia, il cacciavite che aggiusta i forse.

In metropolitana penso al mio vicino di casa. Non lo ho mai sentito scopare. Forse non scopa. Forse lo fa piano.

Allo stato attuale, la gente che fa l’amore piano, mi spaventa.

Sono molto in forma, ma emano un forte odore. Che in metropolitana su confonde con il Marocco, l’India, l’indie, l’incenso, la frutta, i piedi, il tabacco, l’alcool. Ma come fanno i ciechi a prendere la metropolitana. È un incontro di boxe con l’olfatto.

Le mie palle degli occhi rotolano, cercando di interpretare strade, visi, situazioni, mentre bevo prosecco appoggiato a una finestra.

Ho finito. Sono arrivato. Su questa finestra, a bere. Al mattino, in questi giorni, ho sempre il dubbio che le mie giornate non finiscano.

Non penso di morire, cazzo. Sono molto in forma. Ma penso che l’anima, prima o poi, si possa stancare, di questa roba qui. Ogni tanto urla, l’anima. La sento. Per quello lo dico.

Ho preso una macchina cinese, bellissima, nella quale vorrei viaggiare e fare l’amore. E poi ridarla. Non mi serve la macchina.

Lo dico mentre cammino per il centro deserto, di notte. Intuisco luci e ombre, quasi vedo. Non mi serve tanto nella vita. Direi di depenalizzare la bestemmia, di rivalutare la gioia, di richiamare la felicità, di rimettere a posto le cose importanti, e di tenere sempre spazio per del gin tonic, nello stomaco e nelle nostre serate.

Sono molto in forma.

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