Freddie indossa scarpe afghane

Non posso che invidiare, mi rendo conto della banalità, l’insostenibile leggerezza con cui Freddie affronta i latticini. Ci ho pensato proprio ieri, mentre serenamente navigava con il suo cucchiaio dentro al terzo vasetto di cheese cake. Le cose che gli invidio cambiano con il tempo, e il tempo è nostro alleato e nemico da tanto. Gli invidiavo i capelli, ad esempio, ma adesso sono messo meglio io. Gli invidio la caparbietà, ma ogni tanto stringe come un cappio al collo. Non gli invidio la bicicletta, un orrendo aggeggio semielettrico, dalle linee post industriali, infarcito di accessori family oriented di gusto barocco. E’ roba forte, molto adatta a questi anni di transizione dal fallimento del design al fallimento delle ambizioni.

A Jannella ho sempre invidiato la costanza e la forte capacità di ancorarsi. Avete in mente quelle piante grasse che, lente ma inesorabili, affondano sottili radici in qualsiasi terreno, trovando acqua dove l’uomo non è stato capace? Jannella ha quella forza di volontà. Che come un’arma, se dirottata sul terreno giusto, lo centra come un pino secolare. Forte davanti alle peggiori tempeste. Invecchia lentamente, ma bonariamente ha iniziato il conto alla rovescia dei giorni che lo separano dalla tristezza. Lo fanno i vecchi e gli uomini felici. E’ un buon segno.

A Renato invidio la forza, un disegno interiore di cui non è per nulla consapevole, che lo tiene ritto e forte davanti alle peggiori scosse che la vita gli da. Sembra una leggerezza quasi femminile, come anche i suoi jeans che nel corso degli anni assomigliano sempre di più a dei leggins, ma è molto maschile, onorevole e antica. Sembra una cosa che gli uomini della sua famiglia si tramandano da generazioni. Ehy tu, piccolo nuovo arrivato, tieni questa forza enorme, è tua.

Sempre meglio che ereditare denti deboli e arterie intasate. Mi dico, mentre pedalo verso casa. E’ una sera di settembre più umida del solito e una buona quantità di vino mi suggerisce che non mediterò, una volta a letto, ma cadrò in uno dei miei sogni complessi dove qualcuno muore, io mi innamoro di una qualsiasi puttana, e la vita mi sfugge veloce. Che mi sveglio con il fiatone, corro sotto la doccia e annuso il Felce Azzurra per trovar conforto. Mi piace lavarmi le palle con il Felce Azzurra, per pensare che poi, nel corso della giornata, una donna, preferibilmente la mia, possa annusarle dicendomi: amore ma che delizioso profumo.

Ma poi non succede mai. Piuttosto mi trovo a rimuginare i miei sogni.

Così decido di fermarmi a meditare su una panchina del viale. Davanti a un campo da basket abbandonato, dentro ai lavori del nuovo metrò.

Scriverò un giorno di questi anni in cui mi sono fermato in giro per la città di notte a meditare sbronzo. Scriverò un libro di auto aiuto: “meditare sbronzi”.

Mentre ascolto il mio respiro, tenendo un occhio sulla bicicletta, per evitare di farmela fottere, proprio mentre il mio ying trova il suo yang, mi rendo conto che i miei amici sono parte di me.

Mi viene questo pensiero, bellissimo, importante, gonfio di gratitudine. Mi viene da scriverlo a tutti, ma poi mi escono delle robe strappalacrime, quindi lascio perdere. Eppure mi voglio tenere questa grande gratitudine. Per averli incontrati, per averli amati.

Ho amato talmente male le donne della mia vita che credo meritino un sussidio. Non da me, cristo. Dallo stato.

Ho amato e amo talmente bene i miei amici, da pensare che una vita solo con loro sia davvero un sogno.

Ma poi ci penso bene.

Mi mancherebbero tutte le altre cose. Gli errori, i casini, le cose quasi belle. Che sono poi le ragioni per cui torno dai miei amici, come tornassi a casa.

Inforco la bici e perdo una scarpa.

Maledette scarpe da vela. Che non ho nemmeno la barca.

Da fuori, devo sembrare uno scimpanzè chino sulla sua pancia, mentre cerco di riprendere la scarpa.

Freddie, ad esempio, ha sempre scarpe discutibilmente brutte.

Almeno sulle scarpe ho qualcosa da dire.

Penso.

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