Piante da Ufficio, mercati rionali, terapie

Ho dovuto lavorare da casa per due giorni. Due interminabili giorni in cui mi è arrivato tutto il piacevole odore dei ricordi brutti. I ricordi brutti puzzano di muffa e di cozze, quell’odore che c’è nei magazzini del porto di Bari. O nelle cucine dei ristoranti stellati di Milano, per chi non fosse mai stato nel porto di Bari.

Lavorare da casa è sfiancante, per chi come me ha una casa normale, quasi piccola, ritagliata sull’uso che si faceva delle case prima che il Covid cambiasse per sempre l’uso che facciamo delle case e soprattutto dei letti delle case in cui abitiamo.

Il letto è l’elemento più impattato. Se ci pensi, poveri letti, sono andati molto oltre la loro missione naturale. Oltre che farci dormire sono diventati magazzini, ripostigli, mensole, poltrone, sedie da ufficio, e a quanto pare sudari per maratone di Netflix.

Uno sognava una vita professionale come sudario di serate sadomaso, e si ritrova ad ospitare un intero nucleo famigliare intento a divorare una serie, mangiucchiando pizza e pulendosi le dita sotto alle lenzuola.

Un grande abbraccio ai letti, da parte mia. Però io comunque volevo dire che a casa a lavorare ci sto veramente male.

In generale io sto male a casa. Mi rompo i coglioni, a meno che io non sia da solo, rigorosamente, e possa esprimere tutti i miei nascosti talenti. Oppure con una giovane amante lussuriosa, ma questo è difficile che possa accadere nei prossimi mesi. Oppure con un fidato amico e una bottiglia di un qualsiasi vino. Ma i miei amici sono tutti ossessivamente concentrati nel sorreggere precarie vite sentimentali e professionali, e ritagliano sempre meno tempo per una bottiglia di vino in soggiorno alle due di pomeriggio.

Appena uscito di casa ho fatto due cose molto urgenti. La prima è stata quella di bere un caffè. Io odio il caffè del bar. Della maggior parte dei bar. Terribile al palato, bollente, servito male. Eppure ne ho bisogno per poi sentirmi meglio.

Non credo sia la caffeina, credo sia la voglia di lamentarsi interiormente.

La seconda cosa è stata prendere il motorino e andare in giro come uno scemo. Adoro la sciatteria con cui Milano si presenta a novembre. Mi piace vedere la gente coperta che passeggia nel grigio, i negozi chiusi, l’autunno che incede regalmente. Quasi meglio del Natale.

Sono finito in un mercato a comprare piantine per l’ufficio. Piante grasse con vasi di porcellana bianca, a forma di gufo. Se il mondo avesse me come arredatore, saremmo in una concept room gigantesca con piante grasse ovunque. Difatti non faccio l’arredatore.

Alla fine sono tornato a casa che ero quasi contento di tornarci. Poi mi sono ritrovato a letto, che il letto è l’unico spazio salvo e sicuro che mi protegge dal dover interagire con le orde di pre adolescenti che pascolano la suddetta casa, e mi sono detto: cazzo che palle stare a letto.

Non ho una soluzione facile a questo problema, ma ritengo che il poter vivere da soli immersi nelle piante grasse sia già un buon passo avanti. Dovremmo passarlo come terapia, per chi si sente schiacciato in letti che invece dovrebbero sorreggere.

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