Americana

Quando mi alzo io, qui, è ancora buio pesto. Vado a correre lungo il fiume, su un sentiero di terra battuta che passa vicino ai grattacieli. Corro fino alla fine del centro e poi torno indietro, con la luce che inizia a illuminare le strade vuote e i palazzi. Al mattino l’alba qui in centro fa un po’ fatica, è tutto un po’ grigio, ma si può guardare Capitol Hill dal mezzo di Congress Avenue, senza che nessun gigantesco suv ti suoni. Mi alzo presto per lavorare un po’ con l’Italia, ma prima leggo qualcosa, facendo colazione da solo. È un privilegio incredibile, alzarsi, pregare, correre e leggere.
Dove faccio colazione io ci vengono i soldati e gli operai messicani. Fanno un caffè disperatamente lontano da quello che noi chiamiamo caffè, ma ti regalano l’acqua con le vitamine.
Credevo fosse arrivato il momento per scrivere quelli che ho sempre chiamato i Diari Americani. Mi sembrava di conoscerla bene, l’America. Ho surfato a Santa Cruz, ho lavorato a Palo Alto, ho studiato a San Diego, cenato a Dana Point, giocato ad Atlanta e Vegas, ho guidato a L.A., dormito a New York, ballato a Chicago. Mi sono perso a Sausalito, nel Minnesota, e in almeno altri cinque stati. Vivo un angolo di Texas che mi ospiterà per qualche tempo. Mi sembrava fosse arrivato il momento di raccontare un po’ di questa vita. Ho storie divertenti e uniche, come quando Ferlinghetti mi ha prestato dieci dollari per comprare un suo libro da dieci dollari o quando ho conosciuto Roland Sands a cui ho parlato male delle moto di Roland Sands.
Ho storie di solitudine, di viaggio, ho racconti di vite spezzate, storie piccanti, motel con affaccio sulle highways, ville che danno sul confine, montagne innevate con donne seminude che fanno il bagno in idromassaggi sospesi sul vuoto.
Stamattina prima di correre ho risposto a qualche amico che mi chiedeva se fosse tutto ok. Hanno sparato a dei bambini, in una scuola, qui vicino. Ho visto il servizio al telegiornale ieri sera mentre mangiavo un’insalata. Mi sembrava una cosa successa lontanissimo.
In America le distanze sono viaggi che possono durare giorni, sono fusi orari diversi, sono stipendi che non ti permettono di salutare i tuoi figli a Natale, cose così.
E questa storia, questa tragedia, è successa in un posto lontanissimo.
Per questo ho capito di non essere pronto a raccontare nient’altro che qualche storia succosa, qualche pettegolezzo di viaggio.
Per raccontare l’America serve il vuoto spirituale che rende distanti tragedie molto vicine. La sordità emotiva che ti fa correre evitando gli homeless che dormono in strada. Serve quel coraggio di credere che sia possibile, il capitalismo ebete, quello dei suv giganti e delle mogli con più silicone che grasso. L’America è molto di più, ma è troppo facile raccontare solo il bello del mondo.
Io resto qui. E ci tornerò presto.
Corro, mangio, leggo, lavoro. Ho trovato un gay club che fa una serata karaoke che mi fa divertire molto. Quindi canto anche.
Non amo. Perché per amare devi vedere prima il bello e immaginartelo per sempre.
E poi credo che per scrivere questi Diari mi serva un posto diverso. Dove sono in pace. Dove vivo e non sopravvivo.

Dell’America mi porto un sacco di ricordi, dall’America porto sempre a casa una gigantesca solitudine.

I Diari Americani sono quella cosa che scriverò da un posto dove sarà difficile che la tristezza mi trovi. Lo dedicherò a Miller, questo lavoro. O forse a Ferlinghetti. E lo scriverò per costruirmi un ricordo il più lontano possibile dal brutto che ogni volta trovo.

Qui bevo vino rosso, me lo versano come fosse benzina. E resto sulle terrazze a fumare guardando la gente che corre.

Qui non riesco a sentire nient’altro che il rumore della mia fatica. Credo questo sia il Texas, nella sua più nobile definizione.

Difatti era un deserto, prima che ci infilassero palazzi e puttane.

Viaggerò ancora molto.

È presto per fare bilanci.

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